Satyananda Ashram Italia

Scuola di Yoga

Satyananda Ashram Italia


  • Karma Yoga (parte terza)
  • Nada Yoga
  • Yoga e Dipendenze
  • Yoga Sutra di Patanjali
  • Yoga – Non si è Mai Troppo Vecchi per Iniziare (parte seconda)
  • Terapia Yogica delle Malattie Comuni: Stati di Cattiva Assimilazione
  • Viaggio in India
  • La Serie di Pawanmuktasana

Karma Yoga

Tratto da: Paramahansa Niranjanananda, “Yoga Darshan”, ed. Bihar School of Yoga, Munger, Bihar, India.

Realizzazione attraverso l’esperienza

Karma yoga è una pratica molto efficace per sperimentare la totalità del sé. Quando karma yoga è praticato insieme con altre forme di yoga, quando aumenta la consapevolezza delle azioni, la purificazione è spontanea. Un uomo venne poco dopo la fondazione dell’ashram e vide che tutti lavoravano molto duramente. Egli disse a Paramahamsaji: “Non insegni nulla ai tuoi allievi del sadhana o delle scritture. Che cosa ci guadagneranno dalla pratica di tutto questo karma yoga?” Paramahamsaji rispose: “Quello che i miei discepoli possono ricavare dalla pratica di karma yoga, uno stato di purificazione ed armonia, nessun altro lo può ricavare neppure dopo venti vite di sadhana e d’apprendimento”.
Questo diverbio è aperto ancora oggi. Paramahamsaji è stato molto deciso in proposito. “La purificazione deve avvenire a tutti i livelli a partire dall’interno”. Ma non possiamo capire come comincia la purificazione dall’interno. È una cosa molto semplice. Se abbiamo una brutta esperienza nel nostro sadhana non vogliamo più ripetere l’esperienza. Se abbiamo una cattiva esperienza con qualcuno non cerchiamo più di incontrare quella persona. Al tempo stesso cerchiamo, però, di essere puri e capaci di accettare. E ciò è di per sé una contraddizione. Da un canto diciamo: “Tutti siamo uguali” e dall’altro diciamo: “So più di te e, quindi, chi sei tu per dire a me che cosa devo fare?” Questa è una filosofia conflittuale. È una realizzazione o concetto intellettuale, non basato sull’esperienza. Secondo Paramahansaji, karma yoga è il processo di realizzazione attraverso l’esperienza, una strada da percorrere per sviluppare e conseguire la consapevolezza spirituale.
Atteggiamento nei confronti dell’azione

In karma yoga non sono le azioni di per sé ad essere importanti, ma l’impostazione mentale con cui vengono compiute. Le azioni avvengono senza la nostra conoscenza, e continuano a guidare la nostra vita sia che lo vogliamo sia che non lo vogliamo. Dunque, le azioni sono un processo continuo, che continua ad avvenire e sul quale non c’è nessun controllo volontario o razionale. È l’attitudine verso l’azione e verso il lavoro che diventa importante. È la consapevolezza dell’azione e del lavoro che diventa importante e non il lavoro di per sé. È il cambiamento di atteggiamento che alla fine crea un cambiamento interiore. È la stessa storia del coltello che nelle mani dell’assassino può essere usato per togliere la vita e nelle mani del medico può essere usato per salvare una vita. Lo strumento è lo stesso, un coltello è un coltello, ma è l’atteggiamento e l’uso dello strumento che è importante. Lo stesso coltello può togliere o dare la vita, secondo la mentalità della persona che lo usa. L’atteggiamento mentale positivo deve essere visto come un atteggiamento brillante, ottimistico nei confronti della vita e delle azioni correlate alla vita. In quest’azione e in questo atteggiamento positivo che stiamo cercando di sviluppare nella nostra vita, ci deve essere una motivazione per la realizzazione. Questo atteggiamento ci deve condurre all’esperienza meditativa.
Karma yoga non è sicuramente un lavoro filantropico o di carità. Molti paragonano il lavoro di karma yoga a un lavoro di carità. Fornire cibo e protezione alle persone bisognose è una forma di karma yoga, ma è sakam karma yoga, azione compiuta con il desiderio, con una possibile idea di vantaggio, che potrebbe essere merito, condizione o fama. Questo tipo di carità non porterà il praticante ad uno stato meditativo. Diventa un’azione esteriore fatta a scopo sociale o per una propria comprensione mentale. Il lavoro sociale non può e non dovrebbe essere considerato come nishkam karma yoga, l’azione compiuta senza alcun desiderio e senza alcun motivo personale.
L’intero scopo del karma yoga è quello di portare ad uno stato meditativo di consapevolezza, uno stato di risveglio della coscienza dove diventiamo osservatori di ciò che succede e di come queste azioni e interazioni influenzino, leghino e limitino le nostre espressioni e la nostra personalità. Questo cambiamento deve essere compreso anche negli altri tipi di yoga. È necessario combinare le pratiche di karma yoga con le altre pratiche di yoga, come gyana yoga, bhakti yoga o hatha yoga, poiché karma yoga diventa un importante mezzo solo quando è combinato con altre pratiche.
Azione e non azione

Come supporto per le successive esperienze, si deve sviluppare uno stato di assenza dell’ego. Il cambiamento nella propria attitudine e visione nei confronti della vita aiuta a diventare senza ego. Quindi si dice che bisogna compiere le azioni con completa intensità, diventando il più possibile senza ego, compatibilmente con le condizioni e le circostanze del momento. Questa assenza di ego lascia da parte l’idea “io sto facendo”, “sto raggiungendo qualcosa”. Questa è anche la teoria della Bhagavad Gita dove sono spiegati due tipi di yoga: uno è lo yoga dell’azione e l’altro è lo yoga della non azione. Questi due termini sembrano in contraddizione l’uno con l’altro. Come può esserci azione e non azione nello stesso tempo?
Azione e non azione sono in rapporto al nostro atteggiamento. Per esempio, in alcune scuole di yoga, quando le persone vengono inizialmente in contatto con idee spirituali, viene affermato che non si deve generare karma, perché karma è legame; in altre scuole viene affermato che attraverso il karma è possibile arrivare a mukti, liberazione. Una persona che non ha alcun concetto di karma si sente molto confusa. Che cosa dovrebbe fare? Da una parte gli è stato detto di non compiere nessun’azione, e in questo modo dovrebbe diventare libero o avvicinarsi allo stato di realizzazione. D’altra parte se deve compiere delle azioni quotidianamente, si riproporrebbe di nuovo il pensiero: “Come posso raggiungere la realizzazione compiendo delle azioni?” Questa confusione nasce dalla mancanza di educazione spirituale.
In nessun momento della vita possiamo dire di essere inattivi. Possiamo essere inattivi esternamente, ma internamente siamo attivi. È possibile essere inattivi mentalmente, non avere pensieri, emozioni e desideri? No, neppure nello stato di realizzazione. Neppure Dio, che si presuppone essere una combinazione di onniscienza, onnipresenza e onnipotenza, è inattivo, senza pensieri, emozioni o desideri. Come dunque, l’astensione da ogni tipo di attività fisica ci può aiutare a praticare lo yoga della non azione?

Azione senza ego

Coloro che hanno raggiunto una consapevolezza superiore credono e hanno sperimentato che eliminando l’identificazione con l’Io attraverso karma yoga, è possibile essere inattivi. “Io” come corpo e mente e come individuo, non sono colui che agisce, che fruisce del karma o del risultato delle azioni, ma sono semplicemente un attore. Sul palcoscenico un attore recita il suo ruolo, dall’inizio alla fine, ma mentre recita, nonostante l’identificazione col personaggio, rimane un individuo differente.
L’atteggiamento, la consapevolezza, il concetto che un attore ha sul palco, anche mentre recita un dramma di Shakespeare, è di essere John Smith, la consapevolezza è sempre lì. Quando nella vita abbiamo questo tipo di consapevolezza, sappiamo di essere coinvolti, attivi nel mondo, ma al tempo stesso non siamo colui che agisce, la cui natura è attiva nei confronti del mondo esterno, ma siamo colui la cui natura è di essere consapevole e osservatrice: in questo modo il concetto di “Io” perde la presa sulla nostra personalità e l’azione diventa senza ego. Non si ha più il concetto di “Io faccio l’azione”, si è diversi.
In che senso diversi? L’azione che viene compiuta con il senso del dovere ci allontana da un’espressione non armonica di noi stessi. Attualmente la nostra espressione nel mondo non è armoniosa. Non c’è armonia nel nostro pensiero e nella nostra vita, come può quindi esserci armonia nelle nostre azioni? Siamo ancora soggetti ad influenze positive e negative. Anche dopo molti anni di pratica delle discipline yogiche le persone non sono ancora riuscite ad afferrare questo concetto, che l’egoismo, o l’ “Io”, tende ad imporsi su ogni cosa.

Nada Yoga

Tratto da insegnamenti di Swami Satyananda Saraswati e di Swami Niranjanananda Saraswati.

Le vibrazioni sono i sintomi manifesti della forza vitale. Simbolicamente, queste vibrazioni sono presenti nei vari chakra o centri psichici; così quando usiamo una combinazione di mantra o sillabe sonore, stiamo attivando ed estraendo il potenziale di queste vibrazioni che sono inerenti al corpo.

Alcune vibrazioni come Om interiorizzano la consapevolezza e da un punto di vista scientifico, Om aumenta le onde alfa e diminuisce le onde beta. Immediatamente la consapevolezza inizia ad interiorizzarsi e si diventa più focalizzati, tranquilli e pacifici.

Nada è il suono della mente, cioè un suono che va oltre quelli che possiamo udire con le orecchie nel mondo esterno. Questo suono interiore agisce sui diversi livelli del corpo sottile e lo scopo è di usarlo come veicolo di consapevolezza, atto a trascendere le normali limitazioni e immergersi in profondità nella mente.

Un totale assorbimento sul suono interiore ci rende dissociati dalla confusione dell’ambiente esterno, il che poi conduce a pratyahara (distacco della consapevolezza dagli organi sensoriali e dal mondo esterno).

Yoga e Dipendenze

Conferenza di Paramahansa Niranjanananda, 25 marzo 2000, Grecia.

Come gestire le dipendenze è stato l’argomento di molte ricerche. Oggi parleremo di una ricerca svolta tempo addietro sugli effetti della meditazione su coloro che fumano marijuana. Anche se da allora la metodologia della ricerca ha avuto degli adeguamenti, credo che questo processo pilota offra alcune importanti indicazioni riguardo il ruolo della meditazione per aiutare a cambiare le proprie abitudini.
Lo studio è stato condotto da gennaio a giugno del 1982 negli USA al Gladman Memorial Center, California. Il dott. Todd Mikuriya ed io decidemmo di sperimentare gli effetti della meditazione nella gestione delle abitudini mentali osservando gli effetti della pratica meditativa sui fumatori di marijuana. I soggetti erano settanta ragazzi maschi tra i 15 e i 22 anni selezionati dal dott. Mikuriya sulla base della loro storia riguardo il fumare la marijuana. Non ci sono limiti al quantitativo di spinelli che possono fumare in un giorno coloro che divengono dipendenti, che affermano di sentire un bisogno continuo di rimanere “in alto”.
Scegliemmo un semplicissimo criterio per migliorare la situazione, il cui fine era il non avere più il desiderio di fumare marijuana. L’esperimento consisteva in una meditazione di trenta minuti, condotta quotidianamente per sei mesi. La sessione iniziava con cinque minuti di shavasana, seguiti da venti minuti di ajapa japa e si concludeva con cinque minuti di canto di Om.

Pratica di rilassamento

All’inizio della sessione chiedevamo ai ragazzi semplicemente di sdraiarsi e rilassarsi e per cinque minuti facevamo praticare un rilassamento progressivo in shavasana. La sequenza comprendeva il rilassamento di tutto il corpo fisico, la consapevolezza del respiro nella regione addominale e la percezione dell’espansione della regione addominale con l’inspirazione e del rilassamento con l’espirazione. Quindi veniva richiesto di divenire come una bambola di pezza, un pupazzo di pezza, e rendere il corpo assolutamente privo di ogni forma e tipo di tensione. Poi controllavamo, sollevando le varie parti del corpo, se c’era qualche tensione residua. Questo rilassamento profondo era indotto per soli cinque minuti.

Pratica di ajapa japa

Dopo la pratica di rilassamento chiedevamo ai ragazzi di mettersi seduti in una posizione meditativa e tenere gli occhi chiusi. Inizialmente alcuni fra loro tenevano gli occhi aperti; per impedire ciò mettemmo delle bende sugli occhi, non volevamo che nessuno stimolo visivo influenzasse lo stato di rilassamento del cervello. Quindi li guidavamo per venti minuti nella pratica di ajapa japa.
Ajapa japa, come molti di voi sanno, è un’altra pratica in cui si ha concentrazione profonda e interiorizzazione della consapevolezza. Iniziavamo con l’osservare il flusso del respiro nel passaggio nasale e, per fare esperienza del flusso del respiro nelle narici, focalizzavamo la mente sulla temperatura dell’aria durante l’inspirazione e l’espirazione. Con l’inspirazione veniva intensificata la consapevolezza della sensazione di fresco nelle narici, con l’espirazione quella di tiepido.
Al momento dello studio, secondo la mia comprensione, la concentrazione sulla temperatura dell’aria che entra ed esce dalle narici, in qualche modo aiutava a equilibrare l’attività dei due emisferi del cervello. In hatha yoga si dice che il flusso del respiro è collegato al funzionamento dell’emisfero destro e sinistro del cervello. Il flusso nella narice sinistra stimola l’emisfero destro e viceversa.
Successive ricerche hanno dimostrato che il flusso del respiro nelle due narici stimola e modifica le funzioni dei due emisferi cerebrali. La semplice teoria dello yoga dice che la narice destra è la sede di pingala nadi, fonte di calore e vitalità, e la narice sinistra è la sede di ida nadi, fonte di fresco e tranquillità. Così avevo pensato che se eravamo in grado di fare assorbire la mente nell’esperienza del respiro e della sua temperatura, si potevano indurre dei cambiamenti nelle onde cerebrali. Questo poteva essere possibile proprio attraverso la concentrazione e la consapevolezza di inspirazione ed espirazione, osservando simultaneamente la temperatura del respiro.
Questo potete sperimentarlo anche voi, non qui perché l’ambiente è già tranquillo, ma in una situazione piena di stimoli e stress, allora vedrete i risultati. A casa o al lavoro, quando si è mentalmente ed emotivamente affaticati e stanchi, esausti, privi di vitalità, con tensioni nervose, muscolari, emotive, chiudete semplicemente gli occhi per alcuni minuti e osservate il flusso del respiro nelle narici e la sua temperatura. Facendo solo questo sentirete una grande calma e un maggior controllo di voi stessi e delle vostre espressioni. Questo esperimento vi permetterà di fare esperienza dei cambiamenti negli schemi delle onde cerebrali che soggettivamente potrete percepire sotto forma di maggior rilassamento e controllo sulle espressioni personali, emozionali ed intellettuali.
Dopo l’osservazione del respiro nelle narici, facevamo sentire il movimento del respiro nel passaggio frontale tra il naso e l’ombelico. Normalmente quando inspiriamo l’aria entra e scende nei polmoni, quando espiriamo l’aria sale ed esce dai polmoni. Tuttavia, nella pratica di ajapa japa, invertiamo questo fattore di consapevolezza, così quando inspiriamo immaginiamo che il respiro sale dall’ombelico alle narici e quando espiriamo che scende dalle narici all’ombelico. Questa pratica poteva interiorizzare la loro attenzione e la loro consapevolezza così profondamente che di solito si arrivava ad un certo momento in cui le persone smettevano di udire i suoni esterni, anche se le orecchie non erano chiuse. Così come tenendo gli occhi chiusi o bendati si verifica una forma di deprivazione visiva, osservando il flusso del respiro si verifica desensorializzazione uditiva. Poi aggiungevamo al respiro la componente della ripetizione del mantra che, come sapete, in ajapa japa è So Ham. So rappresenta il suono dell’inspirazione, ham dell’espirazione. Allo stesso tempo il mantra crea anche un cambiamento nella dimensione vibrazionale della personalità, che ha un effetto nel rendere la mente focalizzata, tranquilla e pacifica. Dopo aver praticato la ripetizione del mantra con il respiro per cinque-sette minuti, completavano la pratica di ajapa japa. Poi, i ragazzi recitavano Om a voce per cinque minuti, continuando a mantenere gli occhi chiusi. Con questo si terminava una sessione di trenta minuti.

Miglioramenti osservati

Il criterio scelto per quantificare il miglioramento era quello di non avere più il desiderio di fumare. I risultati indicarono che durante i sei mesi la maggior parte dei ragazzi ebbero questo miglioramento. Dopo il primo mese di pratica meditativa, sei persone non sentirono più il desiderio di fumare e tre ridussero il fumo. Alla fine del secondo mese altri dieci riferirono che avevano smesso di fumare e venti che fumavano di meno. Alla fine del terzo mese, altri diciannove fumavano di meno mentre quattordici avevano smesso. Alla fine del quarto mese altri otto riferirono di aver smesso e sei di fumare di meno. Alla fine del quinto mese altri undici avevano ridotto il fumo e dieci sospeso completamente. Alla fine dei sei mesi altri sette non avevano più il desiderio di fumare, quattro ne avevano ridotto l’assunzione e undici ancora non mostravano cambiamenti. Così, durante il periodo dei sei mesi, dei settanta studenti cinquantacinque riportarono di non avere più il desiderio di fumare marijuana.

Situazione familiare

Per capire come mai la maggior parte dei soggetti era migliorata mentre pochi altri no, il dott. Mikuriya decise di investigare sulla loro situazione familiare. Egli trovò che coloro che non avevano dimostrato miglioramenti avevano grossi problemi con i genitori. Vi erano casi di violenza in famiglia, oppure i genitori si erano separati e i figli erano stati lasciati in balia di se stessi e non avevano avuto alcuna fonte d’affetto, sostegno e sicurezza.
Un’altro punto interessante che emerse fu che i cinquantacinque soggetti che avevano mostrato segni di miglioramento vivevano tutti un ambiente familiare molto positivo, godevano del sostegno dei genitori, di considerazione e attenzione da parte degli altri membri della famiglia. Essi riferirono che erano stati attratti dal fumo dall’idea di provare qualche cosa di nuovo.
La nostra esperienza è che anche quelle persone che provengono da un ambiente familiare conflittuale possono essere aiutate dall’ambiente di un ashram. Per queste persone l’ashram crea un ambiente di sicurezza e considerazione, che li aiuta a gestire con maggiore efficienza la loro attitudine alla dipendenza.

Il ruolo della meditazione

Ora, quello che ho voluto descrivere è il ruolo della meditazione. Spesso siamo portati a pensare alla meditazione come un processo d’illuminazione o di grandissima comprensione spirituale. Ma la meditazione è un argomento molto vasto. Cosa vuol dire la parola “meditazione”? Nella nostra lingua il vocabolo “meditazione” indica uno stato di attenzione mentale, non un mezzo per raggiungere la tranquillità, ma un metodo per divenire più attenti interiormente. Così possiamo anche dire che l’attenzione mentale equivale alla meditazione e che quando si diviene attenti interiormente si è portati a diventare testimoni di ciò che succede alla nostra personalità interiore. Se vi chiedo di osservare i vostri pensieri, cosa fate? Noi non siamo in uno stato di profonda meditazione quando osserviamo i nostri pensieri, ma piuttosto diventiamo attenti e consapevoli del processo mentale.
Lo yoga dice che la meditazione è qualche cosa che, in questo mondo, nessuno è stato capace di sperimentare. Noi abbiamo solo esperienza di differenti gradi o variazioni di grado di concentrazione, attenzione e stato di allerta, ma nessuno può fare esperienza della meditazione, perché è uno stato della mente al di là del regno di spazio, tempo e oggetto. Così non meditiamo. Stiamo cercando di comprendere cosa proviamo nella dimensione delle emozioni, dell’intelletto e delle influenze sociali sulla personalità.
Paramahansaji ha detto spesso che nello stato di meditazione la persona, colui che medita, l’oggetto della meditazione e l’esperienza del meditare diventano una cosa sola. Quando iniziamo lo yoga, vediamo le tre chiare divisioni di pratyahara, dharana e dhyana. Queste pratiche indicano lo sviluppo di una consapevolezza attenta che fanno sì che l’individuo comprenda le proprie interazioni interiori ed esteriori. Una volta che siamo capaci di divenire attenti rispetto alle nostre difficoltà, impedimenti, limitazioni e problemi, allora spesso siamo capaci di gestirle spontaneamente e con maggior naturalezza. Se c’è uno squilibrio psicologico, la sensazione di non essere amati, di non essere voluti, di essere stati repressi, quando s’inizia a osservare ciò, si trova naturalmente un equilibrio. Questa consapevolezza attenta è conosciuta, nella filosofia yoga, come l’osservatore o il testimone, drashta.
Sapete che c’è una vecchia canzone inglese che dice: “Dai un’occhiata a te stesso e vedrai gli altri differentemente; poi metti le tue mani nelle mani dell’uomo di Galilea”. Questa canzone indica il processo dello yoga che permette di percepire noi stessi nella nostra forma ottimistica, naturale. Nella vita, le difficoltà arrivano quando non siamo capaci di capire un problema e le sue risposte. Allora tutti i nostri atteggiamenti diventano una reazione a qualcosa cui non riusciamo a adattarci o non riusciamo a comprendere. Così reagiamo contro la nostra famiglia, contro i condizionamenti sociali, contro l’ambiente sociale e contro noi stessi divenendo autodistruttivi. Per apprezzare le qualità in noi stessi e per capire le situazioni che ci influenzano è necessaria l’auto-osservazione e la consapevolezza delle nostre reazioni, e questo può avvenire attraverso la meditazione.
La lezione di oggi è che non si può scappare dalla realtà, ma dobbiamo capire e accettare cosa esiste in noi e attorno a noi. Perciò, adeguatevi, adattatevi ed esprimete il meglio che c’è in voi.

Yoga Sutra di Patanjali

Tratto da: Swami Satyananda Saraswati, “Four Chapters on Freedom – Commentary on Yoga Sutras of Patanjali”, ed. Bihar School of Yoga, Munger, Bihar, India.

I Capitolo: Samadhi Pada

Sutra 15: Forma inferiore di vairagya

Drustanushravika visayavitrisnasya vashikara sanjna vairagyam

Drista: visto; anushravika: sentito; visaya: oggetto; vitrisnasya: di colui che è libero dal desiderio (trisna: desiderio); vashikara: controllo; sanjna: percezione; vairagyam: assenza di desiderio

Quando un individuo si libera dai desideri verso gli oggetti dei sensi, sia di quelli di cui ha fatto esperienza, sia di quelli di cui ha sentito parlare, questo stato di coscienza è vairagya.

Quando una persona è senza desiderio, senza brama, senza attaccamento verso tutti gli oggetti di piacere, ecc. di cui ha sentito parlare o che ha visto di persona nella sua vita, lo stato della sua mente – priva di desiderio, priva d’attrazione – è conosciuto come vairagya. Drishta include il piacere per gli oggetti piacevoli di cui si fa esperienza attraverso i sensi. Tutte le esperienze nell’ambito dei sensi cognitivi individuali sono chiamate drishta. Gli oggetti anushravika sono quelli di cui non si è fatta esperienza, ma di cui si è sentito parlare da altre persone o dai libri. In questo modo vairagya è interamente un processo di buddhi; non è in se stesso un dogma. Se si pensa che per la pratica di vairagya si deve cambiare la vita che si conduce, si è in errore. Vairagya è il bilancio finale di tutto ciò che uno ha svolto nella vita.
È possibile realizzare vairagya anche sotto il peso di tutte le responsabilità della famiglia e della società. Non è per niente necessario sottrarsi ai propri doveri. Quello che è necessario non è sottrarsi alle diverse azioni, ma sottrarsi completamente da raga e dwesha, che sono causa del tormento del subconscio. Ciò è spiegato molto bene nella Bagavad Gita, che dice che un individuo può essere libero in questa stessa vita anche mentre esegue le diverse azioni necessarie nella vita, se solo è capace di distaccarsi dagli effetti buoni o cattivi delle sue azioni. Ciò che importa per la meditazione non è quello che si fa o non si fa nella vita esteriore; è la vita interiore, la vita delle inibizioni, delle repressioni e dei complessi, la vita degli errori mentali e psichici, che gioca un ruolo decisivo nella meditazione. Per questo ci deve essere vairagya, affinché nell’individuo si manifestino atteggiamenti adeguati.
La pratica di vairagya inizia dall’interno e mai dall’esterno. Non importa che vestiti s’indossino, con che tipo di gente si viva. Quello che realmente è importante è il tipo di atteggiamento che si ha verso le differenti cose, persone ed eventi con cui si ha a che fare nella vita. Vairagya crea un atteggiamento equilibrato e un approccio completo, un sentimento di amore e compassione per tutti, e una sorta di distacco che agisce in ogni cosa che si fa. In questo modo vairagya è una manifestazione di purezza e pace mentale. Ciò produce nel sadhaka una felicità imperturbabile e un silenzio che permane inalterato, anche quando il sadhaka si trova a confrontarsi sia con eventi che gli piacciono sia che potrebbero non piacergli.
Qui sorge una questione importante. Si potrebbe argomentare che un aspirante può purificare la mente e renderla silenziosa nello stato di samadhi anche senza la pratica di vairagya. Si potrebbe dire che le altre pratiche di yoga come il pranayama, la meditazione, ecc. sono sufficienti per portare un aspirante a uno stato più elevato, ma questa non è una concezione esatta. Se si osserva la propria mente in maniera imparziale, si può essere consapevoli del fatto che al livello più profondo della coscienza e del subconscio, ognuno di noi ha certi desideri, attrazioni, ambizioni e aspettative che vogliono essere soddisfatti. Questi desideri insoddisfatti danno luogo a conflitti e tensioni. Nella nostra vita quotidiana non siamo consapevoli di questi conflitti e di queste tensioni, ma se una persona vuole meditare trova che è impossibile rendere la mente stabile se non sono risolte le tensioni e le pulsioni soggiacenti.

Come Patanjali spiegherà nel capitolo successivo, ci sono cinque tipi di queste pulsioni di base, che possono essere descritte anche come tormenti o sofferenze del subconscio. Queste devono essere tutte eliminate perché, altrimenti, un aspirante non può rendere la mente stabile in samadhi, e vairagya è l’unica via attraverso la quale i tormenti del subconscio possono essere allontanati.
Ci sono tre stadi di vairagya. Nel primo stadio, dove tutte le attrazioni e repulsioni verso gli oggetti del mondo sono ancora attive nella mente, viene fatto uno sforzo per controllare le passioni e i desideri naturali, come l’odio, la violenza, ecc. Questo stadio è caratterizzato dallo sforzo di superare gli effetti di raga e dwesha. Nel secondo stadio, alcuni oggetti di raga e dwesha sono sotto il controllo della mente, ma ci sono altri oggetti che non sono ancora sotto controllo. Nel terzo stadio è completamente sviluppato l’aspetto consapevole di raga e dwesha, e la mente ne diviene libera. Quindi vediamo che nel primo stadio c’è uno sforzo senza molto successo, nel secondo stadio c’è un successo parziale e nel terzo stadio l’aspirante ha successo completo nello sterminare raga e dwesha, anche se possono essercene ancora le radici.

Yoga – Non si è Mai Troppo Vecchi per Iniziare

Adrienne Fortey (UK)

Yoga e malattie comuni

Attualmente la cura della salute sta cambiando sempre più poiché la professione medica si rende conto che non è sufficiente curare la malattia curandone solo i sintomi; la causa nascosta deve essere trattata e rimediata. Cos’è la malattia? “Dis-ease” (malattia), l’assenza di “ease” (benessere) indica che siamo sbilanciati e dobbiamo solo fare alcuni cambiamenti per essere in salute e più felici. La malattia può essere un trampolino di lancio per il cambiamento e l’evoluzione; la natura ci avverte quando stiamo oltrepassando i suoi limiti. Per recuperare salute e vitalità non c’è nemmeno bisogno di conoscere o capire la causa. La pratica regolare di posture yoga, tecniche di respirazione e rilassamento effettueranno la cura automaticamente.
Guardiamo ad alcuni dei malanni comuni di cui soffrono molte persone: mal di testa, obesità, vista scarsa, emorroidi, bronchiti, menopausa traumatica, disturbi mestruali. Sembra miracoloso, ma alcune di queste condizioni possono essere migliorate o curate con lo yoga, e tutte le pillole, unguenti, lozioni, pozioni, gocce e droghe possono essere eliminate. E per quanto riguarda le malattie più serie che possono causare angoscia, invalidità e persino morte prematura, le malattie dello stile di vita moderno come ipertensione, malattie del cuore, artriti, diabete, cancro, arteriosclerosi, asma, ecc.? Si, anche queste possono essere migliorate notevolmente e persino curate con lo yoga.
Naturalmente lo yoga è molto più efficace se applicato ad una nuova condizione in corso più che come ultima risorsa, quando tutti gli altri metodi di cura hanno fallito. Disordini psicologici come depressione, fobie, anoressia nervosa, ansietà, ecc. possono anche essere trattati con successo con lo yoga. E circa “l’inevitabile” processo di invecchiamento – perdita della memoria, diminuzione della vista e dell’udito, rigidità progressiva, incontinenza e generale debolezza del corpo? Come già indicato, questi effetti dell’avanzamento degli anni non sono inevitabili e possono essere prevenuti o invertiti con le pratiche yoga. Yoga è la via d’uscita dal ciclo di dolore e malattia.

Terapia Yogica delle Malattie Comuni:
Stati di Cattiva Assimilazione

Tratto da: Swami Karmananda Saraswati, “Yogic Management of Common Diseases”, ed. Bihar School of Yoga, Munger, Bihar, India.

Gli stati di cattiva assimilazione si riferiscono a disturbi di lungo termine dell’assorbimento e dell’assimilazione dell’intestino tenue. Questi includono la psilosi, il disturbo di Whipples e il morbo celiaco, e sono caratterizzati da perdita graduale di appetito, indigestione, nausea, vomito e diarrea. Chi ne soffre di solito perde peso, trovando il normale cibo disgustoso o ripugnante. L’energia digestiva diviene progressivamente più scarsa, in sintonia con la perdita d’interesse verso il cibo e la vita in generale. Anemia, debolezza fisica e apatia mentale sono caratteristiche comuni. Questa sindrome ha molto in comune con i casi di epatite cronica, dove si hanno, come manifestazioni importanti, fiacchezza, depressione mentale, perdita di energia e interesse alla vita.

La causa degli stati di cattiva assimilazione

La causa di base degli stati di cattiva assimilazione, dove si ha poco appetito e incapacità a digerire e assimilare il cibo, è qualche forma di avversione o disgusto psicologico per l’ambiente in cui la persona si trova obbligata a vivere. Poiché non può esprimere la sua avversione apertamente, la manifesta inconsciamente come disgusto per il cibo. È realmente una situazione in cui c’è un profondo rifiuto subconscio per l’intera situazione di vita o ambiente in cui ci si trova.

Tipi specifici di cattiva assimilazione

La scienza medica definisce differenti tipi di cattiva assimilazione, incluso il morbo celiaco e un’ignota carenza nella crescita nei neonati – dove un bambino è incapace di accettare e nutrirsi con prodotti del grano, o con preparazioni alimentari standard. Forse ciò riflette il fatto che il bimbo trova l’ambiente familiare emotivamente soffocante o psicologicamente inibente, e non avendo alcun modo conscio per esprimere la sua disapprovazione, inconsciamente la esprime nell’unico modo che ha – il suo intestino rifiuta di digerire e assimilare il cibo che è obbligato a mangiare e comincia a deperire.
I disturbi da cattivo assorbimento degli adulti, inclusi la psilosi tropicale, l’intolleranza al lattosio e il morbo celiaco, sono varianti della medesima situazione. Ognuna rappresenta un rifiuto del cibo da parte dell’intestino. Il cibo rappresenta il prodotto di un ambiente o di una situazione verso cui l’individuo ha una profonda repulsione o che è incapace di accettare. La psilosi consiste in una cattiva assimilazione che si verifica nelle persone provenienti da zone temperate che sono mal attrezzate per il modo di vivere in un ambiente tropicale.
L’intolleranza al lattosio si ha in asiatici e africani che trovano le grandi quantità di latte consumate nella dieta europea contrarie alla loro costituzione. Il morbo celiaco negli adulti può rappresentare un’avversione psicologica a qualche aspetto immutabile della vita o dell’ambiente, o riflettere un rifiuto totale da parte del corpo per i frutti di una data cultura e parte della terra, come è simboleggiato dal rifiuto del grano, uno dei suoi prodotti primari.

Terapia yogica degli stati di cattiva assimilazione

Questo programma yoga è ideato per aiutare coloro che soffrono di scarsa energia digestiva, perdita di appetito, perdita di peso, anemia inspiegabile e insufficienze nella crescita.

1. Asana: Iniziate perfezionando la prima parte della serie pawanmuktasana, quindi la seconda. Queste pratiche sono specificamente programmate per ripristinare una buona funzionalità digestiva e risveglieranno l’energia guarendo debolezza e apatia.
Dopo due settimane cambiate il vostro programma con gli shakti bandha e con le asana della serie di vajrasana, includendo shashankasana, shashankbhujangasana, marjariasana e parvatasana. Queste rimuoveranno i blocchi energetici nei centri psichici inferiori dirigendo l’energia verso gli organi mediani della digestione dove si verifica l’incapacità di assimilare.
Cominciate surya namaskara praticando sino a 10 cicli. Fatelo seguire dal rilassamento totale in shavasana, sviluppando la consapevolezza del respiro addominale, creando la sensazione che vi si sviluppi una potente energia.
Alla fine, adottate le cinque asana principali che attivano il meccanismo digestivo controllato da samana. Queste sono pashimottanasana, halasana, chakrasana, ardha matsyendrasana e mayurasana. Nella posizione finale, dirigete la vostra consapevolezza con forza nella sede dell’energia digestiva. Dopo ogni pasto sedete in vajrasana per 10 minuti concentrando la consapevolezza sul processo digestivo. Cercate consapevolmente di aumentarlo.

2. Pranayama: Per iniziare dovrebbero essere praticati 5 cicli del primo stadio di nadi shodhana pranayama cercando di rendere uguale e bilanciato il flusso del respiro in ogni narice.
Dopo due settimane cominciate lo stadio 2 (respiro a narici alternate) per 15 cicli. Cercate di sviluppare il controllo del respiro, che deve rimanere silenzioso e sottile. Praticate sino a stabilire il rapporto 1:2 fra inspirazione ed espirazione. Continuate per un mese. Quindi cominciate lo stadio 3 con antar kumbhaka e jalandhara bandha. Cercate di raggiungere il rapporto 1:4:2, ma senza forzare. Continuate per un mese.
Alla fine praticate lo stadio 4. Con antar kumbhaka praticate jalandhara e mula bandha, e con bahir kumbhaka maha bandha. Tendete ad un rapporto 1:4:2:2. Questo è estremamente potente nel risvegliare il prana digestivo e durante la pratica verrà generato un grande calore interno.
Successivamente dovrebbe essere perfezionato bhastrika con antar e bahir kumbhaka. Centrate la vostra consapevolezza sul diaframma che si solleva e si abbassa e visualizzatelo come un mantice che soffia sul fuoco digestivo. Praticate sino a 5 cicli di 50 respiri.

3. Shatkriya: Neti e kunjal kriya dovrebbero essere praticati quotidianamente per le prime due settimane. Imparate a praticare in modo efficiente vyaghra kriya – espulsione del cibo non digerito, rimasto nello stomaco due-tre ore dopo aver mangiato.

4. Rilassamento: Yoga nidra dovrebbe essere praticato con la consapevolezza del respiro addominale, contando da 50 a 100 respiri. Seguitate con la consapevolezza del respiro nel torace e nelle narici ciascuna da 50 a 100 respiri.

5. Meditazione: Lo stadio 3 di antar mouna, la creazione cosciente e la visualizzazione di pensieri e sensazioni, dovrebbe essere praticato in rilassamento profondo. Generate l’esperienza interna che sentite quando consumate il cibo e visualizzate i vostri processi digestivi che lavorano ottimamente. Cercate di superare i vostri sentimenti negativi verso i cibi. Sentite che vengono assorbiti nel vostro corpo e sentite l’energia che fluisce in tutto il corpo mentre li digerite. Cercate di superare consapevolmente questo blocco psicologico.

6. Dieta: Non diventate pignoli riguardo al cibo. Mentre mangiate, non permettete a voi stessi di perdere la consapevolezza della sacralità di ciò che state facendo e cercate di comprendere e mantenere coscientemente la sensazione di fame. Non permettetele di andare via. Focalizzate la vostra attenzione sul cibo che state mangiando e siate consapevoli che è il prodotto della terra. Mangiatelo come “prasad”, un dono della madre divina. Mangiate semplice cibo vegetariano. Non coltivate capricci per cibi elaborati e speziati. Apprezzate il valore nutritivo piuttosto che le sensazioni transitorie del gusto.

7. Digiuno: Talvolta quando provate una grande fame, ricusatela ed evitate di mangiare fino al pasto successivo. Questo è il modo più potente per rimuovere blocchi psicologici che inibiscono un sano appetito.

Viaggio in India – Sita Kalyanam 2000

di Sannyasi Karmabindu (Italia)

Anche quest’anno su invito speciale di Paramahansa Satyananda, è stato organizzato un viaggio in India svoltosi dal 20 Novembre al 10 Dicembre 2000, per poter partecipare, presso il Paramahansa Alak Bara, Rikhia, alle celebrazioni di Sita Kalyanam. Quest’anno è stato un evento particolarmente importante per la presenza della Sat Chandi Yajna (una yajna dedicata alla madre cosmica, la dea Chandi), all’interno di questa famosa celebrazione che si conclude con il matrimonio simbolico tra Sita e Rama.
Per me, quest’anno, è stato il viaggio delle sorprese. Dico questo perché la prima grande sorpresa è stato il gruppo. Siamo partiti in quattordici persone, sei uomini e otto donne, e da subito c’è stato un grande affiatamento tra noi. Anche se per alcune persone era il primo viaggio in India, ho riscontrato, oltre ad una grande maturità e un’apertura d’animo eccezionale, una dedizione ed una gran voglia di ricevere che li rendeva perfettamente in sintonia al luogo e alla sacralità della cerimonia svoltasi in quei giorni.
La seconda grande sorpresa è stata l’essere ospitati presso l’Alak Bara nell’Italian Gurukul Dharamsala, un grande edificio per ospitare noi italiani. Questa bellissima struttura, inserita in un contesto meraviglioso, circondato dal verde, è stata costruita grazie al contributo di Satyananda Ashram Italia. È una piccola oasi tutta italiana. È costituita da un ampio giardino, separato da un lungo viale d’ingresso. Per quanto riguarda l’edificio, è costituito da 3 piani; al piano terra si trovano bagni e docce, nel lato opposto un’ampia stanza dormitorio; al primo piano 2 ampie stanze dormitorio, dove eravamo alloggiati; al secondo piano un’ulteriore grande stanza dormitorio.
Quindi da un lato, sì la sorpresa dell’edificio, ma soprattutto la sorpresa di aver avuto la possibilità di poter vivere appieno le cerimonie e soprattutto la yajna. È stata questa una grande fortuna perché siamo sempre stati, per tutta la durata del programma, inseriti in un contesto scandito da ritmi precisi, precise situazioni e un costante flusso di energia.
Tutto era regolato secondo il naturale fluire delle energie del corpo e della mente. Ci si svegliava molto presto al mattino, intorno alle 5, e da quel momento iniziava la giornata. Tutti insieme facevamo karma yoga, che consisteva nella pulizia delle camere, scale nonché bagni; poi dalle 6.00 alle 6.30 si faceva colazione e alle 7.00 iniziava il programma.
Dal 23 al 25 Novembre il programma era così suddiviso: dalle 7.30 alle 9.30 c’erano i bellissimi kirtan e il canto del Ramayana. Per ciò che riguarda i kirtan erano tutti dedicati alla madre cosmica, quindi con i suoi vari nomi Durga, Lakhsmi, Chandi, Shakti, ecc..
Alle 10.00 c’era il pranzo. Dalle 11.30 fino alle 14.00 c’era un periodo di pausa. Alle 14.00 riprendeva il programma nuovamente con kirtan e bhajan e poi terminava con la spiegazione di alcuni passi del Ramayana eseguita da Smt. Krishna Devi, alle 18.00 la cena.
In queste prime tre giornate ci sono stati, durante il programma, dei momenti particolarmente intensi soprattutto durante il canto dei kirtan, infatti per varie volte le persone presenti si sono sentite particolarmente coinvolte. L’energia si elevava spontaneamente al passaggio di Paramahansaji, trasformando il kirtan in una meditazione dinamica in cui vi era il libero sfogo alle emozioni dell’individuo. Ognuno fluiva liberamente con l’energia che si manifestava in quel momento, cantando, ballando, battendo le mani, e perché no, piangendo, piangendo di gioia.
Dal 26 al 30 Novembre si è svolta la Sat Chandi Yajna. Dalle 7.00 alle 8.00 c’erano sempre kirtan e Ramayana, mentre dalle 8.00 in poi iniziava la yajna vera e propria, che era intervallata solamente dal pranzo e poi ripresa fino alle 18.00 terminando con il canto dell’Arati. La Sat Chandi Maha Yajna è una cerimonia che fa parte della tradizione Kaulachar del Tantra, ed è stata concepita per iniziare nonché stimolare ed elevare la nostra spiritualità.
Come ha detto Paramahansa Satyananda, non bisogna intendere la yajna e Sita Kalyanam come un convegno intellettuale, un seminario di yoga o un programma culturale. Niente di tutto questo, la yajna è un qualcosa di molto sottile, dove la cosa più importante da fare è partecipare. Questa yajna è dedicata alla grande madre o meglio a Dio in quanto madre di tutte le cose. Questo è il potere dinamico allo stato puro ed è definito Chandi, Saraswati, Lakshmi, Durga.
Questa cerimonia è stata condotta da eminenti pandit di Varanasi, con la presenza e la partecipazione di Paramahansaji, con una perfezione, una precisione e un’attenzione al particolare che dava già solo per l’esecuzione stessa, l’idea di un qualcosa di soprannaturale.
Attraverso yantra, mantra e mandala, veniva celebrata la Dea Chandi. All’inizio con i fiori veniva creata l’immagine e la forma della Devi, che poi veniva celebrata affinché risvegliasse la nostra consapevolezza divina. È stato un evento veramente eccezionale.
Ed ecco la mia terza sorpresa e al tempo stesso fortuna, aver potuto partecipare a questo evento importante, compiutosi per il benessere di tutti.
Non vi era niente da capire, ma la cosa fondamentale era cercare di connettere la propria coscienza con le vibrazioni che in quel momento si stavano via via generando. I mantra che venivano recitati cullavano ritmicamente la mia coscienza che veniva tenuta e custodita in una sorta di caldo abbraccio dalla madre divina.
È stata un’esperienza bellissima e Paramahansaji ha ripetuto svariatamente di non sforzarci di capire la yajna ma di fluire con essa. Questa è stata la cosa fondamentale, prova a sua volta di come ci si deve comportare anche nella vita. Nella yajna ci si deve immergere, proprio come si deve fare nella vita, si deve fluire con essa e raccoglierne i frutti migliori.

La Serie di Pawanmuktasana – Parte 2

Tratto da: Paramahansa Satyananda “Asana, Pranayama, Mudra, Bandha” ed. Bihar School of Yoga, Munger, Bihar, India.

Pratica 4: Supta Pawanmuktasana (posizione a gambe flesse)

Stadio 1: Sdraiatevi nella posizione base. Flettete la gamba destra e portate la coscia al torace. Intrecciate le dita delle mani e ponetele sullo stinco, proprio sotto il ginocchio destro.
Mantenete la gamba sinistra tesa e in contatto col pavimento. Inspirate profondamente, riempiendo i polmoni al massimo. Trattenendo il respiro sollevate la testa e le spalle dal pavimento e cercate di toccare il ginocchio destro con il naso. Rimanete in posizione per alcuni secondi, trattenendo il respiro e contando mentalmente.
Ritornate alla posizione base espirando lentamente. Rilassate il corpo.
Ripetete 3 volte con la gamba destra e 3 volte con la sinistra.
Nota pratica: Assicuratevi che la gamba tesa rimanga in contatto col pavimento. È importante iniziare con la gamba destra, poiché comprime direttamente il colon ascendente, e proseguire con la sinistra che invece comprime il colon discendente.
Stadio 2: Rimanete nella posizione base. Flettete entrambe le gambe e portate le cosce al torace. Intrecciate le dita delle mani e afferrate le gambe proprio sotto al ginocchio. Inspirate profondamente. Trattenendo il respiro sollevate la testa e le spalle e cercate di portare il naso nello spazio fra le ginocchia. Mantenendo la posizione finale trattenete il respiro per alcuni secondi contando mentalmente. Lentamente espirando abbassate la testa, le spalle e le gambe. Praticate 3 volte.
Consapevolezza: Sul respiro, sul conto mentale nella posizione finale, sulla pressione nell’addome e sul movimento.
Controindicazioni: Non deve essere eseguita da chi soffre di ipertensione o gravi disturbi alla schiena come sciatica o ernia del disco.
Benefici: Supta pawanmuktasana rinforza i muscoli della parte bassa della schiena e scioglie le vertebre spinali. Massaggia l’addome e gli organi digestivi ed è, perciò, molto efficace nell’eliminare gas intestinali e costipazione. Massaggiando i muscoli pelvici e gli organi riproduttivi è utile nella terapia dell’impotenza, della sterilità e dei problemi mestruali.
Variante: Ripetete la pratica come descritta negli stadi 1 e 2 ma cambiate leggermente il modo di respirare. Invece di inspirare prima di sollevare il capo, espirate profondamente e nella posizione finale mantenete il respiro fuori per alcuni secondi, contando mentalmente. Abbassate la testa, le spalle e la gamba (gambe) mentre inspirate. Praticate 3 cicli per ciascuno stadio.
Benefici: Questa variante offre essenzialmente gli stessi benefici della posizione principale ma ha un’influenza più profonda sulla colonna vertebrale e sulla regione pelvica.

Pratica 5: Jhulana Lurhakanasana (rollare e dondolare)

Stadio 1: Sdraiatevi sul dorso. Flettete entrambe le gambe sul torace. Intrecciate le dita delle mani e afferrate le gambe proprio sotto le ginocchia. Questa è la posizione di partenza. Dondolate il corpo da lato a lato da 5 a 10 volte, toccando il pavimento con la parte laterale delle gambe.
Respirazione: La respirazione è normale durante tutta la pratica.
Stadio 2: Sedete in posizione accovacciata con i glutei appena poggiati al pavimento. Intrecciate le dita delle mani e afferrate le gambe proprio al disotto delle ginocchia. Dondolate tutto il corpo avanti e indietro sulla colonna vertebrale. Cercate di riportarvi nella posizione accovacciata sui piedi nel movimento in avanti. Se è difficile praticare con la mani intrecciate allora afferrate i lati delle cosce vicino alle ginocchia. Praticate da 5 a 10 movimenti avanti e indietro.
Respirazione: respirate normalmente.
Consapevolezza: Sulla coordinazione del movimento. Mentre vi rilassate in shavasana siate consapevoli degli effetti dell’asana sul dorso e sui glutei.
Controindicazioni: Non deve essere praticata da persone che hanno gravi patologie alla schiena.
Benefici: Quest’asana massaggia la schiena, i glutei e le anche. È più utile se praticata la mattina appena svegli.
Nota pratica: Per questa pratica utilizzate una coperta ripiegata così che non ci sia possibilità di causare danni alla colonna vertebrale. Mentre dondolate indietro, la testa dovrebbe rimanere piegata in avanti. Fate attenzione a non urtare con forza la testa sul pavimento.

Pratica 6. Supta Udarakarshanasana (posizione sdraiata di stiramento addominale)

Sdraiatevi nella posizione base. Piegate le ginocchia e poggiate la pianta dei piedi sul pavimento, davanti ai glutei. Mantenete le ginocchia ed i piedi uniti per tutta la durata della pratica. Intrecciate le dita delle mani e ponetele sotto la nuca. Mentre espirate, lentamente abbassate le gambe verso destra, cercando di portare le ginocchia al pavimento. I piedi dovrebbero rimanere in contatto fra loro, benché il piede sinistro si sposti leggermente dal pavimento. Contemporaneamente, con gentilezza, ruotate la testa e il collo nella direzione opposta alle gambe. Questo creerà uno stiramento uniforme in torsione a tutta la colonna vertebrale. Trattenete il respiro nella posizione finale contando mentalmente 3 secondi. Quando inspirate, sollevate le gambe. Cercate di mantenere le spalle e i gomiti sempre a terra. Ripetete sul lato sinistro per completare un ciclo. Praticate 5 cicli completi.
Respirazione: Espirate mentre abbassate le gambe lateralmente. Trattenete il respiro nella posizione finale. Inspirate mentre sollevate le gambe.
Consapevolezza: Sul respiro, sul conteggio mentale nella posizione finale e sullo stiramento in torsione dei muscoli paraspinali e addominali.
Benefici: Quest’asana crea un eccellente stiramento nei muscoli e negli organi addominali, aiutando in tal modo a migliorare la digestione e a eliminare la costipazione. Lo stiramento in torsione dei muscoli spinali allevia la rigidità e lo sforzo causato dal mantenimento prolungato della posizione seduta.
Variante: Piegate le gambe e portate le cosce al torace. Intrecciate le dita e portatele dietro la testa. Dondolate il corpo da lato a lato, mantenendo i gomiti sul pavimento.
Pratica 7: Shava udarakarsanasana (torsione spinale universale)

Sdraiatevi supini con le gambe ed i piedi uniti. Braccia fuori all’altezza delle spalle con i palmi delle mani rivolti verso il basso. Piegate la gamba destra e portate la pianta del piede accanto alla rotula sinistra. Poggiate la mano sinistra sul ginocchio destro. Questa è la posizione di partenza. Gentilmente portate il ginocchio destro a terra verso sinistra, mantenendo la gamba piegata e il piede in contatto col ginocchio sinistro. Ruotate il capo verso destra, guardando il braccio teso e fissate il dito medio della mano destra. La mano sinistra dovrebbe essere sul ginocchio destro mentre il braccio e la spalla destra rimangono in contatto con il pavimento. Nella posizione finale la testa è rivolta nella direzione opposta al ginocchio flesso e l’altra gamba ben allungata. Mantenete la posizione per quanto è comodo. Ritornate alla posizione di partenza, portando la testa e il ginocchio al centro. Allungate il braccio destro lungo il fianco e allungate la gamba. Ripetete dall’altro lato. Praticate una volta per lato, prolungando gradualmente la durata.
Respirazione: Inspirate nella posizione di partenza. Espirate mentre spingete il ginocchio al pavimento e voltate la testa. Respirate profondamente e lentamente nella posizione finale. Inspirate mentre riportate il corpo al centro ed espirate mentre raddrizzate la gamba.
Consapevolezza: Fisica: sul respiro o sul rilassamento della schiena.
Spirituale: su manipura chakra.
Sequenza: Quest’asana dovrebbe essere praticata dopo asana di piegamento avanti o indietro, o dopo quelle faticose per la parte inferiore della schiena e dopo essere rimasti seduti su una sedia o in asana meditative per un lungo periodo.
Controindicazioni: Quest’asana corregge i disturbi dell’articolazione dell’anca. Deve essere interrotta se si prova dolore.
Benefici: Allevia tensione e stanchezza, specialmente nella parte bassa del dorso. Tonifica gli organi addominali e pelvici attraverso la sua azione di massaggio.

Pratica 8: Naukasana (posizione della barca)

Sdraiatevi nella posizione base, con i palmi rivolti verso il basso. Tenete gli occhi aperti durante tutta la pratica. Inspirate profondamente. Trattenete il respiro e sollevate dal pavimento gambe, braccia, spalle, testa e tronco. Le spalle e i piedi non dovrebbero essere sollevati più di 15 cm. dal pavimento. Equilibrate il corpo sui glutei e tenete la colonna diritta. Le braccia dovrebbero essere tenute allo stesso livello ed in linea con le dita dei piedi. Le mani sono aperte e con i palmi all’ingiù. Guardate verso le dita dei piedi. Rimanete nella posizione finale trattenendo il respiro. Contate mentalmente sino a 5 (o più a lungo se è possibile). Espirate e ritornate alla posizione supina. Fate attenzione a non causare danni alla parte posteriore della testa quando ritornate sul pavimento. Rilassate tutto il corpo. Questo è un ciclo. Praticate da 3 a 5 cicli. Rilassatevi in shavasana dopo ciascun ciclo, spingendo gentilmente verso fuori l’addome ad ogni inspirazione per rilassare i muscoli dello stomaco.
Respirazione: Inspirate prima di sollevare il corpo. Trattenete il respiro mentre sollevate, contraete ed abbassate il corpo. Espirate nella posizione base.
Consapevolezza: Sul respiro, il movimento, il conteggio mentale e la contrazione del corpo (specie i muscoli addominali) nella posizione finale.
Benefici: Quest’asana stimola i sistemi muscolare, digestivo, circolatorio, nervoso e ormonale, tonifica tutti gli organi ed elimina l’apatia. È utile specialmente per eliminare la tensione nervosa e produrre un profondo rilassamento. Può essere praticata prima di shavasana per ottenere un più profondo stato di rilassamento. Se viene praticata al risveglio dona un’immediata freschezza.
Variante: Ripetete il procedimento precedente ma con i pugni chiusi e tendete tutto il corpo al massimo nella posizione sollevata.