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Ci
sentiamo subito pronti per la Yajna, un rituale arcaico, una cerimonia
del fuoco che simboleggia l’inizio della cultura, della civiltà in
generale: la scoperta del fuoco come elemento inerente al legno. Essa ha
una forma esteriore e una interiore. L’effetto d’induzione della Yajna
esteriore porta infine a quella interiore, più sottile, e fa risvegliare
la coscienza dell’uomo. Il rito consiste nell’invocare devata tramite
oblazioni al fuoco, recitazione di mantra, satsang e daan.
Imperatori e conquistatori celebravano Rajasuja Yajna per distribuire
ricchezze materiali, gli yogin invece lo fanno per trasmettere benessere
interiore. Come veicolo di energia spirituale, Yajna è adatta per la
società moderna, che nonostante gli abbondanti beni materiali presenta
grandi carenze, come la mancanza di tempo e di pace interiore. Essa può
migliorare la qualità della vita anche e soprattutto nell’era
tecnologica.
Con
riferimento a Sri Rama che eseguì questa Yajna dopo aver sconfitto
Ravana ed essersi affermato come imperatore giusto, Paramahamsaji decise
di tenere Rajasuja Yajna dopo aver portato Yoga “from door to door and
shore to shore”. Il suo strumento è la Sat Chandi Maha Yajna, in cui
Devi viene invocata, venerata e pregata per ottenere una trasformazione
interiore. È adatta per tutte le religioni, tutti possono prendervi
parte, poiché la venerazione della madre cosmica è universale, condivisa
da tutte le culture.
Dal
2003 sono le kanya, le ragazze pure e innocenti, che danno il benvenuto
a questo evento. Il primo giorno Devi viene invitata. La bandiera della
Yajna, quella rossa, verde, gialla e bianca di Devi, viene issata e
sventolerà per cinque giorni. L’attendiamo con fervore, e regna una
certezza: verrà! Le kanya sono il suo medium. “Become simple and
innocent” ci ammoniscono. Sembra la condizione della benedizione di Devi
Ma. Ma lo siamo veramente? L’amiamo anche noi, come ci ama lei? Pensiamo
a lei ad ogni respiro?
Dalla
mattina alla sera vengono recitati potenti mantra e kirtan, Durga
Saptashati e versi del Ramayana. Le nostri voci si mescolano con quelle
sicure e melodiose delle kanya e quelle vigorose e arcaiche dei pandit.
Contemporaneamente i partecipanti ricevono Devi prasad. Per quattro
giorni, dall’alba al tramonto, vengono distribuiti a tutti doni
abbondanti.
I
partecipanti passano in una lunga fila davanti alla sede del guru, il
cui colore e quello dell’ombrello sovrastante cambiano ogni giorno:
viola e verde chiaro, rosso e oro, oro e bruno-oro, bruno-oro e
bianco-rosso. Il trono viene decorato dai pandit con una corona, un
trishul e una conchiglia di fiori. La puja alla sede del guru si ripete
ogni giorno come anche homa, le oblazioni al fuoco, e arati,
l’oscillazione del fuoco davanti al sacro, che poi viene presentato ai
partecipanti perché ne possano ricevere beneficio. Con questo si
conclude la giornata.
Rajasuja Yajna tradizionalmente viene celebrata da un sovrano o da un
conquistatore: noi siamo quindi gli ospiti di un Raja, di un re, e così
ci siamo sentiti e siamo stati trattati. Eravamo graditi ospiti e
benvenuti come se avessimo accettato un invito personale. Namo Narayan,
il saluto abituale tra sannyasin, ha acquistato nel corso della festa
tanti significati: vuol dire infatti “buon giorno”, “permesso”, “scusa”,
“prego” e “grazie” allo stesso tempo.
Per
poter garantire un’ospitalità così, dietro le quinte era stata creata
una complessa macchina organizzativa, solo parzialmente percettibile, la
cui perfezione ci ha colpito: tutto era stato previsto, tutto era stato
studiato con la cura di ogni minimo dettaglio. Una rete di centinaia di
karma yogin lavorava gomito a gomito come un unico organismo: ognuno
conosceva il proprio posto e lo accettava serenamente, dai portatori
d’acqua agli aiutanti di cucina fino agli addetti alla pulizia e allo
smaltimento dei rifiuti: tutto scorreva liscio come l’olio e come „da
solo“.
11.000
ospiti da tutto il mondo, il giorno della Sat Chandi Maha Yajna eravamo
ben 15.000. In piedi non si mangia e non esiste nemmeno il self service
come da noi: no, tutti seduti a pranzo e tutti venivamo serviti, una
cosa difficilissima da immaginare per delle masse così. Il personale
eravamo noi, tutti gli ospiti davano una mano. Il nostro compito era di
lavare le mani agli ospiti dopo mangiato. Anche un’azione apparentemente
così semplice può essere istruttiva quando si cerca di farla al meglio:
come diventare ancora più veloce ed efficiente nell’attingere e versare
l’acqua, come non sprecarla e non spruzzarla, come usarne abbastanza ma
neanche una goccia di troppo? Riesco ad avere un saluto per ciascuno e a
conservare il sorriso? Nasce in noi la gioia della perfezione.
In
questo modo, ognuno dà il suo contributo e così per cinque giorni
sembrano abolite le differenze di classe, nazione, religione. Ci
sentiamo tutti uguali: est e ovest, poveri e ricchi. Ognuno aiuta tutti
e serve tutti, ognuno riceve prasad con la benedizione di Devi e non
elemosina. In questo modo, i bisognosi si sentono meno indigenti.
Quest’idea che ci fa sentire tutti uniti è grandiosa e già di per sé
giustificherebbe lo svolgimento della Yajna nel nostro tempo, oltre ai
motivi ecologici e allo spiritual upliftment dei partecipanti.
Al
centro di Rajasuja Yajna sta l’arte del donare che questa volta è stata
portata alla perfezione. I karma yogin che si occupavano di
confezionare i pacchi erano tutti incaricati personalmente da
Paramahamsaji e con amore infinito hanno creato quasi delle opere d’arte
che poi venivano ammassate nell’aula, riempita fino al soffitto,
aspettando il momento di trasformarsi in Devi prasad durante la Yajna.
Amore e dedizione fanno diventare un pacchetto molto più di un dono
materiale.
Ciò è
possibile solo là dove il tempo non conta, dove le ore di lavoro non
costano nulla: nell’ashram. Il segreto del bello si chiama Karma Yoga.
Proprio qui cozziamo con i limiti della nostra società occidentale,
basata sull’efficienza. Nell’ashram si lavora senza sosta finché il
compito non sia stato svolto nel modo migliore e più bello, a
prescindere da quanto tempo si impieghi.
La
ricompensa è un’altissima qualità della vita, il che purtroppo nella
nostra società occidentale al momento è poco apprezzato, anzi è quasi
andato perduto. Il „bello e buono“ degli antichi Greci sembra sparito
dalla nostra esistenza.
La
prima generazione di ragazze che hanno studiato inglese nell’ashram e
nel frattempo si sono diplomate, riceve biciclette: sono ornate di fiori
e nastri, brillano e splendono d’oro, d’argento e di tutti i colori. Le
giovani proprietarie le spingono attraverso la folla con grandissimi
occhi splendenti, raggianti di felicità, e noi tutti applaudiamo
emozionati. Similmente, anche in tutti gli altri doni è stato messo
altrettanto amore come valore materiale. I ricsciò-bicicletta per coloro
che stanno per iniziare una nuova esistenza, i panciuti recipienti
metallici lustrati a specchio per i locali, squisitamente fasciati da
una corda gialla, i libri per gli acharya, ognuno singolarmente avvolto
in un angavastra rosso con il mantra di Rikhiapeeth Aim Hrim Klim, e
tanto altro ancora: tutto espressione di amore e benevolenza.
L’attività instancabile dei karma yogin è percettibile ovunque, ed è
fruttuosa. L’ashram cresce di anno in anno e Sivananda Math dà vita a
progetti sempre nuovi. Al momento stanno creando un reparto per neonati,
ed è stata acquistata una vecchia fabbrica dove in futuro ogni giorno
1500 bambini riceveranno un pasto completo. A Rikhiapeeth si sviluppa un
concetto nuovo e moderno di sannyasin: sempre di più sta diventando
colui che lavora per la società, sempre più giovani prendono sannyas e
sempre di più si dedicano a chi ne ha bisogno.
Alla
vigilia della Sat Chandi Maha Yajna Swami Niranjan ci invita a riposarci
bene e a prepararci fisicamente e mentalmente all’indomani per non dover
lasciare il nostro posto per l’intera durata del rituale, almeno otto
ore. Questa notte abbiamo dormito poco, abbiamo cercato di immedesimarci
nell’atmosfera. Abbiamo preso la decisione di resistere fino alla fine,
perché per noi occidentali è già quasi una sfida stare seduti nove-dieci
ore senza interruzioni, ignorando eventuali bisogni fisiologici. La
nostra educazione non prevede questo tipo di disciplina, mentre allenare
la capacità di resistere serenamente costituisce uno strumento
indispensabile per temprare la forza di volontà.
La
colazione la prendiamo ancora al buio e in silenzio. Sta nascendo il
nuovo giorno, che si preannuncia splendido: l’aria così limpida, così
leggera, l’atmosfera è di una purezza indicibile, si sentono cantare gli
uccelli. Oggi Devi verrà sicuramente, dobbiamo essere vigili e aperti,
pronti a ricevere. La cerimonia inizia con il suggestivo Kanya Puja,
rituale in cui le kanya, come la più sublime manifestazione di Devi,
vengono venerate come lei e nutrite pubblicamente. Portano lunghi
vestiti rossi di velluto con un collier d’oro al collo e un diadema nei
capelli. Le servono e assistono addetti in kurta verde chiaro e rosa:
una grande sinfonia di colori.
Segue
homa e Sat Chandi Purnahuti, l’ultima oblazione al fuoco. Mentre i
pandit nel mandap per tutte le quattro ore del rituale recitano il Sri
Sukta e alimentano il fuoco, Paramahamsaji ci parla di inquinamento e
surriscaldamento della terra. Il suo contributo è la purificazione
dell’atmosfera e la rigenerazione della natura attraverso la Yajna, così
come si sta svolgendo proprio in questo momento con l’oblazione di
sostanze naturali purissime, la cui essenza si diffonde nell’atmosfera.
E mentre egli ci parla risvegliando la nostra coscienza, Devi fa piovere
la sua benedizione su di noi. Siamo avvolti da una grande nube di
energia celeste: pura, sottile e benefica e ci sentiamo così leggeri.
Alla fine si commemora Sita Kalyanam, le nozze simboliche di Sita e
Rama, segue arati: un’ultima volta riceviamo l’energia del fuoco sacro,
e poi è finita, irrimediabilmente. Abbiamo ricevuto tutto: l’ospitalità,
lo spettacolo, la benedizione di Devi, prasad: beni materiali e
ricchezze interiori.
Uno dei
momenti culminanti è stata la visita al giardino di Paramahamsaji.
Migliaia di visitatori lo hanno attraversato con una lunga marcia
silenziosa. Davanti al muro di recinzione è allestito un pantheon
dell’induismo. Numerose statuette di dèi: Durga, Parvati, Saraswati,
Kali, Shiva, Ganesha, Krishna, popolano lo scenario. A ogni divinità
viene data una dimora, un paesaggio creato apposta per essa con pietre
naturali, mosaici colorati, simboli, piantine e in parte perfino piccoli
laghetti. Sono state scelte solo piante spirituali e curative: tulsi,
pipal, bilva, canfora; queste alleate vegetali dell’uomo sono riunite
anche tutte insieme in un’aiuola ajurvedica modello.
Gli dèi
spesso meditano in montagna, le cime di sassi appuntiti, dipinte di
bianco, imitano le vette innevate. Viene dedicato spazio soprattutto a
Shiva: trishul, shivalingam, campane, lampade e un antro per la
meditazione vengono messi a disposizione del padre degli yogin. In
questo pantheon è stato accolto anche Sri Swami Sivananda. Egli siede in
perenne meditazione su di un piedistallo cui si accede tramite una
ripida scalinata. Questa creazione rispecchia una visione molto
personale del suo creatore, il suo mandala. Una passeggiata in questo
giardino si trasforma spontaneamente in una meditazione rigenerante:
immagini forti che, come quelle della Yajna, ci sono rimaste impresse e
abbiamo portate a casa nel nostro cuore.
KRIPA |