Satyananda Ashram Italia

Scuola di Yoga

Satyananda Ashram Italia


  • Satsang di Paramahansa Niranjanananda ad Aix-les-Bains
  • Messaggio di Pace di Swami Sivananda Saraswati
  • Il Mantra
  • Yoga Sutra di Patanjali
  • Terapia Yogica delle Malattie Comuni: Asma
  • Bahyakasha Dharana
  • Antarakasha Dharana
  • Ujjayi Pranayama

Satsang

Satsang di Paramahansa Niranjanananda al meeting di Aix-les-Bains del 24 – 27 aprile 1997.

Lo yogi vive nel suo mondo oppure vive nel mondo? Potresti dire qualcosa su ciò?

Non credo che gli yogi abbiano un mondo loro proprio. Vivono in questo mondo. Ma c’è una differenza. Vi farò l’esempio del fiore di loto. Il loto cresce nel fango, nella melma. Il fiore viene su, cresce nell’acqua, e poi emerge dall’acqua. Parte della bellezza del fiore di loto sta nel fatto che i petali sono totalmente impermeabili all’acqua che li circonda. Il fiore di loto stesso è totalmente impermeabile all’acqua. Potete versare secchi e secchi d’acqua sui petali o sul fiore, e i petali non si bagneranno mai. Questo è l’esempio che la tradizione ci dà su come vivono gli yogi.

Dovete capire che gli yogi sono persone che praticano lo yoga e sono figli di persone che vivono nella società. Gli yogi non piovono nel mondo dal cielo. Sono figli dei loro genitori che vivono nella società, che vivono in un ambiente sociale e culturale, e che hanno la loro indole da superare. Chi diviene consapevole della necessità di migliorare, chi segue certe discipline nella vita per fare esperienza dell’unità interiore e, nel corso del tempo, la esprime nel mondo esterno, è conosciuto come yogi. Le radici dello yogi sono nel mondo e la coscienza dello yogi è oltre il mondo. Questo è il concetto tradizionale.

Un altro esempio che mi viene in mente è che spesso gli yogi sono rappresentati come persone cui piace stare appoggiati sulla testa. Se vedete una figura o un fumetto, spesso troverete l’immagine di uno yogi con la barba e i capelli lunghi che sta sulla testa. Ora, naturalmente, stare sulla testa è una posizione che, in occidente, dà l’idea della complessità dello yoga, ma, in oriente, simboleggia anche un’altra cosa. Normalmente, nella vita, abbiamo i piedi per terra e la testa verso le nuvole. Ma, come yogi, dovete avere la testa per terra e camminare nelle dimensioni più alte. Così gli yogi hanno una polarità opposta a quella della maggioranza della gente, e questa polarità opposta rappresenta la loro disciplina e comprensione.

Non troverete uno yogi nato perfetto. Gli yogi devono lavorare; chi pratica yoga deve lavorare con la propria mente, con la propria natura e diventare migliore. Secondo lo yoga, questo è l’ideale per gli yogi. Così, gli yogi vivono nel mondo, tuttavia sono impermeabili e non influenzabili dai piaceri del mondo e, secondo me, questa dovrebbe essere la caratteristica più comune di uno yogi.

Un tale una volta chiese al nostro maestro, Swami Satyananda, come fare a sapere se ci si sta evolvendo spiritualmente. Egli semplicemente rispose: “Quando ti evolvi spiritualmente, scopri che i tuoi desideri diventano sempre di meno” Nella vita materiale, siamo in uno stato di ipnosi tecnologica e materialistica e, in questo stato di ipnosi materiale, i desideri aumentano invece di diminuire. E a mano a mano che i desideri crescono sempre più, la coscienza diventa più grossolana e materiale e anela al piacere. Qui comincia la corsa del topo (ovvero la corsa poco dignitosa verso una posizione di successo). Ma quando s’inizia a praticare yoga, quando s’inizia ad analizzare la nostra personalità, quando s’iniziano a superare i condizionamenti che ostacolano la crescita e l’apertura della personalità, quando si superano i condizionamenti che limitano la creatività interiore e l’espressione della saggezza, allora molti desideri superflui e attaccamenti vengono semplicemente lasciati alle spalle. Questo è il concetto di rinuncia. Generalmente, quando pensiamo alla rinuncia, crediamo di dover abbandonare molte cose che ci sono care, ma, in realtà, la rinuncia non è qualche cosa che si abbandona, ma qualcosa che si guadagna. Se dobbiamo raggiungere un pianerottolo, mettiamo il piede sul primo gradino della scala, e solo quando il piede è ben piazzato sul gradino, l’altro piede lascerà il suolo e salirà sul gradino successivo. Quando l’altro gradino è ben raggiunto, allora il primo piede lascerà il suo gradino e raggiungerà il prossimo. Così il guadagno è sempre prima della rinuncia.

Allo stesso modo, nella vita di chi pratica yoga, se si inizia a preoccuparsi e a seguire le divagazioni della mente sulle futilità del mondo, l’ambiente e i mali della società, ciò rappresenta semplicemente uno stato della confusione mentale. Ma se si rimane fedeli ai propri impegni, alle proprie ispirazioni, a se stessi, allora non ci sarà alcun tipo di divagazione della mente e ansietà, e si sarà in grado di passare da uno stadio della vita ad un altro senza problemi e sofferenza. Questa è la vera spiritualità, questa è la vita che lo yogi cerca di condurre: una vita basata sui principi della semplicità; una vita basata sui principi dell’innocenza interiore e non della complessità intellettuale. Una vita basata sulle fondamenta della consapevolezza. Così possiamo concludere che gli yogi vivono in questo mondo con un atteggiamento diverso e con una diversa prospettiva del mondo.

Con il maggior sviluppo della ricerca scientifica sugli aspetti dello yoga, che si estende dalle ricerche sulle pratiche per la salute alle ricerche sulle pratiche di fede, devozione e bhakti, è possibile che l’indagine scientifica danneggi un più diretto approccio spirituale dell’esperienza superiore? Ad esempio, se un’esperienza viene sezionata, misurata, ecc., si perde qualcosa?

Non sono d’accordo con questa idea che le scoperte scientifiche danneggino o diminuiscano l’esperienza umana. Ricordatevi che la scienza è ancora all’infanzia. La scienza può solo osservare e registrare i parametri fisici che possono essere misurati con l’aiuto di strumenti, e con ciò che in natura è fisico. Ma un essere umano non è solo un essere fisico. Nei discorsi precedenti ho descritto le dimensioni dell’esperienza umana, in cui il corpo è una dimensione, la mente un’altra, l’energia un’altra, la coscienza un’altra e l’esperienza dell’unità interiore o perfezione un’altra. Quando parliamo di misurare qualcosa scientificamente, misuriamo solo quel che succede nella dimensione fisica. Fino a un certo punto possiamo misurare quel che succede nella dimensione energetica, perché l’energia si manifesta fisicamente. Ed è assurdo pensare che ogni cosa, che è invisibile e sottile, possa essere misurata con un processo fisico. Così non ho paura che, se la scienza misurerà le prestazioni dell’essere umano, ciò diminuirà o negherà l’intera gamma dell’esperienza umana, della percezione umana, del successo e della realizzazione umana.

Abbiamo sentito, durante questo convegno, una gran quantità di cose relative allo yoga e alla mente. Potresti dire qualcosa sullo yoga e il cuore. Swami Vivekananda una volta ha detto, all’inizio di questo secolo, che nella battaglia tra la testa e il cuore, bisognerebbe seguire il cuore. Potresti dire qualche cosa in merito, per favore?

Questa è una asserzione molto vera. Se rammentate la discussione che abbiamo avuto un paio di giorni fa, avevo sostenuto che la coscienza si manifesta in tre diversi livelli nella vita: il livello istintivo, il livello del cuore e il livello della mente. In qualche modo noi ci teniamo al livello mentale e, anche quando abbiamo un’esperienza a livello del cuore, cerchiamo di comprenderla a livello mentale; ma non siamo capaci di farlo nella maniera giusta e non cogliamo l’essenziale. È divenuta una tendenza umana credere che nella testa ci siano le risposte ad ogni problema, e ciò forse è probabilmente un difetto della natura umana.

Se usiamo il modello yogico, allora comprenderemo che l’intelletto è solo un’area della coscienza che ci permette di comprendere l’andamento dei sensi nel mondo degli oggetti. L’intelletto è un’area che ci permette di capire l’interazione tra il corpo e la personalità nel mondo dei nomi, delle forme, delle idee, niente di più.
Ed è stato il convincimento, non solo di Swami Vivekananda, ma di ogni essere illuminato, che il cuore sia la forza sottile. Il cuore contiene l’energia sottile dove le qualità umane hanno l’opportunità di fiorire. Queste qualità sono una natura umana incondizionata ed espansiva.

Penso all’amore. Cos’è l’amore? L’amore nasce dal cuore o dalla testa? Se ci pensate un minuto, se amate qualcuno, potete definire cosa amate di questa persona? La persona X ama la persona Y. Cos’è che ama? Io amo qualcuno e qualcuno ama me. Cosa amo? Amo il corpo? Amo il carattere? Amo l’espressione di questa persona? Cos’è che amo in un’altra persona? Posso tradurre questa esperienza d’amore in un’analisi intellettuale? No. Ma tendiamo a farlo e, dunque, quest’amore che viene dal cuore, quando si sposta nella testa, ci fa venire il mal di testa. Il nostro amore, quando si sposta dal cuore alla testa, diventa condizionato, diventa associato alle aspettative, diventa associato al desiderio di appagare la volontà di possesso o volontà di essere proprietari dell’altro. E l’amore diventa attaccamento, diventa possessività, diventa appagamento delle aspettative personali; l’amore diventa appagamento sensoriale, sensuale. È questa la definizione di amore? No. Questo è un esempio di come i sentimenti del cuore vengono totalmente cambiati e alterati dalla testa.

In questo campo molte cose verranno scoperte nel prossimo millennio. Swami Satyananda ha detto che il prossimo millennio sarà il millennio di bhakti. Questo millennio è stato il millennio di buddhi; buddhi vuol dire intelletto. In questo millennio si è cercato di catalogare e analizzare le cose, gli eventi, le situazioni, le esperienze, le prestazioni con un metodo razionale. E siamo giunti a un blocco; nella nostra vita percepiamo un blocco o un condizionamento.
Generalmente bhakti viene interpretata come devozione. Bhakti è un’emozione; anche l’avidità è un’emozione. Quando un’emozione è diretta verso i figli, prende la forma di affetto; quando un’emozione è diretta verso qualcuno che si ama, prende la forma di amore; e quando un’emozione è diretta verso un oggetto materiale che si vuole possedere, prende la forma di avidità. Quando quest’emozione è diretta verso una persona che si considera amica, quest’emozione viene identificata come amicizia; quando un’emozione è volta verso qualcuno che si pensa ci minacci, viene identificata come inimicizia. Quando un’emozione è diretta verso qualcuno che si vede come rivale, viene identificata come gelosia. E quando un’emozione è diretta verso l’esperienza di unità interiore, è conosciuta come bhakti. Da qui l’asserzione di Swami Satyananda che il prossimo millennio sarà il catalizzatore della scoperta della propria bhakti, o emozione che ci fa sperimentare l’unità personale e cosmica; ciò rappresenterà il culmine della cultura umana. E, dunque, l’esperienza del cuore, che è conosciuta come sensibilità, o emozione, o sentimento, nella sua vera espressione, senza forme di condizionamento o alterazioni da parte dell’intelletto, porta al dischiudersi dello spirito interiore.
Dunque sarà un gran passo se gradualmente potremmo fare lo sforzo di spostare la consapevolezza dalla testa al cuore. E lo yoga mira a questo. Naturalmente, all’inizio, lo yoga pone l’accento sulla consapevolezza mentale perché, attualmente, è la mente che svolge un ruolo attivo in ognuno di noi. Noi abbiamo l’abitudine di analizzare e razionalizzare ogni cosa intellettualmente. Per questa ragione lo yoga pone l’accento sull’osservazione della mente. Guardiamo come funziona, e dopo che avremo osservato e riconosciuto il funzionamento della mente, quando avremo capito la natura condizionata della mente, allora potremo imparare a rompere questi condizionamenti mentali. Direi che non è necessario rompere i condizionamenti della mente finché questi non vengono riconosciuti come limitativi, oppressivi, dannosi e negativi per la nostra libertà, creatività ed espressione armonica. E, se vivete con questa forma di condizionamento, che è già libertà, creatività e armonia, allora non bisogna cambiare questa condizione. È riconoscendo la situazione della mente che noi giungiamo a comprendere l’esperienza del cuore.

Anche negli Yoga Sutra viene detto chiaramente ciò. Avete sentito del controllo degli schemi della mente attraverso lo yoga, le vritti. Le vritti sono le impressioni intellettuali, razionali e analitiche. Cosa accade dopo che siamo in grado di armonizzarle? Diventiamo una cosa sola con la vera natura. Cerchiamo di capirlo in modo pratico, non in modo filosofico o teoretico. Più avanti, negli Yoga Sutra, viene detto che una persona che ha raggiunto la comprensione della propria natura, vive ed esprime le qualità della propria vita in una determinata maniera. Una persona che ha raggiunto l’unità, esprime amicizia, compassione e felicità assieme a tutti gli esseri che vivono intorno a lui o nel suo ambiente.
È un processo interiore che, dopo la realizzazione, diventa esteriore, un processo personale che, dopo la realizzazione, diventa universale. Se si comprende ciò, alla fine si capisce che lo schiudersi del cuore è la cosa più importante della vita.

Come vedi il ruolo della donna nel prossimo millennio e quali qualità dovrebbe sviluppare una donna della nuova era?

Credo che le donne abbiano sempre svolto un ruolo vitale nel forgiare l’individuo e la personalità, e debbano divenire più dinamiche svolgendo questo ruolo con maggior efficienza ed efficacia. Un detto indiano dice che il corpo è fornito dal padre, e il carattere dalla madre. L’unione dei genitori è fisica, ma, allo stesso tempo, di natura sottile. Nel processo fisico, la formazione del corpo è dovuta al padre, ma la mente, l’indole, i samskara, le impressioni sono date dalla madre. Se si riesce a capire ciò, si capirà che le donne hanno una grandissima responsabilità nel forgiare la vita di un individuo, della società e anche della civiltà. Le donne sono la Shakti, la forza. Non sono un oggetto di piacere, un oggetto di cui ci si può servire. Questa è la convinzione degli indiani, del tantra e dello yoga.

Un’altra cosa importante è che quando nasce un bambino, è la madre la prima persona che questo bambino vede, ed è la madre che poi gli dice: “Guarda, c’è tuo padre”. È la madre che deve indicare il padre al bambino. La madre non deve identificare se stessa, perché c’è un legame molto intimo tra il bambino e la madre, ma questo legame non esiste tra il padre e il bambino. Padri, per favore, non crucciatevi.
Cosa indica ciò? Che a livello sottile, più profondo, c’è un legame tra la coscienza della madre e la coscienza del bambino, ed è solo recentemente che i dottori e gli scienziati raccomandano alle donne in gravidanza di condurre uno stile di vita molto equilibrato. Non so in Francia o in Europa, ma in America e in Australia i dottori si raccomandano vivamente che, durante la gravidanza, le madri evitino di fumare e di bere, evitino lo stress e le tensioni sul lavoro e in famiglia, e ascoltino musica dolce e calmante. Molte di queste idee sono, attualmente, promosse da professionisti del settore, perché dicono che i condizionamenti mentali e nervosi della madre influenzano il feto. In India abbiamo molte storie di persone che sono nate sagge perché, quando erano nell’utero, la madre conduceva uno stile di vita molto equilibrato. Vorrei dire che personalmente sono grato a mio padre perché mi ha dato il corpo, ma sono grato e riconoscente a mia madre che mi ha reso quello che sono con ispirazioni e stimoli vigorosi.

Questo deve essere il ruolo della donna nel futuro. Devono partecipare attivamente alla formazione della società umana e dell’individuo. E, se sono consapevoli dei principi dello yoga, e praticano le discipline yoga, sono in grado di armonizzare i loro processi mentali ed emozionali, sviluppare un atteggiamento e una visione della vita equilibrati, e a loro andrà il merito di mettere al mondo persone illuminate che guideranno il destino dell’umanità.

Che tipo di atteggiamento bisogna avere per prendere parte alla vita in modo gioioso e felice? Nella discussione della tavola rotonda hai detto che la più alta qualità di un individuo è la comprensione. Quest’atteggiamento e la tua idea di comprensione sono, per caso, collegati?

C’è una preghiera, non so chi l’abbia scritta o dove, ma questa preghiera credo che sia la risposta adatta alla domanda. “Dio, concedimi la serenità per accettare le cose che non posso cambiare; il coraggio di cambiare quello che posso, e la saggezza di conoscere la differenza”. Questa preghiera risponde alla domanda su quale tipo di atteggiamento dobbiamo sviluppare per procedere più serenamente. L’ultima frase: “La saggezza di conoscere la differenza” è la cosa importante. Può diventare il sadhana, la pratica, l’impegno e il sankalpa o risoluzione di ogni persona che è qui. La saggezza di conoscere; questo è comprensione.

L’amore è un’espressione di comprensione e anche la compassione è un’espressione di comprensione. Se non c’è comprensione e abitudine alla modestia, come fluirà l’amore? Che forma avrà la compassione? La comprensione è la saggezza di conoscere la differenza tra le cose che possiamo accettare in modo gioioso e felice e le cose che possiamo cambiare in modo positivo, costruttivo e creativo. Che questo sia il nostro sankalpa o risoluzione.

Messaggio di Pace

Di Swami Shivananda Saraswati.
Tratto da: “News Sheet”, n. 9, febbraio 1999, UK & Eire.

Saluti al Supremo Signore dell’Universo.

La Pace che è oltre ogni comprensione è stata l’asse attorno al quale ha ruotato la cultura indiana in tutti i suoi aspetti.

Pace è un attributo divino.
È una qualità dell’Anima.
Riempie il cuore puro.
Pace, Dio, Atma, Libertà, Moksha, sono sinonimi.
Realizzate la Pace attraverso la meditazione e la devozione,
japa e le preghiere.

La Pace non è accumulo di ricchezze.
La Pace non è un oggetto esterno.
La Pace è nella persona che ha rinunciato ai desideri,
alla brama degli oggetti del mondo.

Coltivate la pace nel giardino del vostro cuore rimuovendo le erbacce dell’avidità, dell’odio, dell’ingordigia, dell’orgoglio e della gelosia.
Calmate la mente. Siate saldi. Siate in armonia con la volontà divina.

Vivete secondo la Legge Divina. Siate buoni. Fate del bene agli altri. Rendete gli altri felici.
Vedete Dio in tutto. Avrete una pace infinita. Sviluppate l’amore cosmico, la cordialità e la simpatia.

La pace individuale spiana la strada alla Pace del Mondo.
Il raggiungimento della calma interiore è il lavoro più grande che potete fare per l’umanità.

Possa il Signore coprirvi delle Sue più preziosa benedizioni.
Possa Dio riempire i vostri cuori di Grande Pace.
Swami Shivananda

Il Mantra

Tratto da: Swami Satyananda Saraswati, “Il Mantra”, ed. Satyananda Ashram Italia.

Il mantra può essere praticato a voce alta, così come può essere praticato a fior di labbra, può essere praticato mentalmente e può essere praticato spontaneamente.
Praticare il mantra spontaneamente vuol dire praticarlo col vostro naturale ritmo del respiro.
Ci sono cinque modi di praticare il mantra:
Il primo è il metodo elementare: praticare il mantra a voce alta, Om… Om…Om …
Il secondo è a fior di labbra.
Il terzo è mentalmente: chiudete le labbra e lo praticate nella vostra mente.
Il quarto sistema è: concentratevi sulla punta del naso, divenite consapevoli del respiro che entra e che esce; seguite il respiro naturale: “io sto inspirando, io sto espirando”; di questo dovete divenire consapevoli e poi sincronizzare il vostro mantra con l’inspirazione e con l’espirazione.
Il quinto modo è scriverlo chiaramente, lentamente, e con caratteri molto piccoli sul diario o sull’agenda, ogni giorno.
I primi tre tipi di ripetizione con il mantra dovrebbero essere praticati con il mala. Il mala va tenuto in mano e ogni grano è un mantra. Quando ripetete un mantra spostate un grano.
Dunque i primi tre tipi di ripetizione del mantra dovrebbero essere praticati col mala perché la mente è molto astuta; se non usate il mala, succede che la mente scivola, vi sedete per il mantra, ma poco dopo vi porta via in qualche posto, vi rapisce. E soltanto dopo mezz’ora o un’ora realizzate che siete stati rapiti.
Così il mala vi sveglia ogni volta che arrivate all’ultimo punto e si verifica un ritorno della consapevolezza.

Yoga Sutra di Patanjali

Tratto da: Swami Satyananda Saraswati, “Four Chapters on Freedom – Commentary on Yoga Sutras of Patanjali”, ed. Bihar School of Yoga, Munger, Bihar, India.

Tecniche yoga associate

La via dello Yoga formulata da Patanjali non si limita agli otto stadi. È un sistema integrato che include molte altre tecniche yogiche. Patanjali ne enumera tutta una gamma che aiuta ad armonizzare la mente e la vita. Tuttavia le sue spiegazioni e la sua descrizione delle tecniche sono, è il meno che si possa dire, molto brevi e concise. È molto facile non cogliere il significato delle affermazioni di Patanjali senza la guida esperta di un guru. Swamiji, con la sua conoscenza intima e la sua esperienza personale dello yoga, sottolinea chiaramente le implicazioni più nascoste che soggiacciono a molti versetti di difficile comprensione. Per esempio i versetti I:32-39 descrivono le basi della maggior parte delle tecniche meditative, incluso yoga nidra, antar mouna, khechari mudra, ecc.. Il mantra o japa yoga è nettamente suggerito ai versetti I:27-29. Il commento mette in luce e spiega chiaramente il suo senso nascosto.
Gli elementi della personalità umana si possono all’incirca suddividere in quattro categorie fondamentali: gli aspetti emozionali, attivi, intuitivi, volitivi. Patanjali ha compreso chiaramente il fatto che ciascuno manifesta delle diversità nel temperamento e nelle tendenze, secondo la predominanza di una o più di queste categorie. Egli sapeva molto bene che il cammino dello yoga doveva accordarsi alle caratteristiche specifiche di ciascun individuo. Di conseguenza suggerisce:

Bhakti Yoga per quelli che hanno una tendenza emozionale e devozionale (versetti I:23; II:1; II:23; II:45 ecc.).

Jnana Yoga per quelli che sono di natura intuitiva. Egli raccomanda che si rifletta e s’indaghi sul senso profondo dei versetti sull’Aum (I: 27-29) e spiega esaurientemente anche la filosofia del Samkhya (II: 20,21 ecc.) come mezzo per ottenere un alto grado di realizzazione. Afferma inoltre che tutte le conoscenze mentali hanno i loro limiti.

Raja Yoga o Patanjali Yoga per quelli che hanno una forte volontà. Questo è infatti il tema di questi sutra.

Karma Yoga per quelli che hanno una natura attiva; anche se non è specificatamente menzionato, è implicito in molti versetti. Per esempio gli yama e i niyama implicano la pratica del Karma Yoga nelle azioni e compiti quotidiani. I riferimenti al Karma Yoga sono implicitamente contenuti nei versetti sul Bhakti Yoga. Patanjali sapeva che il successo nel bhakti yoga porta automaticamente al successo nel raja yoga; il gyana yoga conduce al perfezionamento del raja yoga e così di seguito. Egli sapeva che una persona che è sulla via del raja yoga deve armonizzare tutto il suo essere. L’egoismo e la meschinità devono essere rimossi da ogni metodo disponibile. Bisogna rimuovere tutte le funzioni negative e limitanti della mente. Egli dice:

“L’arresto delle vritti (modificazioni mentali) può essere ottenuto da vairagya (distacco) e da abhyasa (pratica dello yoga).”
cap. I:12

Quest’affermazione include tutte le vie e le tecniche dello yoga senza escluderne alcuna; tutte portano al successo nello yoga.

I Capitolo: Samadhi Pada

Sutra 2: Che cos’è lo Yoga? (seconda parte)

Yogaschitta vritti nirodhah

Yoga: yoga; chitta: coscienza; vritti: fluttuazioni o schemi circolari; nirodhah: fermare, arrestare.

Bloccare le fluttuazioni della coscienza è yoga

Gli stati mentali e kundalini yoga

Questo è l’ordine o la sequenza dell’evoluzione della vostra coscienza. L’evoluzione della coscienza nell’uomo si classifica in cinque livelli. La coscienza umana si svilupperà definitivamente, quando si libererà dalla morsa di prakriti, o dei tre guna, che saranno descritti accuratamente nel secondo capitolo. Discutendo sulla parola chitta vritti, abbiamo menzionato i cinque stati della mente. Quando paragoniamo questi cinque stati con il risveglio della Kundalini in noi, possiamo sicuramente concludere che lo stato di mudha appartiene a muladhara chakra, dove la coscienza individuale è addormentata, latente. In Sanskrito si dice che la Kundalini è addormentata, la potenza del serpente è assopita. Dopo aver completato certe pratiche è talmente stimolata e agitata che tale agitazione sale fino a manipura chakra. Lo stato mentale associato a questo stadio è chiamato kshipta. Fino a manipura, o centro dell’ombelico, un aspirante spirituale rischia di essere rimandato indietro a muladhara. La coscienza si sveglia, sale a swadhisthana, poi a manipura, ma ridiscende a muladhara, perché questa è la sua natura. Tuttavia, quando la coscienza raggiunge manipura e vi rimane per qualche tempo, e poi lo attraversa o lo trascende, allora si stabilizza nel senso che lo stato di vikshipta continua fino ad agya chakra, e da agya chakra in poi si manifesta lo stato di concentrazione. Sahasrara, il chakra più elevato, è la sede di nirodha, al di là dei tre guna.
Tutte le funzioni di corpo, mente e universo dipendono dall’interazione dei tre guna. Molto è stato scritto sui guna e non esiste una migliore interpretazione dei guna se non quella della filosofia Samkhya. La natura cosmica ha queste tre caratteristiche, in questo senso ogni azione, pensiero ed evento vengono creati attraverso l’interazione dei tre guna. Anche la mente viene fortemente influenzata dalla loro interazione. Quando sattva guna predomina, la mente rimane quieta, le vritti rimangono concentrate e niente causa disturbo. Quando tamas predomina, allora niente nell’universo può mantenervi attivi, spirituali o felici; troverete sempre la vostra mente depressa, tesa e apatica. Questo è l’effetto di tamas sulla coscienza.
Un guna da solo non influenza la personalità. C’è sempre un’influenza combinata di tutti i guna. Quando tamas predomina, sopprimendo gli altri due guna, la mente entra in uno stato di inattività. Il risultato è un processo di pensiero lento; a volte il pensiero smette anche di manifestarsi. Quando questo stato si approfondisce, l’inattività mentale diventa acuta e si esprime sotto forma di nevrosi avanzata. Questo stato di apatia della mente è conosciuto come condizione mudha di chitta.
Quando rajas predomina e sattva e tamas sono soppressi, la condizione della mente è dispersa, dissipata, disgregata, si hanno idee di suicidio, di omicidio e si sviluppa una frattura nella personalità. Kshipta è il nome di questo stato mentale.
Lo stato di vikshipta è uno stato oscillante della mente. In questo particolare stato della mente la coscienza individuale si manifesta tra la stabilità e la distrazione. È la condizione abituale di tutti gli aspiranti spirituali quando si siedono per la puja, la meditazione, la concentrazione o antar mouna. È lo stato mentale di un buono studente che, avendo fatto studi avanzati e profondi, è soggetto ad una forma di instabilità temporanea, dovuta all’interazione dei guna. Quando il flusso di concentrazione, nato da sattva, è interrotto dall’instabilità nata da rajas, ci si trova nello stato vikshipta della coscienza.
In questo stato di coscienza si hanno delle visioni interiori. L’aspirante è molto sensibile e d’umore variabile. Lo si vedrà meditare a lungo e poi all’improvviso lasciare tutto per giorni interi. Questo è uno stadio molto importante; qui inizia lo yoga. In questo stadio i guna hanno completa libertà di esprimersi individualmente.
Quando sattva è libero di esprimersi allora nasce la concentrazione. Quando rajas è troppo potente la mente è dissipata. Quando interviene tamas non vi è né concentrazione né dissipazione, non c’è che apatia e inattività.
È molto importante per un aspirante spirituale analizzare la predominanza dei tre guna e trovare quale predomina in quel momento. È un momento raro quello in cui i tre guna sono in equilibrio. C’è sempre un guna che predomina sugli altri anche se gli altri hanno uguali possibilità di intervento. Per esempio, quando rajas predomina c’è sempre una reazione degli altri, cosa che conduce ad un’alternanza di concentrazione e di dissipazione. Di conseguenza bisogna riconoscere quale particolare guna ha il potere assoluto in quel dato momento e come avvengono le reazioni. Se c’è più dissipazione e meno concentrazione è rajas; se ci sono più sbadigli e sonno, e meno concentrazione e dissipazione, prevale tamas; se c’è più concentrazione, meno dissipazione e meno sonno, prevale sattva.
Dopo aver analizzato l’influenza dei tre guna sulla coscienza, si dovrà trovare il mezzo per eliminare l’influenza negativa di un particolare guna e permettere lo sviluppo dell’influenza di un guna positivo. Per esempio, se dopo aver osservato e analizzato i pensieri avete scoperto l’influenza di tamas nella meditazione, dovrete cercare i mezzi per ridurre l’influenza tamasica e sviluppare il guna opposto con un metodo appropriato. La tecnica per sviluppare l’influenza positiva è più importante che cercare di sopprimere l’influenza negativa del guna. In questo contesto si dovranno praticare asana, pranayama e alcune pratiche di hatha yoga. Poco importa che tamas faccia parte del carattere, della mente o che sia abituale, o una manifestazione fisica temporanea; le asana e l’hatha yoga eliminano il prevalere di tamas. Anche il lavoro fisico è molto importante per eliminare l’essenza stessa di tamas, non solo durante la meditazione ma anche nel corso della vita.
Se durante la meditazione in particolare, e nella vostra vita quotidiana in generale, siete sommersi dalla forza di rajas a tal punto che non riuscite più a concentrarvi su niente a causa delle perturbazioni mentali, dei samskara, dei desideri, dei problemi della vita e della depressione, dovete smettere di lottare con voi stessi e usare tutte le pratiche che riducono l’elemento di rajas dalla radice stessa della vita. Tali pratiche per esempio sono bhakti e japa yoga.
Deve essere praticato anche karma yoga; ognuno deve anche fare del lavoro fisico, non tanto perché ne avete bisogno, ma perché è una necessità nella vostra vita spirituale. Supponiamo che vi rendiate conto del prevalere di rajas durante la meditazione e di conseguenza non riusciate a concentrarvi un solo istante; oppure andate a dormire e la mente si mette a divagare, a pensare così tante cose e non riuscite a controllarla. Cosa dovete fare? È il momento di ricorrere a delle pratiche attraverso cui ridurre lo stato di rajo guna e ricordate bene, vi prego, che in questo stato si può ridurre grazie alle pratiche di bhakti e alla ripetizione monotona di japa. Qualche volta vi accorgete che sattva predomina sebbene gli altri guna operino uno dopo l’altro. Beninteso, non dovete eliminare sattva, al contrario, dovete rafforzarlo perché sattva è auspicabile. Tamo guna non è desiderabile e dovete ridurlo; anche rajo guna non è desiderabile e dovete ridurlo; ma quando predomina sattva in presenza di tamas e di raja convenientemente ridotti, dovete intensificare il suo potere con svariati metodi così come enunciati nei testi yogici. Dovrete pensare attentamente attraverso quali metodi potete rinforzare il vostro sattva guna, può essere grazie a dharana, può essere grazie al satsang, può essere grazie allo studio dei testi o grazie ad un regime alimentare adeguato.
Ogni aspirante deve analizzare, non ventiquattrore su ventiquattro, ma almeno per un po’ di tempo, l’influenza dei tre guna. Allora, quando vi accorgete che per un mese intero la mente era totalmente concentrata, e che di tanto in tanto vi era un po’ di instabilità, riconoscerete vikshipta, lo stato oscillante della mente. Per esempio, il vostro stato è instabile, non l’avete stabilizzato ma lo state stabilizzando. Quale guna è il più potente? Se è tamas, andrete giù, il vostro sadhana si ridurrà. Se predomina sattva sarete concentrati ed entrerete in meditazione. Così, in generale, dovete leggere il vostro stato interiore durante la meditazione e in relazione alle vostre conclusioni, scegliete un metodo piuttosto che un altro. Si dice che lo yoga comincia quando si arriva allo stato vikshipta della mente. Kshipta e mudha, i due stadi precedenti, non sono yogici. Essi sono quelli che chiamiamo gli stati “mondani” della mente. Mudha è molto lontano da ogni concetto yogico.
Ora passiamo alla parola ekagrata. Ekagrata significa unidirezionalità e in questo stato rajo guna e tamo guna sono assenti, solo sattva è presente. Quando la mente giunge ad uno stato di concentrazione, in quel momento rajas e tamas sono totalmente assenti, solamente sattva prevale. Quando si consegue questo stato, l’ultimo da raggiungere è nirodhah, la sospensione completa. A questo livello né rajas, né tamas, né sattva esistono. Questo è lo stato della mente chiamato trigunatita, al di là dei tre guna, là dove la coscienza si è completamente liberata dalla morsa dei tre guna. Quando la vostra coscienza individuale è resa libera dall’influenza dei tre guna e dimora da sola senza desideri amicizia o alleanza verso i tre guna, questo stato di coscienza si chiama nirodha.
Questa è la comparazione tra il risveglio della coscienza della kundalini e la terminologia yogica descritta.

Terapia Yogica delle Malattie Comuni:
Asma

Tratto da: Swami Karmananda Saraswati, «Yogic Management of Common Diseases», ed. Bihar School of Yoga, Munger, Bihar, India.

L’asma è una condizione comune e angosciosa caratterizzata da ricorrenti attacchi di spasmi dei canali polmonari che si risolvono in respiro ansimante, tosse e senso di soffocamento. I principali percorsi dell’aria (bronchi) si contraggono e si intasano di eccessive e dense secrezioni di muco prodotte dalle cellule che rivestono i percorsi dell’aria.
Gli attacchi di asma possono durare solo alcuni minuti o possono continuare per ore o persino giorni, lasciando il malato in uno stato di esaurimento fisico, mentale ed emozionale. In casi rari ed estremi, quando sopravviene la condizione conosciuta come “stato asmatico”, l’asma può persino rivelarsi fatale.

L’attacco acuto

Un attacco d’asma può essere un’esperienza temibile e spossante sia per il malato sia per la sua famiglia. I sintomi di un attacco imminente di solito iniziano parecchie ore prima e sono, di regola, costanti e ben riconoscibili per ciascun paziente. Di solito la situazione precipita in caso di tensione emotiva o psicologica, o per imprudenze dietetiche o di esercizio.
Un attacco imminente in un bambino di solito è annunciato da un leggero ansimare e da un cambio d’umore. Egli diventa irritabile ed è più facilmente portato al pianto. Diversamente può diventare tranquillo, indolente e introverso. Talvolta possono apparire eruzioni cutanee e le labbra e la faccia si gonfiano, ad indicare che i livelli di stress emozionale sta aumentando sino ad un livello in cui è imminente l’esplosione.
Nella maggior parte degli asmatici c’è un nascere improvviso di sintomi influenzali: congestione e irritazione nasale, starnuti, che indicano che la membrana mucosa nasale si sta gonfiando e sta iniziando a secernere in risposta a qualche stimolo psicologico o ambientale. Come l’attacco continua, c’è una crescente insufficienza di aria (fame di aria) che causa grande angoscia e ansietà all’individuo man mano che la respirazione diviene sempre più gravosa. La secrezione mucosa diviene spessa e viscosa e si sviluppa una tosse essudante. Il torace diviene iper-espanso e i polmoni iper-gonfiati. L’espirazione, in special modo, richiede uno sforzo muscolare continuo per superare la resistenza aggiunta dello spesso muco viscoso che chiude l’albero respiratorio. Il paziente può parzialmente compiere ciò espirando con le labbra serrate o fischiando, perché questo aumenta la pressione espiratoria nei polmoni. Quando l’attacco continua, la membrana mucosa può diventare bluastra, indicando che nel corpo non sta entrando abbastanza ossigeno. Un attacco non curato di solito continua in un circolo vizioso. Più a lungo il malato lotta per respirare, più a lungo continua l’attacco e più grave diventa. Più grave è l’attacco, più il paziente diventa angosciato, ansioso e meno capace di rilassarsi. Ciò continua in un circolo vizioso fino al momento in cui è obbligato, da un esaurimento incombente, ad abbandonare il controllo del respiro. A questo punto l’attacco automaticamente decresce e subentra la respirazione normale. Ciò ci da un’idea della natura psicologica e spirituale particolare di questa malattia.
Complicazioni di lunga durata

Le complicazioni dell’asma aumentano con la durata della malattia. Il corpo si indebolisce e si debilita. I bambini asmatici generalmente restano indietro rispetto ai loro coetanei sia per il peso sia per l’altezza. Inoltre difetti di postura, con espansione permanente della gabbia toracica e incurvamento delle spalle, di solito accompagnano l’asma di lunga durata. La capacità di godere di una vita pienamente attiva e di partecipare a rapporti sociali e personali normali è quindi ridotta poiché l’asmatico è obbligato a condurre una vita estremamente protetta, con innumerevoli restrizioni. Spesso inizierà a trarre benefici secondari vivendo secondo le aspettative degli altri e inconsciamente adempiendo ad un ruolo malato e debole. Deve prendere medicine particolari, evitare sport e attività all’aria aperta e così via. Così si trova sempre più intrappolato nella rete della malattia e la sua resistenza alla malattia diminuisce.


La causa dell’asma

La causa dell’asma è multi-fattoriale. Sono implicati fattori psicologici, ereditari e allergici che si accavallano in maniera variabile da un paziente all’altro. A livello psicologico, la repressione di emozioni negative come gelosia, rabbia, risentimento e odio è spesso una causa precipitante, come lo sono solitudine, bisogno di affetto, ipersensibilità emotiva, paura di essere respinti ed esitazione nella vita. Nella terapia dell’asma attraverso lo yoga, questi fattori psichici emergono alla mente cosciente. Il paziente impara a riconoscere, accettare e gradualmente risolvere queste difficoltà. L’asma può insorgere a qualsiasi età, ma è comune specialmente tra bambini e adolescenti. La sua incidenza può essere graduale o improvvisa. Gli asmatici spesso raccontano che il disturbo si era sviluppato proprio ad uno stadio dell’infanzia, dell’adolescenza o della vita adulta subito dopo qualche perdita, rifiuto o grossa minaccia alla sicurezza personale. Per esempio, perdita di un genitore, un figlio, un amico o forse un’opportunità di lavoro. Un altro fattore causativo è l’esposizione ad allergeni, cioè sostanze che causano un innalzamento della sensibilità. Essi possono essere prodotti alimentari, droghe, medicinali, diversi tipi di polveri, pelo di animali, inquinamento ambientale e atmosferico.
L’asma può insorgere anche durante il cambiamento delle condizioni climatiche e l’incidenza degli attacchi, ai tropici, è superiore in inverno e nelle stagioni delle piogge. Attacchi di starnuti, febbre da fieno, “bronchite asmatica” ed eosinofilia, possono trasformarsi in asma conclamata dopo un certo tempo. In realtà l’eosinofilia è uno stato di pre-asma e mostra che il sistema di autodifesa del corpo è stato risvegliato contro un fattore irritante, o qualche situazione psichica minacciosa, o un’aumentata esposizione a qualche allergene fisico come fumi industriali o scarichi automobilistici.
Anche una dieta ed uno stile di vita poco sani hanno un ruolo importante nella genesi dell’asma. Una dieta con scarsi residui e produttrice di muco consistente in carboidrati eccessivamente raffinati come pane e dolci, ghi, preparazioni oleose, latte e prodotti del latte, carente di frutta, verdure e cereali integrali, può normalmente essere incriminata. Oltre la produzione di muco, questa dieta grava eccessivamente sui processi digestivi già indeboliti dell’asmatico.
Nell’asma è molto importante anche il fattore ereditario, poiché la malattia spesso passa di generazione in generazione all’interno di una famiglia. Benché non sia ancora stata provata, c’è spesso una tendenza familiare a qualche altra ipersensibilità, disturbo allergico o psicosomatico come gli eczemi. È un disturbo da carenza energetica che spesso si sviluppa come accessorio a debolezza digestiva, dove pigrizia intestinale e costipazione sono diventati problemi cronici.


Fattori psicologici

Generalmente l’asmatico è una persona che ha subito qualche forma di doloroso rifiuto o perdita nell’infanzia che, nel subconscio, è stato incapace di accettare, anche se la sua mente cosciente è venuta a patti con esso. Per esempio un bambino privato della sua mamma e lasciato solo a confrontarsi col mondo, può imparare a non aver fiducia altro che in se stesso, poiché non trova alcuna consolazione o saggezza nell’aver fiducia nell’ordine naturale che gli ha dato un colpo così inaccettabile e doloroso. Come conseguenza, può crescere eccessivamente sensibile a ciò che è suo, perché teme che di nuovo, crudelmente possa perdere il suo possesso più caro.
Un bambino piccolo privato dell’enorme sicurezza della propria madre si sente privato di qualsiasi realtà. Afferra qualsiasi cosa potrà dare significato alla sua vita, ed è così che a volte si tiene stretto al suo respiro quando si sente minacciato da agenti sia psicologici sia ambientali. Paradossalmente, più ansioso diventa, più si aggrappa al suo respiro, e più sfuggente esso diventa. Questo è un travaglio sia emozionale sia fisico. Il sofferente sente di essere completamente solo, senza nessuno da cui dipendere, combattendo per la sua esistenza, come simboleggiato dal suo respiro sfuggente. Per una cura completa dell’asma è necessario aprire il cuore, esprimere le emozioni e sviluppare la fiducia.


Il ruolo dei medicinali

La scienza medica ha sviluppato una gamma di medicinali potenti che veramente eliminano i sintomi di un attacco acuto e diminuiscono anche l’incidenza degli attacchi. Tuttavia, essi non curano la condizione e possono persino rendere il paziente più debole e più malato di prima. Essi creano anche dipendenza psicologica e in alcuni casi anche fisiologica. La maggior parte degli asmatici ha una grande paura di dover affrontare un attacco senza far ricorso alle medicine.
In yoga terapia il primo gradino è dare al paziente l’esperienza di gestire con successo la situazione usando delle tecniche yogiche e ricorrendo ai farmaci solo quando assolutamente necessario. Quando aumenta la fiducia nelle proprie capacità di prevenire e controllare un attacco, egli sarà in grado di smettere gradualmente i medicinali dai quali dipende. I farmaci anti-asma non dovrebbero essere eliminati improvvisamente senza una guida adeguata, poiché questo spesso permette all’asma precedentemente repressa con i medicinali di riprendersi. Tale abbandono viene portato avanti nel modo migliore in un ospedale o in un ashram yogico, specialmente quando il paziente dipende da farmaci come il cortisone, che non solo sopprime le capacità ormonali proprie dell’organismo e crea dipendenza fisiologica, ma ha anche gravi effetti collaterali. Questi farmaci devono essere evitati in tutti i casi eccetto che nei più gravi.


Terapia yogica dell’asma

Una parte essenziale della terapia yogica è il ripristino dei canali dell’energia pranica impoveriti e bloccati. Questo si ottiene gradualmente con l’influenza combinata di yogasana, pranayama e shatkriya. Questi dovrebbero essere appresi durante un soggiorno residenziale in un ashram e praticati con determinazione. Solo con una pratica quotidiana costante e regolare è possibile una completa e durevole ripresa libera da farmaci. In questo modo, si otterrà la cura dell’asma nel più breve tempo e con la minima sofferenza. Non è possibile ottenere sollievo durevole o guarigione in un asmatico in cui rimanga la costipazione. Nel cercare di curare il disturbo, in questi casi, è prima necessario rimuovere la costipazione e aumentare il ‘fuoco’ digestivo nel corpo. In questo modo la tendenza alla scarsa energia interna che predispone un individuo all’asma può essere superata. La costipazione non è solo una condizione dell’intestino, ma anche della mente. Il suo attenuarsi porta una gradita liberazione di energia mentale ed emozionale precedentemente bloccata. Le seguenti pratiche eliminano la costipazione dall’intestino, dai polmoni e dalla mente.

1. Surya namaskara. Praticatelo lentamente e con la consapevolezza del respiro. Eseguite fino a 7 cicli ogni mattina all’alba.

2. Asana. Chi ha il corpo rigido dovrebbe prima praticare le serie di pawanmuktasana per alcune settimane. Poi cominciare con alcune delle seguenti: hasta uttanasana, dwi konasana, marjariasana, shashank-bhujangasana, dhanurasana, pranamasana, kandharasana, makarasana, gomukhasana, sarvangasana, matsyasana, simhasana, baddha padmasana, lolasana, tolangulasana, parivritti janu sirshasana. Queste asana aiutano a rimodellare il torace, migliorare la postura, rinforzare la colonna vertebrale, promuovere il flusso dell’energia nervosa inibita e bloccata e riequilibrare e ristabilire l’intero corpo. Praticate tutte le asana con piena consapevolezza sia del respiro sia del corpo.

3. Pranayama. È molto importante nel prevenire attacchi acuti rinforzando l’intero sistema nervoso, ripristinando l’equilibrio in un sistema nervoso autonomo impoverito e squilibrato e aumentando il controllo volontario sui meccanismi respiratori. Nadi shodhana sviluppa consapevolezza e controllo su inspirazione ed espirazione. Bhastrika, con kumbhaka e jalandhara bandha, rinforza i polmoni e sviluppa la capacità respiratoria. Con la pratica regolare del pranayama, l’asmatico impara ad essere sempre più consapevole del suo respiro e, automaticamente, diventa anche più consapevole dei suoi pensieri, delle sensazioni e degli stati mentali.

4. Shatkriya. Questi sono la parte più importante della terapia. L’acqua salata tiepida è profondamente efficace nel dissolvere e rimuovere scorie mucose indurite accumulate dalle membrane mucose nasali, dall’albero respiratorio, dallo stomaco e dal tratto digestivo inferiore. Neti e kunjal dovrebbero essere praticati ogni mattina prima di ogni altro sadhana.
Praticando kunjal kriya può essere bloccato un attacco acuto di asma e la minaccia di un attacco può essere evitata dirigendo l’accumulo di energia nervosa che sta causando l’attacco nell’espellere l’acqua dallo stomaco. Lo spasmo nervoso e la tensione nella muscolatura liscia dell’albero respiratorio vengono rilasciati dall’azione riflessa del nervo vago. Anche vastra dhauti è una pratica eccellente, ma dovrebbe essere tentata sotto una guida esperta. Neti kriya rimuove le ostruzioni dai passaggi nasali, facilita la respirazione nasale e previene le risposte allergiche e di ipersensibilizzazione ritrasmesse attraverso la membrana mucosa nasale e le sue connessioni del sistema nervoso autonomo, che precipitano gli attacchi di asma.
Shankhaprakshalana è vitale nel ripristinare l’energia digestiva impoverita dell’asmatico e nell’eliminare la costipazione. La forma completa necessita di molto tempo ed è stancante e dovrebbe essere praticata solo sotto una guida in un ashram all’inizio della terapia. Laghu shankhaprakshalana può essere praticato per una settimana un mattino si e uno no e poi ripetuto ogni volta ci sia costipazione.

5. Rilassamento. Lo yoga nidra fornisce un efficace mezzo per sminuire un attacco acuto di asma. È anche utile nell’indurre lo stato di rilassamento mentale in cui può verificarsi l’autoanalisi yogica. Praticatelo quotidianamente, e se non avete tempo sufficiente per la tecnica completa, praticate la consapevolezza del respiro addominale in shavasana. Questo permetterà all’asmatico di familiarizzare con il suo estraniato processo respiratorio.

6. Meditazione. Ajapa japa, la consapevolezza ascendente e discendente nel passaggio psichico frontale dall’ombelico alla gola unita al mantra soham. La pratica rallenta e libera il respiro, permettendo ai fattori psichici subconsci più profondi, che danno inizio e fanno da base all’asma, di venire in superficie. È parte essenziale della sua guarigione che l’asmatico impari a riconoscere e ad accettare qualsiasi cosa abbia soppresso per così lungo tempo.

7. Dieta. Cibo semplice, nutriente e non stimolante, con abbondanza di frutta fresca e verdure poco cotte, particolarmente quelle verdi. Mangiate cereali integrali e legumi anziché carne e uova. Evitate completamente cibi che formano muco come riso, dolci, latticini e prodotti di farine raffinate. Cibi pesanti, grassi ed essiccati non dovrebbero essere mangiati perché sfruttano eccessivamente l’energia digestiva già indebolita. Evitate rigidamente tutti i cibi sottoposti a trattamenti chimici, speziati e conservati, così come qualsiasi cibo che possa dare inizio ad una reazione allergica. È meglio fare il pasto più pesante a metà giornata ed un piccolo pasto leggero la sera. È bene prendere succhi di frutta o frutta solo a colazione o prendere frutta solo per pochi giorni. Sono consigliate spezie riscaldanti come chili, pepe, aglio e zenzero, specialmente nei mesi più freddi quando kapha (l’elemento muco) aumenta nel corpo.

8. Digiuno. Se non può essere intrapreso un digiuno completo, è buona abitudine saltare il pasto serale e prendere soltanto succo di limone caldo con miele, te di erbe (citronella, tulsi, zenzero, pepe nero) o un preparato particolare di karha che si ottiene bollendo insieme spezie riscaldanti (zenzero, pepe nero, cannella, cardamomo, tulsi e vanfasa). Questa mistura si prepara facendo evaporare metà del liquido a fuoco molto lento. Prima di bere si può aggiungere del miele.

Ulteriori raccomandazioni

1. Non appena sembra avvicinarsi un attacco, l’asmatico dovrebbe evitare di mangiare. Invece di desiderare la sicurezza dell’inalatore o dei farmaci, dovrebbe fare kunjal kriya. Se ha mangiato di recente, allora può fare vyaghra kriya. Quindi dovrebbe fare neti kriya e praticare la consapevolezza del respiro addominale in shavasana. Questo consente di mantenere l’unione tra mente e respiro, così da evitare l’alienazione o la separazione dal respiro, che è l’esperienza psichica di base dell’asmatico durante l’attacco.

2. Dovrebbe essere sviluppata una buona forma fisica e rimosso il peso in eccesso, perché accentua le difficoltà respiratorie di un asmatico. Un eccellente esercizio per gli asmatici è il nuoto, mentre corsa e jogging sono utili se praticati con moderazione. Non praticate mai con competitività, ma usate queste pratiche come mezzo per sviluppare il respiro spontaneo e la consapevolezza del mantra.

3. Ogni mattina bisognerebbe farsi una doccia fredda, applicando in particolare l’acqua fredda al collo e alle spalle.

4. Un rimedio efficace può essere preparato disponendo delle fette molto sottili di cipolla e di aglio, cosparse di miele, su un piatto; poi coprite con un altro piatto e lasciate riposare tutta la notte. Prendete un cucchiaio dello sciroppo che si forma quattro volte al giorno.

Bahyakasha Dharana

Tratto da: Sw. Niranjanananda Saraswati, “Dharana Darshan”, ed. Bihar School of Yoga, Munger, Bihar, India.

In sanscrito l’universo materiale che ci circonda si chiama bahyakasha. Il termine bahya significa “esterno” e akasha vuole dire “spazio” o “etere”. Bahyakasha dharana è l’esplorazione dello spazio esterno o etere, non in un’astronave, ma in senso meditativo. Mentre il corpo rimane a terra, la coscienza si eleva nello spazio esterno, contemplando i pianeti, le stelle e gli asteroidi. In questa pratica facciamo esperienza di noi stessi come una parte del grande spazio del cosmo esterno, attraverso cui il nostro essere individuale e tutti gli altri esseri, senzienti e non senzienti, siamo giunti all’esistenza.

Tecnica

Primo stadio – preparazione

Sedete in una comoda posizione meditativa. Sistemate la posizione in modo da non dover muovere nessuna parte del corpo durante la pratica. Chiudete gli occhi e rilassate tutto il corpo. Concentratevi sulla posizione del corpo. Sentite il vostro corpo diventare stabile e immobile. Sviluppate la sensazione della stabilità e immobilità del corpo. Simultaneamente divenite consapevoli del respiro naturale. Continuate questo procedimento finché il corpo è completamente stabile e immobile.

Secondo stadio – visualizzazione del corpo

In questa pratica rivolgeremo la consapevolezza verso l’esterno e faremo un viaggio nello spazio esterno. Prima di tutto, portate la consapevolezza alla sommità del capo e guardate verso il basso. Esaminate tutto il vostro corpo seduto immobile in posizione meditativa. Vedete il vostro corpo da ogni parte, come se steste guardando giù dalla cima della testa. Vedete la parte frontale del corpo, quella posteriore, il lato destro e il lato sinistro. Vedete tutto il corpo insieme. Vedete l’espressione del vostro viso. Vedete gli abiti che indossate. Guardate ogni cosa dettagliatamente.

Terzo stadio – la stanza

Elevate la consapevolezza portandola sul soffitto della stanza in cui il vostro corpo è seduto. Da questo punto potete vedere comodamente ogni cosa nella stanza. Vedete il vostro corpo seduto in meditazione in un punto particolare della stanza. Vedete il pavimento, il soffitto e le quattro pareti della stanza. Vedete le finestre e le porte. Vedete i mobili. Vedete ogni altra persona che si trova nella stanza. Osservate tutta la stanza con uno sguardo. Vedete contemporaneamente ogni cosa nella stanza.

Quarto stadio – l’edificio

Elevate la consapevolezza in cima all’edificio. Guardate giù e vedete l’interno dell’edificio. Vedete il vostro corpo fisico nella stanza, nell’edificio. Vedete i vari piani dell’edificio. Vedete progressivamente ogni piano, dal piano terra in su. Vedete tutte le stanze di ogni piano. Vedete il contenuto di ogni stanza, le persone in ogni stanza, il colore di ogni stanza. Vedete i corridoi, gli atri, le verande e le scale. Spostatevi da un piano all’altro finché avrete coperto tutto l’edificio.

Quinto stadio – la località

Elevate la consapevolezza cinquanta metri sopra la sommità del vostro edificio. Guardate giù e vedete il vostro corpo seduto nella stessa stanza nell’edificio. Vedete il vostro edificio e gli altri che lo circondano. Vedete i diversi colori, le varie dimensioni e forme degli edifici. Vedete tutta la zona del vicinato della città o del villaggio. Vedete le macchine e le persone che si spostano lungo le strade. Vedete i bambini che giocano. Vedete gli alberi e l’erba che circondano i vari edifici. Vedete tutta la località con un solo colpo d’occhio, con un solo sguardo.

Sesto stadio – il distretto

Elevate di altri cento metri la consapevolezza, fino al livello delle nuvole basse. Guardate giù e vedete tutto il vostro distretto. Vedete le zone pianeggianti delle coltivazioni, le colline, i corsi d’acqua. Vedete le città e i villaggi. Vedete le strade e le ferrovie che vi si snodano da una parte all’altra. Vedete la vostra città e al suo interno vedete il vostro edificio. Vedete il vostro corpo fisico che siede nella stanza, dentro l’edificio. Vedete l’edificio, la città, e tutto il distretto, con un solo colpo d’occhio, con un solo sguardo.

Settimo stadio – il paese, il continente, la terra

Elevate la consapevolezza di diverse migliaia di metri in modo da vedere tutto lo stato. Continuate a muovervi verso l’alto e vedete tutto il paese. Vedete tutto il continente. Mentre andate ancora più su e lasciate l’atmosfera terrestre, guardate giù e vedete tutta la terra come un globo appeso nello spazio. Continuate il vostro viaggio nello spazio esterno. Guardate giù e vedete la terra che diventa sempre più piccola finché appare come un’altra stella o un asteroide.

Ottavo stadio – lo spazio esterno

Sperimentate la consapevolezza che si sposta più veloce della luce attraverso il vasto spazio esterno, bahyakasha. Guardate nello spazio buio colore inchiostro illuminato soltanto dalle stelle, dagli asteroidi e dalle comete. Sperimentate lo spazio tutto intorno a voi, lo spazio infinito, eterno. Vedete il sistema solare e i differenti pianeti che vi sono compresi. Andate ancora più in alto e vedete tutta la Via Lattea. Vedete l’immensa galassia di stelle che costituisce tutto il nostro universo. Fondete la consapevolezza nel grande spazio infinito. Al di là di voi, sopra di voi, sotto di voi, tutt’intorno a voi non vi è altro che spazio. Spazio eterno. Sperimentate questo spazio. Sperimentate bahyakasha. Fate esperienza di voi stessi come un’entità di consapevolezza fluttuante all’interno dello spazio infinito. Per quanto lontano possiate guardare in ogni direzione non vi è altro che spazio. Siete tutt’uno con il vasto spazio eppure siete anche separati.

Nono stadio – ritorno alla terra

Ora ricordatevi del vostro corpo fisico al quale la consapevolezza è ancora collegata da un sottile filamento di luce. Iniziate lentamente il viaggio di ritorno sulla terra. Spostandovi in giù vedete la Via Lattea, il sistema solare, la terra. Mentre rientrate nell’atmosfera terrestre il globo diventa sempre più grande. Vedete il vostro continente, il vostro stato, il vostro distretto, la vostra città, la vostra casa. Entrate nella vostra casa e andate nella stanza in cui siede il vostro corpo. Vedete il vostro corpo seduto nella stessa posizione e nello stesso luogo.

Decimo stadio – conclusione della pratica

Portate la consapevolezza all’interno del corpo. Sperimentate di nuovo la dimensione fisica. Sentite la posizione del corpo. Sentite il peso del corpo sul pavimento. Sentite la mani sulle ginocchia. Divenite consapevoli del respiro, dei suoni esterni. Siate consapevoli di tutto il vostro corpo, dalla testa ai piedi. Lentamente lasciatela posizione e aprite gli occhi.

Hari Om Tat Sat

Antarakasha Dharana

Tratto da: Sw. Niranjanananda Saraswati, “Dharana Darshan”, ed. Bihar School of Yoga, Bihar Munger, India.

In sanscrito il temine antar significa “interno”. Perciò antarakasha è lo spazio interno che forma il substrato per la nostra creazione individuale. Secondo lo Yoga e anche secondo il pensiero scientifico moderno, l’universo materiale, di cui noi tutti siamo parte integrale, ha due aspetti principali, quello macrocosmico e quello microcosmico. Tutto ciò che esiste in bahyakasha, entro la dimensione di tempo, spazio e oggetto, fa parte del macrocosmo. Questo è il mondo in cui viviamo. Tuttavia tutto quello che esiste all’esterno, si può trovare anche all’interno, nella sua forma mini, e quello è il microcosmo.
Come il macrocosmo esiste all’esterno del nostro essere individuale, nello spazio di bahyakasha, così il microcosmo esiste dentro, in antarakasha, lo spazio interno. Quindi per sperimentare il microcosmo, l’universo interiore, è necessario prima sviluppare la nostra percezione di antarakasha, lo spazio interiore, tramite cui questo mondo interiore prende la sua forma sottile. Lo spazio interno è l’elemento base, o il substrato, di tutte le manifestazioni della coscienza rappresentate da Shiva, o Purusha; mentre lo spazio esterno è il substrato di tutte le manifestazioni dell’energia o della materia rappresentata da Shakti, o Prakriti. Per conoscere noi stessi, per espandere la nostra coscienza, si deve per prima cosa penetrare nello spazio interiore. Solo allora potremo incominciare a fare esperienza di quello che c’è nelle dimensioni più profonde del nostro essere.

Tecnica

Primo stadio – rilassamento del corpo
Sedete in una comoda posizione meditativa. Sistemate la posizione in modo da non dover muovere nessuna parte del corpo. Osservate tutto il corpo e accertatevi che sia privo di rigidità o tensioni dalla sommità del capo alla punta delle dita dei piedi. Muovete la vostra mente attraverso le varie parti del corpo. Controllate ogni parte, ogni giuntura, ogni muscolo. Accertatevi di essere completamente a vostro agio dal punto di vista fisico. Osservate e rilassate tutto il corpo internamente. Divenite consapevoli del massimo agio di cui potete fare esperienza nel corpo.

Secondo stadio – stabilità del corpo
Mantenendo la sensazione di rilassamento, di totale rilassamento fisico, divenite consapevoli della posizione del vostro corpo. Concentratevi sulla posizione del corpo. Sentite il vostro corpo che diviene stabile e immobile. Sviluppate la sensazione di stabilità e immobilità. Divenite contemporaneamente consapevoli del respiro naturale. Continuate così finché il corpo è assolutamente stabile e immobile. Mantenete la consapevolezza del corpo assolutamente immobile e calmo. Concentratevi sull’immobilità del corpo, sul silenzio. Non deve esserci movimento fisico.

Terzo stadio – entrata nello spazio interiore
Mantenete la totale consapevolezza dell’immobilità che potete sentire dentro il corpo. Nell’immobilità del corpo iniziate a fare esperienza dello spazio interno. Lasciate il concetto del corpo materiale fatto di ossa, carne, sangue e muco. Sviluppate il concetto di corpo come spazio, nient’altro che spazio. Fate esperienza del corpo come un involucro vuoto, fatto di pelle, con niente dentro.
Nell’immobilità sperimentate lo spazio interno che pervade tutto il corpo dalla testa ai piedi, spazio vuoto. Sentite l’espansività interiore, la leggerezza, la sensazione di vuoto, di spazio. Dovete dirigere la vostra coscienza su questo spazio. Il corpo contiene l’esperienza microcosmica. Sviluppate la consapevolezza microcosmica all’interno del corpo. Sperimentate lo spazio infinito dentro la struttura fisica.
Non dovete fare alcuno sforzo per sperimentare lo spazio interno. L’esperienza si presenterà spontaneamente quando accorderete la consapevolezza con la dimensione sottile della coscienza. Questo spazio non è separato dalla coscienza, è il mezzo attraverso cui la coscienza funziona. Dove c’è coscienza vi è spazio. Mettetevi in sintonia con l’esperienza dello spazio interiore. Oltre il corpo, al di là della mente vi è la dimensione dello spazio. Sviluppate questa esperienza.

Quarto stadio – lo spazio interno del corpo
Mantenete la consapevolezza totale dello spazio all’interno del corpo. Osservate la vacuità di tutto il corpo dalla testa ai piedi. Muovete la consapevolezza dai piedi alla cima della testa osservando lo spazio contenuto all’interno del corpo. Portate la vostra consapevolezza attraverso ogni parte del corpo e divenite consapevoli del sottile spazio interiore che lo pervade.
Portate la consapevolezza alla testa. Fate esperienza dello spazio nella regione della testa. Divenite consapevoli del collo e lì sperimentate lo spazio. Siate consapevoli dello spazio all’interno della spalla destra, del braccio destro, della mano destra; lo spazio dalla spalla destra giù fino alla punta delle dita. Siate consapevoli dello spazio nella spalla sinistra, nel braccio sinistro, nella mano sinistra. Fate esperienza dello spazio fra la spalla sinistra e la punta delle dita della mano sinistra.
Fate esperienza dello spazio che pervade la regione del torace, dentro la gabbia toracica. Siate consapevoli di tutto lo spazio del torace da davanti a dietro. Fate esperienza dello spazio dentro l’addome, l’addome superiore, quello inferiore, da davanti a dietro. Fate esperienza dello spazio nelle natiche, nella natica destra, nella sinistra, in entrambe. Fate esperienza di tutto lo spazio fra le spalle e il perineo. Siate consapevoli di tutto il tronco e dello spazio interno che lo pervade.
Siate consapevoli dello spazio dentro la coscia destra, il ginocchio destro, il polpaccio destro, il piede destro. Fate esperienza dello spazio interno fra l’anca e la punta delle dita del piede destro. Siate consapevoli dello spazio che pervade la coscia sinistra, il ginocchio sinistro, il polpaccio sinistro, il piede sinistro. Fate esperienza dello spazio interno fra l’anca sinistra e la punta delle dita del piede sinistro.
Siate consapevoli dello spazio in entrambi i piedi contemporaneamente, in entrambe le gambe contemporaneamente. Siate consapevoli dello spazio in entrambe le mani contemporaneamente, in entrambe le braccia contemporaneamente. Siate consapevoli dello spazio dentro il torace, dentro l’addome, in tutto il tronco. Siate consapevoli dello spazio nel collo e nella testa. Sviluppate una consapevolezza omogenea dello spazio contenuto in tutto il corpo, in tutto il corpo. Consapevolezza dello spazio di tutto il corpo.

Quinto stadio – espansione e contrazione
Dirigete la consapevolezza al respiro naturale. Osservate ogni respiro che entra e che esce. Non cambiate assolutamente il flusso del respiro. Osservate semplicemente il respiro naturale. Contemporaneamente vi è consapevolezza dello spazio interno. Mentre inspirate sentite che lo spazio si espande. Mentre espirate sentite che lo spazio si contrae. Intensificate la consapevolezza dello spazio che si espande e si contrae con ogni respiro.

Sesto stadio – conclusione della pratica
Ora preparatevi a terminare la pratica. Lasciate la consapevolezza dell’esperienza dello spazio. Esteriorizzate gradualmente la vostra percezione. Sentite il vostro corpo fisico seduto nella posizione meditativa. Sentite il peso del vostro corpo sul pavimento. Sentite le mani appoggiate sulle ginocchia. Siate consapevoli dei suoni esterni. Siate consapevoli della stanza in cui siete seduti. Inspirate profondamente e cantate Om per tre volte.

Hari Om Tat Sat

Ujjayi Pranayama

Tratto da: Sw. Niranjanananda Saraswati, “Prana, Pranayama, Prana Vidya”, ed. Bihar School of Yoga, Munger, Bihar, India.

Ujjayi significa vittorioso. Deriva dalla radice ujji, conquistare, ottenere per conquista. Ujjayi è l’unico pranayama che può essere praticato in qualsiasi posizione, in piedi, seduti o sdraiati. In effetti si verifica spontaneamente durante il sonno profondo, quando la mente è ritirata. Ujjayi è conosciuto anche come respiro psichico, poiché porta a stati mentali molto sottili. È parte indispensabile di molte tecniche e si pratica con asana, mantra japa, ajapa japa, kriya yoga e prana vidya.

Tecnica 1: Ujjayi con khechari mudra

Praticate inspirazione ed espirazione attraverso entrambe le narici contraendo parzialmente la glottide – quando l’aria passa nella gola producete un suono sottile e sibilante come quello del vapore di una pentola a pressione – l’inspirazione è lunga, profonda, controllata – praticate la respirazione yogica completa mentre vi concentrate sul suono prodotto dal respiro nella gola – quando praticate a lungo, la gola tenderà a seccarsi, questo può essere evitato praticando khechari mudra – continuate la pratica per un po’ di tempo – ogni tanto rilassate khechari mudra e praticate alcuni cicli di ujjayi – quindi continuate come prima.

Tecnica 2: Ujjayi con Jalandhara e Mula Bandha

Praticate la Tecnica 1 ma, dopo l’inspirazione, trattenete il respiro – abbassate la testa e praticate jalandhara bandha – trattenete per quanto vi è possibile – lasciate jalandhara ed espirate soltanto attraverso la narice sinistra, chiudendo la destra – inspirate attraverso entrambe le narici e ripetete lo stesso procedimento – continuate la pratica per un po’ di tempo – quando vi sentite a vostro agio con questa tecnica, allora potete includere khechari mudra e, durante la ritenzione, mula bandha.

Tecnica 3: Ujjayi con Ajapa Japa nel passaggio psichico frontale

Questa tecnica può essere praticata in qualsiasi asana, da seduti, da sdraiati o in piedi.
Praticate ujjayi con khechari mudra – visualizzate, lungo la parte frontale del vostro corpo, un sottile tubo argenteo o trasparente che unisce l’ombelico al centro della gola – quando inspirate, immaginate di muovere il prana, nella forma di un punto di luce, lungo questo passaggio dall’ombelico alla gola – quando espirate, immaginate di muovere il prana lungo il tubo giù fino all’ombelico – continuate questa pratica per un po’ di tempo.
Ora, quando inspirate, ripetete mentalmente il mantra So e quando espirate ripetete il mantra Ham – continuate con la consapevolezza del passaggio frontale – potete sincronizzare col respiro anche il vostro Guru mantra – praticate per quanto volete o per il tempo che avete a disposizione.

Tecnica 4: Ujjayi con Ajapa Japa nel passaggio psichico spinale

Questa tecnica viene praticata nello stesso modo della precedente, tranne che per il tubo argenteo che viene visualizzato nella colonna vertebrale ed unisce muladhara ad agya chakra. L’inspirazione sale da muladhara ad agya con il mantra So. L’espirazione discende da agya a muladhara con il mantra Ham. Continuate per quanto vi fa piacere o per il tempo che avete a disposizione.

Benefici: Poiché ha come effetto la riduzione della pressione sanguigna, la forma semplice di ujjayi senza ritenzione (tecnica 1) è usata nella terapia yogica dei disturbi cardiaci e dell’ipertensione. Le persone che soffrono di insonnia e tensione mentale dovrebbero praticare ujjayi in shavasana prima di dormire (ma senza khechari mudra poiché questo non è da praticare da sdraiati). Chi soffre di slittamento dei dischi o spondilite vertebrale dovrebbe praticare la Tecnica 1 in makarasana. Ujjayi aiuta a rendere la mente introversa ed aumenta la sensitività psichica.

Limiti: Le persone che soffrono di ipotensione dovrebbero correggere la loro condizione prima di iniziare ujjayi. Chiunque sia troppo introverso non dovrebbe praticarlo.

Chakra Shuddhi

Tratto da: Paramahamsa Niranjanananda, “Dharana Darshan”, ed. Bihar School of Yoga, Munger, Bihar, India.

Chakra shuddhi significa “purificazione dei centri psichici”. In kundalini yoga si usano questi esercizi per localizzare i centri psichici. In japa yoga questi esercizi costituiscono una particolare ricerca che può procurare notevoli benefici a quei discepoli seri in grado di dedicare una settimana o un mese ininterrottamente alla pratica. Nel kundalini yoga si dice che prima del risveglio di kundalini bisogna purificare, aprire e risvegliare i chakra. Questi esercizi costituiscono una parte importante di questo processo. Ogni centro psichico viene trattato singolarmente in stadi separati e poi nello stadio finale tutti i centri psichici vengono trattati consecutivamente. Prima va localizzato ogni centro. Poi, con il respiro, si stabilisce un passaggio psichico fra il chakra kshetram, o punto di sgancio nella parte frontale del corpo, e il chakra effettivo nella spina dorsale. Infine il chakra viene purificato e aperto con il mantra. A mano a mano che gradualmente si forma la vibrazione sonora del mantra lungo il passaggio psichico, si risveglia il centro psichico. Durante la concentrazione sui chakra, sul respiro e sul mantra viene messa in circolo nel cervello un’energia ad alto voltaggio che aiuta a evitare la distrazione e favorisce la stabilità mentale, tanto che anche dopo pochi minuti di esercizio la mente diventa focalizzata e calma quasi senza sforzo.

Tecnica
Primo stadio – muladhara shuddhi

Muladhara chakra non ha uno kshetram o punto di sgancio, perciò si localizza direttamente. Per localizzarlo facilmente si consiglia di sedere in siddhasana o siddha yoni asana, perché questo aiuta a centrare la consapevolezza sul punto di muladhara chakra. Ponete le mani sulle ginocchia in chin (gesto della consapevolezza) o gyana (gesto della saggezza) mudra. Chiudete gli occhi e rilassate tutto il corpo. Siate consapevoli della posizione di meditazione. Verificate che non vi sia tensione percorrendo tutte le parti del corpo. Fate in modo che il respiro divenga lento e ritmico. Spostate la consapevolezza nel punto di contatto dove il tallone più in basso preme sul perineo o sulla vagina. Divenite intensamente consapevoli della pressione distinta in quel punto. Centrate tutta la vostra consapevolezza sul punto della pressione. Divenite consapevoli della pulsazione in questa zona quando localizzate la posizione esatta di muladhara chakra. Ora divenite consapevoli del respiro. Sentite o immaginate di inspirare ed espirare attraverso questo punto dove esercitate la pressione. Sentite il respiro che si muove attraverso il corpo perineale, o attraverso la vagina, divenendo sempre più fine in modo da perforare il punto dove è localizzato muladhara chakra. Spostate la consapevolezza con il ritmo stabile del respiro naturale. Fate esperienza di muladhara chakra che viene perforato ad ogni inspirazione ed espirazione. Spostate la consapevolezza con il respiro. Non permettete alla vostra attenzione di distrarsi. Continuate l’esercizio integrando la ripetizione mentale del mantra Om con ogni respiro. Mentre inspirate ripetete Om e sentite la vibrazione che si sposta con il respiro verso l’alto forando il punto di muladhara chakra. Ripetete nuovamente Om quando espirate e sentite che la vibrazione si sposta verso il basso con il respiro uscendo dal punto del chakra. Fate esperienza del mantra Om che si sposta dentro e fuori da muladhara chakra. Avvertite che state purificando e aprendo il muladhara chakra con il movimento del respiro e con il mantra. Continuate questo esercizio per cinque minuti.

Secondo stadio – swadisthana shuddhi

Sedete correttamente in siddhasana o siddha yoni asana e verificate che il corpo sia rilassato. Ora spostate la consapevolezza sul punto di contatto del tallone superiore contro l’osso pubico. Divenite ben consapevoli della chiara pressione in quel punto. Centrate la vostra consapevolezza sull’osso pubico noto come swadhistana kshetram o punto di sgancio per swadhisthana chakra. Mantenete la consapevolezza su quel punto e siate consapevoli della pulsazione lì. Ora spostate la consapevolezza lungo una linea retta sull’osso del coccige alla base della spina dorsale. Qui si localizza swadhisthana chakra. Mantenete lì la consapevolezza per alcuni momenti e divenite consapevoli della pulsazione in quel punto. Intensificate la consapevolezza di swadhisthana chakra. Divenite consapevoli del respiro. Portate in giù verso la regione pelvica la consapevolezza del respiro. Senti o immaginate di inspirare e espirare attraverso questa zona. Mentre inspirate il respiro entra in swadhisthana kshetram nell’area pubica e si sposta indietro dritto verso il coccige nella spina dorsale, in swadhisthana chakra. Quando espirate il respiro si muove in avanti dal coccige, o swadhisthana chakra verso l’osso pubico o swadhisthana kshetram. Create un percorso psichico con il movimento della vostra consapevolezza e del respiro fra swadhisthana kshetram, sull’osso pubico, e il punto del chakra alla base della spina dorsale. Sentite che con il respiro e con la consapevolezza state collegando questi due punti. Con ogni inspirazione sentite espandersi la zona pelvica e la consapevolezza e il respiro spostarsi indietro direttamente da swadhisthana kshetram a swadhisthana chakra. Con ogni espirazione sentite contrarsi la zona pelvica e la consapevolezza e il respiro spostarsi da swadhisthana chakra a swadhisthana kshetram. Sentite che il respiro diviene sempre più fine tanto da forare swadhisthana kshetram e il punto del chakra. Continuate con questa consapevolezza per cinque minuti. Ora aggiungete all’esercizio la ripetizione mentale del mantra Om. Ripetete mentalmente il mantra Om mentre inspirate e sentite la vibrazione spostarsi da swadhisthana kshetram a swadhisthana chakra. Mentre espirate ripetete il mantra Om e sentite la vibrazione che si sposta da swadhisthana chakra a swadhisthana kshetram. Sperimentate il mantra e il respiro che si muovono lungo questo passaggio psichico. Intensificate la consapevolezza di questo movimento lungo il passaggio psichico. Sentite che il mantra e il respiro purificano e aprono swadhisthana chakra. Continuate questo esercizio per cinque minuti.

Terzo stadio – manipura shuddhi

Lasciate la consapevolezza di swadhisthana chakra e riportatela indietro sulla posizione di meditazione. A questo punto, se volete aggiustare la posizione potete farlo. Accertatevi che il corpo sia a suo agio e rilassato. Portate la consapevolezza sull’ombelico, che è il manipura kshetram o punto di sgancio. Intensificate la consapevolezza dell’ombelico. Divenite consapevoli della pulsazione in quella zona. Ora spostate la consapevolezza indietro lungo una linea retta sulla spina dorsale. Questo è il punto di manipura chakra. Tenete per alcuni momenti la consapevolezza in questo punto. Cercate di avvertire le pulsazioni in questo punto sulla spina dorsale dietro l’ombelico. Siate consapevoli della pulsazione ritmica e costante in manipura chakra. Divenite consapevoli del respiro nella regione addominale. Avvertite la leggera contrazione ed espansione dell’addome durante il respiro. Immaginate di inspirare ed espirare attraverso questa zona. Mentre inspirate il respiro entra nell’ombelico e si dirige dritto indietro verso la spina dorsale in manipura chakra. Mentre espirate il respiro viaggia in avanti dal punto del chakra sulla spina dorsale verso l’ombelico. Continuate così spostando la consapevolezza questi due punti insieme al respiro. Quando inspirate sentite che l’addome si espande e il respiro si muove indietro lungo una linea retta dall’ombelico a manipura chakra. Quando espirate sentite che l’addome si contrae e il respiro si sposta da manipura chakra nella spina dorsale verso l’ombelico o manipura kshetram. Con il movimento del respiro create un percorso psichico fra questi due punti. Sentite che state collegando manipura kshetram con manipura chakra. Vedete chiaramente questo passaggio psichico. Siate consapevoli che il respiro si assottiglia sempre di più tanto da forare manipura kshetram e manipura chakra. Continuate per cinque minuti con questa consapevolezza. Quando questo movimento diviene spontaneo e senza sforzo, incominciate ad aggiungere la ripetizione mentale del mantra Om. Mentre inspirate il mantra si sposta indietro direttamente da manipura kshetram nell’ombelico a manipura chakra nella spina dorsale. Mentre espirate il mantra si sposta in avanti da manipura chakra a manipura kshetram nell’ombelico. Cercate di sperimentare il mantra e il respiro che si muovono lungo questo passaggio psichico. Intensificate la consapevolezza della vibrazione del mantra che si sposta lungo questi due punti. Sentite che il mantra e il respiro purificano e aprono manipura chakra. Continuate l’esercizio per cinque minuti.

Quarto stadio – anahata shuddhi

Lasciate la consapevolezza di manipura chakra. Divenite consapevoli del torace, della zona compresa entro la gabbia toracica. Centrate la consapevolezza sullo sterno di fronte al cuore. Intensificate la consapevolezza in questo punto. Sentite che esso pulsa ritmicamente con il battito del cuore. Mantenete la consapevolezza in quel punto che è anahata kshetram o il punto di sgancio di anahata chakra. Spostate la consapevolezza indietro in linea retta verso la spina dorsale su anahata chakra. Centrate l’attenzione sul chakra. Divenite consapevoli di anahata chakra che pulsa ritmicamente con il battito del cuore. Completate la consapevolezza di anahata chakra. Portate l’attenzione sul respiro naturale. Mentre respirate sentite l’espansione e la contrazione del torace. Ora immaginate di inspirare ed espirare attraverso la zona del torace. Mentre inspirate il respiro entra nel corpo attraverso anahata kshetram nel torace e si sposta indietro in linea retta verso la spina dorsale su anahata chakra. Mentre espirate il respiro si muove in avanti da anahata chakra verso lo sterno in anahata kshetram. Durante l’inspirazione il torace si espande e il respiro si sposta dallo sterno verso anahata chakra. Durante l’espirazione il torace si contrae e il respiro si sposta da anahata chakra verso lo sterno in anahata kshetram. Seguite il movimento del respiro con totale consapevolezza. Divenite consapevoli del passaggio psichico attraverso questi due punti. Sentite che state collegando anahata kshetram con anahata chakra. Intensificate la consapevolezza su questo passaggio psichico. Sentite che il respiro diviene sempre più sottile tanto da forare anahata kshetram e il punto del chakra. Portate la consapevolezza più vicina al respiro e siate consapevoli di questi due punti psichici. Continuate così per un po’. Ora aggiungete al movimento del respiro la ripetizione mentale del mantra Om. Mentre inspirate sentite il mantra Om che si sposta con il respiro da anahata kshetram nello sterno verso anahata chakra sulla spina dorsale. Mentre espirate sentite il mantra Om che si sposta da anahata chakra a anahata kshetram sullo sterno. Completate la consapevolezza della vibrazione del mantra che si sposta con il respiro nel passaggio psichico fra i due punti. Sentite che il mantra e il respiro purificano e aprono anahata chakra. Continuate l’esercizio per cinque minuti.

Quinto stadio – vishuddhi shuddhi

Lasciate la consapevolezza di anahata chakra. Portate l’attenzione nella zona della gola. Divenite consapevoli del punto nella cavità della gola. Questo è lo kshetram o punto di sgancio di vishuddhi chakra. Siate consapevoli della pulsazione nella gola. Completa consapevolezza della pulsazione in vishuddhi kshetram. Ora spostate dritto indietro la consapevolezza sulla spina dorsale. Qui si trova vishuddhi chakra. Mantenete l’attenzione in questo punto e sentite lì la pulsazione. Tutta la consapevolezza è in vishuddhi chakra. Divenite consapevoli del respiro naturale e spontaneo. Sentite che state inspirando ed espirando attraverso la gola. Sperimentate il respiro che entra nel corpo attraverso la gola o vishuddhi kshetram quando inspirate e che si sposta indietro in linea retta nel punto di vishuddhi chakra sulla spina dorsale. Sperimentate il respiro che si sposta da vishuddhi chakra a vishuddhi kshetram nella gola mentre espirate. Continuate a spostare la consapevolezza con il respiro fra questi due punti. Avvertite la leggera espansione e contrazione della zona della gola con ogni inspirazione ed espirazione. Mentre inspirate la zona della gola si espande e il respiro si sposta da vishuddhi kshetram a vishuddhi chakra. Mentre espirate la gola si contrae e il respiro si sposta da vishuddhi chakra a vishuddhi kshetram. Sperimentate il movimento del respiro in questo passaggio psichico. Sentite che state collegando vishuddhi kshetram con vishuddhi chakra. Intensificate la consapevolezza del passaggio psichico e del respiro che si sposta fra questi due punti. Siate consapevoli del respiro che perfora vishuddhi kshetram e il chakra. Consentite a tutta la vostra consapevolezza di spostarsi con il respiro lungo questo passaggio psichico. Continuate per un po’. Ora aggiungete il mantra Om. Ripetete mentalmente il mantra Om mentre inspirate. Sentite il mantra che si sposta con il respiro da vishuddhi kshetram dritto indietro a vishuddhi chakra. Mentre espirate ripetete mentalmente il mantra Om. Sentite il mantra che si sposta in avanti con il respiro da vishuddhi chakra a vishuddhi kshetram. Sperimentate la vibrazione del mantra nel passaggio psichico. Sentite il mantra e il respiro che si spostano fra vishuddhi kshetram e vishuddhi chakra. Sentite il mantra e il respiro che purificano e aprono vishuddhi chakra. Continuate così per cinque minuti con costante ininterrotta consapevolezza.

Sesto stadio – ajna shuddhi

Lasciate la consapevolezza di vishuddhi chakra e portatela sul centro fra le sopracciglia. Mantenete l’attenzione in questo punto. Divenite consapevoli del centro fra le sopracciglia. Questo punto è noto come trikuti (punto di incontro dei tre canali psichici ida, pingala e sushumna) o bhrumadhya. Centrate tutta la vostra consapevolezza su questo punto. Intensificate la consapevolezza delle pulsazioni in questo punto.
Ora spostate la consapevolezza dritto indietro alla cima della spina, dorsale nel centro della testa. Questo è il punto di ajna chakra. Mantenete la consapevolezza in questo punto e sentite lì le pulsazioni. Intensificate la consapevolezza su questo punto di ajna chakra. Divenite consapevoli del respiro naturale. Immaginate di inspirare ed espirare fra questi due punti. Sentite che, mentre inspirate, il respiro entra nel corpo attraverso il centro fra le sopracciglia, bhrumadhya, e si sposta dritto indietro verso la cima della spina dorsale in ajna chakra. Mentre espirate sentite che il respiro si sposta da ajna chakra in avanti verso il centro fra le sopracciglia o ajna kshetram.
Spostate la consapevolezza con il respiro fra questi due punti. Mentre inspirate sentite che la testa si dilata e il respiro si sposta da bhrumadhya ad ajna chakra. Mentre espirate sentite che la testa si contrae mentre il respiro si sposta da ajna chakra in avanti verso bhrumadhya nel centro fra le sopracciglia. Intensificate la consapevolezza di questo passaggio psichico. Sentite che con ogni respiro state collegando ajna kshetram con ajna chakra. Sentite il respiro che si sposta fra questi due punti. Sperimentate il respiro che perfora ajna kshetram e il punto del chakra.
Centrate tutta la vostra attenzione sul movimento del respiro in questo passaggio psichico. Continuate per un po’. Iniziate a integrare all’esercizio il mantra Om. Ripetete mentalmente il mantra Om mentre inspirate. Sentite che il mantra e il respiro si spostano direttamente indietro da ajna kshetram a ajna chakra. Ripetete mentalmente il mantra Om mentre espirate.
Sentite il mantra e il respiro che si spostano in avanti da ajna chakra a ajna kshetram. Sperimentate la vibrazione del mantra che si sposta lungo il passaggio psichico fra ajna kshetram e ajna chakra. Sentite il mantra e il respiro che purificano e aprono ajna chakra. Intensificate questa consapevolezza. Non allentate assolutamente nemmeno per un istante questa consapevolezza . Continuate così per cinque minuti.

Settimo stadio – chakra shuddhi

Ora portate giù la consapevolezza in muladhara chakra nel perineo. Centrate la consapevolezza su muladhara chakra. Dovete sentire lì il mantra Om pulsare profondamente e lentamente. Sentirete pulsare come se il chakra fosse colpito dall’interno. Sentite per 21 volte il mantra Om che pulsa in muladhara chakra. Portate la consapevolezza sul coccige in swadhisthana chakra. Sentite il mantra Om che pulsa in quel punto. Fate esperienza per 21 volte del mantra Om che pulsa in swadhisthana chakra. Salite su in manipura chakra dietro l’ombelico. Fate esperienza del mantra Om che pulsa in manipura e contate 21 pulsazioni. Ora spostate la consapevolezza in anahata chakra dietro il centro del cuore. Sentite il mantra Om che pulsa lentamente e profondamente in anahata chakra e anche qui contate 21 pulsazioni. Spostatevi in su lungo la spina dorsale fino a vishuddhi chakra dietro la gola. Siate consapevoli del mantra Om che pulsa e batte dall’interno in vishuddhi chakra e contate 21 pulsazioni. Andate su in ajna chakra in cima alla spina dorsale, nel centro della testa. Contate 21 pulsazioni del mantra Om in ajna chakra. Non dovete interrompere la consapevolezza del mantra. Spostate la consapevolezza sulla cima della parte posteriore della testa in bindu chakra. Fate esperienza del mantra Om in quel punto. Sentite Om che pulsa in bindu e contate 21 battiti. Spostatevi in su in sahasrara chakra in cima alla testa. Contate 21 pulsazioni del mantra in sahasrara chakra. Questo è un giro completo. Ora riportate indietro la consapevolezza in muladhara chakra nel perineo e iniziate il secondo giro. Continuate in su attraverso tutti i chakra da muladhara a sahasrara. Sperimentate il mantra che pulsa in ogni chakra. Contate 21 pulsazioni in ogni chakra, mantenendo continuamente la consapevolezza ininterrotta del mantra Om.

Ottavo stadio – fine dell’esercizio

Ora abbandonate la consapevolezza dei chakra e del mantra. Divenite consapevoli del respiro spontaneo e naturale. Sentite il ritmo costante e lento del respiro. Divenite consapevoli del corpo fisico. Siate consapevoli della posizione di meditazione. Avvertite il contatto fra corpo e pavimento. Divenite consapevoli dell’ambiente intorno a voi. Siate consapevoli della stanza in cui sedete e di ogni rumore dell’ambiente. Ora inspirate profondamente e cantate tre volte Om.

TRATAKA

Introduzione

Trataka è la tecnica più diretta, più semplice e più efficace per ottenere la concentrazione della mente. Tutti la possono praticare e i suoi benefici sono enormi. Il termine trataka significa “sguardo fisso”. L’esercizio di trataka consiste nel fissare un punto o un oggetto senza battere le palpebre o ammiccare con gli occhi. E’ un metodo per focalizzare lo sguardo, e di conseguenza la mente, su di un punto, escludendo tutto il resto. L’oggetto può essere esterno, e allora l’esercizio è chiamato bahir trataka (fissaggio esterno) o interno, e allora è chiamato antar trataka (fissaggio interiore). Con questo metodo tutta l’attenzione e tutto il potere della mente vengono canalizzati in un unico flusso continuo, consentendo in tal modo al potenziale latente di salire a galla spontaneamente.
L’esercizio di trataka in una forma o nell’altra viene impiegato in quasi tutti i sistemi religiosi e spirituali. Nell’induismo fa parte della pratica religiosa sedere di fronte a un dipinto o a una statua della divinità e concentrarsi su di essi. Sebbene questa sia considerata una forma di devozione, essa è in realtà una forma di trataka, perché lo scopo è quello di concentrare la mente sulla divinità all’esterno. Con questa pratica il devoto raggiunge la pace mentale e uno stato meditativo. Inoltre viene sviluppata la capacità di creare visualizzazioni interiori a volontà.
La stessa cosa viene praticata anche nel mondo cristiano, anche se in modo meno manifesto. In ogni chiesa ci sono delle raffigurazioni di Cristo, candele e croci simboliche. Questi oggetti fungono da punti focali per l’esercizio di trataka. Nel buddismo tibetano si fa spesso trataka su diverse divinità o su yantras o su mandalas. Anche il buddismo zen utilizza trataka fissando una parete vuota. La pratica di trataka è quindi universale ed è stata usata attraverso ogni tempo come un metodo per trascendere l’esperienza normale. Essa è molto semplice eppure assai efficace, per questo è stata utilizzata in tanti sistemi diversi come mezzo di elevazione spirituale.

Riduzione al minimo della distrazione visiva

Nei testi di hatha yoga classici trataka viene descritta come uno dei sei shatkarma, o tecniche di pulizia. Qui essa agisce come gradino fra le tecniche orientate fisicamente e quelle orientate mentalmente e che portano a una consapevolezza superiore. In questo senso trataka forma un ponte fra lo Hatha yoga e il raja yoga. Se lo praticate fino a che scorrono le lacrime, allora è parte dello hatha yoga. Ma se lo praticate con la visualizzazione interiore, allora fa parte del raja yoga.
La percezione visiva è il più potente indriya o organo di senso in questo mondo manifesto. Il campo visivo si estende al di là di tutti i tipi di dimensioni fisiche. Si può vedere per miglia e miglia. Si può percepire cosa succede molte miglia lontano da noi senza essere effettivamente lì. E’ la vista che viene focalizzata nell’esercizio di trataka. Si devono ridurre al minimo le distrazioni visive che disturbano la nostra concentrazione e la nostra consapevolezza, e ciò si può fare con l’esercizio di trataka, vale a dire dello sguardo fisso.
Con l’esercizio di trataka si può sviluppare la capacità di focalizzare la mente in qualsiasi momento. Nella pratica yoga più elevata ciò è indispensabile. Dietro la pratica di trataka vi è anche un significato molto profondo. Gli Yoga Sutras di Patanjali dicono che anche nello stato di samadhi o meditazione più elevato vi sono certe impressioni, certe idee o certe esperienze, che rimangono nella nostra coscienza. Queste idee o impressioni si possono sperimentare anche nello stato di samadhi e perciò disturbano la concentrazione della mente. Queste idee o impressioni profonde si chiamano pratyaya.
Se la mente non è stata addestrata a concentrarsi e abbiamo praticato la concentrazione soltanto in modo superficiale, quando si manifestano questi pratyaya negli stati meditativi profondi, la loro attrazione o la loro influenza è molto forte, perché non c’è nulla che equilibri la mente. Perciò in quei momenti è utile la capacità sviluppata con trataka. Quando cessa la distrazione visiva siamo in grado di sperimentare una struttura mentale che è quieta come un uno stagno o un lago tranquilli. Le varie forme di trataka aiutano anche a incanalare o a focalizzare le energie praniche.

Funzioni fisiologiche e funzioni mentali

Dal punto di vista fisiologico trataka guarisce i disturbi oculari quali gli occhi storti e il mal di testa, la miopia, l’astigmatismo e persino la cataratta negli stadi iniziali. L’occhio diventa chiaro e luminoso, in grado di vedere la realtà al di là delle apparenze. Trataka reca benefici non solo agli occhi, ma a tutta la serie di funzioni fisiologiche e mentali; ha una funzione terapeutica nella depressione, nell’insonnia, nelle allergie, nell’ansia, nei problemi di positura, nella memoria e nella concentrazione scarse. Il suo effetto più importante si esplica su ajna chakra e sul cervello. Trataka libera l’energia inerente della mente e la canalizza nelle zone dormienti della coscienza. La focalizzazione della mente genera anche una grande forza di volontà, migliora la memoria e la concentrazione.
Trataka è un processo per concentrare la mente e piegarne le tendenze all’oscillazione. Il suo fine è di rendere la mente totalmente focalizzata su un punto e far nascere la visione interiore. La concentrazione della mente su un punto si chiama ekagrata. Vi sono numerosi tipi di distrazione che ostacolano ekagrata. In effetti la distrazione si verifica soltanto quando i sensi sono sintonizzati sul mondo esterno, che significa che si sta verificando una perdita di energia. L’associazione e l’identificazione attraverso gli occhi e la vista sono i fattori più importanti di questa perdita di energia.
Inoltre gli occhi si muovono in continuazione o con ampi movimenti – saccades (?) o tremori – nistagmi. Persino quando gli occhi sono focalizzati su un oggetto esterno la visione che si percepisce è sempre fluttuante a causa di questi movimenti spontanei. Quando si vede costantemente lo stesso oggetto il cervello si abitua e smette subito di registrare quegli oggetti. L’abitudine coincide con l’aumento di onde alfa che indica una diminuzione dell’attenzione visiva verso il mondo esterno. Quando vengono prodotte onde alfa certe zone particolari del cervello hanno cessato di funzionare.
La vista non dipende soltanto dagli occhi, ma da tutto l’apparato ottico. La lente dell’occhio è soltanto il mezzo della percezione visiva esterna. Attraverso la lente un’immagine viene proiettata sulla retina. Questo è uno stimolo che spinge la retina a inviare impulsi alla corteccia visiva del cervello dove è tracciata un’immagine visiva interiore.
Anche se chiudete gli occhi e li premete gentilmente e poi li lasciate tornare alla loro posizione naturale vedrete dei lampi di luce, non perché la luce entra negli occhi, ma perché il nervo ottico è stato stimolato. Se si stabilizza sulla retina l’immagine di un oggetto esterno, dopo un certo tempo, la percezione dell’immagine scomparirà del tutto e si verificherà una sospensione dei processi mentali.
In effetti, se non c’è assolutamente alcuno stimolo visivo, per esempio, se state seduti in una stanza completamente buia, o se coprite gli occhi con delle coppette opache, dopo un po’ di tempo la mente si chiude come nel sonno. Perciò durante l’esercizio di trataka è necessario mantenere la consapevolezza interiore in modo che quando la mente cessa di funzionare tutto ciò che resta è la consapevolezza. Ciò non riguarda soltanto trataka, ma qualsiasi esercizio di concentrazione. Quando la consapevolezza è ristretta a un solo stimolo sensorio che non cambia, come il tatto o il suono, la mente si chiude. L’assorbimento totale in una singola percezione induce la cessazione del contatto con il mondo esterno.
In trataka il risultato è la sospensione della percezione visiva e, sulla scia di questa sospensione, il sistema nervoso centrale inizia a funzionare in isolamento. Gli yogis chiamano questa esperienza il risveglio di sushumna. La coscienza spirituale emerge quando il cervello viene isolato dalle modalità dei sensi e dai processi mentali associati, dalle idee, dai ricordi, ecc. provocati da queste impressioni. Allora si sperimenta la mente superiore liberata dal tempo e dallo spazio e sushumna si è risvegliata.

Modi di praticare

Trataka si può praticare in cinque modi diversi:
1. Bahya drishti (trataka esterno)
2. Bahya-antar drishti (trataka esterno e interno combinati)
3. Antar drishti (trataka interiore)
4. Shoonya drishti (fissare il vuoto)
5. Nirantra drishti (fissare in continuazione)
Nel trataka esterno o sguardo fisso all’esterno gli occhi restano aperti e focalizzati su un oggetto stabile. Le tecniche di trataka esterno comprendono agochari mudra (fissare la punta del naso) e shambhavi mudra (fissare il centro fra le sopracciglia). Questa forma di trataka si può praticare anche focalizzando lo sguardo su un oggetto come la fiamma di una candela, un punto, il sole che sorge, ecc. Stabilizzando gli occhi in questo modo, concentrate automaticamente la mente.
Quando si combinano il trataka esterno e quello interno, prima fissate per un po’ di tempo un punto esterno o un oggetto poi chiudete gli occhi e fissate l’immagine riflessa della stesso oggetto. Per la concentrazione potete usare qualsiasi oggetto. I principianti usano spesso un oggetto luminoso come la fiamma di una candela, perché il bagliore attrae gli occhi e mantiene fisso lo sguardo. Inoltre imprime sulla retina un’immagine chiara che può essere vista chiaramente quando gli occhi sono chiusi. Questa immagine interiore diventa l’oggetto della concentrazione durante antar trataka. Se essa è sufficientemente brillante e chiara, manterrà il vostro sguardo fisso interiore tanto che non sarete consapevoli di nulla altro. Ciò induce la concentrazione delle forze mentali.
Il metodo del trataka interno ed esterno combinati è utile per coloro che non sono in grado di sviluppare un’immagine interiore a volontà senza una controparte. Coloro che riescono a creare un’immagine interiore ben distinta e salda senza il supporto di un oggetto esterno possono fare il solo trataka interno. In questo caso la consapevolezza è focalizzata soltanto su un’immagine interiore. Perciò questo esercizio è più difficile del trataka esterno o di quello esterno ed interno combinati.
Il trataka interno induce più facilmente alla concentrazione perché non vi è contatto sensoriale esterno come succede invece nelle altre due forme. Se siete in grado di creare un’immagine interiore chiara e se la vostra mente è abbastanza tranquilla e stabile dovreste praticare il trataka interno. Se invece avete un’immagine interiore vaga o non l’avete per niente e cercate di praticare il trataka interno, vi addormenterete o perderete la consapevolezza nei modelli soliti del gioco dei pensieri.
Il fissare il vuoto dovrebbe essere praticato dopo che ci si è impratichiti del trataka interno. Questo esercizio è chiamato anche shoonya drishti. Shoonya significa “il vuoto” o “lo stato senza forma” che non è chidakasha. In shoonya drishti non vi è oggetto di consapevolezza. Questa forma di trataka va fatta ad occhi aperti, fissando il nulla. Occorre molto tempo per entrare in questo stato. Gli occhi sono aperti, ma non vedete nulla perché la mente è diventata introversa. Dopo un po’ di tempo gli occhi si indeboliscono, sono mezzi aperti, ma non riuscite a vedere nulla.
Fissare in continuazione vuole dire guardare per ore un punto qualsiasi senza battere ciglio; è ciò che soleva fare Ramana Maharshi sedendo per dieci, undici anche dodici ore al giorno senza mai ammiccare con gli occhi.

Oggetto della consapevolezza

Qualsiasi cosa può essere l’oggetto della consapevolezza, ma deve essere qualcosa che attrae in modo naturale la vostra attenzione e ferma il vostro sguardo. Decidete voi cosa è più adatto. Per darvi un’idea diamo una lista di oggetti più comunemente usati:
1. Fiamma di candela
2. Croce
3. Simbolo dell’Om

4. Cielo

5. Acqua

6. Ishta devata (Dio personale)
7. Fiore 16. Simbolo dello Ying e dello Yang
8. Punto nero
9. Sole che sorge
10. Luna
11. Stella
12. Shiva lingam
13. Punta del naso
14. Centro fra le sopracciglia 2
15. Occhi di un’altra persona

16. Simbolo dello Ying e dello Yang

17. Yantra o mandala

18. La propria ombra

19. Buio

20. Riflesso in uno specchio

21. Cristallo

22. Shoonya (nulla, vuoto)

23. Riflesso sull’acqua limpida del sole o della luna

Potete scegliere qualsiasi cosa come vostro oggetto, ma una volta che avete deciso, cercate di non cambiare perché ciò diminuisce l’efficacia dell’esercizio. Se sviluppate la consapevolezza di un particolare oggetto e poi improvvisamente cambiate, per assimilare il nuovo oggetto dovete ricominciare dall’inizio. La mente deve plasmarsi intorno a un particolare oggetto per essere attratta automaticamente verso di esso; per questo occorre tempo, per cui scegliete attentamente il vostro oggetto e poi state su quello.

Esercizio dai molti fini

Trataka sviluppa la capacità di concentrazione perché la energia conscia viene diretta verso un solo punto, un solo fuoco di attenzione. L’esercizio porta automaticamente alla meditazione. Anche i principianti avranno delle esperienze dopo un breve periodo di pratica. Ci sono anche molti tipi di trataka con i quali si possono ottenere diversi scopi. Se volete praticare trataka per comunicare telepaticamente c’è un metodo per questo. Se volete esercitarvi per influenzare la mente degli altri esiste un altro metodo. Se volete praticare per migliorare la vista il metodo sarà ancora diverso. Per avere risultati diversi bisogna seguire metodi diversi.
Vi è una pratica particolare chiamata chhaya upasana (fissare l’ombra), che consiste nel guardare l’aura e nell’ottenere la conoscenza del momento esatto della morte. Si può quindi conoscere molto prima un pericolo imminente. Trataka è la parte principale di questo esercizio. Inoltre trataka risveglia anche le facoltà come la chiaroveggenza, la telepatia e la telecinesi. Si può convocare una persona usando il tipo di trataka sull’occhio psichico; il linguaggio psichico parlato dagli occhi costringe l’altra persona ad arrivare. Vi sono dei tipi di trataka usati per scoprire dove si trovano oggetti rubati o persi e per scoprire chi li ha rubati. Sempre con trataka si può anche guarire.

Istruzioni

Trataka può essere praticato in qualsiasi momento, ma è più efficace se fatto a stomaco vuoto. L’ora più adatta è fra le quattro e le sei del mattino. Va fatto in assoluto silenzio, senza alcun ventilatore. Se volete addentrarvi più in profondità nella mente dovete praticare trataka a notte tarda, prima di andare a letto e prima di japa o della meditazione. Se durante la pratica di trataka si verifica un flusso di pensieri incontrollabile, si può aggiungere contemporaneamente mantra japa.
Trataka è una pratica che produce calore, perciò va praticato dopo aver fatto il bagno, quando vi sentite freschi. Se prima di trataka praticate surya namaskara, il corpo si riscalda e non vi troverete a vostro agio quando praticherete trataka. Se andrete in meditazione dopo trataka, il corpo ritornerà freddo e vi sentirete rinfrescati.
Se praticata trataka sul sole che sorge, non dovete mai guardare il sole direttamente, ciò è pericoloso per gli occhi e può provocare la cataratta. Fissate il riflesso del sole sull’acqua limpida, se il riflesso è disturbato da un forte vento o da una burrasca non dovete praticare questo tipo di trataka.
Dovete sempre praticare trataka su un oggetto fermo, mai su uno in movimento. State attenti se praticate trataka sul metallo perché se questo riflette i raggi del sole può provocare delle reazioni sugli occhi.
Trataka va praticato nella posizione più stabile possibile. Anche se si può fare stando seduti su una sedia o in sukhasana, è meglio praticarlo in siddhasana o in padmasana. Una volta che si inizia l’esercizio non ci deve essere alcun movimento del corpo.
Sia nella forma esterna che in quella interna di trataka gli occhi non devono ammiccare né muoversi in alcun modo. L’immobilità dei globi oculari e delle palpebre è essenziale per la chiarezza dell’immagine interiore. Se avvertite tensione agli occhi, immaginate di respirare, attraverso il centro fra le sopracciglia, verso ajna chakra e ritorno. Quando chiudete gli occhi e fissate la contro immagine continuate con la stessa consapevolezza del respiro, respirando attraverso il centro fra le sopracciglia, verso l’immagine e ritorno. La mente deve essere focalizzata soltanto sull’oggetto o sull’immagine e su niente altro. Se la mente vaga, o inizia a pensare ad altre cose, dovete riportarla sull’oggetto della concentrazione.
Se state usando la fiamma della candela non deve esserci luce. Se usate un punto nero o qualsiasi altro oggetto ci vuole invece una buona luce. Per fissare il cristallo occorre una luce fievole. Il trataka sulla fiamma di candela va praticato un una stanza senza ventilatore, dove non soffia alcuna brezza, perché la fiamma della candela non deve oscillare. La candela va posta su un supporto stabile a livello degli occhi a circa un braccio di distanza dal voi. Trataka sulla fiamma di candela o su qualsiasi altro oggetto va praticato senza occhiali né lenti a contatto. Se avete dei difetti di vista mettete l’oggetto in modo da non vederlo doppio e che non sia sfocato.

HARI OM TAT SAT