Satyananda Ashram Italia

Scuola di Yoga

Satyananda Ashram Italia


  • Lo Yoga come Controllo della Mente e del Sé (seconda parte)
  • Bhagavad Gita
  • La Pratica del Kirtan: Il Canto e la Melodia
  • Satsang con Swami Niranjan
  • Antar Mouna

Lo Yoga come Controllo della Mente e del Sé
(seconda parte)

Sat Sang di Paramahansa Niranjanananda
Bad Konig (Germania) 28 ottobre 1995

Il sistema del Raja Yoga di Patanjali

Per potere organizzare la nostra vita il sistema del Raja Yoga è molto efficace. Ci aiuta a munirci del senso del controllo sulle manifesta-zioni naturali ed umane dispersive. Ci aiuta ad acquisire consapevolezza dei diversi stati alterati della coscienza e della percezione umana. Nel si-stema del Raja Yoga, seguendo la tradizione di Patanjali, lo yoga è stato definito una forma di disciplina che è sia interiore che esteriore, attraverso cui possiamo acquisire la comprensione degli stati alterati della mente. Gli stati alterati della mente sono stati definiti come vritti.

Le cinque vritti

Le vritti sono cinque: conoscenza, falsa conoscenza, conflitto mentale, memoria e lo stato di assenza della percezione cosciente, che è il sonno. Queste sono le cinque manifestazioni della mente umana definite negli Yoga Sutra.

Conoscenza

La conoscenza è una cosa molto semplice, quello che percepiamo e realizziamo dopo la comprensione. Ti percepisco, vedo che hai un cor-po, vedo che hai una natura, vedo che hai una personalità, vedo che parli e che ti comporti in un certo modo, che agisci in una determinata maniera. Questa è la comprensione diretta, la percezione diretta, la co-noscenza.

Falsa conoscenza

Se non ti conosco e qualcuno mi fa la tua descrizione, creo un’immagine di te, ma l’immagine che creo non sarà a tutto tondo. Questa è la falsa conoscenza, perché è assenza di conoscenza diretta. E’ la creazione di un’idea fondata su di una percezione indiretta.

Conflitto mentale

La terza è il conflitto mentale. Quando durante la vita la nostra filosofia e le nostre azioni sono in bilico, attraversiamo il conflitto. Questo è il problema maggiore del conflitto, la principale area di conflitto nella nostra vita, il conflitto tra filosofia e azione. La filosofia è qualche cosa che pensiamo e crediamo essere giusta. La filosofia rappresenta l’essere attaccati a certi valori che ci teniamo stretti e consideriamo veri. Le azioni che ci portano contro il normale canale, o schema di pensiero, creano un conflitto. Che esso sia sociale, familiare, personale o globale, tutti i maggiori problemi del mondo e quelli personali sorgono dall’incompatibilità dei pensieri personali con le azioni.

Memoria

La quarta vritti è la memoria. Quando vi parlavo del controllo dell’impronta genetica, dell’impronta culturale e di quella spirituale attraverso il processo della meditazione, era dell’aspetto della memoria che vi stavo parlando. Tutte queste impronte sono fissate nella nostra personalità in forma di memorie. Le memorie sono consce, subconsce e sono anche inconsce. Una volta che abbiamo pulito ed armonizzato queste tre impronte, le nostre azioni cambiano all’esterno.

Sonno

La quinta vritti, che viene generalmente chiamata sonno, non è certo il sonno di cui facciamo esperienza ogni notte a letto, ma è l’assenza della percezione conscia mentale. E’ la sconnessione tra la mente ed i sensi. Passiamo dallo stato del sonno al processo di meditazione quando ci sconnettiamo dal mondo esterno. Se guardate il sistema di pratyahara, dharana e dhyana, allora diventa chiaro che in ogni stato il cambiamento rappresenta un diverso stato di percezione, una diversa qualità della mente, un differente stato di coscienza. Parlerò di queste tre diverse pratiche nel pomeriggio.
Per concludere, imparare a controllare le situazioni della vita in modo positivo e creativo è lo scopo della meditazione yoga. E’ l’abilità che ci dà finalmente la forza interiore ed il coraggio di fare esperienza della mentalità. E’ come imparare a nuotare. Se non sapete nuotare e andate in acqua, la possibilità di affogare è sempre lì che vi aspetta. Ma anche se sapete nuotare, ma non siete dei bravi nuotatori, c’è la possibilità di affo-gare. Poiché non siete capaci di sentire le correnti, non siete in grado di sapere come controllarle. Un buon nuotatore sa come controllare i differenti tipi di corrente, quando e come farsi trascinare dalla corrente per uscire dall’acqua, per uscire dalla forza della corrente, dalla sua attrazione.

Se volete attraversare un fiume per andare sull’altra sponda, dovete essere dei buoni nuotatori. Allo stesso modo, se vogliamo sviluppare una percezione più alta del mondo, dobbiamo essere dei nuotatori migliori, nuotatori yogi. Per questo bisogna imparare a nuotare, non nelle acque all’esterno, ma in quelle al nostro interno. Queste acque sono le vritti, queste correnti sono le vritti e l’abilità di nuotare in modo appropriato arriva dopo la percezione di sapere come meditare. Parleremo brevemente del processo di meditazione durante il pomeriggio.
Ancora una volta, sono molto felice di essere qui con tutti voi; come Swami Prakashananda ha detto prima nello spirito dello yoga, nello spirito dell’unità tanta gente è arrivata da molte parti dell’Europa. Ieri stavo calcolando da quanti paesi e abbiamo scoperto che ci sono dodici paesi rappresentati qui. Dodici è un buon numero. I segni zodiacali sono dodici, ed essi rappresentano ciascuno un segno del sole e quando tutti i segni del sole si riuniscono in un solo posto, o in una sola persona, allora quella persona è una persona completa e nello yoga noi diventiamo indubbiamente una persona completa.

Hari Om Tat Sat

Bhagavad Gita

Conferenza tenuta da Swami Satyananda in Danimarca, nel marzo 1971

Gita è l’abbreviazione della Srimad Bhagavad Gita. Essa è parte del grande poema epico Mahabharata, che significa letteralmente “la Grande India”. Questo libro ha governato la mente di pensatori e uomini di stato indiani per molti secoli. Per gli indiani esso coinvolge non solo un’ora, ma tutta la vita. E’ una filosofia che la mente indiana intuisce ra-pidamente.
La Gita inizia in modo drammatico. Circa 5000 anni fa, vi erano due fraternità che appartenevano ad una stessa famiglia, conosciute come i “5 fratelli” ed i “100 fratelli”. I “cento fratelli”, che costituivano le autorità governative, si sforzavano di raggiungere il completo controllo del regno, rifiutando di concedere ai “cinque fratelli” la loro dovuta parte. Il problema divenne così vitale che alla fine ambedue le parti si prepararono per una grande guerra per risolvere la questione. Finalmente giunse il giorno in cui si incontrarono sul campo di battaglia.
Il comandante dei “cento fratelli” era un uomo molto grande, po-tente e nobile, chiamato Bhishma.
Il comandante dei “cinque fratelli” si chiamava Arjuna. Anche se era il terzo dei 5 fratelli, divenne il comandante per le sue qualità di grande guerriero. Il conduttore del suo carro era Sri Krishna, conosciuto come una tra le Grandi Incarnazioni del Signore.
Quando parliamo della Gita dobbiamo fare un diretto riferimento a Krishna in quanto egli ha rivelato la Gita ad Arjuna e fino a quando non apprendete la vita completa di Krishna sino all’ora della sua morte, il si-gnificato della Gita rimarrà per voi oscuro.
Sin dal momento della sua nascita, Krishna affrontò solo dispiaceri e difficoltà. Giorno dopo giorno doveva battersi per affrontare i suoi nemici. Ma dal giorno della sua nascita sino al giorno della sua morte, non ci fu un giorno in cui non rise. Nella mitologia indiana troverete Krishna come un bambino vispo a casa, come bambino che gioca nei campi con i contadini, come uomo di stato molto esperto, come guerriero combattivo e come Guru che dà lezioni di yoga assoluto ed altre scienze.
Quando le due armate si trovarono una di fronte all’altra, il virtuoso Arjuna sentì di colpo oppressione e dispiacere. Si rese conto che avrebbe potuto uccidere i suoi familiari. Si rifiutò di combattere, piuttosto che affrontare la battaglia. E’ a questo punto che la filosofia della Gita inizia.
Krishna dice ad Arjuna che un uomo deve affrontare la vita, accettarla e combattere ad ogni gradino. Coloro che si aspettano che tutto nella vita sia confortevole, di loro gradimento, soffriranno sempre a causa delle loro difficoltà. Accettate la vita in qualsiasi forma essa si presenti a voi. Cercate di trarne il meglio attraverso la filosofia, la comprensione e la saggezza.
Ogni uomo lavora per compiere le proprie ambizioni e i propri desideri. Se ci riesce è felice, ma allo stesso tempo egli teme che forse una prossima volta queste sue aspirazioni possano venire a mancargli. Se i suoi desideri rimangono insoddisfatti egli è completamente distrutto. Qui iniziano i problemi della vita, sia mentali, psicologici che emozionali.
Questa è l’eterna battaglia che dovete affrontare e combattere, che ognuno sta combattendo, dalla nascita fino alla morte.
Questi 5 e questi 100 fratelli simboleggiano le due grandi forze che sono sempre in conflitto in ogni essere.
Per il progresso dell’individuo il conflitto è necessario. Senza queste forze antagoniste non potete evolvervi. Le comodità ed il piacere sono deleterie perché non danno all’individuo alcuna spinta per andare avanti nella propria vita. Le difficoltà ed i problemi sono gli acceleratori della evoluzione umana. Perciò dovete continuamente creare e confrontare il conflitto, solo allora l’anima potrà evolversi.
La conoscenza divina e spirituale viene a chi accetta e capisce la natura dei conflitti. Tra le due parti o forze opposte, presenti in ognuno di noi, vi è un Krishna che è il conduttore del carro e della macchina. Il vostro corpo è il carro.
Egli è l’anima interiore o il Guru che aiuta in questo conflitto. Anche se non è direttamente coinvolto nella battaglia, è dietro di essa, creandola in modo che l’anima o la coscienza individuale possa evolversi.
E’ in questo contesto che bisogna capire la Gita. Di queste due forze in conflitto nella vita umana, una forza dev’essere sottomessa e l’altra espressa. Il conflitto va affrontato con un’aspirazione ed una preparazione yogica.

La Pratica del Kirtan: il Canto e la Melodia

Di Swami Anandakumar, tratto da : “Yoga Vidya”, estate 1995, Satyananda Yoga Ashram, Australia

Se guardiamo da vicino la pratica del kirtan possiamo suddividerla nelle sue parti costituenti. Ognuna di queste è importante alla sua maniera, dato che ha effetti che sono sia indipendenti sia interattivi con gli altri elementi nel completare l’esperienza totale.

Canto

Per praticare kirtan dobbiamo cantare. Certamente qualche volta possiamo godere di un kirtan particolarmente bello in silenzio o possiamo trovarci assorbiti in un momento di sottile introspezione come conseguenza del canto di un kirtan; ma per conoscere il kirtan dobbiamo partecipare.
Il canto in comune abbatte le barriere.
Per centinaia di anni in tutte le culture il canto ha unito gruppi di persone in una comune comprensione sentita come un profondo livello di consapevolezza. Dai nativi delle Americhe agli aborigeni australiani, dal Tibet a Timbuktu, il canto è stato parte integrante della società e dell’identità di gruppo.
E’ interessante notare che solo nella società moderna il canto in comune è stato emarginato e non si può sapere quanto una mancanza di identificazione con il bene comune della società può essere collegato a questo solo fatto.
Per l’espressione individuale non c’è niente che eguagli il levarsi della voce nel canto.
Vengono superate le restrizioni della personalità e l’espressione individuale che può avere difficoltà a emergere in maniera profonda attraverso ogni altro canale, può trovare liberazione nel canto.

Melodia

Le canzoni che cantiamo ci attraggono attraverso la loro struttura melodica. Nel kirtan i toni sono semplici nel senso che sono generalmente abbastanza facili per essere imparati in una seduta.
Ma c’è un’altra ragione per la loro facilità. Molte melodie sono state tramandate dalla tradizione orale probabilmente modificandosi nel corso di molti anni.
Possiamo trovare che ci può essere familiarità con una melodia che non abbiamo mai sentito prima.
Sembra esserci un collegamento con qualche luogo della coscienza e nel coniare una frase, essa tocca una corda dentro di noi.
Attraversa i confini culturali perché c’è una parte nella nostra co-scienza che risuona con la melodia e non conosce linguaggi o barriere etniche.

Satsang con Swami Niranjan

tratto da: Swami Niranjanananda Saraswati,“Yoga, il Dono della Pace”, ed. Satyananda Ashram Italia

Puoi descriverci la relazione tra ego e guna?

Ego è un termine molto impreciso, usato per descrivere il senso di individualità. Questa individualità, che è rappresentata dall’ego, è consa-pevolezza solo auto-centrata o auto-orientata. L’ego denota anche alcune forme di interazione egoistica o negativa del sé individuale con l’ambiente esterno. Se noi diciamo “Io ho ego” ciò significa: “Non sono consapevole della mia positività, piuttosto sono più consapevole dei miei personali bisogni e ambizioni e cerco di realizzarli”.
In sanscrito c’è una meravigliosa parola che descrive questo pro-cesso dell’ego: ahamkara, che significa identità del sé, dell’essere indivi-duale, e in accordo con la tradizione yogica si dice che quando uno vive nel mondo manifesto l’ego manifesta. Questo ego, o ahamkara, è il senso di individualità, io sono un’unità, una distinta unità, un’unità della realtà suprema o coscienza.
Quando questa auto-identità entra in relazione con i guna cambia la qualità della vita o la sua espressione. Ciò che consideriamo ego è l’aspetto negativo o tamasico di quell’essere individuale. Occorre capire l’interazione dell’identità individuale con i guna allo scopo di capire il processo dell’ego.
Lo yoga ha descritto tre qualità principali o attributi che governano un essere individuale. Tali qualità sono conosciute come sattwa, rajas e tamas. Come esseri umani tendiamo ad essere più profondamente coinvolti in uno stato tamasico, che è fisso, che non permette ad alcuni cambiamenti di prendere posto nel comportamento normale della personalità umana; è un modello fisso di credenza, di azione, di comprensione; ed è anche un modello fisso di mente e interazione con la società. Questo non permette alla trasformazione del sé interiore di prendere posto naturalmente. Se c’è desiderio di cambiarsi, c’è anche paura e insicurezza, sentiamo che queste paure e insicurezze sono la causa di molti problemi psicologici, personali ed emotivi. In altre parole potremmo dire che l’auto-identità tamasica non procura opportunità di miglioramenti nella vita.
La successiva identità è l’auto-identità di natura rajasica. Lavora per ottenere soddisfazione e compimento, ed è ancora auto-orientata. Quello rajasico è uno stato di attività o dinamismo, ma auto-orientato.
Il terzo attributo è sattwico, che vuol dire puro, equilibrato, armo-nioso, luminoso e consapevole. Normalmente ci muoviamo dallo stato tamasico al rajasico per tornare al tamasico poi ancora al rajasico. C’è assenza di consapevolezza, espressione, comportamento e comprensione sattwici. Lo scopo dello yoga è far evolvere la qualità sattwica nella vita, che si esprime in uno stato armonioso ed equilibrato di percezione e comportamento, in cui la creatività interiore si esprime pienamente.
Allo scopo di giungere allo stato sattvico occorre praticare la meditazione, ma la meditazione in se stessa non è sufficiente, occorre cambiare attitudine e visione della vita. Questa attitudine è un aspetto molto importante e per cambiarla è necessario avere una visione ampia e l’abilità di capire e interagire creativamente e positivamente con l’ambiente e le situazioni.
Allo scopo di giungere a questo stato di interazione con la vita, occorre definire le aree di forza e di debolezza, le ambizioni e le spinte della nostra personalità. Le forze sono qualità che possiamo utilizzare allo scopo di elevare la nostra natura, di trasformarla.
Le debolezze devono essere cambiate e superate, fino a convertirle in forze. Per esempio l’indecisione deve essere trasformata in ferma convinzione. La perdita di volontà deve diventare pura e concentrata volontà. L’insicurezza deve essere convertita in uno stato di armonia. In questo modo le debolezze, quelle personali e individuali, e le loro qualità, devono essere cambiate.
Le spinte della natura umana andrebbero comprese per vedere qual è il risultato finale di una particolare spinta. Soddisfo il bisogno di uno o di molti? Contibuisco al mio ambiente personale o anche a quello della società e della comunità? Questa spinta, la consapevolezza di questa spinta è un’aspetto del karma yoga.
Ovviamente, anche le ambizioni devono essere incanalate in modo da essere più in armonia con la realtà della vita e non con le fantasie che dominano la nostra mente.

Antar Mouna

tratto da Swami Satyananda Saraswati, “Meditations from the Tantra”, ed. Bihar School of Yoga, Munger, India.

Trascrizione di una Lezione Completa di Antar Mouna

Nel numero scorso del periodico Yoga abbiamo pubblicato il primo stadio della pratica di antar mouna.
Presentiamo ora il secondo stadio.

Stadio 2

Il secondo stadio di antar mouna consiste nel divenire consapevoli del processo dei vostri pensieri.
Dovreste divenire consapevoli dei pensieri, del processo del pen-siero spontaneo, dei pensieri che vanno e vengono per conto loro.
Non dovete trattenere un flusso di pensiero.
Lasciatelo venire spontaneamente e andare per proprio conto.
Dovete rimanere testimoni silenziosi di ogni pensiero che passa per la vostra mente, e quando divenite consapevoli di un pensiero particolare dovrete dire alla vostra mente: “ Sì, io sto pensando a questo e a quello”.

E se per caso la mente diviene libera da pensieri dovreste cercare di divenire consapevoli anche di questo stato.
Può esserci uno stadio di assenza di pensieri anche nel caso di un principiante.
State guardando il processo dei vostri pensieri e siete tenuti a essere sicuri dei pensieri che vi arrivano.

Dovreste rimanere attenti tutto il tempo, e il modo per fare ciò non è trattenere i pensieri ma conoscerli.