Satyananda Ashram Italia

Scuola di Yoga

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    Yoga Nidra: Volontà e Sankalpa (parte seconda)
  • Terapia Yogica delle Malattie Comuni: Il Problema dell’Obesità
  • La Pratica di Trataka (parte seconda)
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Rajasuya Yagya – Rikhia 2002

di Swami Satyasangananda Saraswati

La Maha Yagya del 2001, a Rikhia, ha attirato migliaia di persone da tutto il mondo. Essa significa molto per tutte queste persone. La grandezza dell’evento era imponente per la moltitudine di persone, la varietà degli eventi, la profondità dei riti sacri, la partecipazione di persone di nazionalità, religioni, classi sociali, colore e credo così differenti, le melodie che catturano e i mantra, tutti fusi perfettamente uno con l’altro. Ma superiore a tutto questo era l’ininterrotta presenza di Swami Satyananda che ha dato il tocco finale all’evento, fornendo una vibrazione spirituale impareggiabile.
Si può certamente affermare che oltre ad aver attirato migliaia di persone, la yagya attrae anche le forze divine che ci fanno la grazia della loro luminosa presenza. La calma, la semplicità e lo splendore con cui è stata realizzata sono soltanto un aspetto della manifestazione: nessuno sforzo umano avrebbe potuto renderla così attraente.
La parte più importante della yagya era il sankalpa di Rajasuya Yagya formulato da Sri Swamiji. Dopo dodici anni di rigoroso e arduo panchagni sadhana, iniziato nel 1989, Sri Swamiji ha inaugurato la Rajasuya Yagya e ha detto che continuerà per i prossimi dodici anni. La sola differenza è che panchagni lo ha praticato in totale isolamento mentre la Rajasuya Yagya sarà tenuta in vostra presenza e con la vostra partecipazione e coinvolgimento.
La Rajasuya yagya può essere condotta soltanto da un chakravarti, o da chi è riconosciuto essere un conquistatore. Di solito, quando parliamo di conquista, attribuiamo ad essa territori, regni, popoli: ma questo non è necessariamente la sola definizione. Colui che conquista il mondo attraverso un’idea, un pensiero o una filosofia può essere proclamato chakravarti. Anche un conquistatore di cuori è un chakravarti. Sri Rama condusse la Rajasuya Yagya. Krishna, sebbene lo fosse in ogni senso della parola, non lo fece. Egli tuttavia presiedette alla Rajasuya Yagya tenuta da Yudhisthira, che divenne famosa soprattutto perché Krishna lavò i piedi e i piatti di tutti gli ospiti.
Poiché è uso per i chakravarti dichiarare cosa hanno conquistato, Sri Swamiji ha dichiarato che aver fissato la bandiera dello yoga in ogni angolo del mondo è stata la sua conquista. Anche avere tirato fuori lo yoga dalle grotte degli eremiti e averlo presentato alla gente in modo che fosse utile per loro è stata una conquista. Anche se non lo ha detto, sappiamo che aver reso lo yoga utile per la società e il genere umano è stata unicamente una sua conquista. Nessuna sorpresa allora che egli abbia anche trovato un posto nel loro cuore. Infatti, quando elevate gli altri, anche voi trovate un posto nel loro cuore.
Secondo le più antiche tradizioni registrate nella vita di Rama, la caratteristica di questa yagya è la perfezione nell’arte di offrire. Era inteso che solo imperatori e chakravarti potessero condurre questa yagya ed essa fu chiamata Rajasuya perché raja indica colui che governa. Nessun altro che non sia un raja può donare con cuore aperto e gioioso. Quest’arte del donare è conosciuta come bhet.
Bhet non è solo il donare, riguarda anche il ricevere. È il ricevere e il donare quel che è stato ricevuto aggiungendovi un tocco di eccellenza. Così si restituisce in abbondanza ciò che si è ricevuto.
Il primo anno della Rajasuya Yagya, Sri Swamiji ha offerto a tutti, incluse centinaia e migliaia di famiglie da Rikhia e dintorni, panchayat, vastra (vestiti), portati da tutte le parti dell’India. Nel secondo anno, la sua offerta di bhet sarà patra.
La parola patra ha molti significati. In questo contesto significa contenitore, vasellame o utensile. Significa anche meritare o essere adatto per un particolare scopo.
Qualunque cosa che contiene o tiene insieme è naturalmente e spontaneamente considerata come propizia, mentre è considerata in modo opposto qualcosa che non può contenere ciò che vi ponete dentro. Per esempio, quale ritenete di miglior auspicio: una tasca con un buco o una senza?
Allo stesso modo, un contenitore conserva ciò che possedete in modo sicuro e intatto. Il rischio che si rovini, vada perduto o rubato è minimo: questo perché è considerato una grande fortuna da chi lo riceve. È, senza dubbio, una credenza primitiva, ma è una delle più diffuse ancora oggigiorno, perché il buon senso ci dice che è una realtà. Sri Swamiji ci ha parlato di una superstizione diffusa in molte parti del mondo. Ovunque venga offerto a qualcuno cibo o qualunque altra cosa in un recipiente o in un contenitore, è molto importante che questo sia restituito al proprietario. Il contenitore rappresenta Lakshmi, la prosperità che risiede nella sua casa, e quindi deve tornare indietro. Anche i più ricchi, quelli che possono comprare molti recipienti, vogliono il loro indietro. Ditemi, quale persona che ama la prosperità lascia la sua casa e va in un’altra? Ma il contenitore non viene reso vuoto: qualcosa viene messo in esso come gesto di ringraziamento.
Come ben sapete, secondo la tradizione e il credo popolare, patra è sinonimo di Lakshmi, la bellissima dea propiziatrice di ricchezza e prosperità. Ogni parte di lei, dalla punta dei capelli ai piedi è di buon auspicio: è molto invocata.
Durante Dipawali, il sommo festival della luce, quando Lakshmi è invocata in ogni casa dalle lampade accese e vengono scambiati i doni, un patra viene sempre incluso, in una forma o nell’altra. È un simbolo di novità nella vita. È un bellissimo concetto che ha contemporaneamente un significato sia sociale sia spirituale.
I patra offerti nella yagya sono di grande auspicio poiché vengono ricevuti dopo essere stati benedetti dalla Devi. Ella risveglia la prosperità che già vi risiede. Questo naturalmente gli aggiunge una nuova dimensione: diventa sacro e quindi rigenera la vita.
Il patra o l’utensile offerto nel bhet deve essere nuovo e, secondo la tradizione, deve essere in terracotta, ferro battuto, alluminio, acciaio inossidabile, rame, argento, oro, ceramica o ashta dhatu.
Ci possono essere patra di servizio, come quelli usati per cucinare, servire e mangiare così come per conservare granaglie, cibo o acqua. Oppure possono essere oggetti ornamentali per adorare il luogo di culto. Comunque, i preferiti sono gli oggetti di servizio in alluminio o acciaio, come quelli impiegati in cucina.
Nella tradizione di Sri Rama, l’azione di dare trova il suo esempio nella Rajasuya Yagya. Essa è donare completamente sia dal punto di vista materiale che spirituale. Sì, perché attraverso un chakravarti, insieme a vastra, patra e anna (granaglie), vengono dati come bhet anche gyana e bhakti; ma come in un corso di yoga devono essere selezionate. Non tutto in una volta.
In hindi si ricorda un adagio che, tradotto, significa che il vostro patra o recipiente può contenere solo quanto è il suo volume: significa che per ricevere di più dovete ampliare il vostro recipiente. Questo è possibile solo donando. Quindi, venite alla Rajasuya Yagya e apprendete l’arte del donare e del ricevere.
La Rajasuya Yagya sarà tenuta al Paramahansa Alakh Bara, Rikhia, dal 5 al 9 dicembre 2002; Sat Chandi e Sita Kalyanam saranno celebrati durante questo evento.

Swami Satyananda ha enfatizzato l’importanza che il patra scelto per il bhet rappresenti Lakshmi. Questo significa che l’oggetto dovrebbe essere non solo bello ma anche utile. Lakshmi è la dea della ricchezza e denota sia bellezza sia utilità. La ricchezza che non porta ad un uso pratico affievolisce e si spegne: non si moltiplica.
Allo stesso modo il patra deve avere una funzione pratica nella nostra vita. In altre parole dovrebbe essere un bhet finalizzato ad uno scopo.

Patra indicati da Sri Swamiji che hanno un’utilità sono:

Utensili per mangiare:
thali, katori, bicchieri

Contenitori:
recipienti per contenere da 1 a 10 Kg di granaglie
secchi per contenere da 5 a 15 litri d’acqua

Utensili per cucinare:
Dekchi/Patila con coperchio (pentole) con mestolo o cucchiaio per mescolare
Handi con coperchio (pentola rotonda per cucinare) con mestolo o cucchiaio per mescolare
Karai o Wok (padella rotonda per friggere a base rotonda) con setaccio
Padella per friggere con base piatta
Parat (vassoio piatto per impastare)
Casseruola con manico lungo per bollire l’acqua
Tawa per preparare i roti.

Alluminio e acciaio inossidabile sono i materiali che Sri Swamiji ha scelto per gli utensili. Sono pratici, durevoli, diffusi, disponibili e di prezzo contenuto.

Insegnare Yoga

Paramahansa Niranjanananda Saraswati – Ganga Darshan, 22 dicembre 1999.

Quali sono le qualità importanti di un insegnante di yoga? Come può un insegnante di yoga assimilare lo spirito del Satyananda Yoga?
Per prima cosa dobbiamo realizzare cos’è yoga e come lo usa l’insegnante. Oggi nel mondo vi sono molti insegnanti di yoga, e anche se hanno un motivo personale o commerciale nell’insegnare yoga, tutti adottano un metodo particolare. Alcuni insegnano solo le posture, alcuni solo la meditazione, alcuni insegnano yoga come una filosofia o come un rituale. Il concetto che hanno sviluppato è basato sulla loro formazione e comprensione.
Vi è però un’altra dimensione dello yoga che è quella del riconoscere la natura umana. È l’intera personalità – corpo, mente, emozioni e spirito – a cui è necessario provvedere con le pratiche di yoga. Se insegnate yoga solo per il corpo, ciò diviene parte di un allenamento fisico, una cultura fisica o un esercizio fisico incompleto. Il corpo non è isolato dalla mente o dalle emozioni o dallo spirito. Similmente, se insegnate meditazione perché sentite che è più importante della pratica di asana, allora dovete ancora capire che la mente non esiste da sola, ma che è sostenuta dal corpo, dalle emozioni e dallo spirito.
Quindi, una sequenza equilibrata o una serie di pratiche di yoga include qualcosa per il corpo, qualcosa per la mente, qualcosa per le emozioni e qualcosa per lo spirito.
Di tutte le differenti tradizioni nel mondo, la tradizione Satyananda Yoga/Bihar Yoga mira a integrare in una pratica la dimensione fisica, psicologica e spirituale. Questo è ciò che oggi riconosciamo come il sistema Satyananda Yoga/Bihar Yoga. L’esercizio fisico può essere appreso ovunque. Oggigiorno vi sono centinaia di libri, supporti audio e video con cui si può imparare la meditazione, ma qual è stato l’effettivo risultato finora? Vi sono molte persone che praticano la meditazione senza seguire il procedimento prestabilito di pratyahara, dharana e dhyana, come specificato nel raja yoga. Molte persone credono che dhyana sia importante e che pratyahara e dharana non lo siano. Quando praticano dhyana, la meditazione, hanno aggirato altri aspetti della loro mente che divengono attivi e distraggono la concentrazione. Più tardi, il praticante sente che la sua meditazione non conduce a niente a causa di distrazioni, disturbi e troppi confronti.
Perciò, la prima qualità di un insegnante di yoga dovrebbe essere quella di saper riconoscere le necessità della natura e della personalità umana per essere capace di vedere una persona come una combinazione di testa, cuore e mani – corpo, mente, emozioni e spirito.
La seconda qualità di un insegnante di yoga è quella di seguire le procedure prestabilite senza saltare da una tecnica all’altra, pensando che qualche parte della procedura sia irrilevante.
Queste due qualità o comprensioni fanno un buon insegnante e tutto il resto evolve da queste basi. Come insegnante bisogna fare il tentativo di capire le necessità di un aspirante. Vi sono alcune necessità comuni. La salute fisica, il benessere mentale, l’armonia emozionale, la chiarezza intellettuale e lo sviluppo spirituale sono le necessità di ogni individuo nel mondo. Non potete dire che la salute fisica non sia uno dei requisiti. Le persone pensano che lo yoga sia qualcosa di fisico quando soffrono, ma a quel punto è troppo tardi perché lo yoga non è una terapia, anche se viene utilizzato come terapia. L’intento principale dello yoga non è quello terapeutico ma è piuttosto quello di proteggere e prevenire. Con il promuovere la salute e con la prevenzione degli squilibri e delle malattie, l’individuo è in grado di ottenere una buona salute, pace mentale, chiarezza intellettuale ed armonia emozionale. Oggigiorno, questi aspetti sono la necessità di ogni individuo, perciò l’insegnamento dello yoga dovrebbe evolvere nel soddisfare queste necessità. In altre parole, tenete nel vostro negozio gli articoli che sono richiesti e non gli articoli che desiderate vendere. Se ciò che volete vendere non è richiesto, allora raccoglierete semplicemente polvere. Ma se immagazzinate articoli che sono richiesti, che non sono la vostra scelta ma sono la scelta di tutti gli altri, allora il vostro magazzino si vuoterà rapidamente. Questa è stata la nostra esperienza con lo yoga. Abbiamo visto che se vi è una sequenza di pratica equilibrata che copre tutti gli aspetti della personalità, allora le persone ottengono un beneficio maggiore dalla pratica di yoga e possono comprendere lo yoga in modo migliore.

Mantra Yoga

Swami Niranjanananda Saraswati

Mantra yoga è il quinto tipo di yoga descritto nelle Upanishad. La parola mantra è generalmente tradotta con vibrazione sonora. Il suo significato letterale è “forza che libera la mente dai legami”. In sanscrito la parola mantra ha diverse radici: mananaat – legame della mente – trayate – libero o liberato – iti – attraverso o quindi – e mantraha – la forza della vibrazione. Qual è la forza che libera la mente dai legami? Secondo lo yoga, la mente grossolana, ossia la natura mentale, ha due caratteristiche che la tengono legata. Il primo è mala, che significa impurità, e il secondo è vikshepa, che significa dissipazione. Dunque, la mente manifesta contiene impurità ed è dissipata.
Che cosa sono queste impurità? Sono la causa della nostra attrazione alle qualità tamasiche o rajasiche della vita, che limitano le facoltà mentali e obbligano la mente ad agire, fare esperienze e comportarsi in modo predeterminato. Una natura tamasica o rajasica si esprime a livello mentale in un determinato modo. L’attrazione per gli aspetti rajasici o tamasici della vita è mala.
Vikshepa è la sensazione d’insoddisfazione nei confronti della nostra vita attuale. Vogliamo qualcosa in più, qualcosa di diverso, qualche divertimento. La distrazione della mente è vikshepa. La mente salta da una cosa all’altra per divertirsi. Se non ci fosse desiderio di divertimento la mente sarebbe quieta, ferma, tranquilla e pacifica. Se ci si pensa su, si capirà quanto sia importante questo lato nella nostra vita. Il desiderio di divertimento è vikshepa. Lo scopo del mantra è la liberazione della mente dal tipo di divertimenti di cui costantemente va alla ricerca, la liberazione della mente dalle attrazioni per le qualità tamasiche o rajasiche che soddisfano le ambizioni e i desideri egoistici e mantengono l’identità dell’ego ben in evidenza.
Mantra è vibrazione. Il mantra finale è anahada mantra, il suono non percosso, il suono del nucleo atomico in vibrazione. Questo è anahada, che significa tutto e niente poiché è un suono asonoro. Qui entra in gioco la fisica yogica. Dovunque ci sia movimento, ci deve essere vibrazione che, a sua volta, crea un suono sottile. Gli atomi sono costantemente in movimento e producono alcuni tipi di vibrazione. Come possiamo diventare consapevoli di questi tipi di vibrazione? Attraverso il processo di sensibilizzazione della consapevolezza e andando in profondità nel nostro corpo psichico. Bisogna ricordare che la mente è un aspetto del mantra yoga, che il corpo psichico è un altro aspetto e che la vibrazione sonora è il terzo aspetto.

Aspetto mentale

La mente, secondo la terminologia yogica, è una forza sottile e non una forza fisica. Per illustrare il funzionamento della mente come una forza non fisica, lo yoga porta l’esempio dell’ameba, un essere unicellulare. L’ameba non ha né nervi né cervello, tuttavia risponde agli stimoli esterni. Se si pone un chicco di riso davanti all’ameba, verrà mangiato. Se si mette una goccia di acido, l’essere unicellulare ci girerà intorno. Che cosa dice alla cellula che può prendere il riso e che deve evitare l’acido? Lo yoga considera questa capacità come la forza che guida ogni forza vitale, energia ed espressione. Questa forza è chiamata Mahat, o mente superiore, e si suddivide in quattro parti che sono: manas, buddhi, chitta e ahamkara. Mahat è considerata l’energia che pervade l’intera struttura umana, ma che si manifesta e si espande dinamicamente in manas, il lato razionale, pensante; in buddhi, il lato analitico, discriminatore, che vuole comprendere; in chitta, il lato della consapevolezza che registra e immagazzina; e in ahamkara, la consapevolezza dell’ego o identità individuale. Queste quattro diverse aree interagiscono con il mondo dei sensi di nome, forma, idea, tempo, spazio e oggetto.

Aspetto psichico

Il corpo psichico è un aspetto più profondo del corpo sottile e del corpo causale, ossia del subconscio e dell’inconscio. L’area subconscia è nota come corpo sottile e quella inconscia come corpo causale. La zona di confine tra zona subconscia ed inconscia è il corpo psichico. Che cosa significa corpo psichico? I quattro stati della coscienza: grossolano, sottile, causale e trascendentale rappresentano due tipi di esperienza dello yoga. Grossolano e sottile rappresentano le esperienze esterne della mente, causale e trascendentale le esperienze interne della mente o coscienza. Il corpo psichico è la zona dove entrambe le esperienze, esterne ed interne, vengono visualizzate e dove se ne fa esperienza. Il corpo psichico diventa il legame tra le esperienze esterne, fisiche e mentali, ed i profondi livelli vibrazionali interni della nostra personalità complessiva. L’intera teoria del kundalini yoga – comprendente i chakra, le nadi ed il risveglio della kundalini – è basata sul fare esperienza del corpo psichico; perciò i chakra sono conosciuti come centri psichici. Muladhara, swadhisthana, manipura e anahata sono i quattro centri psichici che appartengono al regno dell’esperienza esteriore, grossolana e sottile. Vishuddhi, agya, bindu e sahasrara appartengono alla dimensione interiore.
Muladhara rappresenta l’identità personale e la sicurezza, swadhisthana i samskara profondi, manipura il dinamismo esterno o manifesto e anahata le emozioni ed i sentimenti. Dopo questi quattro, verso la trascendenza, la purezza, l’apertura c’è vishuddhi. La facoltà intuitiva, il cogliere qualcosa di sconosciuto e tradurlo in qualcosa di noto è tipico di agya. In bindu c’è la consapevolezza della sorgente, il punto in cui le esperienze macrocosmiche e microcosmiche si fondono. Infine, in sahasrara c’è l’illuminazione. Questi quattro chakra appartengono al campo dell’esperienza interiore.
Tutte queste esperienze avvengono nel campo psichico che è composto da diverse forme vibrazionali. Queste vibrazioni sono state collegate a suoni che possono essere intesi dalla mente inferiore: manas, buddhi, chitta e ahamkara. Questi suoni sono cinquanta e ciascun suono o forma vibrazionale è rappresentata simbolicamente sui petali dei differenti chakra. Ciascun chakra è attivato dalla ripetizione di quelle particolari vibrazioni sonore. Tuttavia, durante la ripetizione, ci deve essere concentrazione e consapevolezza, altrimenti non si ottiene nulla. L’effetto della pratica sarà nullo se la mente non è attenta, se non c’è concentrazione e consapevolezza, sia che si ripeta un mantra di una sillaba o un mantra di un’intera pagina.
La facoltà che viene sviluppata è la concentrazione, la consapevolezza, l’intensità e la visualizzazione del corpo psichico nell’ambito fisico. In realtà i chakra non esistono nel corpo fisico, ma è lì che sono visualizzati. Sono stati localizzati in differenti aree del corpo: muladhara nella regione perineale, swadhisthana nella regione sacrale, manipura nella regione lombare, anahata nella regione toracica, vishuddhi nella regione della gola, agya nel centro del cervello, bindu nell’area superiore della parete posteriore del capo e sahasrara nella parte superiore del capo. Queste sono le aree del corpo fisico che corrispondono ai chakra nel corpo psichico. Si fa esperienza dei chakra e della kundalini a livello del corpo psichico e, alla fine, si va oltre le esperienze mentali più profonde. Infatti, kundalini yoga è considerato un metodo yoga veloce attraverso cui superare velocemente parecchi livelli. Tuttavia, questo richiede un diverso approccio e una comprensione della personalità di cui non tutti sono capaci.

Aspetto vibrazionale del suono

Il terzo aspetto è il mantra, la vibrazione sonora che è stata divisa in cinquanta suoni. Diverse combinazioni di questi suoni costituiscono diverse forme di mantra. Si prenda ad esempio il mantra Om Namah Shivaya, “Rendo omaggio a Shiva”. La traduzione di questo mantra rappresenta la comprensione intellettuale, Ci sono persone che fraintendono il mantra pensando che abbia a che fare soltanto con un particolare dio o divinità. A questo punto cominciano le elucubrazioni mentali: “Mi sto convertendo? Ci si aspetta che io creda in qualcosa che non conosco e non capisco? Come posso credere in questo Shiva nudo ricoperto di serpenti?”. Tuttavia, questo tipo d’interpretazione intellettuale non è lo scopo del mantra.
Con la ripetizione del mantra Om Namah Shivaya i suoni “Na” “ma”, “shi”, “va” o “ya”stimolano e risvegliano le facoltà di diffe¬renti chakra a loro associati. Sahasrara, che è il chakra superiore, contiene mille petali dove ciascun petalo rappresenta una diversa combinazione dei cinquanta suoni sul piano cosmico. Allo stesso modo, una consonante può essere pronunciata in dodici modi diversi. Per esempio la lettera Ka può essere pronunciata Ka, Kaa, Ki, Kii, Ke, Kai, Ku, Ko, Koo, Kou, Kum, Kaha. Le differenti combinazioni dei cinquanta suoni sono un migliaio, e sahasrara contiene quest’informazione. Nel corpo fisico è il DNA che contiene tutta l’informazione, che si può conoscere solo dopo aver isolato la mole¬cola stessa. In conclusione, questi sono i tre aspetti di mantra yoga: la mente, il corpo psichico e la vibrazione sonora.

Tipi di mantra

Cerchiamo prima di capire i diversi tipi di mantra. Di solito i mantra sono particolari sillabe o parole usate da yogi, sadhu, ricercatori e pensatori per creare un ben determinato cambiamento nel nostro sistema. La tradizione riconosce due tipi principali di mantra. Il primo tipo è un mantra universale, il secondo personale.
I mantra universali sono molto ben conosciuti e sono stati utilizzati da diverse culture nelle loro pratiche meditative e contemplative. Esempi di mantra universali lunghi sono:
1. Mahamrityunjaya mantra – Om Trayambakam Yajamahe Sugandhin Pushti Vardhanam Urvarukamiva Bandhanaat Mrityor Mukshiya Ma Amritaat
2. Gayatri mantra – Om Bhur Bhuvah Svah Tat Savitur Vareniyam Bhargo Devasya Dhimahi Diyo Yonah Prachodayat
Entrambi questi mantra, composti di un insieme di suoni collegati fra loro, hanno una particolare enfasi su un certo tipo di suono. In Mahamrityunjaya mantra il suono predominante è “am”, mentre in Gayatri mantra è “ha”. Le diverse combinazioni di suoni sono state create dagli yogi per generare un particolare cambiamento nella consapevolezza attiva, periferica.
Esempi di mantra universali di lunghezza intermedia sono:
1. Om Namah Shivaya 2. Om Namo Bhagavate Vasudevaya
3. Om Namo Narayana.
Alcuni mantra brevi sono Om e Soham. Tutti questi sono mantra universali o mantra comuni, che possono essere ripetuti da tutti coloro che aspirano ad una comprensione interiore della personalità mentale, sottile e psichica.
Il secondo gruppo di mantra comprende i mantra individuali o personali. Questi mantra sono utilizzati per scopi specifici, secondo le necessità. Questi mantra possono essere monosillabici, nel qual caso sono bija mantra, oppure combinazioni di suoni. Diverse tradizioni spirituali hanno elaborato diversi tipi di mantra che risvegliano particolari centri o permettono la comprensione di una determinata facoltà mentale.
Tutti possono praticare i mantra universali senza alcuna guida diretta. Di solito i mantra individuali sono dati dal maestro all’allievo secondo il tipo di personalità e il tipo di cambiamento o di stimolo necessari per il risveglio di specifici aspetti della personalità. Questa è la descrizione elementare dei mantra individuali ed universali.

Come i mantra cambiano gli schemi mentali

Indipendentemente dalla tradizione cui i mantra appartengono, ciò che è importante è comprendere come i mantra producano cambiamenti negli schemi mentali. In questo caso lo yoga considera la struttura mentale come energia dormiente e come consapevolezza predominante e attiva. Al contrario la struttura psichica o personalità è energia attiva e consapevolezza dormiente. Sebbene la quantità di energia e di consapevolezza possano essere uguali, da un lato la consapevolezza è più attiva e dall’altro è più attivo l’aspetto energetico. Dunque, nell’ambito mentale, la consapevolezza è più attiva. Le facoltà di buddhi, manas, chitta e ahamkara sono le diverse espressioni della nostra consapevolezza attiva. I prana, i chakra e la kundalini sono le diverse manifestazioni dell’energia attiva. Questa è la principale differenza tra corpo mentale e corpo psichico.
Qualunque sia il mantra, quando cominciamo a ripeterlo con la mente fissa raggiungiamo una concentrazione unidirezionale. Questo è il primo passo. In altri momenti, quando non siamo concentrati, la mente salta da un punto ad un altro in cerca di stimoli e di svago. In questo modo le facoltà e le energie mentali vengono dissipate. La ripetizione del mantra aiuta a fermare la dissipazione delle quattro componenti mentali: buddhi, manas, chitta e ahamkara. Una volta che la dissipazione cessa, la calma s’impossessa di queste aree che diventano silenti, l’attività si ferma. La dissipazione è come aprire una finestra ed assistere all’azione del vento che sparpaglia vestiti e carte. La nostra personalità è sempre in questo stato. Tutto svolazza nelle stanze di buddhi, manas, chitta e ahamkara. Quando si chiudono le finestre, spontaneamente s’instaura la calma. Lo stesso effetto si verifica quando si comincia con i mantra. La calma mentale è il primo segno della concentrazione che si ottiene con la pratica dei mantra.
In un secondo tempo, i processi mentali vengono equilibrati, livellati, dal momento che le facoltà e le energie mentali che esistono nei vari compartimenti sono equamente distribuite. Cosa significa questo? Prendiamo di nuovo ad esempio il vento che entra attraverso una finestra aperta. Se il vento vi soffia addosso, ne sentite la forza. Se vi mettete al riparo non lo sentite più, ma il vento continuerà ad esserci. L’unica differenza è che non lo sentite perché siete al riparo. Invece, quando la finestra è chiusa si può camminare in tutta la stanza e sentire che tutto è fermo. Non importa in che direzione si va, nord, est, sud od ovest, ovunque c’è calma. Il vento non soffia in alcuna parte della stanza. Questo è ciò che significa distribuzione equilibrata delle energie e delle facoltà mentali in ciascun compartimento della mante che così diviene più omogenea.
Il terzo passo nel processo di mantra yoga è l’eliminazione delle tensioni mentali. Quando ci confrontiamo con una particolare espe¬rienza, con un’idea o con la consapevolezza oggettiva, si creano da un lato tensione e dall’altro rilassamento, in modo simile all’effetto prodotto da un’onda che si alza. Questo è quello che accade normal¬mente nelle quattro aree della mente quando veniamo a contatto con idee, impressioni o situazioni nuove. Talvolta un’emozione, un desi¬derio, un’ambizione, nel momento in cui assumono importanza e au¬mentano d’intensità possono creare tensione e disturbo. Quando si verificano tali distrazioni o elementi di disturbo, allora la tensione aumenta in uno dei settori della consapevolezza. Può essere dovuto anche solo ad un pensiero. C’è gente che va in depressione anche solo per un pensiero o per una sensazione. C’è gente che ha attacchi d’ansia perché è cambiato qualcosa nell’ambiente circostante. A causa di questa tensione, si ha la sensazione di non potercela fare. Così, il terzo passo di mantra yoga prevede l’eliminazione della ten¬sione e dei picchi nell’attività della coscienza. L’onda che si alza si trasforma così in una linea orizzontale piatta. Durante questo pro¬cesso, la debolezza di alcuni aspetti della consapevolezza, che deter¬mina l’incapacità di affrontare una determinata situazione, o la man¬canza di autostima o di fiducia in se stessi, sono eliminate attraverso la pratica del mantra. Quando l’attività della coscienza si appiana, o diventa più lineare, aumenta la fiducia in se stessi, migliora l’atteg¬giamento nei confronti della vita e si sente emergere dal profondo una forza interiore. Se si hanno problemi d’insonnia, con la pratica del mantra si riesce ad avere un sonno normale poiché i minimi ed i massimi di consapevolezza si livellano. Allo stesso modo migliora la memoria, la concentrazione e la capacità d’espressione e di relazione. Migliorare le facoltà consce che usiamo per esprimere la nostra personalità è il terzo aspetto di mantra yoga.
Il quarto aspetto di mantra yoga è sensibilizzare la mente al punto da renderla simile ad un radar in grado di percepire le più sottili vibrazioni delle persone, dei luoghi e delle diverse situazioni della vita quotidiana. La sensibilità mentale creata dall’armonia interiore e dall’equilibrio sarà ricettiva nei confronti di qualunque onda non in sintonia con il nostro sentire. Se qualcuno è arrabbiato e cammina nella stessa stanza in cui ci troviamo, si sentirà quest’ondata d’energia. Se anche noi saremo arrabbiati, allora non ce ne accorgeremo, dal momento che avremo alzato i nostri scudi. Se qualcuno è di umore diverso o in una diversa condizione mentale, lo si percepirà, poiché si sono estese le capacità percettive. Sensibilizzare la consapevolezza è il quarto aspetto di mantra yoga. Sensibilizzando la mente e la consapevolezza, interiorizziamo le facoltà della consapevolezza per penetrare nel corpo psichico dove, grazie ai mantra, l’energia viene risvegliata. Così funziona il mantra yoga nel modificare e riequilibrare la personalità mentale.

Come il mantra risveglia la personalità psichica

Dopo che le facoltà consce, la concentrazione, la consapevolezza e la sensibilità, sviluppatesi grazie alle pratiche iniziali che agiscono a livello mentale, sono state armonizzate ed equilibrate, esse diventano le porte d’ingresso alla dimensione psichica. La prima consapevolezza che si sviluppa a livello di corpo psichico è quella dei prana, e l’uso dei mantra la sviluppa ulteriormente. Tutti noi esprimiamo il nostro prana, in un modo o in un altro, in modo dinamico o in modo passivo, esteriormente o interiormente, ma non ne siamo consapevoli.
L’espressione pranica inconscia può causare squilibri che si localizzano sul piano mentale causando blocchi pranici. Si fa esperienza di questi blocchi sotto forma di mancanza di forza fisica, di debolezza mentale o letargia e di riluttanza a fare qualunque cosa, anche solo a pensare. Questa riluttanza non è un processo cosciente, ma fa parte dell’attività pranica che si riflette a livello mentale e dà luogo a sintomi di letargia e così via. Dunque, il blocco pranico è il primo segno di squilibrio psichico che il mantra yoga aiuta a trattare.
La prima sensazione che si ricava dalla pratica dei mantra è il rilassamento mentale. Questa forma di rilassamento non è letargica, ma dinamica, poiché viene riequilibrata la struttura pranica. Dopo avere riequilibrato la struttura pranica, con l’aiuto della concentrazione si creano impressioni visive e mentali del corpo psichico sotto forma di chakra, yantra e simboli. Non siamo noi che risvegliamo i nostri chakra, essi si risvegliano da soli grazie alla combinazione di impressioni visive, agli effetti vibrazionali del mantra e alla concentrazione totale su un’immagine visiva, mentale. Facciamo l’esempio di agya chakra. La meditazione comincia con un mantra e quando la consapevolezza è sensibilizzata, viene visualizzato agya chakra. Nel momento in cui cominciamo a visualizzare lo yantra di agya chakra, la consapevolezza della percezione totale e le facoltà consce vengono dirette a quel livello nel corpo psichico. L’impressione visiva è solo un aiuto, come quando usiamo un cannocchiale per avvicinare l’immagine di oggetti lontani. Allo stesso modo la visualizzazione è usata come aiuto per divenire consapevoli di un’esperienza psichica. Per il solo fatto di vedere qualcosa, non succederà nulla, è il costante vibrare con la vibrazione del mantra che fa avvertire la stimolazione del chakra. Si comincerà a sentire caldo nel punto in corrispondenza del chakra, si sentirà lì qualche strana sensazione, un movimento vorticoso. La testa comincerà a navigare in un’altra dimensione. Mantra e concentrazione lavorano insieme nel corpo psichico. Insieme al rilassamento del prana si ottiene la stimolazione o il risveglio delle nadi, dei chakra oppure di qualche qualità psichica connessa con un chakra. Le facoltà di ciascun chakra si manifesteranno secondo il bija mantra usato. Per esempio, se si recita il bija mantra Yam con la concentrazione in anahata chakra, si proverà qualcosa proprio lì. Se si recita il bija mantra Om con la concentrazione in agya chakra, lì si avrà una qualche sensazione. Invece, se si usa il bija mantra Lam di muladhara chakra cercando di risvegliare vishuddhi, non succederà nulla. Si può provare, ma non vi sarà alcuna sensazione. Non ci si potrà neppure concentrare perché sono due cose completamente scollegate tra loro. È come puntare il binocolo in una direzione e cercare di vedere nell’altra.

Yoga Sutra di Patanjali

Tratto da: Swami Satyananda Saraswati, “Four Chapters on Freedom – Commentary on Yoga Sutras of Patanjali”, ed. Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India.

I Capitolo: Samadhi Pada

Sutra 21: più veloce è la forza della convinzione

Tivrasamveganamasannah

Tivra: forza; samvega: stimolo; asannah: vicinissima

Coloro che hanno un forte desiderio raggiungono asampragyata molto presto.

Sutra 22: tre gradi di convinzione

Mridumadhyadhimatratvat tato’pi vishesah

Mridu: blando; madhya: moderato; adhimatra: estremamente forte; tvat: dovuto a; tatoapi: anche, piuttosto che; vishesah: speciale, particolare

Secondo l’intensità del desiderio che si eleva attraverso presupposti blandi, moderati e forti, asamprajnata samadhi può essere ottenuto più presto.

Il significato generale di questo sutra è che quel samadhi che è ottenibile attraverso lo sforzo è molto facile per quelle persone la cui rapidità e desiderio sono intensi. Si è osservato che tra gli aspiranti che praticano lo stesso tipo di samadhi, certi raggiungono la meta velocemente e altri hanno più difficoltà. L’intensità della rapidità dipende dall’assiduità e sincerità di ognuno. L’assiduità è un atteggiamento mentale. Dovrebbe essere forte come quello di cui fu un esempio Dhruva, il grande devoto del Signore Vishnu. Egli raggiunse Dio in virtù della sua sincerità e intenso desiderio. Allo stesso modo un aspirante deve avere queste qualità mentali. Assiduità non vuol dire un sadhana duro o difficile. Anche un sadhana molto facile può portare molto vicino alla realizzazione, a condizione di avere un forte samvega. L’intensità della rapidità non deve essere confusa con l’impazienza. Questo è molto diverso dall’ardore del desiderio. Patanjali dice che per coloro che sono molto assidui, samadhi è molto vicino.
Nel sutra successivo sono descritti i gradi di convinzione con intensità crescente. Sono chiamati rispettivamente blando, moderato ed estremamente forte. Spesso molti aspiranti sono molto entusiasti all’inizio, ma il loro desiderio è invece debole, e così non ottengono dei risultati molto promettenti, anche se praticano il loro sadhana per molto tempo. Con il passare del tempo, il loro interesse si affievolisce e perdono il coraggio e l’energia con cui erano partiti. Possono continuare in questa situazione senza molte speranze. Sono esempi di blanda intensità di convinzione. Gli aspiranti che possiedono un’intensità moderata sono, senza dubbio, più convinti, ma non sono pronti a sopportare un sadhana intenso per raggiungere il samadhi velocemente. L’intensità di convinzione estremamente forte, adhimatra, è una cosa rara, ma se c’è rende l’aspirante così risoluto a raggiungere la meta, il più presto possibile, che non ha pace finché non l’ha raggiunta.
Queste tre categorie di aspiranti hanno tre differenti sadhana, secondo la forza della loro dedizione. In genere gli insegnanti che danno lezioni spirituali, giudicano la forza dell’aspirante e lo guidano di conseguenza. Un bravo studente non dovrebbe richiedere un sadhana superiore all’inizio. Dovrebbe praticare con convinzione qualsiasi sadhana riceve dal suo guru perché di fatto, all’inizio, la differenza tra un sadhana superiore e uno inferiore non è tale da rivestire una qualche importanza. È la convinzione che è più importante.

Yoga e Handicap Mentale

Di: sannyasin Brahmavidya (Italia)

Le seguenti considerazioni nascono dall’esperienza che, come istruttrice di yoga, sto conducendo da alcuni anni presso diverse strutture socio-assistenziali del comune di Milano rivolte ai portatori di handicap mentali. Si tratta di persone adulte che soffrono, per motivi congeniti o genetici, di particolari sindromi (la più diffusa è la sindrome di Down) o lesioni cerebrali che ne hanno compromesso le capacità cognitive e cogitative. A volte, quando la disabilità è dovuta a danni al cervello, anche le capacità motorie sono ridotte fino a provocare l’impossibilità di svolgere una normale manualità o deambulazione.
Quasi sempre, tuttavia, anche quando l’handicap non coinvolge a livello funzionale la sfera motoria, la ridotta attività cerebrale comporta grandi difficoltà di coordinamento e controllo della gestualità. Si crea, infatti, uno scollegamento tra sfera mentale e comportamento corporeo e, di conseguenza, la persona non è in grado di istituire un’adeguata relazione tra intenzione ed azione. In termini yogici potremmo dire che s’instaura un continuo scompenso tra energia mentale ed energia vitale, tra componente ida e componente pingala. E tale squilibrio non può che alimentare disturbi nel campo dell’affettività e delle relazioni, pur in assenza di precise patologie psichiatriche.
In tale contesto ho trovato che il sistema Satyananda, coinvolgendo e integrando tutti gli aspetti del corpo e della personalità, è particolarmente indicato, in quanto volto ad armonizzare tra loro le differenti componenti proprie della natura umana.
Innanzi tutto il problema di fondo da affrontare è quello d’instaurare un processo di riconoscimento delle azioni del proprio corpo, di consapevolezza dello schema corporeo che possa, poi, portare all’autodeterminazione dei movimenti.
A questo fine sono estremamente utili le serie di pawanmuktasana. Infatti sono tecniche semplici da comunicare per l’insegnante e facili da imitare anche per chi ha grossi disturbi di comprensione. Sono, tuttavia, potenti ed efficaci in quanto costringono a focalizzare l’attenzione sulle diverse parti del corpo una dopo l’altra, a percepirne le possibilità motorie grazie alla ripetitività del movimento, a scoprire le sensazioni che queste parti comunicano anche in fase di riposo, dopo l’esecuzione, quando i muscoli attivati tornano a rilassarsi. In tale modo queste persone disabili possono individuare in maniera analitica le caratteristiche delle diverse parti del corpo e come queste si integrino a livello di controllo centrale. Inoltre, un problema che riscontro molto spesso, in fase iniziale, è quello di far istituire una distinzione tra i due lati del corpo all’interno della conformazione simmetrica dell’organismo. È molto frequente, infatti, che un disabile mentale non percepisca la differenza tra il movimento, ad esempio, di entrambe le braccia contemporaneamente, o di un braccio solo. Questo comporta, nell’attività quotidiana, un grande dispendio di energia laddove ne sarebbe sufficiente la metà, nonché una maggiore difficoltà di orientamento spaziale. Con pawanmuktasana 1 e 2 si ha modo di approfondire l’abilità di discernere lato destro e lato sinistro e il loro rapporto reciproco.
I benefici di queste sequenze riguardano anche il piano sottile. Più in particolare pawanmuktasana 1 porta ad affinare gli aspetti più complessi del controllo gestuale mettendoli in relazione con la circolazione della rete energetica. Sappiamo dall’ayurveda che i principali punti marma che permettono di intervenire sui canali pranici (meridiani) sono situati sugli arti inferiori e superiori in corrispondenza delle articolazioni. Di conseguenza una buona esecuzione delle tecniche di flessione, estensione e rotazione delle giunture assicura una circolazione energetica ottimale, priva di blocchi. Io ho spessissimo riscontrato che questi miei allievi trovano grande difficoltà a eseguire una completa estensione degli arti e, in atteggiamento spontaneo, tendono a conservare una postura con gambe e, soprattutto braccia, sempre un po’ flesse. È evidente che ciò non può che provocare un ristagno di prana nei punti critici e impedirne sempre più il bilanciamento. Una simile postura, inoltre, spingendo in avanti le spalle, limita la capacità respiratoria del torace e, contemporaneamente, blocca il movimento naturale del diaframma. Oltre alle carenze nell’ossigenazione dei tessuti ciò porta ad un atteggiamento di chiusura e introversione abnorme verso l’esterno, dato che è assodato che le abitudini corporee incidono sugli stati psicologici ed emozionali. Su questo insieme di condizioni, asana come kehuni naman (flessione dei gomiti) o skandha chakra (rotazione delle spalle), congiuntamente allo shakti bandha gatyatmak meru vakrasana (torsione dinamica della colonna vertebrale) sono molto efficaci. C’è da tener presente che la memoria del corpo della maggior parte dei disabili mentali è più recettiva e operante, a certi livelli, rispetto a quella di chi è abituato ad un costante filtro intellettuale e culturale. Per cui i risultati che si ottengono, anche rispetto alle abitudini quotidiane, sono incoraggianti.
Un’altra tecnica molto utile è la ripetizione dell’AUM abbinata ai mudra delle mani utilizzati in hasta mudra pranayama, associando i suoni A, U e M rispettivamente a chin mudra, chinmaya mudra e aadi mudra. Questo amplifica e rinforza gli stimoli di pawanmuktasana 1, affinando e estendendo l’azione sulle articolazioni alle dita. Inoltre l’emissione vocale del suono è una delle poche tecniche di controllo del respiro praticabili in questi casi da parte dell’insegnante. Infatti permette un riscontro diretto sul grado di capacità respiratoria raggiunto laddove è difficile verificare l’effettivo controllo di alternanza tra inspirazione ed espirazione con pranayama silenziosi.
In conclusione posso dire che la pratica di semplici tecniche yogiche può essere una strada, per chi ha limitate facoltà mentali, di acquisire, comunque, per altre vie che aggirano quelle compromesse dal danno cerebrale, una crescita di consapevolezza.
Un test che facciamo per verificare i progressi acquisiti è quello di auto-rappresentarsi con un disegno. All’inizio gli allievi si disegnano in forma di una sorta di uovo o, viceversa, di una specie di entità senza busto e con arti filiformi e fluttuanti. Dopo qualche tempo di pratica nello stesso disegno iniziano a spuntare degli arti, oppure a prendere consistenza petto e pancia. Dopo un po’ vediamo spuntare anche delle mani e dei piedi.
Ovviamente questo insegnamento di yoga non ha finalità terapeutiche, in quanto non vi è alcuna possibilità di guarigione da una condizione che si acquisisce dalla nascita ed è, quindi, stabilita dalle leggi karmiche. Quello che questi allievi possono realizzare è, però, lo sviluppo delle possibilità insite in ognuno di noi e l’espressione di potenzialità altrimenti ignorate da se stessi e dagli altri.

Yoga e Handicap Mentale

Di: sannyasin Brahmavidya (Italia)

Le seguenti considerazioni nascono dall’esperienza che, come istruttrice di yoga, sto conducendo da alcuni anni presso diverse strutture socio-assistenziali del comune di Milano rivolte ai portatori di handicap mentali. Si tratta di persone adulte che soffrono, per motivi congeniti o genetici, di particolari sindromi (la più diffusa è la sindrome di Down) o lesioni cerebrali che ne hanno compromesso le capacità cognitive e cogitative. A volte, quando la disabilità è dovuta a danni al cervello, anche le capacità motorie sono ridotte fino a provocare l’impossibilità di svolgere una normale manualità o deambulazione.
Quasi sempre, tuttavia, anche quando l’handicap non coinvolge a livello funzionale la sfera motoria, la ridotta attività cerebrale comporta grandi difficoltà di coordinamento e controllo della gestualità. Si crea, infatti, uno scollegamento tra sfera mentale e comportamento corporeo e, di conseguenza, la persona non è in grado di istituire un’adeguata relazione tra intenzione ed azione. In termini yogici potremmo dire che s’instaura un continuo scompenso tra energia mentale ed energia vitale, tra componente ida e componente pingala. E tale squilibrio non può che alimentare disturbi nel campo dell’affettività e delle relazioni, pur in assenza di precise patologie psichiatriche.
In tale contesto ho trovato che il sistema Satyananda, coinvolgendo e integrando tutti gli aspetti del corpo e della personalità, è particolarmente indicato, in quanto volto ad armonizzare tra loro le differenti componenti proprie della natura umana.
Innanzi tutto il problema di fondo da affrontare è quello d’instaurare un processo di riconoscimento delle azioni del proprio corpo, di consapevolezza dello schema corporeo che possa, poi, portare all’autodeterminazione dei movimenti.
A questo fine sono estremamente utili le serie di pawanmuktasana. Infatti sono tecniche semplici da comunicare per l’insegnante e facili da imitare anche per chi ha grossi disturbi di comprensione. Sono, tuttavia, potenti ed efficaci in quanto costringono a focalizzare l’attenzione sulle diverse parti del corpo una dopo l’altra, a percepirne le possibilità motorie grazie alla ripetitività del movimento, a scoprire le sensazioni che queste parti comunicano anche in fase di riposo, dopo l’esecuzione, quando i muscoli attivati tornano a rilassarsi. In tale modo queste persone disabili possono individuare in maniera analitica le caratteristiche delle diverse parti del corpo e come queste si integrino a livello di controllo centrale. Inoltre, un problema che riscontro molto spesso, in fase iniziale, è quello di far istituire una distinzione tra i due lati del corpo all’interno della conformazione simmetrica dell’organismo. È molto frequente, infatti, che un disabile mentale non percepisca la differenza tra il movimento, ad esempio, di entrambe le braccia contemporaneamente, o di un braccio solo. Questo comporta, nell’attività quotidiana, un grande dispendio di energia laddove ne sarebbe sufficiente la metà, nonché una maggiore difficoltà di orientamento spaziale. Con pawanmuktasana 1 e 2 si ha modo di approfondire l’abilità di discernere lato destro e lato sinistro e il loro rapporto reciproco.
I benefici di queste sequenze riguardano anche il piano sottile. Più in particolare pawanmuktasana 1 porta ad affinare gli aspetti più complessi del controllo gestuale mettendoli in relazione con la circolazione della rete energetica. Sappiamo dall’ayurveda che i principali punti marma che permettono di intervenire sui canali pranici (meridiani) sono situati sugli arti inferiori e superiori in corrispondenza delle articolazioni. Di conseguenza una buona esecuzione delle tecniche di flessione, estensione e rotazione delle giunture assicura una circolazione energetica ottimale, priva di blocchi. Io ho spessissimo riscontrato che questi miei allievi trovano grande difficoltà a eseguire una completa estensione degli arti e, in atteggiamento spontaneo, tendono a conservare una postura con gambe e, soprattutto braccia, sempre un po’ flesse. È evidente che ciò non può che provocare un ristagno di prana nei punti critici e impedirne sempre più il bilanciamento. Una simile postura, inoltre, spingendo in avanti le spalle, limita la capacità respiratoria del torace e, contemporaneamente, blocca il movimento naturale del diaframma. Oltre alle carenze nell’ossigenazione dei tessuti ciò porta ad un atteggiamento di chiusura e introversione abnorme verso l’esterno, dato che è assodato che le abitudini corporee incidono sugli stati psicologici ed emozionali. Su questo insieme di condizioni, asana come kehuni naman (flessione dei gomiti) o skandha chakra (rotazione delle spalle), congiuntamente allo shakti bandha gatyatmak meru vakrasana (torsione dinamica della colonna vertebrale) sono molto efficaci. C’è da tener presente che la memoria del corpo della maggior parte dei disabili mentali è più recettiva e operante, a certi livelli, rispetto a quella di chi è abituato ad un costante filtro intellettuale e culturale. Per cui i risultati che si ottengono, anche rispetto alle abitudini quotidiane, sono incoraggianti.
Un’altra tecnica molto utile è la ripetizione dell’AUM abbinata ai mudra delle mani utilizzati in hasta mudra pranayama, associando i suoni A, U e M rispettivamente a chin mudra, chinmaya mudra e aadi mudra. Questo amplifica e rinforza gli stimoli di pawanmuktasana 1, affinando e estendendo l’azione sulle articolazioni alle dita. Inoltre l’emissione vocale del suono è una delle poche tecniche di controllo del respiro praticabili in questi casi da parte dell’insegnante. Infatti permette un riscontro diretto sul grado di capacità respiratoria raggiunto laddove è difficile verificare l’effettivo controllo di alternanza tra inspirazione ed espirazione con pranayama silenziosi.
In conclusione posso dire che la pratica di semplici tecniche yogiche può essere una strada, per chi ha limitate facoltà mentali, di acquisire, comunque, per altre vie che aggirano quelle compromesse dal danno cerebrale, una crescita di consapevolezza.
Un test che facciamo per verificare i progressi acquisiti è quello di auto-rappresentarsi con un disegno. All’inizio gli allievi si disegnano in forma di una sorta di uovo o, viceversa, di una specie di entità senza busto e con arti filiformi e fluttuanti. Dopo qualche tempo di pratica nello stesso disegno iniziano a spuntare degli arti, oppure a prendere consistenza petto e pancia. Dopo un po’ vediamo spuntare anche delle mani e dei piedi.
Ovviamente questo insegnamento di yoga non ha finalità terapeutiche, in quanto non vi è alcuna possibilità di guarigione da una condizione che si acquisisce dalla nascita ed è, quindi, stabilita dalle leggi karmiche. Quello che questi allievi possono realizzare è, però, lo sviluppo delle possibilità insite in ognuno di noi e l’espressione di potenzialità altrimenti ignorate da se stessi e dagli altri.

Yoga e Dipendenze
Yoga Nidra: Volontà e Sankalpa
(Parte Seconda)

Dal Seminario tenuto da Swami Anandananda Saraswati il 7 Aprile 2001, Grecia.

Yoga nidra e volontà

In relazione alla dipendenza, oltre a questa capacità di acquisire informazione e conoscenza, entra in gioco la forza di volontà. Vorrei riprendere il filo del discorso e del pensiero che sto seguendo: l’applicazione della pratica di yoga nidra nello sviluppo della forza di volontà nei casi di dipendenza, in particolare in quel periodo di tempo in cui le possibilità di ricaduta sono alte. All’interno del percorso di riabilitazione (mi riferisco alla dipendenza da alcolici pesanti o droghe come l’eroina) ci sono approssimativamente tre periodi.

Quando la convalescenza può diventare un “periodo a rischio”

Nel corso della riabilitazione vi è un primo periodo di tempo durante il quale abbiamo la scomparsa dei sintomi. Facciamo l’esempio di qualcuno che abbia bevuto superalcolici negli ultimi venti anni della sua vita o abbia fatto uso di eroina regolarmente per dieci o quindi anni e poi all’improvviso smetta. Questo è il momento in cui l’unico pensiero di tutto il corpo e della mente è che desiderano bere o assumere eroina. È una situazione molto critica.
A questo segue il periodo del processo di disintossicazione, durante il quale l’individuo attraverso certi alimenti butta via o espelle, rimuovendole, tutte le tossine accumulate nel corpo fisico. Anche questo è un periodo critico, non così critico come quello precedente, ma altrettanto difficile.
Finalmente giunge il periodo in cui l’individuo è stato disintossicato e purificato in un centro di riabilitazione, in un centro sociale o qualcosa del genere e gli dicono: “Ora sei disintossicato, puoi tornare a casa tua.” Questo è il momento in cui può avvenire la ricaduta. A questo faceva riferimento Swami Satyadharma ieri, durante la sua conferenza quando ha parlato di questi centri di riabilitazione in India dove c’è un’alta percentuale, il 75% 80%, di ricadute. Questo è il momento in cui lo yoga nidra insieme con gli shat karma e molte altre pratiche è realmente molto efficace.
Attraverso gli shat karma ci si purifica dalle tossine, si diventa equilibrati e le energie iniziano a funzionare in maniera più armoniosa. Da un punto di vista fisiologico e biologico si ottiene una buona base da cui partire per mantenere l’intenzione, mantenere la decisione e usare la forza di volontà per non ricadere di nuovo nell’abitudine. Specialmente durante questa fase della riabilitazione si deve avere l’intenzione, il desiderio di cambiare o smettere un’abitudine. Se non c’è questo desiderio allora è tutto inutile.

Che cosa è la volontà

Il desiderio, l’intenzione di cambiare è ciò che chiamiamo forza di volontà e sankalpa nella terminologia yogica. La forza di volontà è energia. Ci sono casi di mancanza di forza di volontà nei quali l’aspetto della forza, l’aspetto dell’energia che porta la mente e la personalità a muoversi in una direzione non è sufficiente. Le risorse mentali e psicobiologiche non cooperano e non sono canalizzate in direzione del cambiamento.
Voi sapete che è già difficile per persone che non siano dipendenti da droga o alcool. Spesso anche con cose semplici come il cibo o la cioccolata diciamo: “Oh troppo zucchero, troppo cioccolato, so che questo non va bene per me. Domani non mangerò, da domani mi asterrò.” Che cosa succederà domani? “Per ora è tutto OK. Oggi mangio questo perché me lo ha portato lei e lei è una persona così gentile, mangerò questo, ma da domani cambierò.”
L’idea è corretta, il proposito è corretto ma ciò che non è corretto è il tempo, è il momento, è la condizione per prendere la decisione. Su tre due sono giuste. È un buon inizio. Ma la terza è di enorme importanza, perché le decisioni o il mettere energia in una decisione è in grado di cambiare il corso, cambiare la direzione, dare una direzione a una vita; è qualche cosa che necessita di condizioni appropriate. Quando noi possiamo dire nella nostra lingua che è necessaria una finestra appropriata almeno una finestra è stata aperta. Ora che cosa tiene la finestra chiusa? È una mente superficiale che è occupata e connessa con i cinque sensi, che è occupata a registrare informazioni che vengono dall’esterno, comparando e confrontando le informazioni.

Corrispondenza tra l’impostare un sankalpa e la sua conseguente efficacia

Automaticamente ogni informazione che proviene dall’esterno stimola sempre la stessa area della mente e da questa stimolazione scaturiscono pensieri che possono avere anche un contenuto emozionale, un seme di emozionalità all’interno del quale essi potrebbero essere in conflitto l’uno con l’altro. Vi faccio un esempio. Annusate del cioccolato e in quel momento c’è una parte di voi che è molto felice: “Oh il cioccolato!”, ma un’altra parte di voi dice: “Oh no, no, no, ho preso una decisione e non devo mangiarlo!”.
Dunque, noi abbiamo una mente subconscia che è molto attiva, molto, molto, indaffarata, che fa un sacco di cose simultaneamente; però, allo stesso tempo, se cerchiamo di inculcarle qualcosa, di piantare un seme, se cerchiamo di prendere una decisione o di scegliere un sankalpa, le possibilità di cambiamento che questo seme può portare anche nella parte più profonda della mente più capace saranno molto, molto piccole. È come se voi steste guidando su un’autostrada a 100, 120, 130 km all’ora e infilaste una mano in tasca, ne tiraste fuori alcuni semi, apriste il finestrino e li gettaste fuori, sperando che questi si piantino e crescendo diventino piante e diano frutti.
La tecnica di yoga nidra è stata pensata in maniera che all’inizio si utilizza la natura o le tendenze della mente con consapevolezza. Attraverso un processo di uso della consapevolezza, come muoverla attraverso le differenti parti del corpo, come essere consapevoli del respiro, gradualmente la mente superficiale, quella che produce le onde beta inizia a calmarsi e rilassarsi. Questo avviene senza lottare, senza andare contro le condizioni naturali e le tendenze della mente.
Quindi il processo diventa più profondo nel momento in cui il praticante inizia a crearsi delle sensazioni differenti, sensazioni fra loro opposte.

Yoga nidra e attenzione alle sensazioni opposte, come caldo /freddo

Freddo e caldo, pesante leggero, dolore e piacere, grande e piccolo. Ora, quando stiamo immaginando, visualizzando e facendo esperienza di queste sensazioni fra loro opposte, stiamo facendo qualcosa che ha un effetto contemporaneamente sulla mente e sul cervello ed in particolare si producono degli effetti positivi nell’ipotalamo.
Quest’ultimo è la parte del cervello che è responsabile dell’adatta¬mento del corpo alle differenti sensazioni ed è anche responsabile della trasformazione di un pensiero o di un’idea in un sentimento e in un’esperienza.
In questa modo, attraverso la pratica delle sensazioni opposte, si ottiene una regolazione nell’area dell’ipotalamo.
Per questo tutto il sistema di yoga nidra, l’intera pratica di yoga nidra è finalizzata agli effetti sul cervello che la riceve.
Ora ritorniamo alla rotazione della consapevolezza nelle differenti parti del corpo.
Sappiamo che esiste nel nostro cervello, nel giro cerebrale, un’area chiamata anche “omuncolo motore”.
Voi sapete che possediamo un pollice qui nella mano e un pollice nel cervello, ed è quel centro del cervello con cui è connesso che dirige, che è responsabile di questo pollice esterno.
In questo modo quando pratichiamo yoga nidra e mentalmente ripetiamo le parole “pollice della mano destra” e lo percepite, allo stesso tempo avviene qualcosa nel cervello.
Questo significa che possiamo cambiare le condizioni di questo pollice esterno, così come le condizioni dei centri del cervello che sono connessi con questo pollice esterno.
Con questa rotazione della consapevolezza, associata alle sensazioni e agli altri aspetti di yoga nidra, il praticante ottiene uno stato che nel linguaggio normale è definito rilassato, nel linguaggio yogico è lo stato di yoga nidra in cui il cervello produce, in una condizione di equilibrio, onde alfa, e in cui si crea la possibilità di una connessione fra la mente conscia superficiale, la mente subconscia e la mente inconscia.

Terapia Yogica delle Malattie Comuni:
Il Problema dell’Obesità

Tratto da: Swami Karmananda Saraswati, “Yogic Management of Common Diseases”, ed. Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India.

Obesità vuol dire eccessivo peso corporeo. Ciò comporta uno sforzo continuo dei vari sistemi fisiologici del corpo, specialmente del cuore, del sistema circolatorio, respiratorio ed escretivo, e predispone la persona allo sviluppo di numerosi seri disturbi metabolici, incluso il diabete, l’ipertensione, problemi cardiaci, artrite e molti altri. Inoltre porta ad una diminuzione della vitalità, all’indolenza mentale e alla depressione.
La causa più comune dell’obesità è un puro e semplice eccesso alimentare. Il problema non è solo il troppo cibo, ma anche il genere sbagliato di cibo che si prende. Una dieta composta di eccessivi grassi, spezie, amidi, zuccheri e prodotti raffinati porta a un peso eccessivo, mentre una dieta basata su cereali integrali, frutta e verdure conduce automaticamente a un peso corporeo corretto e a uno stato di salute ottimale.
Sono colpiti dall’obesità specialmente due gruppi d’individui. In primo luogo le persone competitive, passionali e avide, che mangiano velocemente e in eccesso. Esse usano il cibo come un canale per scaricare l’energia mentale repressa, le ambizioni e i desideri non realizzati. Qui abbiamo un eccesso di rajo guna o principio dinamico della personalità. In secondo luogo sono colpite dall’obesità le casalinghe, che mangiano continuamente per noia. Qui c’è un eccesso di tamo guna o principio di inerzia, dove predominano la letargia e l’indolenza. Via via che costoro aumentano di peso, diventano sempre più insoddisfatte di se stesse e del proprio aspetto, e così mangiano ancora di più. In generale possiamo dire che l’eccesso di peso è dovuto alla frustrazione, dove l’energia creativa insoddisfatta viene erroneamente indirizzata verso il desiderio di cibo.
Tutte le persone obese soffrono di carenze ghiandolari, in quanto le loro ghiandole endocrine cessano di funzionare correttamente, portando a disturbi mentali, emotivi e ormonali.
Un numero ristretto di persone obese, comunque, soffre di un disturbo o difetto ghiandolare primario che può essere della tiroide, delle surrenali o delle ghiandole riproduttive.

Cura dell’obesità

Tutti i casi di obesità possono essere ricondotti a un peso corporeo normale e a una vita stimolante se si segue un programma giornaliero di yoga con determinazione. Il problema è che le persone obese hanno bisogno di stimolo e forza di volontà.
Essi o esse hanno bisogno di uscire da una consuetudine di comportamenti e modelli basati su di un’alimentazione scorretta, e reindirizzare le loro energie verso sbocchi creativi più sani. La pratica dello yoga fornisce un eccellente mezzo per raggiungere questo risultato.
Coloro che mangiano troppo per tensione rajasica, traggono beneficio in modo particolare da yoga nidra. Queste persone si siedono a mangiare con la mente tesa e preoccupata e mangiano voracemente un pasto enorme senza realmente rilassarsi, senza gustare e assaporare niente. Dovrebbero imparare a rilassarsi per dieci minuti in shavasana prima di ogni pasto, rilassando le loro preoccupazioni mentali, i loro organi digestivi e di tutto il resto del corpo. Inoltre può aiutare moltissimo un oggetto di consapevolezza mentre si mangia. Per esempio si può seguire la formula di riempire lo stomaco a metà con cibo, per un quarto con acqua e per un quarto con aria, o si può occupare la mente con l’idea che per ogni porzione di cibo che si porta alla bocca si stia nutrendo Agni, la divinità del fuoco: “Io sto nutrendo Agni. Questa è la bocca di Agni.” Questo trasforma il mangiare in una forma di meditazione e consapevolezza, che automaticamente comporta una diminuzione della quantità di cibo consumato.
Diversamente, coloro che mangiano troppo per noia tamasica, dovrebbero essere introdotti al karma yoga e a qualche tipo di auto-espressione che li possa portare fuori della cucina, fuori della casa, lontano dalla tentazione costante del cibo e verso qualche attività più stimolante e utile. Nel momento in cui si risvegliano altri interessi, verrà meno l’ossessione per il cibo.

Programma yogico

1. Asana: sono essenziali per rimuovere i blocchi, liberare prana, rivitalizzare la mente e attivare le ghiandole endocrine. Le persone obese dovrebbero essere incoraggiate a praticare entro i loro limiti, ma mai fino all’esaurimento. Devono praticare con piacere e in modo rilassato, e le preoccupazioni mentali e i problemi verranno meno. Non è necessario cercare di sudar via i chili in eccesso. Non è questa la via per perdere peso. Le persone obese sono povere di resistenza e forza di volontà e desisteranno presto di fronte a esercizi esigenti e faticosi. La perdita permanente di peso richiede un totale riordino della struttura pranica energetica del corpo e della mente. Le asana accrescono la vitalità in modo lento ma sicuro e riequilibrano gradualmente, in modo naturale, il sistema nervoso ed endocrino. Nello yoga il processo di dimagrimento e riequilibrio avviene su di un livello totalmente differente dai programmi di ginnastica che fanno ricorso al sudar via pochi chilogrammi come misura, ben che vada, temporanea. Se le energie psichiche e praniche non vengono riequilibrate e i meccanismi ghiandolari non vengono riaggiustati il peso verrà senza dubbio riaccumulato rapidamente. Le pratiche migliori sono le sequenze di pawanmuktasana e shakti bandha, seguite da surya namaskara. Le asana principali, particolarmente indicate per riequilibrare le ghiandole endocrine e i nervi spinali, possono essere intraprese dopo qualche mese di pratica giornaliera di queste asana semplici.
2. Pranayama: bhramari e nadi shodhana sono indicati per risvegliare la diminuita vitalità, tuttavia si dovrebbe evitare un pranayama eccessivo, in quanto stimola l’appetito. Un bhastrika moderato aiuta a accelerare il metabolismo e ridurre il grasso.
3. Shatkriya: si dovrebbero praticare giornalmente neti e kunjal e si dovrebbe praticare una volta purna shankaprakshalana, seguiti da una guida in un ashram. Si dovrebbe continuare con laghu shankaprakshalana una o due volte la settimana. Ciò darà sollievo a un sistema digestivo costipato e devitalizzato, all’intestino sovraffaticato, a fegato e pancreas esausti. Si otterrà una rinnovata esperienza di leggerezza mentale e fisica, un aumento dell’energia vitale e una chiarezza mentale a lungo dimenticata.
4. Rilassamento: è essenziale yoga nidra ogni giorno. Non bisognerebbe adottare un sankalpa (risoluzione) negativo, in quanto ciò è repressivo e per contro può condurre a mangiare troppo. Una risoluzione positiva, del tipo “la mia vitalità aumenta ogni giorno” o “la mia energia creativa si sta liberando dal cibo ogni giorno di più” è un mezzo potente per risanare un errato stile di vita privo di stimoli.
5. Raccomandazioni dietetiche: alle persone obese, che hanno un eccessivo e nevrotico attaccamento al cibo, il digiuno non è consigliabile perché è estremamente difficile mantenere un adeguato programma di digiuno, liberi dall’inevitabile contraccolpo riflesso di mangiare troppo. Piuttosto, bisognerebbe tenere una dieta giornaliera sana, con cibo semplice, pasti regolari e senza spuntini tra un pasto e l’altro. Zucchero, dolci, grassi, spezie, latte e latticini, cibi ricchi e raffinati, che sovraccaricano il fegato, la digestione e il cuore, dovrebbero essere ridotti in modo consistente a favore di cereali integrali, frutta e verdura a foglia verde.

Prevenzione dell’obesità

La società ha bisogno di essere educata all’importanza di mangiare per sfamarsi e per le necessità fisiche piuttosto che per il sapore. Si dovrebbe abbandonare la convinzione, che va di moda, che un bam-bino grasso sia un bambino sano, perché questo penalizza il bambino, portandolo ad avere problemi di peso nell’adolescenza e nell’età ma-tura. Un bambino che vive in una casa dove le frustrazioni e l’energia creativa sono erroneamente canalizzate nel sovralimentarsi, sviluppa un samskara simile e se lo porta dietro nel corso della vita. Riversare gli impulsi creativi e l’energia nel mangiare porta pesantezza e indo-lenza fisica, mentale ed emozionale. Le persone con il genio creativo sono molto attive e raramente sono obese. Generalmente consumano energia con il loro lavoro, e in tale attività spesso si dimenticano di mangiare. La pratica quotidiana dello yoga sotto una guida indirizza verso la correzione delle cattive abitudini alimentari e verso un’ade¬guata espressione degli istinti e dei desideri secondo vie creative, ispirate e salutari.

La Pratica di Trataka
(Seconda Parte)

Tratto da: Paramahansa Satyananda, “Early Teachings – 31 Luglio 1967”, ed. Bihar School of Yoga.

Trataka sulla fiamma di una candela

Durante trataka la fiamma della candela non deve ondeggiare, dunque si deve praticare in una stanza che sia assolutamente calma e quieta, dove non soffi alcun alito di vento. La candela deve essere posta in una posizione stabile, a circa un braccio di distanza da voi. Si dovrebbe fissare la fiamma quando diventa ferma. Non si deve guardare l’intera fiamma, ma focalizzare lo sguardo sulla parte centrale, proprio sopra lo stoppino. Continuate a fissarla il più a lungo possibile senza sbattere o strizzare le palpebre e senza alcuno sforzo. Quando gli occhi iniziano ad affaticarsi, bisogna chiuderli. Non devono scendere lacrime. Non ci si deve stancare minimamente.
Quando chiudete gli occhi dovete fissare un punto interno. Qui avete una combinazione di trataka su di un oggetto esterno e su un punto psichico interno. Chiudete gli occhi e vedete in qualche posto in chidakasha un piccolo, luminoso punto colorato. Osservate stabilmente il punto. Come forma è simile ad un piccolo chicco di frumento, riso od orzo, ma il colore cambia da momento a momento. Dipende da quanto a lungo è stata fissata la fiamma della candela. Dopo circa cinque minuti, il colore del punto diventerà rosso brillante, ma dopo solo un minuto il colore sarà nero, bianco o marrone scuro. Da un momento all’altro il punto diventa più indistinto e all’improvviso scompare. Tutto ciò succede nel giro di pochi secondi, ma si dovrebbe stare attenti a non aprire gli occhi. Dovreste prender nota in modo speciale di questo punto. Anche quando il punto psichico scompare, tenete gli occhi chiusi. Cercate di mettere ancora assieme la coscienza psichica e richiamate questo punto psichico. In pochi secondi riapparirà la stessa cosa, e quando riappare avrà un colore del tutto differente. Dovete continuare a fissarlo con l’aiuto della vostra percezione interiore, della vostra visione interiore, dei vostri occhi interiori. Si farà indistinto, via via sempre più debole, e poi scomparirà.
Non aprite ancora gli occhi, ma mettete di nuovo assieme la coscienza, richiamate quel punto particolare e osservatelo comparire nuovamente. Così questo punto psichico appare, scompare e riappare, scompare e di nuovo riappare, diventa indistinto, scompare, riappare, diventa di nuovo sempre più indistinto. Alla fine diventa completamente nero e si confonde con lo sfondo psichico.
Questo ciclo, all’inizio, durerà a mala pena cinque minuti, ma dopo una certa pratica, un singolo ciclo può durare mezz’ora: tre minuti fissando la fiamma della candela e ventisette minuti visualizzando il punto psichico internamente, mentre appare, scompare, riappare, scompare.
Coloro che praticano rileveranno un altro fenomeno: nel momento in cui chiudete gli occhi, il punto psichico che appare in chidakasha può muoversi verso l’alto. Molti aspiranti troveranno che ciò è di gran disturbo, perché dopo un certo tempo non sanno dove guardare. Non possono guardare ulteriormente in alto e il punto va sempre più su. Coloro che hanno praticato shambhavi mudra sono capaci di tener fermo questo punto psichico in bindu chakra. Il punto si muove verso l’alto e tende ad unirsi a questo chakra.
Che cosa fare allora? Personalmente penso che quando s’inizia a praticare con la fiamma della candela per un po’ e poi si chiudono gli occhi, se si vede il punto psichico che vi muove verso l’alto si deve seguirlo. Quando non è possibile seguirlo ulteriormente, si dovrebbe abbassare lo sguardo e scoprire di nuovo il punto. Una volta scoperto, il punto si muoverà ancora verso l’alto e ancora scomparirà, e nuovamente lo si deve scoprire, finché non si confonde con lo sfondo scuro. Quando non si è capaci di scoprire nuovamente il punto, nonostante tutti gli sforzi, si dovrebbero aprire gli occhi e fare un altro ciclo di trataka.
Mentre si fissa la fiamma della candela, per quanto riguarda la pratica spirituale, nell’interesse della buona riuscita della meditazione e della manifestazione della visione interiore, si dovrebbero chiudere gli occhi molto prima che sopraggiunga la stanchezza e che scendano le lacrime. Un praticante dovrebbe essere in grado di capire da solo quanto a lungo praticare, cosicché, quando chiude gli occhi, non scendano lacrime e gli occhi non brucino. Ho personalmente provato che, mentre fissando la fiamma i miei occhi erano a posto, nel momento in cui li chiudevo iniziavano a scendere le lacrime. Sta’ all’individuo decidere. Se siete in grado di mantenere lo sguardo fisso per tre minuti, allora praticate solo per due. In ogni modo dipende da molti fattori.
La pratica di trataka sulla candela è semplicemente impossibile sotto un ventilatore perché la fiamma oscillerà. Se pensate di aver bisogno di un ventilatore, allora dovete praticare su di un punto nero. Sotto un ventilatore, o in mezzo al vento, gli occhi si asciugheranno e verranno le lacrime.
Si dovrebbero fare undici cicli di pratica. Si dice che undici cicli di trataka inducono dharana, il che vuol dire che la visione mentale diventa limpida. Quando pensate a una mucca, e vedete una mucca nella vostra mente, questo è chiamato dharana. Quando la pensate solamente e non la vedete, ciò è chiamato kalpana, uno stato inferiore d’immaginazione. Dharana è uno stato superiore di kalpana, immaginazione con una visione nitida.
È sicuro che dopo aver praticato undici cicli di trataka sulla candela davanti a voi, vedrete mentalmente ogni dettaglio della candela, il colore, lo stoppino, la luce. Potrete vedere che la cera sta fondendo e sta colando. Questa dovrebbe essere l’intensità della vostra visione psichica. Quando è arrivato questo stato, inizia la meditazione. Se l’oggetto non diventa realmente chiaro nel campo della vostra visione interiore, c’è una piccolissima speranza di realizzare la meditazione e una speranza ancora minore per il samadhi.