Satyananda Ashram Italia

Scuola di Yoga

Satyananda Ashram Italia


  • Lo Yoga come Controllo della Mente e del Sé (terza parte)
  • Relazione sull’Incontro ad Aix-les-Bains con Sw. Niranjan
  • La Pratica del Kirtan: Ritmo, Mantra e Bhakti
  • Yoga e Ipertensione
  • Antar Mouna
  • Il Messaggio di Sw. Niranjan ai Ragazzi
  • Il Primo Campo di Yoga per Ragazzi a Montescudo, Italia
  • La Dimensione del Prana
  • Respirazione Ritmica

Lo Yoga come Controllo della Mente e del Sé
(terza parte)

Satsang di Paramahansa Niranjanananda
Bad König (Germania) 28 Ottobre 1995

Continuando con l’argomento che abbiamo scelto questa mattina vorrei parlare dell’aspetto pratico del controllo della mente e del sé. È Il riconoscimento dei vari aspetti e strutture della nostra personalità, della struttura mentale, della struttura emozionale. Tale riconoscimento, insie-me alla comprensione della personalità umana, inizia con le pratiche di pratyahara.

Il sistema Raja Yoga di Patanjali

Nel sistema Raja Yoga di Patanjali sono stati definiti tre gruppi di pratiche che formano parte del processo meditativo. Il primo gruppo è la serie di pratyahara in cui cominciamo a rendere estroversa l’attenzione per diventare consapevoli dei messaggi sensoriali. Dopo che siamo diventati consapevoli della connessione tra i sensi, il cervello e la mente, incomincia il processo di isolamento della consapevolezza dagli oggetti di attrazione. Qui finisce pratyahara e inizia la pratica di dharana. Quando iniziamo ad isolare noi stessi dagli oggetti di attrazione allora abbiamo bisogno di un punto interiore dove focalizzare la nostra energia e la nostra coscienza. In questo processo diveniamo consapevoli dei simboli psichici oppure focalizziamo noi stessi su di un simbolo che viene creato. Qui finisce dharana. Vi sto dicendo il processo in breve, prima di approfondire l’argomento.
Quando abbiamo focalizzato noi stessi su di un simbolo, sia che sia autoimposto o che affiori naturalmente dall’interno, e quando oltrepassiamo l’analisi intellettuale del simbolo, allora l’abilità intuitiva converte quel simbolo in una forma di visione. Questa visione del simbolo, allora, diventa un’esperienza che combina la consapevolezza della personalità esterna e di quella sottile. Con la fusione dell’energia esterna manifesta e dell’energia sottile, avviene un processo di identificazione con quella visione. Questa è la fine della pratica di dhyana, la meditazione. Così nella prima parte c’era l’estensione dei sensi e poi il graduale isolamento dell’attenzione dagli oggetti di attrazione. Come possiamo raggiungere tutto questo nella vita di ogni giorno?
Naturalmente ci sono diverse pratiche, come è stato definito dalla tradizione yogica, ma il vero inizio della pratica avviene quando vi sedete per cinque minuti con voi stessi. Alcune persone potrebbero dire: “Non ho abbastanza tempo per praticare yoga a causa della routine e del coinvolgimento con la famiglia e col lavoro”. Ma questo non importa. Se volete praticare posizioni (asana), tecniche respiratorie (pranayama), o altre tecniche di yoga sistematiche dovete trovare il tempo, in un modo o nell’altro. Ma se volete praticare auto-consapevolezza e meditazione non avete bisogno di fissare un tempo a parte. L’unica richiesta è che siate in-tensamente consapevoli di voi stessi per cinque minuti ogni dodici ore. Cinque minuti al mattino per coprire il periodo del vostro sonno e cinque minuti la sera per coprire il periodo del vostro tempo da svegli. Che cosa dovrete fare in questo tempo?

Pratica iniziale

Dovete solo sedervi tranquillamente su di una sedia, oppure potete anche sdraiarvi sul letto o sedervi sul pavimento in una posizione medita-tiva e per iniziare gradualmente estendere la vostra consapevolezza attra-verso il corpo. Fate esperienza di tutto il corpo nella sua totalità. Non at-traverso la mente. Se in quel momento devo fare esperienza del mio pollice, allora io sarò dentro il mio pollice. Se devo fare esperienza del mio alluce destro, questo non sarà una parte del mio piede, ma la mia intera coscienza, la mia totale attenzione, la mia totale consapevolezza saranno lì a farne esperienza. Così in effetti non starò facendo esperienza del mio corpo attraverso la mente, starò piuttosto facendo esperienza della mia mente attraverso le diverse parti del corpo. Proiettando l’attenzione in questo modo, verrà fatta esperienza della mente in ogni singola parte del corpo, nel corpo intero. Un esempio di pratica dove impariamo a estendere la consapevolezza è yoga nidra. Quando iniziamo a ruotare la nostra coscienza attraverso le diverse aree del corpo, inizialmente ci viene insegnato a vedere la loro forma, la loro immagine di fronte agli occhi chiusi. Ma quando questa pratica diventa parte di noi, non visualizziamo la parte, diventiamo piuttosto “la parte”. Questo è l’allenamento per sviluppare o per estendere la nostra consapevolezza. Avviene nello stesso modo anche nel processo meditativo. Dobbiamo lentamente e progressivamente acquisire l’abilità di diventare la consapevolezza all’interno del nostro corpo. Vi darà una grossa spinta se lo proverete.

La routine dei cinque minuti

Cinque minuti ogni giorno per dieci giorni, quindici giorni, venti giorni, finché potrete veramente sentire che siete la consapevolezza in una parte. Dopodiché, gradualmente iniziate ad isolarvi dalle sensazioni fisiche di agio, disagio, piacere, sofferenza, e iniziate ad identificarvi con l’energia che fluisce nella struttura fisiologica. Questa energia, che si muove attraverso ogni singola parte del corpo, è prana. Per cinque minuti al giorno siate solo consapevoli di questo, per dieci giorni, quindici giorni, non di più. Vi sto spiegando una pratica davvero molto semplice. Cosa capita quando lo facciamo?
Nella prima parte c’è l’estensione della consapevolezza, della per-cezione. Nella seconda parte sconnettiamo noi stessi dall’esperienza fisica del dolore, agio o disagio, poiché l’esperienza fisica di agio, disagio, dolore, piacere, appartengono alla struttura muscolare e ossea del nostro corpo. Comunque al di sotto di tutti gli strati della pelle, muscoli e ossa, lì fluisce l’energia vitale, il prana. Come farne esperienza? Dovete diventare consapevoli dell’energia vitale all’interno del corpo fisico.

Che cos’è il prana?

E’ il verde dell’erba, è la freschezza dell’aria, è il calore del corpo, è la luce del sole, è il fresco chiarore della luna. L’essenza che si manifesta da ogni oggetto è la sua forza vitale. Può anche essere il sorriso birichino nei nostri occhi. E’ molto difficile definire che cosa sia il prana, ma è allo stesso tempo facile fare esperienza del prana come l’essenza del nostro essere, come la forza che si muove all’interno del nostro corpo e gli dà la vita, come la forza che è all’interno della mente e ne crea il dinamismo.
L’esperienza di quel movimento di energia al di là degli strati esterni del corpo è lo scopo di pratyahara. Chiunque può praticare pra-tyahara; sia nella pratica di yoga nidra o antar mouna o ajapa japa, i sensi sono gradualmente allenati a fare esperienza dell’energia pranica ritiran-dosi dalle connessioni esterne e questo può essere raggiunto dedicandovi cinque minuti ogni mattina e ogni sera tramite il semplice diventare con-sapevoli di cosa sta accadendo interiormente.

Le pratiche di dharana

Quindi andiamo avanti con le pratiche di dharana. Per cinque mi-nuti al giorno, dopo che ha avuto luogo la consapevolezza dell’energia, si cerca di focalizzare il flusso di energia dandogli una forma ed un’immagine mentale. A questo punto dobbiamo comprendere una cosa basilare dello yoga. Esternamente funzioniamo usando il linguaggio che è scritto e che corrisponde ad un concetto nella nostra mente. Ma interna-mente ci concentriamo usando il linguaggio dei simboli. I simboli che creiamo nella nostra mente in realtà rappresentano lo stato del nostro essere ed aiutano a canalizzare le forze che sono interne e sottili. Per esempio: quando siamo diventati consapevoli dell’energia creiamo il simbolo di un triangolo nella nostra mente. L’intensità di concentrazione nell’essere consapevoli del simbolo insieme all’essere consapevoli del respiro con il simbolo aiuterà a canalizzare l’energia pranica conformemente all’immagine che creiamo all’interno. Per esempio: sto meditando, mi focalizzo su un simbolo, e quando inspiro, internamente coordino il mio respiro con il movimento di consapevolezza. Un altro esempio: osservo il respiro che entra da entrambe le narici come due forze che si uniscono al centro tra le sopracciglia, e quando espiro dal punto dove il respiro si era unito, si trasforma in due forze che escono dalle narici. Sovrappongo questa consapevolezza del respiro al simbolo del triangolo cosicché il mio respiro salirà attraverso i lati del simbolo verso l’apice quando inspiro e quando espiro scenderà lungo i lati. In questo modo la coordinazione tra un’attività fisica ed un’immagine mentale aiuterà ad armonizzare il flusso di prana sia nel corpo che nella mente. Questa impressione visuale o immagine che creiamo avrà anche un effetto sottile sulla mente umana. L’allineamento in termini fisici delle attività degli emisferi destro e sinistro del cervello, delle attività di ida e pingala, il positivo e il negativo, l’energia solare e quella lunare.
In questo modo si svilupperà la concentrazione, sorgerà una sottile consapevolezza della nostra personalità interiore e la struttura energetica dell’individuo si attiverà. In questo modo la dissipazione mentale esterna cesserà e sarà canalizzata. Di tanto in tanto diversi simboli si manifesteranno dalle profondità della nostra mente, della nostra coscienza, ed ogni simbolo rappresenta un diverso stato d’essere. Figure geometriche, quando usate come simbolo, armonizzeranno la personalità interiore. Ma dopo questo ogni tipo di figura può venire fuori, una persona, un fiore, un animale. Quell’immagine rappresenterà una qualità speciale che ha bisogno di essere sviluppata. Alcune persone possono vedere immagini che possono essere considerate come visioni. Ma non sono veramente visioni, sono solo una espressione della nostra natura interiore, che adotta l’immagine o il corpo di un’idea o di una qualità che significano qualche cosa per noi. Quindi inizia la concentrazione su quel simbolo. Con la pratica potete sviluppare la concentrazione in ogni momento della giornata.
Vi darò un esempio: una volta mentre stavo viaggiando guardai un pino fuori dalla macchina. Era un pino, quindi era un luogo in Europa. In un attimo avvenne un cambiamento, e il mio corpo divenne il pino. L’esperienza non durò più di un minuto o due. Ma durante quel tempo ebbi l’esperienza di un’ora o due. Il concetto di tempo cambiò. Sentivo me stesso come l’albero che stavo guardando. Sentii il mio corpo come il tronco, e potevo sentire la corteccia. Potevo sentire gli insetti strisciare sulla corteccia, potevo sentire la crescita del muschio sulla corteccia. Po-tevo sentire l’umidità all’interno del tronco. Potevo sentire il tocco della brezza. Potevo sentire le mie braccia come i rami e i rametti che ne veni-vano fuori. Potevo sentire le foglie, gli aghi del pino che crescevano fuori dal mio corpo. Era come se la totalità della mia coscienza avesse trasferito questo corpo in quell’albero. Quella fu la prima esperienza di identificazione che ebbi con qualche cosa. Accadde molto tempo fa, nel 1978 circa.
Dopo quell’esperienza per molte volte dovetti controllare me stes-so dall’identificarmi con qualche cosa. Non ci vuole molto. Capita in un attimo e dura per un minuto o due dopodiché torno indietro. Ma durante quel breve periodo di tempo io divento quella cosa. Qualche volta ci ho provato consciamente con le persone per fare esperienza di ciò di cui loro fanno esperienza – un mendicante per la strada, un uomo d’affari nel suo ufficio direttivo – e per me è stato qualche cosa che mi ha aperto gli occhi dal punto di vista che l’intensità di concentrazione, l’intensità di consapevolezza è così forte, che in un minuto circa, diventando quell’oggetto o quella persona ne so praticamente tutto. Non è un’abilità che può essere sviluppata, ma è piuttosto uno stato di consapevolezza e concentrazione che può verificarsi quando si perfeziona pratyahara. Di fatto è l’identificazione con l’oggetto della concentrazione senza alcuna dissipazione mentale ed emozionale che è dharana. Può essere qualsiasi cosa, sia un’immagine mentale o un oggetto esterno. Fare esperienza e identificarsi, sia esso un identificarsi con un pensiero o un identificarsi emozionale, ma con completa consapevolezza, questo è dharana.
Ci spostiamo quindi nello stato di meditazione. Nel frattempo la nostra struttura mentale ha subito una trasformazione. Siamo diventati più consapevoli di come reagiamo alle diverse situazioni, alle diverse condizioni, e questa consapevolezza ci ha anche dato un più profondo controllo sulle espressioni della personalità umana, della mente e del corpo in relazione al mondo esterno. È a questo punto che ci spostiamo verso lo stato di dhyana, meditazione. Per piacere, ricordatevi che sto sempre parlando in termini di separare cinque minuti al giorno per sviluppare questo tipo di consapevolezza. Non sto parlando di sedersi in meditazione per un’ora con gli occhi chiusi e combattere, lottare e cercare di raggiungere qualche cosa.

Dhyana

Nello stato di dhyana, che è meditazione, c’è una profonda identi-ficazione con l’oggetto della concentrazione. A quel punto lo schema mentale è cambiato, e prima non poteva capitare che io potessi trasferire la mia consapevolezza da una cosa ad un’altra. In questo stato di profonda identificazione c’è un passaggio di sensazione, emozione e idea, tutto insieme. In quel momento le esperienze sensoriali e le esperienze mentali superficiali non hanno alcuna presa sulla personalità, piuttosto sono degli avvenimenti che il corpo o la mente vivono spontaneamente e naturalmente, come guidare una macchina. Quando sapete come guidare una macchina non dovete pensare quando schiacciare il freno, quando l’acceleratore, quando la frizione e quando inserire la marcia. Tutto avviene automaticamente, ma anche allora c’è piena partecipazione alla vita. Ma una parte della consapevolezza è al di sopra di voi che guarda il corpo, la mente; questa consapevolezza osserva l’intensità ed il livello di felicità e gioia, di sofferenza e pena; questa consapevolezza non permette all’individuo di divenire ossessionato dall’intensità e dal livello di felicità, gioia, sofferenza, dolore Difatti dovreste ricordare che nella nostra vita tendiamo a divenire ossessionati dalle cose che ci piacciono o che non ci piacciono. Questa ossessione, sia essa intellettuale, emozionale o profondamente interna, non di meno è un’ossessione. Ossessione significa qualche cosa che ci fa decidere in un modo o nell’altro e ce lo fa sentire intensamente. Non sto parlando dal punto di vista di uno psicanalista, sto cercando di definire ciò che questa parola significa realmente per noi nelle situazioni della nostra vita. Il cibo può essere un’ossessione, il sonno può essere ossessione, si-gnificando qualche cosa che ci piace molto. In India il cibo è un’ossessione. Intendo dire che devo aspettare otto mesi prima di poter mangiare pizza o spaghetti. Negli ashram qualche volta il sonno può essere un’ossessione poiché a volte le ore di sonno sono limitate e talvolta sentiamo solo il grande bisogno di dormire e dormire senza essere disturbati dal lavoro, dalle persone, da questo o da quello. La famiglia può essere un’ossessione, il lavoro può essere un’ossessione, gli effetti personali possono essere un’ossessione, gli amici possono essere un’ossessione e anche i nemici. E’ sia una totale accettazione sia un totale rigetto, non esiste una via di mezzo. Nello stato di meditazione, quando una parte della nostra coscienza è in alto, allora quella consapevolezza ci permette la partecipazione totale alla vita, ma non permette di esserne ossessionati. Non ci permette di diventare così attaccati da essere incapaci di distaccarci, e non ci permette di essere così distanti da non poter tornare assieme. Non c’è rifiuto e non c’è attaccamento. E ci consente la libertà di fare quello che vogliamo. Allo stesso tempo, a questo livello, ci dà una visione più elevata, una più alta prospettiva della vita.
Quindi meditazione è stata una parola e una pratica non esattamente compresa. Meditazione significa avere quattro occhi. Due occhi per vivere in questo mondo ed altri due per fare esperienza dell’armonia e dell’energia di ida e pingala. Questa è la pratica del sistema di meditazione di cui dobbiamo cercare di fare esperienza nella vita, poiché nel momento in cui ci spostiamo da pratyahara a dharana e a dhyana, impariamo come gestire le nostre vritti, le modificazioni, gli stati della mente, della personalità e della natura.

Dall’Incontro con Paramahansa Niranjanananda
ad Aix-les-Bains – Aprile 1997

Dal 24 al 27 Aprile 1997 si è svolta ad Aix-les-Bains la manifestazione “Un Incontro per gli Amici dello Yoga” organizzata dalla “European Yoga Fellowship”. Ospite d’onore della manifestazione è stato Paramahansa Niranjanananda, discepolo diretto e successore di Paramahansa Satyananda. All’Incontro hanno partecipato circa 600 persone che con la loro presenza hanno contribuito al successo della manifestazione, generando un’atmosfera allegra, gioiosa e “dinamica”. Con l’occasione desideriamo porgere un vivo ringraziamento a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo evento.

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Impressioni

L’aver partecipato all’ “Incontro per gli Amici dello Yoga” ad Aix-les-Bains è stata per me un’esperienza intensa ed interessante soprattutto per la presenza di Swami Niranjanananda, oltre che per l’opportunità di apprezzare molti altri relatori ed il fatto di trovarmi in un contesto yogico insieme a molte altre persone interessate allo yoga.
Swami Niranjan è stato ancora più vicino e comunicativo rispetto al precedente incontro in Italia nel 1994.
Potrei dire che sembrava parlasse direttamente a me, così come al cuore di ogni singolo partecipante, ed eravamo in tanti!
Le sue parole semplici e ricche di significato raggiungevano diret-tamente il bersaglio come una freccia sicura.
Con grande semplicità ha dato indicazioni ed ha chiarito come ap-plicare lo yoga per le persone che vivono in un contesto sociale con impegni di lavoro e di famiglia, che non hanno la possibilità di dedicarsi ogni giorno per ore alla pratica dello yoga, né di seguire frequentemente dei seminari.
Swami Niranjan ci ha consigliato di imparare una sola cosa e di applicarla bene, se non si può di più.
Ha suggerito di praticare, secondo le possibilità, alcune semplici asana e pranayama al mattino; pranayama e yoga nidra alla sera per il ri-lassamento ed alla sera quando si va a letto di osservare i momenti della giornata.
A tutti noi ha detto: “Praticate Karma yoga durante tutto il giorno. Qualsiasi azione fatela con consapevolezza. Trasformate quello che fate in un’attività conscia, scrivendo, guidando, ecc.. Non permettete alle cose di accadere in modo meccanico. In questo modo lo yoga diventa un processo senza sforzo, perché fa parte della vostra routine e non è necessario andare ad un seminario per risvegliare la Kundalini”.

Swami Niranjan ci ha incoraggiato ad applicare la filosofia yoga nella vita, riprendendo le parole di Swami Shivananda “unificate l’attività della mente, del cuore e delle mani”, a realizzare le facoltà dell’intelletto ed a esprimerle concretamente nell’azione, aiutando chi si trova intorno a noi.
Ci ha detto chiaramente: “Questa è la filosofia yoga, l’unione della meditazione con il karma yoga e con il cuore”.
Inoltre ci ha incoraggiato ad applicare lo stile di vita yogico “con consapevolezza”. Secondo quanto ci ha detto: “Combinare questi due aspetti, filosofia yoga e stile di vita yogico, porta ad aprire i chakra ed a risvegliare la Kundalini. Si impara a vivere semplicemente e con apertu-ra”.

Penso che questi insegnamenti così semplici ed al tempo stesso profondi espressi da Swami Niranjanananda, possano portare equilibrio, gioia e completezza nella vita di ciascuno di noi, se applicati correttamente. Nel riportarli a persone che non avevano partecipato all’incontro, ho potuto notare vivo interesse, apertura e ricettività.

Come la rugiada rinfresca i fiori al mattino, così le parole di Swami Niranjan rinfrescano il nostro animo.

Sannyasi Vimalananda

La Pratica del Kirtan: Ritmo, Bhakti e Mantra

di Swami Anandakumar, tratto da: “Yoga Vidya”, estate 1995, Satyananda Yoga Ashram, Australia

Nello scorso numero abbiamo esaminato il canto e la melodia, ve-diamo, ora gli altri tre elementi: ritmo, mantra e bhakti.

Ritmo

Ogni cosa ha un ritmo. I pianeti, gli anni, le stagioni, il giorno e la notte, il ciclo lunare, il ciclo della fertilità, il battito del cuore hanno dei cicli energetici che riguardano il ritmo. Ricorriamo al ritmo nel modo di parlare. Ci sono cicli ritmici sottili, come i cicli circadiani, che governano le energie vitali, di cui possiamo essere più o meno consapevoli.
Se emettiamo una pulsazione ritmica con cui possiamo identificarci c’è una forte influenza armonizzante. Mente, corpo e emozioni si fondono nella comune consapevolezza del ritmo. Noi ci appoggiamo nel ritmo, abbandonando volontariamente il controllo fisico, mentale ed emozionale. Così può avvenire una liberazione; potremmo essere portati alla danza come ulteriore espressione dell’armonia ritmica che sentiamo in noi. Un bel ritmo è assolutamente irresistibile. Anche questo si trova in ogni cultura del mondo.

Mantra

Nel kirtan iniziamo a identificare un elemento che non è comune ad altri stili musicali: il mantra è una forza vibrante percepita ad un livello molto sottile. Qui non abbiamo lo spazio per entrare nei dettagli del mantra, ma nel kirtan le parole generano una vibrazione di se stesse.
Noi possiamo essere consapevoli di ciò esternamente perché il mantra sembra sempre avere una appropriata qualità rispetto alla colloca-zione delle sillabe e l’enfasi del ritmo delle parole. Esso aumenta la sua forza con la ripetizione.
Non dobbiamo essere limitati ad una sola lingua per fonderci con il potere del mantra. Parole ben scelte in ogni lingua, con un andamento poetico, suscitano un effetto mantrico, specialmente quando esprimono una conoscenza universale o cosmica.

Bhakti

Bhakti è l’elemento che innalza la pratica del kirtan da una consa-pevolezza individuale alla comunione con la coscienza divina. E’ il mezzo attraverso il quale impieghiamo il nostro desiderio di andare oltre il nostro sé e ritrovare noi stessi in una differente dimensione di consapevolezza attraverso l’amore per Dio. Questo non è amore nel senso comunemente inteso della parola, ma è una realizzazione dell’unità fondamentale di tutta l’esistenza, di melodia, ritmo e mantra in ogni cosa.
Ognuno di noi fa appello a questa scintilla divina in modo differente: sta ad ogni individuo trovarla in se stesso; tuttavia il kirtan è il mezzo sia per scoprire sia per esprimere questa realizzazione. E’ stato detto che il kirtan non è un procedimento religioso. Ciò è giusto perché non ci sono precetti o linee guida su come lo stimolo o l’esperienza individuale dovrebbe essere. Il procedimento è comune, l’esperienza è individuale.
La pratica del kirtan induce ad una consapevolezza poliedrica e pluridimensionale: dalla melodia al ritmo, dal canto al mantra, dalla terra al cielo. Ciascuno di questi elementi opera in noi su di un crescente livello sottile di consapevolezza. Dovremmo capire che, come per una pratica di yoga, noi possiamo ottenere un grande beneficio dal provare assiduamente a perfezionare la consapevolezza di ogni aspetto del kirtan, per raggiungere il livello unitario di coscienza ancora più alto.

Yoga e Ipertensione

tratto da: “Yoga Vidya”, inverno 1996, Satyananda Yoga Ashram, Australia

L’ipertensione

Pressione alta

Questa malattia può abbreviare la vita di una persona anche di qualche decennio. Vi è infatti una forma conosciuta come “ipertensione maligna” che è spesso rapidamente mortale. Non sorprende quindi che gran parte delle ricerche sullo yoga siano state dedicate all’ipertensione.
Un cardiologo di Bombay (India), il dott. K.K. Datey, ha insegnato la meditazione nyasa (che egli ha chiamato “Shavasana” dalla postura nella quale viene praticata) ai suoi pazienti affetti da ipertensione, ed ha avuto ottimi risultati. La maggior parte di essi non ha più bisogno di medicinali o ne ha notevolmente ridotto l’assunzione.

Il dott. Chandra Patel, in un articolo su Lancet, l’autorevole rivista medica inglese, ha fatto una relazione sull’uso del rilassamento yogico con biofeedback nella cura dell’ipertensione.
E’ stato constatato che un quarto delle persone ha potuto smettere completamente di prendere medicinali, mentre le altre, per la maggior parte, sono state in grado di ridurre sostanzialmente i farmaci, o quantomeno hanno avuto un miglior controllo sulla pressione sanguigna.

Il dott. K.N. Udupa, direttore dell’istituto di Scienze Mediche della Benares Hindu University, ha constatato che i risultati sono anche migliori se la persona esegue alcuni facili esercizi fisici di yoga prima del rilassamento o della meditazione, e noi abbiamo avuto gli stessi risultati. Udupa ha dichiarato che “soggettivamente, tutti i pazienti riferiscono di sentirsi molto meglio, più equilibrati e più calmi”. Un numero notevole di essi ha potuto smettere di prendere i medicinali senza correre rischi e molti altri ne stavano ancora riducendo il dosaggio al momento della relazione.
Il dott. Stone e il dott. De Leo (New England, Journal of Medicine, Gennaio ‘76) hanno constatato che il semplice esercizio yogico di essere consapevoli del respiro per dieci minuti al mattino e alla sera ha ridotto notevolmente l’ipertensione durante un periodo di sei mesi.

Indichiamo qui di seguito un gruppo tipico degli esercizi più effi-caci per la cura della forma di ipertensione che più risponde ai trattamenti (ipertensione essenziale):

1. Neti come prima pratica al mattino;
2. Esercizi di flessibilità al mattino dopo una doccia;
3. Bhramari pranayama per 3/5 minuti dopo gli esercizi per l’elasticità;
4. Respirazione alternata attraverso le narici per 3/5 minu-ti dopo Bhramari;
5. Meditazione nyasa al mattino dopo gli altri esercizi, alla
sera, o al mattino e alla sera se possibile.

Chiunque esegua questi esercizi abitualmente può riportare la pressione sanguigna a valori normali entro qualche mese, senza bisogno di medicinali. Poi continuerà con alcuni degli esercizi (o con tutti quanti) e si farà controllare regolarmente la pressione.

Si consiglia a chiunque prenda dei medicinali contro la pressione sanguigna elevata di recarsi dal medico più regolarmente (p.es. ogni set-timana o ogni mese) mentre la pressione scende per effetto degli esercizi di yoga, poiché ciò permetterà al medico di ridurre progressivamente la quantità di farmaci che il paziente sta prendendo. I cambiamenti nelle cu-re anti-ipertensive (aumenti o diminuzioni) devono sempre essere effettuati sotto il controllo medico.
I benefici dello yoga per tutti coloro che soffrono di ipertensione sono così convincenti che a tutte le persone che soffrono di questa malat-tia dovrebbe essere data la possibilità di un addestramento yogico, parallelamente a una cura medica se i farmaci sono proprio necessari.

Consigli dietetici

1. Consumo minimo di sale (sodio), aumento di potassio (frutta fresca, verdura).
2. Apporto adeguato di calcio e di magnesio (latticini, verdure a foglia verde, cereali integrali).
3. Consumo minimo di zucchero.
4. Acquisizione di un peso normale.
5. Eliminare la caffeina.
6. Abbondante consumo di fibre.
7. Lecitina (contiene colina).
8. Cipolle e aglio.
9. Ridurre l’uso di sigarette e bevande alcoliche (preferibilmente elimi-narle).

Il meccanismo dello stress

La classica risposta dello stress proviene dal sistema limbico e dall’area dei lobi frontali del cervello, e coinvolge sia il sistema nervoso autonomo che le ghiandole endocrine.

Nei momenti di stress o di paura, l’ipofisi secerne l’ormone adrenocorticotropico (ACTH) che gestisce le attività delle ghiandole surrenali. Dapprima viene trasmesso un segnale all’ipotalamo nel mesencefalo. Di là un impulso nervoso o segnale viene inviato alle surrenali; queste secernono l’adrenalina, che è immessa nel sangue.

L’adrenalina ha molti effetti: accelera il battito cardiaco; causando una costrizione dei vasi sanguigni, accresce la pressione del sangue; aumenta il tasso di consumo dell’ossigeno nel corpo e aumenta la frequenza respiratoria. Fa affluire il sangue in superficie allontanandolo dagli organi interni, cosicché i nostri sensi si acuiscono e la digestione rallenta.

Il corpo risponde allo stress per effetto del coinvolgimento del cervello, dei nervi, delle ghiandole o dei muscoli. L’efficacia delle loro risposte dipende molto dalla purezza del sangue in circolazione, che alimenta le cellule con l’ossigeno.

Questa è la ragione per cui gli esercizi di yoga sono così importanti; la pratica costante di asana, pranayama e rilassamento migliora grandemente l’integrità dell’insieme mente/corpo, permettendogli di assorbire e contrastare più facilmente lo stress.

Yoga e sistema endocrino

La maggior parte delle malattie della nostra epoca, come l’asma, l’artrite, le malattie del sistema autoimmunitario, il cancro, l’arteriosclerosi coronarica, il diabete, l’ipertensione, le malattie mentali, l’emicrania e le cefalee dovute alla tensione (pressione), l’obesità, l’ulcera peptica, la tirotossicosi e l’insufficienza tiroidea, sono connesse con lo stress. Questo non è un elenco completo, ma è già abbastanza spaventevole, e riflette gli enormi problemi che oggi l’umanità si trova ad affrontare a causa dello stress.

La classica risposta allo stress proviene dal sistema limbico e dall’area dei lobi frontali del cervello, e coinvolge sia il sistema nervoso autonomo che le ghiandole endocrine. Questi tre sistemi operano come agenti di segnalazione. Così come un’automobile viene messa in moto tramite l’accensione, il distributore e il motore, il corpo risponderà allo stress tramite il coinvolgimento del cervello, dei nervi, delle ghiandole o dei muscoli.

Le ghiandole endocrine

Le ghiandole endocrine secernono sostanze chimiche e ormoni che regolano il metabolismo del corpo e influiscono molto sul nostro umore e sui nostri sentimenti. Esse comprendono essenzialmente: la ghiandola pineale e l’ipofisi, collegate all’ipotalamo nel cervello; le ghiandole tiroide e paratiroidi nella gola; il timo nell’area superiore del torace; le surrenali, le ovaie e le gonadi che comprendono le ghiandole sessuali nell’area del perineo.
Le pratiche di yoga che hanno come obiettivo le ghiandole endocrine influenzano profondamente il nostro modo di sentire. Esse rafforzano la nostra capacità di assorbire lo stress negativo (dystress) ed aumentano la nostra propensione ad avere lo stress positivo (eustress). Asana, pranayama e tecniche di rilassamento focalizzate sulle zone delle ghiandole endocrine stimoleranno reazioni in ogni parte del mare chimico che costituisce il sistema.
Ecco alcune delle pratiche che agiscono in modo semplice sulle ghiandole endocrine:

1. Shashankasana (ipotalamo e surrenali)
2. Sarvangasana (tiroide e paratiroidi)
3. Marjariasana (ghiandole riproduttive e tiroide)
4. Bhujangasana (ghiandole riproduttive)
5. Paschimottanasana (surrenali)
6. Asana del taglialegna (timo e ghiandole riproduttive)
7. Katichakrasana (surrenali)
8. Dwikonasana (timo)
9. Nadi Shodhan Pranayama (ipotalamo)
10. Palming (nervi ottici)

Antar Mouna

tratto da: Swami Satyananda Saraswati, “Meditations from the Tantra”, ed. Bihar School of Yoga, Munger, Bihar, India

Trascrizione di una Lezione Completa di Antar Mouna

Nei numeri scorsi del periodico Yoga abbiamo pubblicato il primo e il secondo stadio della pratica di antar mouna.
Presentiamo ora il terzo e il quarto stadio.

Stadio 3

Richiamate alla mente ogni pensiero che volete pensare.
Non lasciate che venga spontaneamente, ma richiamatelo con la volontà.
Pensateci su per un po’ e poi eliminatelo.
Non permettete in nessun modo che pensieri spontanei si presenti-no e si manifestino, ma create di proposito un pensiero con la volontà, mantenetelo per un po’ di tempo, rifletteteci sopra, e poi di colpo, elimi-natelo!
Se un pensiero spontaneo vuole presentarsi da solo, comunque questo pensiero possa essere, positivo o negativo, interessante o accatti-vante, non lasciate che si manifesti, ma dite: “No! Non ti voglio ora”.
Poi pensate ancora a un altro pensiero, mantenetelo e rimuginatelo per qualche tempo e poi, con una spinta improvvisa, eliminatelo.
E poi andate avanti con il terzo pensiero; create un pensiero, man-tenetelo un po’ di tempo, e quando ci avete pensato su per un po’ eliminatelo e procedete con un altro pensiero, naturalmente con la volon-tà.
Personalmente mi sembra che non sia difficile sbarazzarsi dei pensieri positivi, ma i pensieri negativi sono molto ostinati.
Una volta che vi sono venuti in mente pensieri negativi, in qualsiasi momento del giorno, diventa molto difficile sbarazzarsene, quindi l’alle¬namento mentale dovrebbe procedere in questa maniera: create un pensiero negativo a volontà, rimuginatelo per un minuto o più e poi, con una spinta, eliminatelo.
E se praticate questo per un certo tempo, per un mese o più, definitivamente la vostra mente svilupperà l’abitudine ad eliminare, a scacciare, o sbarazzarsi dei pensieri negativi che emergono dalle profondità del vostro subconscio.
Questo è molto importante.
Questo esercizio molto importante in antar mouna è ignorato da molte persone.
E’ sicuramente un grande successo se un aspirante, o chiunque al-tro rispetto a questa questione, è capace di scuotersi o sbarazzarsi dei pensieri negativi appena vengono alla mente.
E’ veramente un grande raggiungimento.
Personalmente mi sembra che risvegliare un pensiero positivo non sia un grande successo per un principiante spirituale, ma è un grande suc-cesso quando egli è capace di sbarazzarsi dei pensieri negativi quando emergono alla superficie della mente, e voi sapete che vengono.

Stadio 4

Ora nel quarto stadio del silenzio interiore devono essere risvegliati pensieri spontanei; i pensieri devono essere lasciati venire spontaneamente.
Spontaneità dei pensieri.
Non richiamate un pensiero con la volontà, come avete fatto nello stadio tre.
Lasciate solo che il pensiero venga, e pensateci sopra per un po’ di tempo.
Ma quando viene il momento di sbarazzarsene, quando viene il momento di sbarazzarsi del pensiero, dovreste sbarazzarvi del pensiero con la volontà.
Non lasciate che un particolare pensiero se ne vada spontaneamente – no; il suo arrivo è spontaneo.
Ma la sua partenza dovrebbe dipendere dalla vostra volontà.
Questo è il quarto stadio.
In questo quarto esercizio non vi chiedo di accogliere soltanto pensieri negativi.
Pensieri sia positivi sia negativi dovrebbero essere lasciati emergere spontaneamente dalla vostra mente subconscia.
Il silenzio interiore è la quinta pratica, il quinto gradino o, più precisamente, il quinto stadio.
Nel raja yoga esso è conosciuto come pratyahara. E quando avete perfezionato il silenzio interiore, allora inizia dharana.
E’ impossibile per chiunque meditare se non si è capaci di ritirare i propri sensi dagli oggetti sensoriali.
Nessuno è in grado di meditare, nessuno dovrebbe meditare senza perfezionare la pratica di pratyahara.
Quando pratyahara è perfetta, inizia dharana, quando dharana è perfetta, solo allora possiamo pensare alla meditazione.
E nel momento in cui sorge la meditazione, samadhi si affaccia alle soglie della vita.

Lo stadio 5 di Antar Mouna sarà pubblicato sul prossimo numero del Periodico.

Il Messaggio di Swami Niranjan ai Ragazzi

tratto da: Anandam, 1996
Anandam è una rivista redatta e scritta dai bambini di tutti i paesi europei. Contiene articoli, impressioni, riflessioni, disegni e giochi.

Lo yoga è molto importante per la crescita e lo sviluppo sia fisico che mentale. Fa diventare molto flessibile il corpo e fa bene anche alla mente. Ti aiuta a concentrarti e a ricordare così che diventa più facile im-parare e studiare. E’ anche molto divertente.
Per esempio, immagina che stai andando su di un’isola bellissima. Allora, adesso cominciamo a remare (naukasanchalanasana) assieme. Rema, rema sulla tua barca, dolcemente lungo la corrente; gioiosamente, gioiosamente, gioiosamente, gioiosamente, la vita è solo un sogno.
Quando arriviamo su questa bellissima isola, vediamo degli alberi alti (tadasana) che ondeggiano nella brezza (tiryaka tadasana). Poi gli al-beri si muovono velocemente (kati chakrasana) e cominciano a cadere (utthita lolasana), ma ancora una volta ritornano nella posizione eretta appena cessa il vento. Sull’isola si vedono dei serpenti che scivolano sull’erba (bhujangasana) e si sentono i richiami dei corvi in lontananza (kawa kaal \ il passo del corvo). Ci sono anche dei conigli (Shashankasana), ma si ritirano nelle loro garenne perché ci sono dei coc-codrilli (makarasana).
La giornata è stata lunga, perciò fermiamoci a riposare e a mangiare qualche cosa. Maciniamo un po’ di farina facendo andare il mulino (chakki chalanasana) e così faremo delle focacce (chapatti). Dopo mangiato possiamo rilassarci e ascoltare il ronzio delle api (brahmari pranayama).
Adesso remiamo indietro (naukasana) e andiamo a casa a dormire (yoga nidra).

Il Primo Campo di Yoga per Ragazzi
nell’Ashram a Montescudo, Italia

di Amarananda, 10 anni, Italia

Il campo “Yoga & Company” è iniziato con la presentazione sotto un tendone di tutti noi bambini.

Noi dormivamo nelle tende, mentre i genitori nei dormitori. La sveglia era alle 7.00 di mattina e poco dopo c’era la passeggiata meditati-va, per sentire il contatto con la natura.

Dopo colazione c’era la pulizia del campo e karma yoga e poi il laboratorio delle asana e la colorazione dei mandala, la pratica più diver-tente.

Dopo il pranzo e il riposo c’era yoga nidra e per finire il laboratorio di teatro sui cinque elementi dove dovevamo interpretare, attraverso il movimento, le diverse sensazioni per ognuno di essi.
Alle ore 18.30 cena e poi i kirtan, dopodiché tutti a nanna, si fa per dire naturalmente, perché oltre al programma c’era anche il fuoripro-gramma, cioè party notturni, messa appunti di furti in cucina e diario di bordo.

Alla fine della settimana abbiamo fatto tutti lo spettacolo (volenti o nolenti); ognuno di noi interpretava un elemento a sua scelta e indossava indumenti dello stesso colore.

Durante la settimana è stata inclusa anche una gita al mare ed uno spettacolo con i burattini intitolato “il Bosco Incantato”.

La Dimensione del Prana

tratto da: Swami Niranjanananda Saraswati, “Yoga Sadhana Panorama”, ed. Bihar School of Yoga, Munger, Bihar, India.

Ora continueremo con il nostro argomento su come le cellule del corpo divengono illuminate. Per questo scopo lo Yoga ha descritto due pratiche, le asana ed il pranayama. Qui noi parliamo di pranayama, ma prima di entrare nella nostra discussione, mi piacerebbe chiarire il fatto che, benché le tecniche siano per loro natura di tipo fisico, esse sono an-che praniche, mentali e psichiche, e che l’interazione fra esse avviene a tutti i livelli.
Immaginate appunto per un solo momento di mettere il vostro dito sulla cima della fiamma di una candela e poi toglierlo. Ora questo era appunto un gesto fisico, quello di mettere il dito vicino alla fiamma della candela e poi di toglierlo. Tuttavia, mentre fate questo semplice gesto, sono accadute molte cose. E’ avvenuta un’interazione tra il dito, che rappresenta una parte fisica, ed il cervello, che racchiude gli input sensoriali, l’esperienza passata, l’intelletto e l’effetto del prana. Tutti questi elementi sono racchiusi in un solo movimento interattivo. Quando portiamo il dito alla fiamma, ne percepiamo il calore. Cos’è che fa esperienza di calore? Chi percepisce questo calore? È il dito, le terminazioni nervose o il cervello che percepiscono il calore? È l’intelletto o la memoria che riconoscono il calore, o è il prana che fa esperienza del calore? Non lo sappiamo.
Come prima ipotesi potremmo dire che il dito sente il calore; come seconda ipotesi potremmo affermare che il cervello sente il calore. Potremmo essere soddisfatti con ogni ipotesi, ma in realtà c’è stata un’interazione fra la parte fisica ed il livello sottile del nostro essere. Questa è l’interazione della quale dobbiamo divenire consapevoli nella pratica del pranayama. Il prana nella sua manifestazione cosmica è pura energia, nella sua manifestazione causale assume la forma di energia di kundalini, nella sua manifestazione sottile assume la forma di nadi, canali, flussi di energia. Nella sua manifestazione fisica assume la forma di respiro e di prana, che sono responsabili nel controllo di parti, organi e sensi specifici del corpo, e dei sensi stessi. Questo è un argomento molto vasto, e noi cominceremo dall’inizio parlando della dimensione fisica.

I cinque prana

Il prana nel corpo fisico è stato classificato in cinque diversi tipi secondo la funzione svolta. Il primo tipo è apana, la forza che si muove verso il basso, situata fra l’ombelico ed il perineo, responsabile dell’espulsione, dell’escrezione e della rimozione delle sostanze tossiche, che sono sia fisiche, sia mentali e sia psichiche. Talvolta le persone hanno la diarrea a causa di un conflitto mentale, oppure per un puro fatto virale. Quando la diarrea è causata da qualche forma di conflitto interiore, questa è una forma di espulsione mentale, le tossine della mente vengono espulse. Quando una persona è sotto tensione emozionale, sotto stress emozionale, in quel momento anche certe forme di eliminazione avvengono fisicamente ed anche ad altri livelli. Questa è la funzione dell’energia di apana.
La seconda energia è samana, situata tra l’ombelico ed il diafram-ma. Questo prana ha un movimento laterale ed è responsabile dell’assimi-lazione. Dopo aver mangiato, il cibo viene assimilato dal corpo, non solo in un puro contesto fisico, ma anche in un contesto pranico. Qualunque cosa sia stata assimilata e digerita, essa viene distribuita alle altre aree del corpo ed alle dimensioni del prana.
Il terzo tipo di prana, situato fra il diaframma e la gola, è noto co-me prana. Esso è una forza che si muove verso l’alto ed è responsabile del mantenimento e della funzionalità degli organi posti nella cavità toracica, i polmoni ed il cuore. Il quarto prana è udana, che muove in direzione circolare ed è situato nelle braccia, nelle gambe e nella testa. E’ responsabile del funzionamento del cervello, degli organi sensori, della coordinazione e del movimento di braccia e gambe. Il quinto prana è vyana, che è anche noto come il secondo respiro, la forza di riserva. Essa è una forza interpenetrante e si distribuisce in ogni parte del corpo.
Questi sono i cinque diversi tipi di prana e le loro funzioni a livello grossolano. A livello sottile essi governano anche i centri psichici che sono situati lungo il passaggio di sushumna attraverso la colonna vertebrale. Apana, il primo, controlla muladhara e swadhisthana. Samana, il secondo, controlla manipura. Prana, il terzo, controlla anahata e vishuddhi. Udana, il quarto, controlla ajna e vyana, il quinto, controlla sahasrara.

Risveglio ed unione dei prana

Questi cinque prana sono anch’essi connessi al respiro. Quando impariamo a respirare correttamente negli stadi iniziali del pranayama, le tecniche così dette di prana nigraha, viene fatto uno sforzo per cambiare il flusso dei tre prana: prana, apana e samana. Il flusso di apana, la forza che si muove verso il basso, viene invertito e diretto verso l’alto. Il flusso di prana, la forza che si muove verso l’alto, viene invertito e fatto fluire verso il basso. Questi due flussi vengono poi fatti confluire nell’area di samana e questo rappresenta il risveglio dei tre prana. Inizialmente lo scopo del pranayama è quello di attivare i prana attraverso il controllo del respiro, e successivamente attraverso le pratiche dei mudra e dei bandha.
Quindi i mudra ed i bandha sono incorporati nei successivi stadi del pranayama. All’inizio, quando si ha a che fare con il normale procedimento del respiro, non pratichiamo i bandha o i mudra. Ad esempio in nadhi shodhana si comincia con un semplice processo di inspirazione ed espirazione attraverso le narici. Gradualmente si allunga il rapporto di inspirazione ed espirazione, e si aggiungono le fasi di ritenzione a polmoni pieni ed a polmoni vuoti. Procedendo oltre, si includono i bandha ed i mudra nella pratica di nadhi shodhana: dopo l’inspirazione si pratica jalandhara bandha e mula bandha, mentre si trattiene il respiro a polmoni pieni, poi, dopo aver lasciato i bandha, si espira e si praticano i tre bandha – jalandhara, uddiyana e mula – mentre tratteniamo il respiro a polmoni vuoti. Questo è un esempio di come le semplici tecniche respiratorie sono combinate con i bandha ed i mudra.
Quando si combina prana nigraha con i bandha ed i mudra, i prana cambiano la direzione del loro flusso e si incontrano nel centro in samana, noto anche come agni mandala. Qui non stiamo parlando di manipura chakra; la parola agni significa ‘fuoco’ o ‘vitalità’, e la parola mandala significa ’zona’, ‘dimensione’ o ‘area’. Così agni mandala è la dimensione della vitalità, la zona del fuoco. Questi tre prana in realtà si uniscono fra loro e diventano uno solo in agni mandala.

L’espansione dei prana

Ora procediamo a parlare dell’aspetto classico dello Yoga. Lo Yo-ga classico non è una teoria yogica. Piuttosto rappresenta il gradino suc-cessivo che bisogna considerare, sperimentare e realizzare nella nostra pratica Lo Yoga classico diventa un aiuto a perseguire la nostra stessa comprensione dello Yoga, e questo Yoga parla dell’espansione della di-mensione del prana. Per prima cosa c’è il risveglio del prana, poi la fusio-ne ed in terzo luogo c’è l’espansione delle dimensioni del prana.
Ora continuiamo parlando della personalità sottile. Noi sperimen-tiamo gli effetti di ida e di pingala sulla personalità umana, sul corpo, sulla mente, sulle emozioni e sull’intelletto. Qui entra in considerazione lo Swara Yoga, la scienza del respiro del cervello. Esiste un libro di Swara Yoga, pubblicato dalla “Bihar School of Yoga”, che vi darà una maggiore comprensione. Tutti i cinque prana si dividono nella forza di ida ed in quella di pingala; l’aspetto attivo o dinamico del prana è rappresentato dalla forza di pingala, mentre l’aspetto passivo o sottile del prana è rappresentato dalla forza di ida; ida e pingala sono le aree sulle quali noi lavoriamo nella nostra stessa pratica del pranayama.
Ho visto persone molto estroverse, dinamiche e veloci diventare improvvisamente calme ed introverse, e molte volte entrare persino in profondi stati di depressione con la semplice pratica del pranayama. Que-sto fatto rappresenta un’indicazione che l’aspetto di ida del prana è divenuto troppo attivo. Da una condizione di iperattività la persona si porta verso uno stato di ritiro, di isolamento e perfino di depressione. Può accadere anche l’opposto. Persone che sono totalmente ritirate e depresse all’improvviso diventano iperattive e non sanno come controllare il loro corpo, le loro dita non rimangono mai ferme, devono sempre fare qualcosa o muovere qualcosa. Questo rappresenta l’iperattività dei prana, sia nella forma di ida o sia in quella di pingala. Alcuni di noi sono anche passati attraverso questi stadi.
Poi, nel terzo stadio, quando abbiamo raggiunto un certo equilibrio nell’espressione pranica di ida e di pingala, sia il corpo ed il corpo ed il cervello sono armonizzati con i prana, iniziamo a lavorare con la mente a livello causale, sui chakra e sulla kundalini. Abbiamo usato la pratica di nadi shodhana come esempio. Se il procedimento è corretto, questo pranayama può risvegliare i chakra e stimolare l’energia di kundalini. Quando l’energia di kundalini è attivata, avvengono dei cambiamenti nel campo della coscienza e facciamo esperienza di stati modificati.
Raggiungere stati di coscienza modificati in realtà non è difficile. In pratica si attraversano stati diversi ogni ora durante il giorno; per esempio il dormire è uno stato alterato della mente, l’iperattività emozionale, la depressione e l’ansia sono stati alterati della mente. Uno stato alterato della mente non significa qualcosa di spirituale o qualcosa oltre la nostra comprensione. Semplicemente significa divenire consapevoli di un’altra dimensione, di un’altra area di interazione nella nostra personalità e coscienza. Con il risveglio di kundalini e dei chakra la mente è sottoposta a certi cambiamenti, poiché la kundalini è il prana cosmico ed i chakra sono centri di prana nel corpo causale.
Le percezioni mutano, le visioni cambiano, e questa interazione avviene a livello fisico, pranico e mentale, incluso il livello dell’ego. Per questo i testi yogici hanno enfatizzato la pratica delle asana e del prana-yama come uno strumento per armonizzare gli organi fisici e quelli esterni del corpo con il campo pranico e con le emozioni, i sentimenti, la mente, l’intelletto, i samskara ed i karma. Se iniziamo ad osservare le nostre pratiche di asana e di pranayama da questo punto di vista e cerchiamo di comprenderle, troveremo che in un brevissimo periodo di tempo le esperienze del nostro corpo cambieranno. Saremo capaci di sentire le necessità del dito mignolo e questo bisogno non è processo intellettuale; noi diventiamo il dito mignolo, diventiamo il corpo intero, un’unità integrata, e questo rappresenta l’illuminazione del corpo fisico attraverso la pratica di asana e pranayama.

Un appunto pratico

Così ci sono alcune cose che dovreste fare durante la pratica di asana e pranayama. Il primo giorno, quando praticate asana e pranayama, abbiate solo la visione esterna del corpo, dei muscoli e delle giunture che vengono esercitate. Durante il pranayama percepite come vengono esercitati i polmoni. Non andate oltre questa pratica.
Il secondo giorno lasciate la consapevolezza dei muscoli, delle os-sa, delle giunture e degli arti e dirigetevi verso un livello più profondo nel vostro corpo, forse all’interno della struttura atomica. Mentre praticate asana e pranayama, vedetevi come un essere fatto di atomi. Il corpo non deve essere visto come qualcosa composto di pelle, di vasi sanguigni, di ossa e di midollo. Sviluppate il concetto di una struttura atomica all’interno del corpo e osservate la risposta degli atomi alle asana e ai pranayama. Non andate oltre ciò.
Il terzo giorno praticate la stessa serie di asana e di pranayama, ma siate consapevoli della struttura neuro cellulare del corpo. Osservate l’interazione fra le asana (il movimento), il pranayama (il respiro) ed il prana (l’energia) in quella dimensione.
Il quarto giorno praticate la medesima serie, ma andate più profondamente nella dimensione dell’energia, della pura energia. Visualizzate il vostro corpo nella forma di luce; le braccia, le gambe, il tronco sono composti di differenti modelli di luce. Quando praticate un’asana o un pranayama, vedete scintille che volano.
Il quinto giorno andate ad un altro livello. Sperimentate il vostro corpo soltanto come coscienza, non come struttura fisica. Sperimentate il vostro corpo come una sensazione, un’emozione ed osservate il cambia-mento nello stato delle emozioni e delle sensazioni all’interno del corpo.
Il sesto giorno osservate voi stessi come pura logica, buddhi, e fate esperienza di quella dimensione durante la pratica di asana e pra-nayama.
Il settimo giorno dissociate completamente voi stessi dal vostro corpo e dalla mente e osservateli come esseri separati che praticano asana e pranayama. Non associate voi stessi con i dolori ed i piaceri degli stati fisici, mentali, emozionali o razionali. Vedete solamente la rappresentazione spontanea del vostro corpo e della vostra mente.
In questo modo muovetevi da uno stadio al successivo, se comple-tate questo processo in sette giorni, allora all’ottavo giorno la percezione di voi stessi e la consapevolezza del vostro corpo sarà mutata. Quando attraverso il sadhana ed uno sforzo continuato raggiungete questo stato in cui siete in grado di vedere in un istante le azioni e le interazioni della vostra intera struttura neuro-cellulare con il prana, con la coscienza, allora saprete che siete pronti per proseguire verso gli stadi di pratyahara e di dharana. Provate questo metodo; è molto avvincente e vi darà una nuova dimensione di comprensione entro voi stessi.

Respirazione Ritmica

tratto da: Swami Niranjanananda Saraswati, “Prana, Pranayama, Prana Vidya”, ed. Bihar School of Yoga, Munger, Bihar, India

Il ritmo respiratorio non è mai costante, ma cambia continuamente in risposta a ciò che viene richiesto al corpo e alla mente. Per esempio, durante il sonno, quando si cammina, durante il lavoro mentale o andando in bicicletta, il ritmo, la profondità e la durata del respiro varieranno. Anche la cattiva salute e diversi stati mentali si rifletteranno sui modelli respiratori. Perciò, durante la giornata, il ritmo del respiro cambia costantemente, di solito senza che noi ce ne accorgiamo.
La respirazione ritmica produce un effetto calmante sulla mente e le emozioni. Essa può essere utilizzata in qualsiasi momento per stabiliz-zare la mente durante periodi di tensione e agitazione. Sia il corpo che la mente rispondono positivamente ad un respiro ritmico e regolare.
Le seguenti tecniche possono essere utilizzate per indurre un con-trollo cosciente del ritmo respiratorio. Sono tutte basate su una durata uguale di inspirazione ed espirazione (rapporto 1 : 1).

Tecnica 1 : respirazione addominale rapporto 1 : 1

Sedete in un’asana comoda con la colonna vertebrale eretta – (potete anche sdraiarvi in shavasana) – praticate kaya sthairyam per alcuni minuti.
Diventate consapevoli del vostro respiro naturale – siate semplicemente consapevoli che state inspirando ed espirando – non modificate né tentate di controllare in alcun modo il vostro respiro – iniziate a notare se un respiro è più lungo o più breve del successivo – o forse l’inspirazione è più lunga dell’espirazione – prendete mentalmente nota del vostro modello naturale di respirazione – aumentate la consapevolezza riguardo ogni dettaglio del vostro respiro – ora sarete consapevoli di quanto sia ritmico o aritmico il vostro respiro – senza questa consapevolezza non saprete da dove partire per stabilire un modello regolare.
Ora cominciate una profonda respirazione addominale – iniziate ad inspirare per un conto di quattro ed espirare per un conto di quattro, che corrisponde, approssimativamente, a quattro secondi – continuate questa pratica per alcuni minuti – potete contare ripetendo mentalmente il mantra Om quattro volte inspirando e quattro volte espirando – non c’è alcun bisogno di affrettarsi – lasciate che il vostro respiro sia rilassato e regolare, dovrebbe essere fluido ed uniformemente equilibrato – non costringete il passaggio della gola, il respiro dovrebbe scorrervi liberamente – continuate così per cinque minuti – poi diventate consapevoli del vostro corpo e di ciò che vi circonda, e lentamente aprite gli occhi.

Tecnica 2 : respirazione yogica rapporto 1 : 1

Sedete in una comoda asana, o sdraiatevi in shavasana – praticate kaya sthairyam per alcuni minuti, lasciando che il respiro diventi stabile – siate consapevoli del flusso naturale del respiro – cominciate la respirazione yogica – inspirate prima dal diaframma – poi, espandendo la cavità toracica riempite i polmoni – espirate nell’ordine inverso – la vostra respirazione dovrebbe essere agevole e senza alcuno sforzo.
Contate il tempo che impiegate a completare un’inspirazione – poi controllate l’espirazione così da farla durare quanto l’inspirazione – per esempio, se l’inspirazione dura un conto di sei, anche l’espirazione sarà per un conto di sei – potete anche contare ripetendo mentalmente il mantra Om (uno Om; due Om; tre Om; ecc.) – continuate la respirazione yogica completa e profonda con inspirazione ed espirazione della stessa lunghezza per cinque minuti – siate consapevoli della durata del respiro – lasciate che l’aria passi liberamente attraverso la gola – cercate di non usare una forza eccessiva – quando avete terminato, rilassate la posizione e aprite gli occhi.

Tecnica 3: sincronizzazione del ritmo del respiro e del cuore

Sedete in una qualsiasi posizione comoda, o sdraiatevi in shavasa-na – praticate kaya sthairyam per alcuni minuti, lasciando che il respiro si stabilizzi – quando il vostro corpo diventa più rilassato, diventerete consapevoli di due eventi ritmici che si verificano nel corpo – il respiro ed il battito cardiaco – per alcuni minuti osservate semplicemente questi due ritmi.
Ora, focalizzate l’attenzione sul battito cardiaco – se trovate difficile localizzare il battito cardiaco, sentite la pulsazione in un polso – cominciate la respirazione yogica, contando quattro battiti cardiaci per ogni inspirazione e quattro per ogni espirazione – questo rapporto di quattro a uno è il normale rapporto battito del cuore / respiro – continuate in questo modo per cinque minuti.
Se siete sensibili, potete anche riconoscere un cambiamento nel battito del cuore tra inspirazione ed espirazione – il cuore batte più lenta-mente durante l’espirazione – dopo qualche tempo, potete anche percepire un rallentamento generale del ritmo cardiaco – questo avverrà quando la respirazione ritmica avrà indotto il rilassamento – una respirazione regolare significa un maggiore rilassamento – un livello superiore di rilassamento rallenta il battito cardiaco – un rallentamento del battito cardiaco significa che il respiro diventa ancora più lento – continuate ad osservare questo rapporto ancora per alcuni minuti – quando avete completato la pratica, aprite gli occhi e lasciate la posizione.

Tecnica 4 : estensione della durata del respiro (rapporto 1 : 1)

Assumente la vostra asana seduta, o sdraiatevi in shavasana – per alcuni minuti praticate kaya sthairyam, diventate stabili nella postura – lasciate che il respiro diventi regolare e uniforme – iniziate a praticare la respirazione addominale, inspirando per un conto di quattro ed espirando per un conto di quattro – continuate ancora per alcuni minuti.
Ora, aumentate sia la fase inspiratoria che quella espiratoria sino ad un conto di cinque – mantenete la respirazione addominale – quando questo rapporto di 5 : 5 diviene agevole, aumentate la durata dell’inspira-zione e dell’espirazione ad un conto di sei – continuate, mantenendo solo la respirazione addominale – quando ogni livello si stabilizza, aumentate la durata sia dell’inspirazione che dell’espirazione di un’unità, finché inspirate ed espirate per un conto di otto – non forzate per alcun motivo.
Sentite il respiro addominale che diventa più lento, più profondo e più lieve – se non riuscite a raggiungere il rapporto di 8 : 8, non ha impor-tanza, semplicemente mantenete qualsiasi livello possiate praticare age-volmente – continuate, essendo consapevoli della natura più sottile di questo tipo di respirazione.
Ora cominciate la respirazione yogica, con un rapporto tra inspirazione ed espirazione di 6 : 6 – rendete stabile questo rapporto – con il respiro addominale, lentamente aumentate la durata di inspirazione ed espirazione di un’unità – non costringete la gola.
Man mano che ogni livello si stabilizza, aumentate la durata del respiro fino a quando sia l’inspirazione che l’espirazione durano per un conto di dieci – se questo rapporto è oltre la vostra capacità, non forzatelo – mantenete un ritmo che vi sia comodo – quando le inspirazioni e le espirazioni diventano più lunghe, sentite il respiro che diventa più lieve e più profondo – noterete che l’aria fluisce con meno forza nei passaggi respiratori – sentite la leggerezza del respiro nelle narici – continuate ancora per alcuni minuti – poi interrompete la respirazione yogica e riportate la consapevolezza al vostro corpo fisico, poi ai suoni esterni, ecc. e aprite gli occhi.