Satyananda Ashram Italia

Scuola di Yoga

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  • Sita Kalyanam – Sat Chandi Yajna
  • Sviluppare la Consapevolezza
  • Il Mantra
  • Popolarità del Kirtan
  • Terapia Yogica delle Malattie Comuni: Ulcera Peptica 
  • La Serie di pawanmuktasana 

SITA KALYANAM
SAT CHANDI YAJNA

UN MESSAGGIO ED UN INVITO DA PARTE DI
PARAMAHANSA SATYANANDA

Paramahansa Alakh Bara, Rikhia, Deoghar, Bihar, India

Vande Mataram! Ma tujhe salaam!

Per celebrare Sita Kalyanam nell’anno 2000 verrà condotta una Sat Chandi Yajna presso il Paramahansa Alakh Bara, Rikhia. I saggi e gli eruditi hanno suggerito il periodo più favorevole per questo evento che è dal 26 Novembre al 1° Dicembre. Le celebrazioni di Sita Kalyanam inizieranno dal 23 Novembre e nei tre giorni precedenti la yajna si svolgerà la recitazione del Ramayan, il canto di Naam Sankirtan e Satsang.
Le possibilità che si sono aperte a noi nel nuovo millennio sono immense. Forse siete un tipo di persona che non pensa molto al mondo circostante, ciononostante sarebbe opportuno ponderare un po’ sugli eventi che lo stanno formando.
Intellettualmente l’umanità ha fatto un grande passo avanti e questo ha dato origine ad una quantità di nuove idee e sistemi. Di queste, l’idea che avrà un effetto radicale nelle nostre vite è quella della globalizzazione. Il mondo sta divenendo più piccolo. In termini di accessibilità, comunicazione e scambio d’idee, ora il mondo intero appare come essere una nazione. Non potete più affermare che ciò che avviene dall’altra parte del mondo attraverso diversi fusi orari, non ha effetto sulla vostra vita. Lo ha, in più di un modo. Anche l’aria che respirate e l’acqua che bevete sono divenute qualcosa di globale. Il vento della globalizzazione ha soffiato dall’occidente ed ha allettato nazioni in tutto il mondo con effetti sulla loro economia, tecnologia e politica, sul loro sistema di vita e anche sulla loro mentalità.
Come e quando tutto questo è avvenuto? Io penso possiamo es-sere tutti d’accordo sul fatto che dobbiamo tutto questo ad una piccola macchina chiamata computer. I numerosi risultati dell’uomo del 21° secolo sono decisamente rilevanti e meritano un applauso, ma quello per cui merita un’ovazione è il computer, la macchina che ha rivoluzionato la sua vita. Questa piccola macchina che già guida i missili e i satelliti, dirigerà e designerà la mente umana. Esso formerà i concetti sui quali è basata la nostra vita.
Si, il QI intellettuale dell’uomo in questo 21° secolo è certa-mente lodevole. Però, nonostante la crescita dinamica del suo intelletto, il suo QI emozionale è ancora incapace ed immaturo. Di conseguenza, nonostante le possibilità in questo millennio siano immense, tanti sono anche i problemi. Questi problemi saranno più acuti nelle nazioni sviluppate, quelle che sono riconosciute come essere i giganti intellettuali d’oggi.
In ogni parte del modo troviamo disarmonia, scontentezza e conflitti. Nonostante tutti questi strumenti sofisticati che l’uomo ha creato con il suo intelletto, invece di progredire si muove verso l’intolleranza e la disarmonia. Egli non è capace di vivere insieme ai suoi simili. La sua felicità è di breve durata e la sua soddisfazione è temporanea. Vi sono dispute per la proprietà di terre, per le religioni, per la razza, per le tribù, per le donne e per il benessere. Allo stesso tempo osiamo chiamarci una società civilizzata.
Possiamo essere intellettualmente maturi, ma finché e a meno che non diverremo emozionalmente, maturi questa tendenza aumenterà. Alla fine sarà ogni singolo individuo che dovrà lottare con i propri problemi. Nessun governo, nessun sistema, nessun leader, nessun sistema sociale sarà in grado di proteggerlo nel suo dolore.
Vi siete mai fermati a pensarci o state semplicemente fluendo con la corrente? Come farete ad affrontare questa situazione indivi-dualmente? A chi vi rivolgerete per supporto e forza quando ne avrete bisogno? Come vi proteggerete dagli assalti che arrivano a causa dello sviluppo unilaterale dove l’intelletto è stato coltivato ma l’intelligenza interiore è stata ignorata?
Vi è qualcosa nella vita che il denaro non può acquistare e che né i cannoni o i proiettili possono distruggere, e per prepararvi dovrete rivolgervi proprio a quel qualcosa. Quella forza che si trova entro ognuno di noi. Lei è la Dea Chandi. Un altro suo nome è Kula Kundalini. Solo attraverso questo intervento ed interazione divini potete costituire la vostra immunità personale verso i problemi che dovrete affrontare in futuro.
Questa non è religione. Questa è una realtà fisica. Kula Kunda-lini, la Dea Chandi è presente in ognuno di noi in forma di potenziale latente. La fonte di tutta la conoscenza, saggezza e forza. Lei dovrà essere invocata e risvegliata con venerazione in modo che l’intelligenza superiore possa essere la fonte con la quale proteggervi.
La Sat Chandi Yajna è dedicata all’invocazione di questa intel-ligenza superiore in ognuno di noi. In questa Yajna la Dea Chandi, che rappresenta la bellezza, la forza, la compassione e la grazia, viene adorata, venerata ed invocata. Lei è la perfezione al suo zenit, la creazione della Volontà Divina. Questo rituale esoterico d’invocazione viene compiuto tramite yantra, mantra e mandala, i tre concetti principali sui quali si basa la scienza del Tantra. Questi tre strumenti influenzano la coscienza archetipale in noi risvegliando una consapevolezza divina.
Dopo il risveglio della Dea Chandi, Kula Kundalini, con lo strofinamento dei bastoncini di aranya si compie il rito più antico dell’accendere il fuoco, e entro questo fuoco le oblazioni vengono offerte con devozione.
Questa magnifica cerimonia, che culminerà con il matrimonio di Sita e Ram (l’individuo con il cosmo), darà ad ognuno di noi un’opportunità di un intervento divino nella nostra vita dandogli una direzione. Rispettabili ed eminenti pundit da Varanasi, la famosa sede dell’erudizione e della saggezza, condurranno questa yajna. Yajna sono sia sakama (con desiderio personale, per soddisfare un proposito) sia nishkama (senza desiderio personale, per il benessere di tutti). Entrambe sono potenti. Però, la yajna sakama, che è piena di rajas shakti, ha la potenza di soddisfare solamente il proposito della persona che la conduce, mentre la yajna nishkama, per la sua natura sattvica, soddisfa il desiderio di tutti coloro che sono presenti. Un desiderio espresso durante una yajna riceve una soddisfazione ed un’attenzione divina.
Io incontrerò tutti voi durante questi giorni di venerazione di Chandi, la Kula Kundalini o Madre Cosmica e spero che siate presenti.
Swami Satyananda

Estratto dal satsang di Swami Satyananda tenuto alla yajna svolta durante la celebrazione di Sita Kalyanam del 1999 nel Paramahansa Alakh Bara, Rikhia.

Il mio scopo nel condurre una yajna è quello di creare buoni auspici, un’aura spirituale e un’atmosfera spirituale come si trova in una chiesa, in un tempio o in un luogo sacro.
Una yajna non è un discorso. Non è un seminario di yoga e lo scopo non è l’intrattenimento. L’intrattenimento non è mai stato parte della mia vita. Vi sono tante cose che sono state inventate per farvi stare bene. Quando fa freddo vi sentite bene in una stanza con il riscaldamento centralizzato. Quando fa molto caldo vi sentite bene in una stanza con l’aria condizionata. Vi sentite molto bene quando riposate in un hotel a cinque stelle o quando bevete uno scotch. Vi sono molti modi per sentirsi bene. Perché venire qui per sentirsi bene?
Venite qui non per sentirvi bene ma per divenire buoni. La mente dovrebbe divenire pacifica. Se vostro figlio è malato dovrebbe guarire. Se avete un problema negli affari, dovrebbe scomparire. Lo scopo è quello di aiutarvi a sbarazzarvi dei vostri problemi nella vita ed avere pace, prosperità e buona salute.
È una vostra fortuna essere in grado di partecipare a questa yajna.

Sviluppare la Consapevolezza

Tratto da: Paramahansa Niranjanananda, “Yoga Darshan”, ed. Bihar School of Yoga, Munger, Bihar, India.

La consapevolezza è praticamente correlata ad ogni esperienza della vita. Le domande più frequenti rivolte dalla maggioranza dei ricercatori riguardano questo argomento. Qual è la visione yogica della consapevolezza? Come si può espandere la consapevolezza attraverso lo yoga? La consapevolezza è diversa dalla coscienza. Secondo i principi yogici, c’è soltanto uno stato continuo di essere, di percezione, di conoscenza che si chiama chetana. Chetana è cono-sciuto come coscienza. Questa coscienza è uno stato continuo dell’essere che non cambia mai; è immodificabile.
La linea orizzontale nel diagramma rappresenta la continuità della coscienza, che è nota come anadi o senza fine, che non ha né un inizio né una fine. Questa coscienza è divisa in tre stati d’esperienza. Il primo stato è conosciuto come jagriti o vigilanza. Il secondo stato è swapna, lo stato di sogno. Il terzo stato è nidra, sonno profondo. Queste tre aree di coscienza, nella psicologia moderna, sono state correlate ai termini di mente conscia, subconscia e inconscia.
Quindi, dove si trova la consapevolezza in questo diagramma? Non esiste. Questo è il modo in cui il campo totale della coscienza è stato suddiviso e sperimentato: come stato di vigilanza, stato di sogno e stato di sonno profondo; come stato conscio o esperienza grossolana, stato subconscio o dell’esperienza sottile e stato inconscio o dell’esperienza causale. Per la maggior parte delle persone, non c’è consapevolezza a livello di questi stati. La consapevolezza si ha solo quando l’intelletto inizia a funzionare. La consapevolezza è un attributo o un’espressione dell’intelletto e il piccolo cerchio con la “I” rappresenta quell’intelletto. L’intelletto, o buddhi, è l’energia che percepisce, riceve, analizza, confronta, immagazzina e più tardi porta le informazioni in superficie. Buddhi, o intelletto, non è ristretto dai nostri concetti o dai concetti esterni di giusto o sbagliato, che fanno nascere il bambino conosciuto come consapevolezza.

Pensando alla propria consapevolezza

Al momento attuale siete consapevoli della dimensione di jagriti? Pensate attentamente di che cosa siete consapevoli al momento? Siete consapevoli della totalità dello stato di veglia o solo di una parte, di un frammento dello stato di jagriti? Pensate alla vostra risposta. Ora ascolta la mia risposta e poi confrontatele. Il corpo è qui. La mente e i sensi sono attivi nel corpo. In questo momento le facoltà, le percezioni e le espressioni del corpo e della mente sono attive. Ma siamo consapevoli di ogni esperienza e attività del corpo e della mente? No! Così, possiamo sicuramente dire che la consapevolezza non ha niente a che fare con lo stato di jagriti, o mente conscia. Jagriti è un’espressione, uno stato o una serie d’esperienze consce dal punto A al punto H, quando siamo svegli, nella dimensione grossolana. Swapna è una serie di esperienze subconsce dal punto I al punto Q nella dimensione sottile, mentre stiamo dormendo. Nidra è una serie di esperienze inconsce dal punto R al punto Z, mentre siamo nello stato di sonno profondo, nella dimensione causale.
Quindi, dal punto A al punto Z ci sono 26 punti e noi siamo normalmente consapevoli solo di un punto. Per esempio, se stiamo leggendo, siamo consapevoli di ciò che stiamo leggendo, ma non siamo consapevoli del corpo fisico e delle sue esperienze, lo siamo solo nel momento in cui queste esperienze creano certe forme di squilibrio, disturbo o alterazione nella percezione di buddhi. Per esempio, considerate il calore. Sappiamo che è caldo: questo è un concetto intellettuale del calore. Ma è solo quando realizziamo im-provvisamente che stiamo sudando, che i nostri vestiti si stanno ba-gnando e abbiamo bisogno di rinfrescarci che diveniamo consapevoli del calore. A quel punto siamo a disagio, perché è a quel punto che la nostra consapevolezza è stata distratta. La nostra consapevolezza viene continuamente distratta da un’area ad un’altra, da un punto di concentrazione ad un altro, da uno stato di esperienza ad un altro.
Ampliare la consapevolezza significa espandere la recettività e la struttura analitica di buddhi. Sebbene buddhi sia tradotto come intelletto, non è in effetti l’intelletto nel senso in cui lo conosciamo, ma nel senso più ampio. La consapevolezza cambia secondo le situazioni e le condizioni in cui ci troviamo. Considerate la vista, per esempio. All’aperto possiamo vedere forme, colori e spazi chiaramente in tre dimensioni. Tuttavia gli stessi occhi vedono ogni cosa diversamente quando siamo sott’acqua. Quando siamo immersi nell’oceano o in un fiume e apriamo gli occhi, sono gli stessi occhi, ma la visione cambia. Ogni cosa viene vista in un modo sfocato. Non sono cambiati né gli strumenti, gli occhi, né l’intelletto, ma l’ambiente, la situazione e le condizioni creano diversi stati di esperienza. Queste modificazioni degli stati di esperienza alterano la percezione della consapevolezza.
L’espansione della consapevolezza a livello di jagriti, o livello conscio, e lo sviluppo completo di quel potenziale, significa diventare consapevoli dal punto A, l’inizio, al punto H, la fine di quello stato, vedendo l’area totale simultaneamente. Questa non è solo teoria, è una prova di come la nostra vista, la nostra percezione, o la nostra consapevolezza siano limitate. Abbiamo gli occhi aperti e ci guardiamo attorno. Siamo consapevoli dei movimenti di un altro; li osserviamo. Allo stesso tempo, tuttavia, anche gli input dall’ambiente circostante vengono recepiti dagli occhi. Questi input non sono e non saranno registrati finché non avviene un cambiamento nella concentrazione mentale. Quando c’è uno spostamento della concentrazione mentale dovuto ad alcune distrazioni o disturbi, allora diventeremo consapevoli della persona che è seduta di fronte a noi. Magari si sta grattando e guarderemo e ci chiederemo “Perché’ si starà grattando?” Improvvisamente la nostra concentrazione sarà deviata là.
Dovremmo sempre sforzarci per sviluppare la consapevolezza. Non bisogna mai pensare che l’essere consapevoli di qualcosa sia semplice. È un concetto sbagliato e deludente. Dopo avere sviluppato la capacità di osservare tutti i punti dalla A alla H, allora dobbiamo spostare l’intera attenzione a livello di swapna, il piano sottile. In seguito dovremo spostare l’intera attenzione a livello di nidra, il piano causale. Una volta che il livello di nidra è stato percepito, e c’è un’estensione del campo della consapevolezza, comprendente tutti e tre gli stati di jagriti, swapna e nidra, allora quello stato di consapevolezza espansa è noto come turiya. Alcuni descrivono turiya come la supermente, ma non significa questo. Turiya significa consapevolezza simultanea di tutti e tre questi stati, che ci avvicina allo stato di illuminazione.

Lo sviluppo della consapevolezza

Allora, pensate alla vostra consapevolezza e alla sua ampiezza Lo scopo delle pratiche di yoga è di diventare totalmente consapevoli. Questa consapevolezza non è superficiale. Com’è la consapevolezza del vostro corpo mentre praticate un’asana? Persino in quel momento, la consapevolezza è esterna. Il vostro corpo è contorto a tal punto che potete sentire l’allungamento dei muscoli nella schiena, la contrazione delle giunture e il dolore nei legamenti. Quella non è una consapevolezza totale, ma soltanto il riconoscimento di una condizione fisica. È una consapevolezza limitata. La totale consapevolezza di ogni momento è diventare una cosa sola con l’intera esperienza del movimento. Durante le lezioni spesso vi viene detto di sentirvi all’interno del corpo, di percepire lo stiramento di ogni muscolo, di ogni nervo, di percepire la flessibilità di ogni articolazione. Osservate ogni cosa dall’interno, come se lo vedeste per la prima volta. Fatevi piccoli, andate all’interno del vostro corpo e guardate come funzionano le cose.
Perciò, anche il più semplice concetto di sviluppo della consa-pevolezza è molto difficile nella pratica. Una conoscenza superficiale non porterà oltre lo stato di jagriti. Ci darà alcune esperienze dello stato di jagriti, forse da A a D o E o F. Se continuiamo nel modo in cui stiamo vivendo, potremo raggiungere soltanto quell’esperienza limitata nella nostra vita. Anche nello stato sottile, magari possiamo fare esperienza delle aree tra il punto I e K o L o M o P. Tuttavia, a livello di nidra, la consapevolezza svanisce. Nel momento in cui ci stabiliamo al punto R, si inizia a russare. Lo sviluppo della consapevolezza da questo punto è molto difficile. Si può solo fare seguendo un processo meditativo che comporta la proiezione dell’area totale conosciuta come buddhi, che è un campo ampio, come un raggio di luce. Buddhi è come una grande torcia che illumina un’area, lasciando quelle contigue nell’ombra. Così dovete solo espandere l’area di luce. Più espandete l’area di luce, più le cose vi sembreranno chiare. Chiarezza di visione, conoscenza, esperienza e chiarezza della situazione e dell’ambiente sono alcuni dei benefici dell’espansione della consapevolezza nella vita.

Attenuazione della consapevolezza sensoriale

La coscienza è un continuo flusso dello stato di essere. In que-sto continuo flusso di essere ci sono tre divisioni, o stati decrescenti di consapevolezza sensoriale: il conscio, il subconscio e l’inconscio. Nello stato di jagriti c’è una piena attività dei sensi, che è riconosciuta e compresa da buddhi. Muovendoci da jagriti a swapna, la luce della percezione sensoriale diminuisce. Perciò il campo della nostra percezione diventa più ristretto. Quando ci muoviamo oltre, da swapna allo stato di nidra, il campo di percezione diminuisce ulteriormente, diventa molto ristretto, così non c’è praticamente alcuna consapevolezza del mondo fenomenico così come viene percepito nello stato normale di veglia. Questo è simile ad un’immersione nell’oceano. Vicino alla superficie c’è sufficiente luce per percepire le cose attorno a noi. Tuttavia, man mano che continuate ad immergervi sempre più profondamente, la luce diventa sempre più fioca e l’oscurità aumenta, finché alla fine non vedrete più niente. I raggi del sole che sono stati filtrati attraverso l’acqua diminuiscono e alla fine c’è un’oscurità totale.

Buddhi e l’intelletto

Questo è simile al concetto di buddhi. La parola buddhi viene tradotta come intelletto, ma in realtà buddhi deriva dalla radice “bodh” che significa “essere consapevoli di”, “conoscere”, “avere l’esperienza di”. Perciò buddhi significa esperienza conosciuta, e questo aspetto di riconoscimento avviene mediante l’intelletto. Tuttavia intelletto è una descrizione generica di buddhi. La parola buddhi in realtà significa “essere consapevoli di”. Questo aspetto della consapevolezza analizza la situazione presente e le circostanze e le confronta con le memorie del passato e decide se questa esperienza è appropriata, accettabile o non accettabile, se è corretta o sbagliata.
L’intelletto può essere considerato come la mente analitica e comparativa. Sto cercando di separare il concetto di buddhi da quello di intelletto. L’intelletto è soltanto la mente analitica e comparativa. In questo momento state leggendo, analizzando e confrontando quello che è stato detto con il vostro intelletto. Simultaneamente state anche avendo esperienza di buddhi, essendo consapevoli delle circostanze presenti, della presente situazione e della presente discussione. Così “bodh”, che significa consapevolezza, e buddhi, la facoltà dell’essere consapevoli, sono diverse dall’intelletto.
L’intelletto è una facoltà della mente, la mente manifesta, mentre buddhi è una qualità della coscienza. Avrete sentito parlare del bodhi, l’albero in connessione con il Buddha. La parola bodhi deriva da bodh, l’albero dell’illuminazione, l’albero della consapevolezza. Persino le parole Buddha, l’illuminato, colui che è consapevole, e Buddismo, la via dell’illuminazione, della consapevolezza, derivano da bodh. Sto facendo questi esempi per chiarire il concetto di buddhi, che controlla, o che è consapevole, degli stati di jagriti, swapna e nidra.
Se guardate di nuovo il diagramma, vedete che la prima sezione della linea orizzontale rappresenta lo stato o la dimensione di jagriti. Ci sono molte piccole linee verticali che la intercettano, ciascuna rappresenta un punto d’esperienza, un punto di percezione in quella dimensione. È come la nostra vista. Quando guardiamo qualcuno, la nostra visione è diretta verso quella persona ma, allo stesso tempo, c’è anche un ritorno dalla periferia della nostra visione.
La visione diretta è l’apice della V e la visione periferica è l’area all’interno della V. È quella visione diretta che è conosciuta come bodh, essere consapevoli di. Sono consapevole di qualcosa che vedo, e mentre ne sono consapevole non riconosco gli input periferici che ricevo.
Nel momento in cui inizio a riconoscere gli input periferici, il campo di buddhi si espande, diventa più grande. Questo ampliamento della visione o della percezione è l’espansione della consapevolezza.
Lungo i lati della V ci sono alcuni piccole frecce che rappresentano l’input sensoriale in buddhi. Per esempio, sperimento il calore attraverso la pelle. Sperimento l’odore di incenso e sigarette attraverso le mie narici. Sperimento il suono del ventilatore o il fischio del treno mediante le orecchie. Sperimento il gusto di salato mediante la lingua. Queste esperienze sensoriali accadono costantemente attraverso i sensi. Nel momento in cui il fascio di luce di buddhi si focalizza su di una cosa, diventiamo consapevoli di quella cosa.

Dissociazione dei sensi

È possibile interrompere l’input sensoriale in buddhi attraverso alcuni mezzi, come uno shock esterno o la pratica di pratyahara, dharana o dhyana. C’è una differenza, tuttavia tra queste due esperienze. Gli shock esterni causano un’interruzione totale dei sensi e oscurano l’aspetto di buddhi della coscienza, così che buddhi a un certo punto addirittura muore. A causa della morte di buddhi, o totale dissociazione di buddhi dai sensi, c’è un’esperienza di oscuramento.
Un altro stadio in cui le percezioni sensoriali vengono interrotte è il sonno. Qui, tuttavia, rimane attiva una facoltà di buddhi. Questa facoltà di buddhi è consapevole della condizione in cui ci troviamo al momento del sonno profondo. È quella che ci impedisce di rotolare giù dal letto mentre dormiamo. Se questa facoltà fosse inattiva, cadremmo dal letto e ci faremmo male. Questa facoltà si può chiamare autoconservazione o la facoltà istintiva di buddhi che è responsabile del nostro benessere.
Questa consapevolezza istintiva all’interno di buddhi è una fa-coltà molto sottile. Le persone, in genere, la chiamano istinto, ma è controllata da quell’aspetto conoscitivo del sé. Sapete che se un fuoco sta bruciando e ci andate troppo vicino, automaticamente ve ne allontanerete. Le persone lo chiamano istinto, ma lo yoga lo definisce un attributo di buddhi, perché persino l’istinto non funzionerebbe se buddhi fosse inattivo. Questo è il secondo aspetto di buddhi.
Il terzo aspetto di buddhi è sperimentato in pratyahara, dove vi è una volontaria dissociazione sensoriale. La mente è ritirata dai sensi e centrata nella propria esperienza e nel proprio essere. In questo stato c’è una totale consapevolezza, non mancanza di consapevolezza. In questo stato di totale consapevolezza avviene la dissociazione della mente dai sensi. È molto simile all’esperienza che abbiamo durante yoga nidra. Molte volte sappiamo che non stiamo dormendo, ma abbiamo perso le istruzioni. L’ultima cosa che abbiamo sentito dall’insegnante è “pollice della mano destra”, e la cosa successiva che ci ricordiamo è l’insegnante che dice “tutto il corpo, tutto il corpo, tutto il corpo”. Tuttavia, non stavamo dormendo in quel periodo, ma dove eravamo andati? Anche questo genere di dissociazione dei sensi è un’esperienza di buddhi, la facoltà della consapevolezza, in assenza di esperienza sensoriale.
La consapevolezza, l’assenza di consapevolezza e l’espansione della consapevolezza, sono stati che possono essere sperimentati mediante l’autostimolazione o mediante la deprivazione sensoriale, nel sonno o in dhyana o samadhi. La coscienza e l’esperienza della coscienza è diversa dall’esperienza dei sensi e del loro legame con la mente. La differenza tra mente, coscienza e consapevolezza è difficile da esprimere in qualsiasi linguaggio poiché i termini si mescolano, e questi stati non si possono efficacemente spiegare finché non si sono sperimentati. Tutti dormiamo di notte e pratichiamo yoga nidra, ma c’è una differenza tra queste esperienze. Qual è questa differenza? È lo stesso attributo della consapevolezza che è attiva in entrambi, ma in forme diverse. Durante yoga nidra, la consapevolezza assume una forma; durante il sonno, la consapevolezza assume un’altra forma, e durante la meditazione prende un’altra forma ancora.

Espansione della consapevolezza

Allora c’è un’altra controversia. La mente focalizzata, o consa-pevolezza unidirezionale, secondo questa descrizione, significherebbe essere consapevoli di una cosa. Questo è lo stato iniziale per diventare consapevoli. Fuori dalle distrazioni che accadono attorno a noi, diventiamo consapevoli di una cosa. In seguito, quando progrediamo dallo stato di pratyahara a dharana e dhyana, la visione si espande. In quel campo espanso c’è una concentrazione focalizzata. Inizialmente un individuo dovrebbe essere consapevole di un dettaglio e in seguito, con il crescere delle facoltà umane, è possibile essere consapevoli di diversi dettagli simultaneamente.
Nel diagramma ogni linea verticale rappresenta un’area di esperienza e questo rimane lo stesso, ma la visione rappresentata dalla V racchiude un campo più ampio. C’è una parola in hindi, savdhan, che significa “attenzione”, “allerta”.
Questa parola è una forma distorta del termine saptavatan in cui sapta significa sette, essere consapevole di sette cose simultaneamente. Dovremmo tutti sviluppare la facoltà di saptavatan, la consapevolezza di sette cose simultaneamente.
Ci sono momenti in cui la mente è trasportata in un’altra dimensione di esperienza dove, invece di rimanere come un pezzo sulla scacchiera, diventiamo il giocatore. Iniziamo a vedere l’intera scacchiera di fronte a noi e vediamo come tutti i pezzi si stanno muovendo. È un’esperienza momentanea e se qualcuno chiede qualcosa in quel momento, siamo persi. Ci vuole un po’ per venire fuori da quello stato. È molto simile allo stato di ebbrezza, ma non è la stessa cosa. È l’espansione della visione.
Quello stato non può essere descritto. Può capitare in ogni mo-mento. Se capitasse in questo momento, non sareste in grado di co-municare, di parlare a nessuno. In quel momento è difficile trovare un legame tra lo stato interno e quello esterno. Forse tra venti o trent’anni troveremo un legame. Anche in questo stato di consapevo-lezza espansa in cui si sperimenta qualcosa, c’è una concentrazione unidirezionale. È simile allo stato di meditazione su jagriti. Non è una meditazione introversa; è una meditazione che succede nello stato di jagriti, della coscienza esterna. Improvvisamente c’è una consapevolezza dal punto A al G o H o I. Naturalmente, la condizione della mente è diversa anche in questo stato, quindi è difficile tornare indietro allo stato normale.
Secondo qualsiasi esperienza descritta nello yoga, lo stato della mente superconscia, di samadhi o di turiya è una reale combinazione di queste tre aree del conscio, subconscio e inconscio, con uguale intensità di consapevolezza. In questa uguale intensità di consapevolezza delle tre aree contemporaneamente, piuttosto che separatamente come jagriti, swapna e nidra, c’è solo un’esperienza omogenea, un solo stato di percezione. Così la mente superconscia o stato di samadhi non è influenzata in nessun modo dall’intelletto o dalla mente comparativa e analitica. Questo stato finale viene sperimentato con il risveglio dell’aspetto di bodhi del sé; che è conosciuto come drashta, “l’osservatore”. È il concetto dell’osservatore, del testimone, oltre l’azione, oltre la scena della vita e del vivere.

Il Mantra

Tratto da: Swami Satyananda Saraswati, “Il Mantra”, ed. Satyananda Ashram Italia.

Il potere del mantra purifica il corpo, purifica il prana, purifica tutta la mente e, infine, desta la kundalini in ogni chakra: non solo in muladhara, ma in ogni chakra. Se vi concentrate sul centro tra le sopracciglia si risveglierà agya chakra, se vi concentrate sul centro del cuore, si risveglierà anahata chakra, se vi concentrate sull’ombelico, si risveglierà manipura chakra. Con la pratica del mantra, a poco a poco la mente comincerà a vibrare, ad emanare energia. Proprio come una lampadina elettrica emette radiazioni, un calorifero emette radiazioni, così la mente è in grado di emanare pace e tranquillità, armonia ed equilibrio. La mente, come sapete, è una sostanza senza forma, è impura e mescolata a tante impressioni e samskara; essa possiede una quantità di forme al suo interno conosciute come archetipi che sono milioni, bilioni e trilioni dentro di voi, e nell’essere umano questi archetipi costituiscono la base di ogni conoscenza. Vi sto parlando e voi ascoltate, contemporaneamente sto pensando e voi pensate e si crea un processo di comprensione. Questo non è un processo intellettuale: questo processo si crea attraverso archetipi nel vostro cervello e nel mio. La coscienza nell’uomo ha al suo interno infinite immagini che si trovano a grande profondità nel suo spirito e vi posso dire che non potete mai vederle. Ogni tanto sì. Ogni tanto arrivano in sogno. Qualche volta, quando è avvenuta in famiglia una grave tragedia, esse vengono un po’ alla superficie, ma per noi è importante saper manovrare questi milioni di archetipi. Ci sono molti modi per conoscere questi milioni di archetipi, ma il mezzo più sicuro è il mantra. Un’improvvisa esplosione di archetipi può portarvi alla follia: voi cogliete così tante immagini e così tanti suoni che non sapete più cosa vi sta succedendo e quindi essi vanno tenuti saggiamente sotto controllo col mantra. Perfino quelli che hanno disturbi mentali, praticando il mantra, possono mettere ordine nell’anarchia degli archetipi.

Popolarità del Kirtan

Tratto da: Swami Satyananda Saraswati, “Bakhti Yoga Sagar”, ed. Bihar School of Yoga, Munger, Bihar, India.

Il nome di Dio, quando viene cantato insieme in gruppo, è detto kirtan. Il kirtan piace a tutte le persone del mondo. Gli australiani fanno kirtan molto belli. Sono molto piacevoli. Il kirtan australiano è pieno di vita. I bambini piccoli fanno i kirtan insieme agli adulti. Kirtan è il sadhana principale del kaliyuga. I diversi yuga hanno diversi sistemi di sadhana come yagya, tapasya, tyaga, yoga, ecc.. Ma ora, nel kaliyuga, questi metodi non sono molto comuni. È molto difficile farli tutti. La mente si perde. Tyaga o tapasya rendono la gente sofferente. Yagya ha bisogno di così tanto tempo che non rimarrebbe tempo per un lavoro o gli affari. Perciò, in questo yuga, naam sankirtan è il sadhana più importante. Nel kaliyuga, il nome di Dio è l’unica base dell’esistenza. Ricordando costantemente il nome, l’uomo può attraversare l’oceano della vita ed arrivare dall’altra parte.
Quest’epoca è molto complessa, piena di tensioni, ed è molto difficile praticare molti sadhana. Potete praticare asana, pranayama, neti e dhauti per il vostro corpo, va bene. Tuttavia, per la realizzazione di Dio, per condurre una vita divina, tutti gli altri sadhana sono diventati eccessivi, perché sono troppo difficili. L’unico sadhana che è rimasto per noi è cantare il nome del Signore.
Tulsidas dice nel Ramacharitamanas:

Se uno ricorda il nome,
Anche senza vedere la forma,
L’amore divampa spontaneamente nel cuore.
Il mistero di nome e forma è oltre le parole.
È meraviglioso se compreso,
Ma le parole non possono esprimerlo.
Il nome è un ponte
Tra manifesto e immanifesto.
È un interprete efficiente,
Che rivela la verità di entrambi.
Se avete il desiderio di illuminare
Le camere interne ed esterne,
Tulsidas vi consiglia di tenere
La preziosa lampada del nome
Di Rama sulla lingua.
Poiché quella è la via d’accesso
Tra il sé interiore ed il sé esteriore.

Ripetete il suo nome melodiosamente, in armonia, con molte persone, con i membri della vostra famiglia, per un’ora, un’ora e mezza. Suonate una chitarra, un mridang o un harmonium, e semplicemente continuate a cantare. Gli australiani hanno stampato un libro molto buono di kirtan con le annotazioni musicali e allegati dei nastri registrati, così che le persone possano imparare.
Bhajan significa ‘cantare il nome del Signore in adorazione’. Stuti significa ‘lodare il Signore’. Naam sankirtan significa ‘cantare il nome di Dio’. Naam smaran significa ‘ricordare il nome di Dio’. Ci sono vari modi di fare questo. Quando cantate la grandezza di Dio, dei Suoi attributi, della Sua compassione, della Sua grazia, della Sua abilità nel portare via la nostra sofferenza, il kirtan è dedicato alla grandezza di Dio, mahima. Quando cantate ‘Guru Deva Daya Karke’, è un bhajan. State pregando Dio di essere benevolo verso di voi, di essere misericordioso. Ci sono vari sentimenti e atteggiamenti verso Dio. Potete pregarLo, lodarLo, ricordare il Suo nome o praticare naam sankirtan. Sono tutti la stessa cosa, proprio come dolci differenti fatti con il latte. A qualcuno possono piacere i ‘pera’, ad altri i ‘rasagulla’, latte cagliato o latte semplice, sono tutti la stessa ed unica cosa. Ma kirtan è il sadhana migliore per le persone di questo yuga. Nei kirtan tutti cantano insieme.
Tutti i santi dicono che i kirtan sono l’unico sadhana che potete fare in modo rilassato e senza alcuna difficoltà. In quest’epoca di tensioni e preoccupazioni non siete mai liberi. Dovete lavorare per mantenere la vostra famiglia e non avete molto tempo. Anche se avete tempo, non siete capaci di concentrare la mente. La concentrazione mentale è molto difficile in quest’epoca. Non importa che voi possiate essere una persona buona, virtuosa, onesta, calma, tranquilla e senza problemi in famiglia, la mente, nonostante ciò, non riesce ad essere concentrata. Per quelli che sono tormentati, che hanno tensioni in casa, dolori, sfortuna o problemi di salute, è inutile persino parlare di concentrazione. Anche con totale armonia in famiglia, bravi figli e una buona moglie, la vostra mente non è capace di concentrarsi. Questo perché nel kaliyuga, la concentrazione mentale è possibile soltanto per poche persone; non può essere praticata da tutti. Questo è ciò che Arjuna disse al Signore Krishna nella Gita: “Nel Dwaparyuga, O Krishna, sicuramente la mente è irrequieta, turbolenta, forte ed ostinata, ed io ritengo che sia difficile controllarla come il vento che soffia.” (6:34). Tuttavia è ancora possibile cantare il nome del Signore ed immergersi in questa pratica per un’ora o giù di lì. Questo è possibile adesso, ma non so cosa accadrà in futuro.
Mirabai, Chaitanya Mahaprabhu e Ramakrishna Paramahamsa, hanno tutti detto di cantare e danzare nel nome di Dio. Anche Swami Sivanandaji cantava e danzava. Anche il Signore Shiva fa la stessa cosa: Parvati canta e il Signore Shiva danza. E, sapete, anche Ganesha danza, nonostante la sua grassa pancia! Ganesha mangia bene, danza e canta anche. Cantatemi un bhajan. Io amo la musica. Tutti amano la musica, anche gli animali. La persona che non ama la musica non è né un essere umano né un animale. Persino i demoni amano la musica. Anche Ravana e Kansa facevano musica nella loro corte. Le persone a cui non piace la musica non sono né demoni, né esseri umani, né animali. Nella mitologia indù, Ganesha è considerato un intellettuale, Shiva un eccentrico, Vishnu Bhagawan è colui che tiene la corte reale, e Brahma è uno studioso.
Nell’epoca che verrà, musica e danza diventeranno molto popolari. La musica è già diventata così popolare che tutti vogliono sentirla nei programmi della radio. Persino alla TV c’è musica per la maggior parte del tempo, nelle pubblicità, nello sport, nei film, in ogni programma. Da ciò potete capire come la mente umana stia evolvendo e cambiando. Essa trova grande riposo, rilassamento e consolazione nella musica. Mahatma Gandhi ha detto: “La dolce musica rinfresca il calore dell’atma.” Ci sono centinaia di migliaia di kirtan appartenenti a Shaivas, Vaishnavas, Devi e Guru. Se doveste cercare di cantarli tutti, potreste cantare ogni kirtan solo una volta, perchè ce ne sono moltissimi.

Terapia Yogica delle Malattie Comuni:
Ulcera Peptica

Tratto da: Swami Karmananda Saraswati, “Yogic Management of Common Diseases”, ed. Bihar School of Yoga, Munger, Bihar, India.

L’ulcera peptica è un’infiammazione corrosiva all’estremità inferiore dell’esofago, nelle pareti dello stomaco, o nella parte superiore del duodeno, proprio sotto la valvola pilorica. L’ulcerazione peptica è il risultato finale di ripetuti attacchi di irritazione gastrica e i malati, di solito, hanno qualche storia precedente di dispepsia e disturbi gastrici.
Molti sintomi dell’ulcera sono identici a quelli di disturbi meno gravi del tratto digestivo superiore, e di conseguenza, spesso è difficile fare una diagnosi di ulcera peptica basandosi solo sui sintomi. La diagnosi definitiva di ulcera di solito viene fatta con radiografia di contrasto con bario, dove può apparire nella parete gastrica o duodenale un cratere ulceroso chiaramente definito, riempito di sostanza opaca che appare perciò bianco. Più recentemente i medici stanno utilizzando un gastroscopio a fibra ottica, un tubo passato attraverso la bocca nello stomaco, per vedere veramente e diagnosticare in tal modo l’ulcera senza dover ricorrere a chirurgia addominale.
La scienza medica riconosce due tipi distinti di ulcera peptica, a seconda della localizzazione:
1. l’ulcera gastrica (nelle pareti dello stomaco),
2. l’ulcera duodenale, con sintomi e modi di incidenza leggermente diversi.

Ulcera gastrica

I sintomi principali dell’ulcera gastrica sono: dolore attanagliante medio-sternale aggravato dal cibo, debolezza alla bocca dello stomaco, vomito ed emorragia (sanguinamento interno). Di solito c’è associata perdita di appetito e di peso.
La condizione si sviluppa dopo attacchi frequenti o di lunga durata di infiammazioni gastriche meno gravi (gastriti). Il dolore e la condizione sono aggravati da una dieta grassa e speziata, alcool e fumo, mentre un sollievo temporaneo si ottiene dal latte, blandi pre-parati e digiuno.
Di solito il paziente è un uomo giovane o di mezz’età, magro o sotto peso e con personalità tesa e ansiosa. L’ulcera gastrica di solito si presenta in individui con personalità altamente competitiva ed eccessivamente coercitiva, la cui vita è costellata da un alto livello di tensione. Allo stesso tempo ha una tolleranza molto bassa alla frustrazione ed è incapace di rilassarsi e lasciarsi dietro, anche per un solo momento, le sue divoranti ansietà tese alle conquiste. Sfortunatamente, di solito egli aggrava la sua condizione indulgendo nel fumare e/o bere eccessivamente per ‘calmarsi e rilassarsi’. Entrambe queste abitudini sono gastro-irritanti di per sé, e servono solo a irritare ulteriormente l’ulcera. La vittima dell’ulcera è uno che si preoccupa per tutto. È divorato da ansietà ossessiva. Successo, fallimento, imprese, progetti, fedeltà, malattia, tradimento, ecc. per lui sono fonte di preoccupazione. L’oggetto della preoccupazione varierà da caso a caso, ma il fattore di preoccupazione incessante è comune a tutti.

Ulcera duodenale

Le ulcere duodenali si presentano nella prima parte dell’intestino tenue in cui vengono svuotati i contenuti gastrici attra-verso la valvola pilorica. Il dolore associato all’ulcera duodenale è in profondità nella parte centrale dell’addome ed è alleviato, anziché aggravato, dal cibo. Per questo motivo, chi ne soffre ha di solito la tendenza a mangiare troppo ed è conseguentemente sovrapeso. Lui o lei spesso si sveglia presto al mattino per il dolore e ha sollievo be-vendo latte, che ha un effetto calmante sul rivestimento dello stomaco e del duodeno.

La causa dell’ulcera

La scienza medica e lo yoga sono d’accordo nel riconoscere che l’ulcera peptica è una malattia psicosomatica. Esperimenti hanno dimostrato che il rivestimento dello stomaco è un registratore estremamente sensibile dei nostri stati emozionali. È stato osservato che sbianca quando si presenta una situazione spaventosa o di paura e si arrossa quando vengono espresse collera o rabbia. I fisiologi ora riconoscono che tensioni emozionali e fattori da stress psichico, inclusi alti livelli di frustrazione, sono trasmessi agli organi e alle ghiandole digestive attraverso i percorsi dei nervi simpatici (plesso solare) e parasimpatici (vago).
In un individuo posseduto da preoccupazioni divoranti, paure e frustrazioni costanti, un flusso continuo di impulsi nervosi entra nel sistema nervoso autonomo dai centri cerebrali dell’area limbica e dell’ipotalamo, stimolando una secrezione gastrica acida costante e un continuo rivoltarsi dello stomaco.
Questo va avanti giorno e notte, sia a stomaco pieno che a sto-maco vuoto. Simultaneamente, gli stessi meccanismi sono costante-mente attivati dalla stimolazione orale del tratto digestivo dal fumare, bere e/o mangiare troppo ricco e continuo.
Ne conseguono frequenti attacchi di dispepsia, infiammazione ed irritazione della mucosa gastrica. Man mano che l’azione corrosiva dei succhi gastrici altamente acidi (contenenti acido cloridrico e pepsina) irrita le superfici infiammate, nascono sensazioni di dolore ed irritazione. Alla fine si verificano cicatrici e indurimenti della mucosa. Come conseguenza, la resistenza della mucosa delle pareti gastriche o duodenali gradualmente diminuisce e l’acido inizia ad auto-digerire la parete. Così si inizia a produrre un’ulcera o foro nella parete. Proprio come una ferita in qualsiasi parte della superficie del corpo non guarirà finché è costantemente aggravata, mossa, sfregata e irritata, così un’ulcera peptica, una volta formata, non riesce a guarire finché continua ad essere irritata dalle secrezioni acide e la parete muscolare continua a rodersi.

Il meccanismo del dolore dell’ulcera

Il caratteristico dolore tormentoso dell’ulcera peptica è prodotto quando le secrezioni acide trovano accesso alla cavità ulcerosa, dove causano intensa irritazione ai nervi nudi ed esposti nel pavimento dell’ulcera, come cavi elettrici vivi dietro una parete.
L’intero processo psicofisiologico del dolore dell’ulcera può essere riassunto nell’espressione ‘Cosa ti sta divorando?’, poiché il malato si sta letteralmente mangiando, trasferendo conflitti mentali irrisolti, tensioni emotive ed ansie in pesanti dipendenze e cattive abitudini alimentari.
Possibili complicazioni fatali

Due rare ma spesso fatali complicazioni dell’ulcera peptica sono perforazione ed emorragia. La perforazione si verifica quando l’ulcera penetra proprio attraverso la parete, riversando i contenuti gastrici nella cavità addominale sterile. L’emorragia si verifica quando l’ulcera mette a nudo e penetra in un vaso sanguigno principale, facendo si che un’enorme quantità di sangue sia perduto rapidamente. Entrambe queste complicazioni hanno come conseguenza il collasso e sono emergenze chirurgiche, che possono rivelarsi fatali se non viene intrapresa immediatamente un’adeguata terapia medica.

Trattamento dell’ulcera

Il malato di ulcera si trova in una situazione disastrosa da cui è difficile recuperare l’oggettività necessaria per uscirne. Le misure mediche da sole sono di solito sufficienti a portare una temporanea diminuzione dei sintomi e dell’ansia, ma le ulcere inevitabilmente ritornano quando si riprendono l’occupazione, le abitudini e il modo di vita precedenti. Per questo motivo molti medici raccomandano la rimozione chirurgica di ulcere gastriche persistenti. La chirurgia dell’ulcera di solito implica il taglio dei nervi parasimpatici dagli organi digestivi e la rimozione di parte dello stomaco. Nonostante ciò le ulcere frequentemente si ripresentano.
I medici che utilizzano lo yoga nella loro pratica hanno riscontrato che una combinazione di terapia medica tradizionale e pratiche yoga è il modo più efficace in cui un’ulcera può guarire se stessa. Problemi di ansia paralizzanti possono essere efficacemente risolti, pesanti dipendenze superate e un più equilibrato stile di vita può essere sviluppato, persino nel mezzo delle pressioni e delle esigenze della vita moderna.
L’aggiunta delle pratiche yogiche alla terapia medica tradizionale mette in grado il malato di ulcera di attuare specifiche modifiche al suo stile di vita che prevengono sia un ritorno dell’ulcera che la prospettiva di interventi chirurgici.

Il ruolo delle medicine

La terapia medica dell’ulcera è essenzialmente sintomatica. Essa include l’uso di preparati antiacidi che neutralizzano gli acidi gastrici ed altri agenti che rivestono la mucosa gastrica o inibiscono l’agitazione dei muscoli dello stomaco. Questi possono essere abbandonati senza problema durante la terapia yogica quando si ha la guarigione e i sintomi scompaiono.
Lo yoga può sicuramente aiutare i sofferenti di ulcera. Esso mostrerà la via per uno stile di vita più equilibrato e godibile, basato sulla pratica quotidiana di asana, pranayama e rilassamento, dieta semplice, libertà dalle abitudini schiavizzanti e dalle ansietà e tensioni che le rendono necessarie. La malattia arriva quando si perde un simile stile di vita e scompare quando l’energia pranica vitale, necessaria per la rigenerazione e la buona salute, incomincia ad aumentare.

Terapia yogica dell’ulcera

Come primo passo per la terapia dell’ulcera è caldamente rac-comandato riposo completo ed un cambiamento d’ambiente.
Questo consentirà al malato di allontanare completamente la mente dalla tensione per il lavoro, i rapporti, ecc.. Di solito è necessario almeno un mese, e l’ambiente di un ashram è ideale a tale scopo.
Inizialmente, il malato di ulcera, dovrebbe praticare il riposo assoluto, dormendo a piacere, camminando secondo desiderio ma senza sforzo, e dovrebbe essere totalmente liberato da qualsiasi precedente impegno o responsabilità. Un enorme sollievo mentale sarà sperimentato quasi immediatamente.
1. Asana: semplici asana rilassanti possono essere introdotte dopo due settimane, quando si sia verificata un’iniziale guarigione ed il dolore è alleviato. Le asana devono essere praticate in modo non competitivo e godibile, con l’enfasi su rilassamento e consapevolezza.
2. Pawanmuktasana parte I e II dovrebbero essere praticate quotidianamente per due settimane, seguite da surya namaskara, secondo possibilità, nelle seconde due settimane. Sono raccomandate shashankasana e shavasana.
3. Pranayama: bhramari e nadi shodhana indurranno rilassamento se praticati quotidianamente e senza alcuno sforzo.
4. Shatkriya: neti e laghu shankhaprakshalana possono essere intro-dotti dopo qualche tempo, ma kunjal è controindicato in tutti i casi di ulcera perché può disturbare l’ulcera in via di guarigione. A qualsiasi paziente che abbia vomitato sangue o avuto sangue nelle feci non dovrebbe essere prescritto kunjal kriya, a meno che non sia sotto una guida esperta.
5. Rilassamento: la pratica quotidiana di yoga nidra, che induce lo stato di rilassamento mentale ed emozionale, è molto importante nella risoluzione di ansie e conflitti interiori.
6. Karma yoga: la pratica di qualche semplice attività in un ambiente non competitivo, per esempio falegnameria o giardinaggio per alcune ore, sono una cura eccellente per chi in precedenza era un lavoratore sedentario molto teso. Il karma yoga produce rilassamento mentale e fisico ed espressione creativa.
7. Dieta: inizialmente è caldamente raccomandata una dieta a base solo di frutta e latte per stimolare la guarigione. Alternativamente è accettabile una leggera dieta liquida di brodo vegetale, khicheri, latte e frutta leggera. Devono assolutamente essere evitati cibi spezziati e piccanti, fumo e alcol.

La Serie di Pawanmuktasana

Tratto da: Swami Karmamurti Saraswati, “Yoga for Beginers”, ed. Satyananda Ashram, Mangrove Mountain, Australia.

Esercizio 6: torsione dinamica della colonna vertebrale

Assumete la posizione di base, seduti con le gambe distese in avanti.
Separate le gambe il più possibile (in modo confortevole).
Sollevate le braccia di lato, a livello delle spalle e parallele a terra.
Tenete le braccia diritte, ruotate il corpo a sinistra e portate la mano destra sulle dita del piede sinistro, il braccio sinistro è teso dietro a voi. In linea retta con il braccio destro.
Voltate la testa e guardate dietro, direttamente verso la mano sinistra.
Voltate il corpo a destra, portate la mano sinistra sulle dita del piede destro, il braccio destro è teso dietro a voi, il linea con il braccio sinistro.
Guardate indietro verso la mano destra.
Questo è un ciclo.
Ripetete dieci volte. Iniziate l’esercizio lentamente e gradualmente aumentate la velocità.
Se avete difficoltà a toccare le dita del piede con la mano opposta. Avvicinate i piedi tra loro.
Gradualmente aumentate la distanza tra i piedi, finché in capo a qualche settimana sarete seduti con i piedi il più lontano possibile.

Esercizio 7: mezza farfalla

Piegate la gamba destra e mettete il piede destro sulla coscia sinistra.
Tenete il ginocchio sinistro con la mano sinistra e mettete la mano destra sopra al ginocchio destro piegato.
Dolcemente muovete la gamba su e giù con la mano destra, lasciando che il muscolo della gamba si rilassi il più possibile.
Molleggiate il ginocchio su e giù per venti o trenta volte.. all’inizio può restare molti centimetri da terra, ma dopo qualche settimana di pratica con consapevolezza e rilassamento, toccherà terra a ogni molleggiamento.
Ripetete l’esercizio con il ginocchio sinistro.
Non forzate il ginocchio verso terra. Rilassatevi e siate delicati.

Esercizio 8: rotazione del ginocchio

Rimanete nella stessa posizione iniziale dell’esercizio 7, ma tenete le dita del piede destro con la mano sinistra.
Ruotate il ginocchio in circolo, cercando di rendere cerchio lentamente più largo.
Tenete il piede destro giù sulla coscia sinistra con la mano sinistra e muovete solo il ginocchio destro.
Eseguite l’esercizio cinque volte in senso orario e cinque in senso antiorario.
Ripetete con il ginocchio sinistro.

Esercizio 9: (1): farfalla completa

In posizione seduta unite la pianta dei piedi.
Portate i talloni il più possibile vicino al corpo.
Intrecciate le dita delle mani e mettetele sotto ai piedi.
Mettete i gomiti sulle ginocchia e dolcemente spingete le ginocchia verso terra appoggiandovi sopra il vostro peso.
Rilassate le cosce quando spingete e inclinate la testa e il corpo in avanti, e cercate di toccare il pavimento con la testa. Ciò all’inizio sarà difficile. Non forzate!
Arrivate solo fin dove vi è confortevole.
Ripetete cinque volte.

Esercizio 9 (2): farfalla completa

Unite le piante dei piedi e mettete le mani sulle ginocchia.
Utilizzando le braccia spingete le ginocchia verso il pavimento e lasciate che rimbalzino verso l’alto. Ripetete venti volte.

Esercizio 9 (3): farfalla completa

Mantenete la stessa posizione, ma mettete le mani ai lati del corpo e un po’ indietro e sostenetevi sulle braccia rigide.
Ancora molleggiate le ginocchia su e giù dolcemente.
Ripetete venti volte.

Esercizio 10: passo del corvo

Accovacciatevi a terra con le ginocchia completamente piegate e i piedi distesi. Mettete i palmi delle mani sulle ginocchia e iniziate a camminare in posizione accovacciata. Camminate o sulle punte dei piedi o sui piedi distesi, il che è più difficile.
Eseguite per un po’ di tempo senza stancarvi.

Variante: fate il passo del corvo toccando terra con le ginocchia ad ogni passo.

Benefici: questo è un esercizio molto buono per preparare le gambe alle posizioni meditative. È anche raccomandato per coloro che hanno una circolazione sanguigna carente nella gambe. Coloro che soffrono di costipazione troveranno questo esercizio molto utile. Dovrebbero bere due bicchieri di acqua e poi fare il passo del corvo per un minuto intero.
Bevete altri due bicchieri di acqua e ripetete l’esercizio. Ripetete tre o quattro volte; la costipazione verrà rimossa.
Precauzioni: non stancatevi. Se è difficile accovacciarsi del tutto, modificate l’esercizio a seconda delle vostre capacità.