Satyananda Ashram Italia

Scuola di Yoga

Satyananda Ashram Italia


  • Yoga ed Ecologia (Parte Prima)
  • L’Era del Bhakti (Parte Prima)
  • Mandukya Upanishad
  • Yoga Sutra di Patanjali
  • Yoga e Dipendenze
    Yoga Nidra: Volontà e Sankalpa (Parte Terza)
  • Terapia Yogica delle Malattie Comuni: Artrite
  • La Pratica di Trataka (Parte Terza)

Yoga ed Ecologia 

(Parte Prima)

Di Swami Niranjanananda Saraswati

L’argomento ecologia non esiste isolato da un contesto più generale, è collegato all’economia e all’industria e per questa ragione, oggigiorno, è molto difficile per le persone nel mondo diventare consapevoli dell’ambiente. A livello sociale l’ambiente è collegato all’industria e al commercio, a livello individuale è collegato alla percezione che ne ha l’individuo. Ogni individuo si collega o si isola dalla natura secondo i propri desideri e bisogni.

La chiave è lo stile di vita

La nostra relazione con la natura si collega al nostro atteggiamento verso la vita in generale, se siamo felici e soddisfatti o insoddisfatti e infelici del nostro stile di vita, e riflette il modo in cui vediamo il mondo intorno a noi e se lo rispettiamo o no.
Gli yama e nyama dello yoga sono indicativi di questa interazione tra l’interiorità dell’individuo, le leggi della natura e il divino. Shaucha, per esempio, che viene definita come pulizia, non è soltanto quella personale, ma è anche ambientale. Non è solo igiene, è responsabilità per l’espressione e l’esperienza della bellezza nella nostra vita e anche nell’ambiente. La bellezza dà vita alla gioia e alla felicità che ne sono le figlie.
Se il giardino è bello, ciò crea anche un cambiamento nell’atmo¬sfera e nell’ambiente. Quando camminate nel giardino il vostro spirito si innalza. La bellezza del giardino è fisica ma allo stesso tempo ha una valenza sull’ambiente e sul nostro stato mentale. Se comincia a farsi chiara la consapevolezza che voi siete responsabili di fare della vostra casa, del vostro spazio e del vostro mondo un luogo piacevole, questo è il primo passo verso una giusta integrazione con la natura. La comprensione dell’interazione dell’individuo con la natura da una parte e con il divino dall’altra può rendere l’individuo completo dal punto di vista ecologico.
Ci sono molte dimensioni dell’ecologia, materiali e spirituali. Nessun individuo può intervenire nell’ecologia materiale, specialmente se sono coinvolte l’industria e il commercio. Per questo dovremmo cambiare l’intera struttura politica e legale di ogni società. Così ci sarà sempre sfruttamento. Un cambiamento verrà solo dal nostro stile di vita personale. Un cambiamento del nostro atteggiamento personale e della nostra interazione con la vita è l’unico modo che possiamo utilizzare per cambiare il modo in cui comprendiamo il mondo e i suoi ecosistemi.
La scienza dell’ecologia è strettamente collegata alla società umana e ai suoi bisogni, ai bisogni dell’industria e del commercio. La componente umana, la nostra comprensione della partecipazione e del coinvolgimento umano nella natura, è relativamente piccola. Ci vediamo ancora al di fuori dell’ecologia e dall’ecosistema dal quale dipendiamo. Ci possono essere centinaia di raduni di “verdi” ogni giorno che coinvolgono migliaia di persone, ma ciò non sarà di alcun peso per la politica industriale, commerciale e governativa.

Interdipendenza di tutte le specie

Ecologia è lo studio di come differenti specie e aspetti della natura possono lavorare insieme e aiutarsi l’un l’altro. Secondo vecchi calcoli ci sono 84.000.000 di specie in natura. Sin dal tempo in cui gli scienziati hanno cominciato a registrare diverse specie in natura, è stato scoperto che scompaiono più o meno 1500 specie al giorno, specie di piante, animali, insetti e batteri. Ad oggi solo 200.000 varietà di specie sono state registrate dagli scienziati.
Nella tradizione vedica viene espressamente detto che la vita di ogni specie è collegata al benessere di tutte le altre specie. Tutte le 84.000.000 di specie del pianeta vivono l’una per l’altra, eccetto una. Una specie vive per sé stessa ed è la specie umana. Se la specie umana potesse vivere in accordo con le leggi della natura e in armonia con altre specie, il pianeta sarebbe un posto molto diverso dove vivere. Qui la prospettiva yoga sull’ecologia inizia piano piano a svilupparsi.
C’era un tempo in cui anche l’uomo aiutava la natura e il pianeta. Per esempio, secondo la tradizione vedica i corpi morti dovrebbero essere bruciati, non sepolti. Non è una credenza religiosa o culturale. Questo perché il corpo è soggetto a diversi tipi di malattie. Quando si muore i virus e i batteri rimangono vivi nel corpo. Quando il corpo viene bruciato le malattie vengono distrutte, ma se viene sepolto quei virus e batteri si propagano nel sottosuolo e infettano l’acqua, le piante e gli alberi, inquinando e facendo ammalare l’ambiente, con la possibilità di contaminare anche il cibo che mangiamo.
Nella tradizione vedica solo gli yogi e i bambini piccoli possono avere diritto alla sepoltura, poiché si ritiene che il corpo dei bambini piccoli sia puro, mentre gli yogi rendono puro il loro corpo con il sadhana. Perciò non c’è danno se vengono sepolti, ma tutti gli altri devono essere bruciati. Questa è una pratica e una credenza ecologica.
Nel cristianesimo e nell’islam questa credenza non esiste per diverse ragioni. Queste due religioni si sono sviluppate in regioni aride e desertiche del Medio Oriente in cui non c’erano alberi, perciò niente legna, così i corpi venivano sepolti sotto la sabbia. In questo caso bisogna considerare che la qualità della sabbia e l’intensità del sole del deserto è tale che quando la sabbia si riscalda, è come un forno. Un granello di sabbia può avere una temperatura molto alta. Così un corpo sepolto nella sabbia viene distrutto dall’intenso calore con i suoi virus e i suoi batteri, mentre se un corpo viene sepolto nel terreno i batteri si svilupperanno diffondendosi nell’ambiente circostante.

L’Era del Bhakti
(Parte Prima)

Di Swami Satyananda Saraswati

All’improvviso ho avuto una visione dei fatti che avverranno nel secolo a venire. Nel prossimo secolo lo yoga verrà relegato sullo sfondo e sarà valorizzato il ruolo di bhakti. Bhakti è fede e amore puro. Alla fine questo prenderà forma non di credenza, ma di scienza. Come abbiamo formato la nostra conoscenza in medicina attraverso la ricerca, così gli psichiatri hanno condotto ricerche sulla mente e ne hanno ricavato conoscenze sulle onde mentali.
Proprio allo stesso modo, conducendo ricerche su devoti o bhakta del calibro di Mira Bai, si cercherà di conoscere quali cambiamenti avvengono nella dimensione psichica di una persona satura di bhakti. Quale nome sarà dato a quei cambiamenti che accadono quando si è colmi di bhakti? Quali sono le onde mentali emesse da una persona così devota a Dio? Dovranno scoprirlo. Mira Bai, dopo aver bevuto una tazza di veleno, non risentì alcun effetto sul corpo. Perché e come? Gesù Cristo è rimasto in vita sulla croce, senza morire. Come ha potuto fare questo? Aveva un corpo fragile, ma la sua natura era quella di un bhakta. Il suo corpo era inchiodato alla croce in vari punti, eppure viveva.
Bhakti marga è la scienza del prossimo secolo. Lo vedo. Il prodotto della scienza in questo secolo è stato la tecnologia. Nel secolo a venire bhakti sarà il prodotto della scienza. Gli scienziati hanno fatto ricerche sui principi della materia, sulla tecnologia e sull’elettronica e nel farlo ci hanno dato cose sorprendenti e meravigliose. Nel prossimo secolo gli scienziati volgeranno la loro attenzione a bhakti. Faranno ricerche sulla bhakti nello stesso modo in cui in questo secolo le hanno condotte sulla materia, sull’elettronica o sulla fisica.
Nel prossimo secolo la fede, il credo, la bhakti saranno il campo d’azione e di studio per la scienza. L’influenza di bhakti sulla mente, sul comportamento e sulla natura umana, sulla società o anche sull’intero genere umano, questo mi è assolutamente chiaro. Gli scienziati del prossimo secolo avranno un lavoro impegnativo. Così la scienza spirituale non si potrà più chiamare semplice superstizione o credenza religiosa. Piuttosto si chiamerà “scienza della vita”.
Così come siamo riusciti a stabilire un contatto con lo spazio esterno attraverso i mezzi di comunicazione elettronica, nello stesso modo dovremo lavorare per scoprire le mille sfaccettature dell’essere umano, comprese la complessa mente dell’uomo, le straordinarie forme del suo comportamento e anche gli straordinari principi alla base della sua mente. Neppure la scienza è stata capace di domare la mente umana, nessuno ha potuto disciplinarla. Anche se desiderate controllare la vostra stessa mente, essa si dimostra incontrollabile. Una volta che gli scienziati cominceranno a riflettere su questo, la scienza spirituale rinascerà.
Una nuova rivoluzione prenderà forma nel prossimo secolo. Sarà la rivoluzione di bhakti e dharma. Se sarò vivo, i vostri figli ed i vostri nipoti mi ameranno tutti e vi faranno domande sulla bhakti: “Papà, dimmi cos’è bhakti. Sai cos’è? Il mio maestro mi ha detto che uno scienziato in America ha scoperto e dimostrato che la bhakti è assolutamente essenziale poiché influenza il corpo e tutta la materia. Ha anche detto che ha esaminato le onde registrate dagli strumenti. Dopo tutte le sue valutazioni e i grafici che ne ha dedotto, ci dice che dovremmo amare Dio proprio come amiamo coloro che ci sono più cari. Ami Dio quanto ami la mamma?” Voi direte: “Che cosa è capitato a mio figlio? Penso sia impazzito.” Vostro figlio replicherà: “Non sono impazzito. Sto parlando di scienza.”
Dio sarà l’oggetto della scienza del prossimo secolo, in questo lo è stata la materia. Facendo ricerche sulla materia si sono scoperte molte cose che oggi non sono più accettabili. Per questo è diventato necessario per l’uomo e la società discutere di Dio. Sia che seguiate la dottrina cristiana, mussulmana o induista, dovrete orientare la vostra mente ad argomenti al di là di questo mondo. In questo secolo Dio è stato un soggetto su cui non si poteva discutere, ma ora si può. Tuttavia, si dovrà affermare una maniera organizzata di discuterne, come per i principi scientifici. Ishwara dovrebbe essere presentato come una materia che ha a che vedere con la scienza.
Nella mia vita non avevo mai parlato di Dio, ma adesso non riesco a parlare di nient’altro. Trovate il vostro rapporto con Dio, cercate di capire questo e cercate di amare Dio. Per fare questo non dovete cambiare lavoro o modo di vivere, no. Quando un ragazzo s’innamora di una ragazza, smette forse di mangiare o di andare al lavoro? No. L’amore è una questione di consapevolezza. Il ragazzo e la ragazza hanno consapevolezza l’uno dell’altro, in ogni momento. Non importa che cosa stanno facendo, pensano uno all’altro, trovano beatitudine in questo, trovano comunione in questo.
Un negoziante vi vende cose che sopperiscono alle vostre necessità immediate, ma io non sono un negoziante, non voglio insegnarvi quello che vi serve solo per oggi, vi sto dicendo cose che saranno essenziali per la generazione dopo di voi, perché la prossima generazione non sarà come voi, non correrà dietro al benessere. Questi bambini, e poi i loro figli, si domanderanno quale sia la definizione di Dio, così come è stato chiesto nella Swetaswatara Upanishad. Qual è la causa di questo universo? Perché la vita è stata creata? Come si alimenta da sola? Dove vive Dio? Su comando di chi vive? Chi controlla il suo dolore e il suo piacere? Quali sono le discipline da seguire? Chi conosce Brahaman? Chiederanno queste cose. Questa generazione non fa domande di questo tipo. La loro vita è controllata da kama e artha, non da dharma e moksha. Quello che insegno può non essere rilevante per l’uomo comune, ma sarà ricordato fra cent’anni.
Ci si ricorderà allora del bhakti yoga e del dharma. I politici non possono essere d’aiuto al dharma in nessun modo concreto o creativo. Solo due tipi di persone lo possono fare con creatività: uno è il sannyasi e l’altro uno scienziato o un rishi-muni. Nessun uomo d’affari, nessun politico può diffondere dharma o bhakti. Solo i santi e gli scienziati rishi possono aiutarci a dare importanza a bhakti e dharma. Solo loro possono vedere oltre la materia e ricondurla ai minimi principi.
Leggendo di scienza, sia che si tratti di astrologia predittiva o matematica astrologica, fino ad un certo punto l’informazione o la conoscenza che si possono ottenere su un individuo sono intellettuali. Ma dopo un po’, quella stessa conoscenza che si sta cercando diventa conoscenza interiore. Da un punto di vista intellettuale le procedure prevedono di andare avanti applicando un insieme di regole. Poi viene un momento in cui, senza nessuno sforzo, si riceve un’illumi¬nazione interiore. Alla luce di quest’illuminazione un nuovo insieme di discipline fa la sua comparsa.
Molte persone che hanno fatto esperienza di questa illuminazione divina dovranno preparare il campo preliminare per queste ricerche e discussioni su Dio e bhakti. Penso che sarà questo il primo passo. Non ci sono state molte persone in questo secolo che hanno ispirato gli altri a seguire la vita divina. Ci sono stati molti predicatori di dharma e hanno predicato molto sulla vita divina e su Dio, ma le loro prediche non sono state capaci di ispirare. Non è sufficiente predicare. Finché le prediche non penetrano nella sfera dei sentimenti personali e delle emozioni, finché non se ne fa uso nel proprio lavoro quotidiano, fino a quel momento predicare ad altri non dà frutto, non dà vera ispirazione.
Nel prossimo secolo le persone che si orienteranno in questa direzione di vita avranno un’attitudine scientifica. Questo è il lavoro degli scienziati. Solo loro hanno questo compito. Le persone devono essere educate, non solo nel campo dell’educazione tradizionale, ma egualmente in tutte le sfere della vita.
Da una parte Dio ha fatto un santo, dall’altra uno scienziato ed entrambi devono tendersi la mano per realizzare questo lavoro. Il prossimo secolo sarà l’era della bhakti. Questo secolo è stato quello dell’industria e della tecnologia. La rivoluzione industriale di questo secolo è stato un dono della scienza e la rivoluzione in nome di bhakti del prossimo secolo sarà un nuovo regalo degli scienziati.
Tutti voi avete una fede cieca. Verrà presto un tempo in cui l’uomo non potrà liberarsi dalle proprie difficoltà se non ridefinendo il significato di bhakti, rendendola parte della propria vita. Perché il mal di schiena non è l’unico dolore che l’uomo deve affrontare. La sua mente è satura di innumerevoli dolori. Nella consapevolezza e nell’in- conscio ci sono così tanti nodi irrisolti e rompicapo e se vi ripromettete di trovare soluzioni diverse a questo problema, allora passerete tutta la vita a risolvere i garbugli della vostra mente. La soluzione per tutti i vostri garbugli e problemi è bhakti. Perciò dovreste sforzarvi di sviluppare bhakti come e quando è possibile. Cantate i kirtan e i bhajan, accompagnatevi a sadhu e santi. Cercate di portare la loro ispirazione nella vostra vita. Non riversate la bhakti in una setta o in un ordine religioso. Provate, ci vorrà tempo. Non si tratta di un oggetto di intrattenimento di buddhi. È molto difficile ottenere bhakti. La mente, l’intelletto, la logica e ciò che ne consegue, hanno rivestimenti esterni molto duri da rompere, come gusci di noci. Così un bhakta non dovrebbe essere coinvolto in discussioni logiche.
Sri Aurobindo ha detto: “La ragione è stata un aiuto, ora è un ostacolo.” Se potete superare buddhi, allora potete superare tutto il resto. Bhakti è stata definita nei Narada Bhakti Sutra come amore non distillato per Dio. Questa è la forma dell’immortalità. Raggiungendo bhakti l’uomo diviene perfetto, completo, soddisfatto e immortale. Diventa privo di desideri, non soffre, non ha avversioni, non ha piacere dagli oggetti, non è mentalmente agitato o inquieto. Conoscendo bhakti l’uomo ne viene come “intossicato”, ottiene la pace e fa esperienza della beatitudine del sé.
Qual è il significato di bhakti? Amare Dio è bhakti. Come amate Dio? Come amate vostra madre, vostro fratello o, dopo il matrimonio, vostro marito. No, non è l’amore che avete per i vostri parenti. Bhakti ha tre tipi di relazione: quella padre-figlio, quella dell’affetto e quella dell’amore tra uomo e donna, come nel caso di Radha e Krishna. Bhakti non è una filosofia e nemmeno una religione. Bhakti è una scienza che può trasformare le radici più profonde dell’uomo. Bhakti trasforma le forme del pensiero e le tendenze di base dell’uomo. Bhakti è la relazione interiore con Dio. Così come avete una relazione con vostro padre, vostra madre o vostra moglie, allo stesso modo avete una relazione con Dio. Bhakti è alla base di questa relazione e ognuno dovrebbe scoprire la propria relazione con Lui. Che cosa significa Dio per voi? In quale forma di Dio credete?
Ho parlato abbastanza di Dio. Ma per me è più facile pensare Dio piuttosto che parlarne, perché non è possibile descriverlo. Si può solo fare esperienza di Dio, anche se talvolta è bello sentirne parlare. Attraverso ciò si riceve ispirazione, speranza, aiuto e forza per affrontare con coraggio le pene della vita. Ma i vostri pensieri e le vostre azioni nei confronti di Dio danno frutto solo quando stabilite una relazione con Lui. Dovrete scoprire da soli quale sia il vostro rapporto con Dio, perché questa è una questione esclusivamente personale. La mia relazione con Dio può non essere la vostra, perché la mia associazione con lui è strettamente personale e anche la vostra dovrebbe esserlo.
Così, nella vita di un bhakta è importante sapere che cosa Dio significa per voi e cosa voi significate per Lui. In che relazione siete l’uno con l’altro? Ci vuole tempo per scoprire la vostra relazione con Dio. Non è necessario scoprirlo in una volta. Dovrete pensarci profondamente e una volta che vi siete resi conto di questa relazione, potrete considerare che il vostro viaggio sia quasi finito. Ora divenite molto vicini e cari a Lui. Nella Srimad Bhagavata si dice: “Come ogni boccone di cibo porta con sé soddisfazione, sazietà e libertà dalla fame, e queste tre qualità si fondono l’una nell’altra, così accade nel cantare preghiere a Dio, con una resa totale a Lui. Tre cose sono importanti: la consapevolezza dell’amore, la consapevolezza della forza di Dio e vairagya.”
Ognuno dovrebbe sedersi il mattino per cercare la benedizione di Dio. A questo proposito dovreste avere una precisa regola da seguire ogni giorno. Almeno due volte al giorno dovreste mettervi in contatto con Dio. Mattino e sera. Al mattino fate un bagno e sedetevi composti per entrare in contatto con Lui. Qualche volta potete essere malati e non potete lavarvi: non importa. In quei momenti distaccatevi da vostro marito, vostra moglie, madre, padre, la vostra nazione, i vostri riferimenti. Dovreste star soli e nudi davanti a Dio. Ci si deve spogliare di qualsiasi cosa venga prima di Dio per questi pochi momenti e poi, per il resto del giorno, continuare le proprie attività quotidiane.
Cantate le lodi di Dio. Arrendetevi a Lui. Ascoltate storie dei suoi atti. Cantate il Suo nome, veneratelo e pensatelo intensamente. Questo è il vostro primo dovere. Il Signore stesso ha detto nella Srimad Bhagavata: “Coloro che desiderano ottenere l’amore di Dio dovrebbero avere fede nelle storie immortali su di me, dovrebbero sempre cantare le mie qualità e azioni e cantare il mio nome. Dovrebbero avere fede nella venerazione ed invocarmi cantando stotra.”
Prima di tutto dirigete le vostre energie nella giusta direzione. La vostra energia, che fluttua verso il mondo materiale, afferra qualcosa da lì. Alle cose del mondo voi pensate ventiquattro ore al giorno. Lentamente iniziate a volgere la vostra mente da lì verso Dio. Iniziate con mezz’ora e gradualmente aumentate a due, tre, quattro, sei, otto, e poi a ventiquattro ore di pensieri su Dio. Questo è quello che faccio io ora. E voi che cosa fate? Voi pensate ai problemi del mondo tutte e ventiquattro le ore del giorno e forse, a scanso di dubbio, potete far dondolare qualche bastoncino d’incenso davanti a Dio, o andare in chiesa o di venerdì fare Namaz o il lunedì offrire acqua allo Shivalingam nel caso in cui Dio fosse arrabbiato con voi. Per questo la grazia di Dio non discende su di voi. Per ventiquattro ore la vostra consapevolezza si arrende al mondo e solo per pochi momenti la offrite a Dio, anche questo a scanso di dubbio, per proteggervi dalla Sua ira. E anche se lo venerate è solo per il vostro personale beneficio, per la vostra personale salvezza. Cantare il nome di Dio per la vostra salvezza personale non è il modo giusto di venerarlo.
Date la massima importanza a Dio. Prima di tutto Lui e poi voi. Non viceversa. La maggior causa di sofferenza deriva dall’avere confuso le priorità, poiché per l’uomo avvicinarsi a Dio non è considerato della massima importanza, vivere una vita spirituale non è importante e neppure la vita divina. L’uomo rivolge attenzione alla vita divina e vi è attaccato solo perché ne sperimenta il sollievo dallo stress che deve fronteggiare, trova libertà dalle proprie preoccupazioni ed ansie, ottiene pace, sicurezza e soddisfazione. Ma non dà a questo la massima e principale importanza. Pensateci. A che date la massima importanza nella vostra vita? L’appagamento dei vostri desideri, l’avidità e l’attaccamento, le vostre preoccupazioni: non sono questi i fattori più importanti della vostra vita?

Mandukya Upanishad

La Mandukya Upanishad appartiene all’Atharvaveda benché porti il nome di una scuola rigvedica, ed è anch’essa tra le più recenti delle Upanishad antiche. Assai breve, la Mandukya Upanishad insiste singolarmente sull’identità tra Atman individuale e Brahman e studia la mistica equivalenza dell’Assoluto con la sillaba sacra Om, nella quale tutto l’universo è compreso. L’Atman-Brahman ha quattro modi di essere, corrisponde ai quattro stati della coscienza umana. Agli stati di veglia, di sonno con sogni, di sonno profondo, già considerati nella Brhadaranyaka Upanishad, viene infatti aggiunto un quarto stato, turiya o caturtha: esso si distingue dallo stato di sonno profondo, nel quale il distacco dalla materialità è pur completo, senza emozioni o ricordi, per essere definitivo. Il punto di partenza della costruzione è forse nell’osservazione che nel sogno ci si figura come reali delle apparizioni che reali non sono; quindi è possibile che la stessa consistenza del sogno abbiano le esperienze dello stato di veglia che hanno ispirato le larve del sogno. Soltanto il silenzio del sonno profondo o, meglio ancora, di un distacco definitivo sarà la più opportuna immagine dell’Assoluto, che è al di là d’ogni possibilità logico-discorsiva. Vedasi anche per le note: Upanishad, a cura di Carlo Della Casa, U.T.E.T., Torino, 1976.
1. La sillaba Om è tutto l’universo. Eccone la spiegazione. Il passato, il presente, il futuro: tutto ciò è (compreso nella) sillaba Om. E anche ciò che è al di là del tempo, che è triplice, è (compreso nella) sillaba Om.
2. Infatti, ogni cosa è il Brahman; l’Atman è il Brahman. Questo Atman ha quattro modi di essere.
3. Il primo modo di essere si chiama vaishvanara ed è quando si ha lo stato di veglia, si ha la conoscenza delle cose esteriori, sette membra (1), diciannove aperture (2) e si godono gli elementi materiali.
4. Il secondo modo di essere si chiama taijasa (luminoso) ed è quando si ha lo stato di sogno, si ha la conoscenza delle cose interiori (3), sette membra, diciannove aperture e si godono gli elementi sottili.
5. Quando l’uomo addormentato non concepisce alcun desiderio, non scorge alcun sogno, allora si ha (lo stato di) sonno profondo. Il terzo modo di essere si chiama prajna ed è quando si ha lo stato di sonno profondo, si è raggiunta l’unità (4), si è costituiti soltanto di conoscenza, soltanto di gioia, si gode la gioia, si ha per apertura (o strumento di percezione) il pensiero.
6. (Quando si trova in questa condizione, l’Atman) è il signore di tutto, è l’onnisciente, è il reggitore interno, è il principio di tutte le cose, poiché è l’origine e la fine delle creature (5).
7. Si considera come quarto (modo di essere) quello che è privo di conoscenza delle cose interiori, privo di conoscenza delle cose esteriori, privo della conoscenza di entrambe. Esso non è costituito soltanto di conoscenza, non è né conoscitore né non conoscitore. Esso è invisibile, inavvicinabile, inafferrabile, indefinibile, impensabile, indescrivibile, ha come caratteristica essenziale di dipendere soltanto da se stesso; in esso il mondo visibile si risolve, è serenità e benevolenza, è assolutamente non duale. Esso è l’Atman: esso deve essere conosciuto.
8. Per quel che riguarda i fonemi, questo Atman corrisponde alla sillaba Om, considerandone gli elementi costitutivi. Gli elementi costitutivi corrispondono ai modi di essere, e i modi di essere corrispondono agli elementi costitutivi, ossia ai suoni A U M (5 bis).
9. Lo stato di veglia, vaishanara, corrisponde alla lettera A, che è il primo elemento, per il fatto che ottiene (ap) (tutto), oppure per il fatto che è il primo (adi) (6). In verità ottiene tutti i desideri e diventa il primo colui che così conosce.

10. Lo stato di sogno, taijasa, corrisponde alla lettera U, che è il secondo elemento, per il fatto d’essere più alto (utkarsa) (del precedente) o per il fatto di partecipare (ubhayatva) degli altri due (stati fra i quali si trova). In verità colui che così conosce tiene alta la tradizione della conoscenza (nella sua famiglia), è indifferente (a gioie e dolori) e nella sua stirpe non nasce chi non conosca il Brahman (7).
11. Lo stato di sonno profondo, prajna, corrisponde alla lettera M, che è il terzo elemento, per il fatto che crea (miti) o che (in esso) si dissolve (apìti) (l’universo) (8). In verità colui che così conosce crea tutto questo universo e lo riassorbe in sé.
12. Il quarto (stato) non corrisponde a un (singolo) elemento (9), è inavvicinabile, in esso il mondo visibile si risolve, è benevolenza, è assolutamente non duale.
13. Così la sillaba Om è in verità l’Atman (nei suoi quattro stati). Colui che così conosce penetra nel sé (assoluto) con il sé (individuale).

NOTE

1) In genere si rimanda alla Chandogya Upanishad, dove l’enumerazione comprende però ben più di sette elementi. Forse si allude ai sette organi di percezione della testa (occhi, orecchie, naso, bocca).
2) Le diciannove aperture sono gli organi o le facoltà che permettono l’esperienza del mondo: i cinque organi di senso, i cinque organi che consentono di parlare, agire, muoversi, generare ed evacuare, i cinque prana, e infine la mente, l’intelletto, il senso dell’io, il pensiero.
3) Gli oggetti di cui l’anima ha esperienza nel sogno sono interiori in quanto da essa forgiati per se stessa; esiste tuttavia ancora la dualità di soggetto e di oggetto, che permette appunto la conoscenza distintiva e l’esperienza.
4) Manca, cioè, ogni distinzione tra soggetto e oggetto del conoscere.
5) Nel terzo stato, di sonno profondo, si è del tutto disancorati dalla molteplicità fenomenica e si contempla la vera realtà. Ma cessato il sonno si ritorna al mondo visibile: il terzo stato è quindi transeunte e si ipotizza allora un quarto stato, nel quale le caratteristiche del terzo sono rese assolute e definitive e che, in quanto il distacco dal mondo è completo, sfugge a ogni determinazione.
5 bis) Il dittongo O viene scomposto negli elementi costitutivi, A + U.
6) Lo stato di veglia e la lettera A hanno eguali caratteristiche, tra l’altro, iniziano con A: sono primi di determinate serie, inoltre entrambi “ottengono tutto”, ossia sono presenti dappertutto, la lettera A in quanto è la più frequente nel vocabolismo ario, lo stato di veglia in quanto consente a tutti gli uomini la conoscenza comune.
7) Fra lo stato di sogno e la lettera U l’analogia consiste nell’essere l’uno e l’altra in mezzo fra gli altri stati o le altre lettere. Inoltre lo stato di sogno è più elevato rispetto allo stato di veglia per quanto riguarda il distacco dalle apparenze e dalle sensazioni grossolane; la lettera U è collegata con l’atmosfera, mentre A corrisponde alla terra. Colui che è indifferente poi è equidistante fra le coppie dei contrari.
8) L’accostamento fra lo stato di sonno profondo e la lettera M sembra basato soltanto sul fatto che le qualità proprie del primo cominciano con M. Infatti “creazione e distruzione” possono essere indicate entrambe con miti, derivante nella prima accezione da mi, minoti, nella seconda da mi, minati; in quest’ultimo caso però il testo dell’Upanishad sostituisce a miti (in verità non attestato in questo significato) apìti. Che poi tutto fuoriesca dall’Atman e in esso si risolva è in accordo con il soggettivismo idealistico prevalente nelle Upanishad.
9) Bensì alla mistica sillaba Om nel suo complesso o meglio, alla sonorità nasale indistinta che permane dopo la pronuncia delle lettere del suono sacro. Cfr. Brhadaranyaka Upanishad.

Yoga Sutra di Patanjali

Tratto da: Swami Satyananda Saraswati, “Four Chapters on Freedom – Commentary on Yoga Sutras of Patanjali”, ed. Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India.

I Capitolo: Samadhi Pada

Sutra 23: o attraverso la devozione a Ishwara

Ishvarapranidhanadva

Ishvara: Signore; pranidhanat: devozione; va: o

O attraverso la devozione al Signore (si può ottenere asamprajnata samadhi).

Solitamente Ishwara viene tradotto con la parola Dio, ma per Dio noi dobbiamo intendere non una persona, ma una coscienza spirituale superiore. Non è né fisica né mentale, ma puramente spirituale. Se un aspirante sente che non è capace di affrontare gli stadi di fede, energia, ecc, allora può usare un altro strumento per raggiungere l’obiettivo supremo, ovvero l’intensa devozione verso il Signore. Alcuni yogi ottengono il samadhi in virtù della loro nascita, altri devono fare uno sforzo, uno sforzo molto serio e di grande intensità per raggiungere l’obiettivo.
In questo sutra la parola va indica che viene descritto un metodo alternativo. La parola pranidhana vuol dire porre completamente, assolutamente, profondamente. Vuol dire porre completamente la propria consapevolezza, la propria mente, i propri pensieri e la propria coscienza in Ishwara.
Questo sutra è stato spiegato in modi diversi da differenti autori. Ad esempio si è detto che il significato di questo sutra è che il samadhi si ottiene abbandonandosi a Dio, oppure che il samadhi si ottiene fissando la mente nel Signore. Alcuni dicono che è la consapevolezza che deve essere posta in Dio. Per capire il sutra correttamente dobbiamo avere una chiara idea di Dio. Nelle diverse religioni la parola è usata in modo diverso. Alcune religioni credono in un Dio personale, altre lo venerano come il governatore o il creatore dell’universo. Certe persone non credono in un Dio, ma in una coscienza universale. In tale contesto dobbiamo rilevare che la filosofia yoga è una derivazione del Sankhya, che è una dottrina ateistica. Allo stesso modo non c’è Dio nel Buddismo.
È veramente sorprendente che qui Patanjali, che trae le sue idee filosofiche dal Sankhya, parli di Dio e di devozione a lui. Forse ha introdotto il concetto di Dio inteso come benessere spirituale dell’umanità. Bisogna dire che un insegnante di yoga non dovrebbe insegnare ateismo, anche se fosse personalmente ateo, perché l’uomo comune, in ogni paese del mondo, trova grande conforto nell’idea di Dio. Patanjali deve avere introdotto l’idea di Dio nei suoi yoga sutra pur sapendo molto bene che non si accordava con l’ateismo del Sankhya, perché sapeva che il principale proposito del suo yoga era quello di fornire al genere umano un modo di vita pratico, in cui fosse possibile fare progressi sulla via spirituale in maniera consona alle credenze, limiti e convinzioni individuali. Egli era pienamente consapevole che un maestro spirituale non dove introdurre le sue esperienze personali quando impartisce insegnamenti ai principianti e quindi deve aver ammesso l’idea di Dio all’interno della sua filosofia, nonostante lui stesso possa essere stato ateo.
Ci sono tre concezioni di Dio. Nella prima i filosofi indiani lo hanno considerato non differente dall’uomo, ma hanno detto che atman è Paramatman. Nella seconda alcuni credono che Dio sia nel cuore dell’uomo e che non lo si debba cercare al di fuori. Nella terza la maggior parte della gente crede in una dualità tra Dio e l’uomo. Sentono che Dio è in paradiso e che l’uomo deve elevarsi sopra i legami terreni per raggiungere quella dimensione.

Yoga e Dipendenze
Yoga Nidra: Volontà e Sankalpa
(Parte Terza)

Dal Seminario tenuto da Swami Anandananda Saraswati il 7 Aprile 2001, Grecia.

Definizione di sankalpa

A questo punto la mente è aperta e ricettiva per ricevere le parole che la possono illuminare, per ricevere il pensiero, per formulare la decisione a cui è giunta nella forma di sankalpa. Si chiama sankalpa quello che possiamo definire una decisione, un proposito. Questo sankalpa, che sia per dare una direzione alla vita o in relazione alle dipendenze o altro, in ogni caso deve essere formulato con una frase molto breve, con un linguaggio corretto perché, se è positivo il contenuto dell’intenzione, altrettanto deve esserlo il linguaggio.
Voglio dire che non si devono usare le parole: “No”, “Io dovrei”, “Io non devo”. Si dovrebbero usare termini come: “Io sono”, “Io ho la forza di procedere lungo il cammino”, “Io ho la forza, le risorse e le energie per essere indipendente, libero, per essere indipendente in senso opposto a dipendente”, “Io sono forte e sano”, “Io avrò successo nei miei propositi”. Vi ho dato solo alcuni esempi ma ce ne sono molti altri.
Nel momento in cui state preparando un sankalpa state preparando il terreno, state portando via le pietre, rendendo il terreno soffice, togliendo le erbacce, facendo un piccolo solco, scegliendo un bel seme, lo state piantando, lo state ricoprendo, gli state mettendo sopra dell’acqua (il sole c’è!); le possibilità che questo seme germogli sono molto più alte di quelle di quei semi che avete gettato fuori dal finestrino mentre guidavate.
In yoga nidra il sankalpa è un aspetto importante: quando formulate il sankalpa, avete la sensazione che si realizzerà. Il potenziale è nell’essere sicuri che il sankalpa sia stato formulato con chiarezza e sincerità. Qui si pone il dito su una delle più grandi parti della nostra personalità: è l’aspetto dell’energia della fede e questo è il potenziale.

Terapia Yogica delle Malattie Comuni:
Artrite

Tratto da: Swami Karmananda Saraswati, “Yogic Management of Common Diseases”, ed. Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India.

L’artrite è l’infiammazione delle giunture sinoviali del corpo ed è uno dei più comuni tra tutti i disturbi invalidanti; si stima che affligga una persona su dieci – tredici milioni di persone solamente negli USA. L’artrite è un processo degenerativo invalidante che può concludersi in una distruzione irreversibile della giuntura. Questa situazione è caratterizzata da dolore, gonfiore, arrossamento, calore e perdita della funzionalità di una o più giunture. Quelle più spesso afflitte dall’artrite sono le giunture larghe, che sostengono del peso (anche, ginocchia e caviglie) e le piccole giunture responsabili di movimenti ripetitivi, finemente articolati, come le dita delle mani.
Secondo la scienza yogica, l’artrite non è considerata una malattia di per se stessa, ma piuttosto un sintomo di un diffuso malfunzionamento metabolico e pranico che comincia da giovani. Lo yoga offre una via per arrestare questo processo. Infatti, negli stadi iniziali, prima che sia avvenuto un danno irreversibile alle giunture, spesso è possibile un’inversione del processo. Negli stadi avanzati, le pratiche di yoga possono ridurre la dipendenza da farmaci, ottimizzare la mobilità e la funzionalità rimasta alle giunture e rendere la vita di un artritico più tollerabile e accettabile. Un notevole ripristino della funzionalità articolare e una prospettiva di vita grandemente migliorata sono stati ottenuti con malati seriamente compromessi, che hanno seguito con determinazione un programma giornaliero di yoga.

Fisiologia dell’artrite

La normale giuntura sinoviale è una straordinaria struttura vivente autolubrificante. Le estremità delle ossa che danno origine all’arti¬colazione sono ricoperte da un tessuto duro eppure elastico chiamato cartilagine, sono tenute assieme tra loro da legamenti che circondano lo spazio tra le ossa (cavità articolare). La cavità articolare è rivestita da una delicata membrana sinoviale che secerne il fluido sinoviale per lubrificare la giuntura.
Le cellule della giuntura dipendono, per le loro necessità vitali, da un rifornimento di sangue abbastanza esiguo. Se la circolazione di prana nella giuntura è bloccata o carente per un lungo periodo di tempo, il rifornimento di sangue e di fluido linfatico diventa lento e il fluido della giuntura si fa stagnante. Quando accade ciò, i prodotti di scarto e gli elementi nocivi del metabolismo cellulare si accumulano nel fluido lubrificante delle giuntura, invece di essere correttamente trasportati alla pelle e ai reni per essere eliminati dal corpo.
Gli scarti acidi e le tossine, che si accumulano nel fluido della giuntura, irritano le fibre nervose sensibili nell’articolazione, causando dolore e rigidità. Se la circolazione di prana nell’articolazione rimane bloccata per un lungo periodo, la struttura dell’articolazione stessa comincia a degenerare. Il fluido della giuntura inizia a seccarsi, il soffice rivestimento cartilagineo si corrode e le ossa stesse cominciano ad accumulare calcio in eccesso, formando una nuova escrescenza ossea che va a limitare i movimenti. Se il processo continua si distrugge l’intera struttura dell’articolazione, i movimenti diventano impossibili, sopraggiungono dolore e deformità e il malato alla fine diventa invalido.

Le forme di artrite

La moderna scienza medica ha individuato alcune distinte forme di artrite. Dal punto di vista yogico queste sono stadi differenti dello stesso blocco pranico di base, piuttosto che malattie diverse.
Il processo di base è lo stesso, ma il variare del livello di manifestazione dei sintomi porta a differenti termini diagnostici che contraddistinguono differenti malati.

1. Artrite acuta: questa condizione transitoria è molto ben conosciuta da tutti. È un sintomo comune di molti malanni e infezioni come il raffreddore, l’influenza, la febbre e la diarrea. Ha luogo poiché le tossine virali o i batteri, liberati nella circolazione del sangue durante la malattia, si accumulano velocemente nel fluido delle giunture. In genere questi sintomi diminuiscono non appena è completato il processo di purificazione o non appena l’infezione è superata.

2. Gotta: questa è una forma speciale di artrite acuta che sembra essere causata da un regime dietetico autointossicante. Soffrono di gotta quelle persone il cui assorbimento delle proteine, specialmente quelle della carne rossa, eccede la loro capacità di metabolizzarle. L’acido urico, un sottoprodotto della digestione delle proteine, generalmente viene espulso con l’urina, ma nella gotta si accumula anche nel fluido delle articolazioni. Alla fine si formano dei cristalli acidi nelle giunture, proprio come una quantità eccessiva di zucchero cristallizza in una soluzione acquosa. La gotta mette in evidenza il ruolo significativo di un regime dietetico autointossicante nell’artrite.

3. Artrite reumatoide: questa grave forma di degenerazione delle giunture, che rende disabili e progredisce rapidamente, colpisce spesso persone giovani e di mezza età e sta diventando sempre più comune. Sebbene nella maggior parte dei casi la causa rimanga sconosciuta, spesso il motivo scatenante è un grave shock emotivo, oppure può essere causata in seguito all’improvvisa introduzione di sostanze esterne nella circolazione, probabilmente la somministrazione di una potente droga, o per un’infiammazione acuta. Se queste sostanze esterne si accumulano negli spazi delle giunture, il sistema immunitario invia i globuli bianchi per condurre una violenta reazione infiammatoria contro di essi. Le sostanze aggressive possono essere eliminate abbastanza rapidamente da quei tessuti che hanno un buon rifornimento di sangue, ma negli spazi delle giunture, che sono più isolati dal sistema circolatorio generale, la loro rimozione diventa più difficile. I tessuti stessi delle giunture non vengono attaccati, ma sono il campo di battaglia su cui la guerra è condotta. Questa violenta reazione può distruggere completamente un’articolazione maggiore nel giro di pochi mesi. Segue un periodo di calma, ma di solito la malattia si ripresenta in un’altra articolazione, finché, alla fine, il corpo rimane invalido e deforme.

4. Osteoartrite: questa forma degenerativa di artrite cronica si presenta comunemente nella mezza e tarda età, e affligge soprattutto le persone sovrappeso, che seguono una dieta pesante o tossica e che hanno sfuggito l’esercizio fisico. L’osteoartrite si sviluppa frequentemente in un’articolazione che ha subito un danno lontano nel tempo, dando origine ad una degenerazione pranica e strutturale che non era stata completamente corretta in quella circostanza. L’osteoartrite è anche associata a un eccesso di calcio nel corpo, dovuto a un alto assorbimento dietetico oppure a un disturbo delle ghiandole paratiroidi nella regione della gola.

Fattori che portano all’artrite

Una serie di fattori, tra i quali lo stress mentale ed emozionale e uno stile di vita e una dieta scorretti, messi assieme sono responsabili dello squilibrio dei meccanismi di controllo centrale del cervello e del sistema endocrino, da cui dipende fondamentalmente la salute dell’organismo.

• Dieta: la sovralimentazione e una dieta troppo ricca, specialmente se basata sulla carne, sul grasso animale, sui cibi molto fritti, molto raffinati o sintetici e l’eccesso di latte, ghi, zucchero e sale, giocano un ruolo importante nel causare e aggravare l’artrite. La costipazione aggrava l’artrite.
• Esercizio: la mancanza di un regolare esercizio fisico fa sì che le giunture e i legamenti diventino duri e rigidi. L’abitudine a sedersi sulle sedie, a stare raramente seduti a gambe incrociate o a fare poco frequentemente esercizi come pawanmuktasana, causa rigidità alle gambe, alle anche, alla spina dorsale e alle spalle.
• Fattori mentali: profonde tensioni subconsce, la rimozione delle emozioni, paura e ipersensibilità possono portare ad un irrigidimento della personalità, che poi si traduce in tensione fisica, allergie, disturbi endocrini e così via. La rigidità psichica, l’inadattabilità e la paura di lasciarsi andare, producono rigidità fisica nella forma di reumatismi, fibrosi e costipazione. L’individuo colpito dall’artrite può non riuscire a esprimere in modo adeguato le sue più profonde emozioni e sentimenti, specialmente la collera. Costui dirà: “Non preoccupatevi per me; uscite e divertitevi”. Eppure per tutto il tempo soffre internamente e questa interiorizzazione dei sentimenti crea veleni che sconvolgono l’intero metabolismo corporeo.

Moderno trattamento medico

La medicina moderna non è ancora giunta del tutto a trattare l’artrite nella sua dimensione complessiva. Si concentra nell’alleviare il dolore artritico, ma non riesce a curare e a correggere le cause di fondo. Viene prescritta una vasta gamma di medicine, a cominciare dai derivati dell’aspirina, che agiscono sia come analgesici (eliminano il dolore) sia come agenti antinfiammatori. L’aspirina è efficace, anche se si sviluppa assuefazione ed è necessario aumentare progressivamente le dosi. L’uso prolungato di aspirina in dosi massicce può avere effetti dannosi sullo stomaco, sul fegato e sui reni, e in tal modo il paziente passa allo stadio successivo della terapia farmacologica. Vengono somministrati agenti antinfiammatori più potenti, come l’indometacina e il fenilbutazone, finché si sviluppa di nuovo l’assuefazione e gli effetti collaterali nocivi impediscono nuovamente la continuazione della cura. Il passo successivo sono i corticosteroidi, che sono analoghi agli ormoni secreti dalla corteccia surrenale. Queste medicine hanno seri effetti collaterali. Le ghiandole surrenali del paziente iniziano a degenerare o ad atrofizzarsi, il corpo ingrassa, possono sopraggiungere diabete e alta pressione sanguigna, i peli del corpo crescono abbondantemente e le ossa perdono calcio divenendo più soggette a fratture. Il passo finale è la rimozione chirurgica della giuntura compromessa e la sua sostituzione con una artificiale. Queste giunture si dimostrano completamente efficaci e spesso durano per anni. Poi diviene necessaria un’ulteriore sostituzione, però il paziente può essere giunto ad un’età in cui il trauma di un intervento chirurgico più importante può essere sopportato a stento.

L’approccio yogico

La gestione yogica del processo artritico include e completa con efficacia i provvedimenti medici standard. Tuttavia lo yoga non sosterrà mai l’utilizzo di medicine isolatamente per la cura dei sintomi, tralasciando di correggere le sottostanti carenze della dieta, dell’esercizio fisico, dello stile di vita e così via. In teoria tutte le terapie dovrebbero essere apprese nel contesto di un ashram, per trarre profitto dalle sue energie positive e di sostegno. Questo è importante specialmente se l’individuo è esposto ad influenze negative a casa o sul lavoro, o se la famiglia incentiva un atteggiamento di dipendenza nella sofferenza, ad esempio: “Oh, che disgrazia, soffre così tanto. Devi riposare, caro. Lascia che faccia io questo per te.” Il karma yoga è una componente importante del sadhana per l’individuo sofferente di artrite tanto quanto le asana e il pranayama. Un programma ben congeniato di terapia yogica include i seguenti elementi:

a) Asana: la principale serie di asana per la prevenzione e il trattamento delle condizioni artritiche è il gruppo antireumatico di pawanmuktasana che sottopone il corpo a tutta la sua gamma di movimenti e rilassa e massaggia completamente tutte le giunture. Prima di iniziare pawanmuktasana il praticante dovrebbe scuotere le estremità in acqua salata fredda e/o calda per stimolare la circolazione sanguigna. Quando la flessibilità delle giunture aumenta, si possono aggiungere altre asana, tuttavia senza mai stancarsi o sentire dolore. Le asana più importanti includono shashankasana, marjari-asana, shashank bhujangasana e akarna dhanurasana. Se possibile si dovrebbe praticare vajrasana dopo i pasti. Infine si dovrebbe praticare surya namaskara secondo le proprie capacità. Dai sei ai dodici cicli ogni mattina si dovrebbero dimostrare sufficienti per prevenire successive degenerazioni artritiche nel corso della vita.
b) Shatkarma: purna e laghu shankhaprakshalana, kunjal e neti sono molto importanti per alleviare la costipazione ed eliminare gli acidi metabolici e gli altri prodotti di rifiuto che si accumulano nelle giunture, nella circolazione sanguigna e nei tessuti. L’artrite non potrà mai essere curata completamente se permane la costipazione.
c) Pranayama: inclusa la respirazione addominale, nadi shodhana e bhastrika supportano le funzioni digestive ed escretive.
d) Meditazione: libera le tensioni mentali ed emozionali represse. Il secondo stadio di antar mouna, in cui vengono osservati i pensieri, è particolarmente utile per riconoscere gli atteggiamenti autolimitanti e rigidi. Poi, nel terzo stadio, il paziente dovrebbe essere incoraggiato a creare scene mentali in cui esprime la rabbia e l’aggressività sentite nel profondo, liberando i conflitti emozionali repressi che contribuiscono alla rigidità artritica, rimanendo simultaneamente un testimone distaccato. Il rilassamento profondo e la meditazione svilupperanno nella persona sofferente uno stato mentale positivo.
e) Dieta: la dieta che segue, semplice e leggera, ridurrà il dolore e la costipazione e permetterà ai processi escretivi e rigenerativi di lavorare ad un livello ottimale di efficienza. Un sistema digestivo forte e puro assorbe rapidamente, dalla seguente dieta, tutti i nutrienti necessari.
Cereali e granaglie cotti in modo leggero sotto forma di pane di farina integrale, chapati, riso, miglio, orzo, ecc.
Legumi bolliti (dhal), specialmente le varietà più leggere come il mung, sono una fonte sufficiente di proteine.
Ortaggi bolliti o al forno, soprattutto quelli verdi, tranne le cipolle.
Insalate con ortaggi a foglia verde, sedano, pomodoro, barbabietole, carote, cetrioli, germogli di legumi, semi e così via.
Frutta (eccetto le banane) sia fresca sia secca e, in piccola quantità, noci. Invece dello zucchero potete prendere un po’ di miele.
Riducete l’assunzione di latte e prodotti caseari come il formaggio e il ghi; evitate i cibi molto raffinati, trattati con conservanti, inclusa la farina bianca.
Come regola si dovrebbe scegliere solo la frutta e la verdura di stagione e di coltivazione locale. Di tanto in tanto, se è assolutamente necessario, si può prendere carne bianca, pollame e pesce in piccola quantità. I pasti dovrebbero essere assunti tra le 10 e le 12 della mattina e tra le 5 e le 7 della sera. Il pasto della sera dovrebbe essere più leggero. Questo garantisce che il cibo sia nello stomaco quando le energie digestive sono alte e che la digestione sia ben completata al momento di andare a dormire. Saltare un pasto o digiunare per un giorno alla settimana può lenire il dolore, specialmente durante le fasi acute, e accelera la guarigione. Non fate spuntini e non mangiate tra i due pasti.
f) Amaroli: bere da uno a tre bicchieri di urina fresca al giorno, fare massaggi con l’urina bollita o fare impacchi di urina può benissimo far parte della terapia dell’artrite, specialmente nei casi di lunga durata, che hanno superato la terapia con analgesici o steroidi.
g) Riposo: il riposo è essenziale durante lo stadio d’infiammazione acuta, e i successivi periodi di attività devono essere alternati con periodi di riposo.
h) Esercizio: è molto importante mantenere un atteggiamento deciso e positivo verso l’attività e l’esercizio, anche a costo di forzarsi, in modo da mantenere uno stile di vita attivo e autosufficiente. Passeggiare, nuotare, far giardinaggio e altre forme di esercizio dolce aiutano a mantenere i muscoli robusti e le giunture agili, e ciò può essere introdotto nella routine giornaliera, in abbinamento a semplici asana.
i) Calore e massaggio: l’immersione totale in un bagno caldo e l’applicazione locale di calore umido o secco, specialmente in inverno, rilassa i muscoli e scioglie le contrazioni dolorose. Il calore, inoltre, riduce il dolore e l’infiammazione, accresce il metabolismo e l’eliminazione delle sostanze nocive, accelera la produzione di lubrificanti naturali, riduce il gonfiore e aiuta il riassorbimento di sgraditi depositi di calcio, formazioni ossee, infiltrazioni fibroblastiche dentro e attorno a muscoli rigidi, legamenti e giunture. Dopo la terapia del calore, un massaggio generale delle giunture e degli arti in direzione del cuore dà vigore e rilassa i nervi sensori e motori, aiuta la circolazione e l’irrigazione del sangue e della linfa e ha un effetto rilassante complessivo.
j) Atteggiamento mentale: la cosa più importante per una persona artritica che si sottopone alla terapia yogica è che deve sforzarsi di essere paziente e positiva e deve cercare di non scoraggiarsi di fronte al dolore e al disagio che, all’inizio, dovrà sopportare. Val bene la pena di fare uno sforzo iniziale al fine di interrompere il circolo vizioso della malattia che perpetua l’artrite. In questo è di grande beneficio la pratica di yoga nidra che dovrebbe essere perfezionato come forma di sollievo dalla sofferenza e di trasformazione mentale che riduce la dipendenza dalle medicine e la sensibilità al dolore. La forza mentale ottenuta e la gioia provata quando il processo della malattia è tenuto sotto controllo e indotto a regredire è qualcosa verso cui tutti coloro che soffrono di artrite possono seriamente mirare.

La Pratica di Trataka
(Terza Parte)

Tratto da: Paramahansa Satyananda, “Early Teachings – 31 Luglio 1967”, ed. Bihar School of Yoga.

Trataka su di un punto nero

La dimensione del punto usato per questa pratica varia da individuo a individuo. Se non riuscite a vedere il punto dovreste usare un punto più grande, ma se non riuscite a mettere a fuoco un punto grande dovreste usarne uno più piccolo. L’importante è non affaticare gli occhi. Dovete decidere personalmente la dimensione del punto a seconda della vostra vista. La distanza dovrebbe variare da un piede e mezzo a due, ma se vedete due punti allora vuol dire che la distanza non è corretta. Siete troppo vicini o troppo lontani. Tuttavia la distanza è fissa e dovrebbe sempre rimanere la stessa, tra un piede e mezzo e due. Allora, cosa dovete fare?
Cambiate la dimensione del punto. Dovreste usare un punto più grande o un punto più piccolo. La stessa cosa vale per le fotografie o i ritratti di Cristo, Shiva, del vostro guru, dell’Aum o di qualsiasi altra immagine. Questo per evitare di danneggiare la retina durante i tre o quattro minuti in cui fissate lo sguardo. Se guardate un oggetto troppo vicino, l’oggetto appare doppio. In questo modo si verifica un distacco della retina. Una volta che la retina si abitua a distaccarsi, si avrà un peggioramento della vista. Se guardate un oggetto per dieci, quindici o venti minuti, provocherete solamente un affaticamento degli occhi, ma non c’è un vero e proprio pericolo. La cosa più pericolosa è quando vedete due oggetti. Vuol dire che la retina si sta distaccando, e questo è uno dei principali danni ottici. Gli specialisti troveranno difficoltà a correggerlo.
Dunque bisogna mettere un punto di dimensioni appropriate a una distanza appropriata. Dopo avere fissato lo sguardo per alcuni minuti, dovreste chiudere gli occhi e guardare all’interno. Scoprirete un’ombra con lo stesso contorno. Se si tratta di una figura umana, vedrete un’ombra umana. Se si tratta di una croce, vedrete un’ombra simile a una croce. Se è un Aum, un’ombra come un Aum. Se è una luna crescente, un’ombra simile a una luna crescente. Quest’ombra dovrebbe rimanere ferma così com’è stato spiegato per trataka sulla candela. Ora l’effetto sulla retina è diverso, perché non vedete un oggetto luminoso.
Anche in questa pratica c’è una combinazione di trataka su oggetti esterni e trataka su punti psichici interni. Quando fissate l’ombra dell’Aum, questo può essere nero, blu, grigio o di altri colori. Può sparire, riapparire, sparire, ecc. Quando non riuscite a vederlo più a lungo, dovete iniziare di nuovo. Undici di questi cicli producono un dharana.

Trataka su un oggetto solido

Trataka può essere praticato su oggetti solidi, come un’immagine, un idolo o un uomo vivente. Un idolo può essere di un colore grigio, ma l’uomo vivente deve avere un colore marrone. Ogni qualvolta si pratica trataka su di un essere vivente o su di un idolo o su di un oggetto solido, la cosa importante è di non fissare solamente l’oggetto, come per la candela, ma avere coscienza delle tre dimensioni dell’oggetto. In questo caso non si ha solo coscienza dell’oggetto ma anche delle sue dimensioni.
Quando si pratica trataka sull’immagine di un orologio, si deve guardare solo il quadrante: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12 e poi chiudere gli occhi e osservare qualcosa simile a un’ombra. Quando si guarda invece un orologio vero non si deve semplicemente guardare il quadrante e i numeri, ma si deve essere anche coscienti delle dimensioni. Questo per far sì che la mente sia in grado di visualizzare oggetti in tutte le dimensioni.
Sapete che gli oggetti esterni hanno una dimensione. Vi sono persone che non riescono a dare una dimensione agli oggetti che sognano, vi sono altri che riescono a sognare oggetti chiaramente come lo sono in realtà. Questo perché la loro psiche è particolarmente sviluppata.
Similmente vi sono due tipi di dharana: a) dharana su di un oggetto che non ha dimensioni; b) dharana su di un oggetto che ha una dimensione. Con questo secondo tipo di concentrazione ha inizio dhyana perché non vi è alcuna differenza tra dhyana e la vita reale. Se io riesco a vedervi nella meditazione, voi siete tanto reali per me quanto lo siete nella vita, e non è possibile per me pensare che non siete lì a causa della particolare consapevolezza delle dimensioni, quando quelle dimensioni sono così vivide.
Non abbiamo parlato delle dimensioni quando abbiamo trattato di trataka su fotografie o su di un cristallo, ma anche in queste pratiche, quando chiudete gli occhi e appare nella vostra coscienza la controparte psichica, dovreste divenire consapevoli specialmente delle dimensioni che ha l’oggetto. Se non ha dimensioni, dovete crearle.
Si dice che quando si pratica trataka su di un oggetto per undici volte, questo conta come una dhyana. Quando dharana diventa ferma nel caso di trataka sulla fiamma della candela, può anche diventare dhyana. Quindi la fiamma apparirà con le sue dimensioni.

Continuità di trataka

L’oggetto di trataka non dovrebbe cambiare durante la pratica personale. Si dovrebbe fare del proprio meglio per continuarla, ma se è un oggetto luminoso come la luce di una candela è bene praticare solo per alcuni mesi. Non sarete in grado di continuare trataka su di un oggetto luminoso per lungo tempo, perché ogni luce, anche la più debole, imprime un’impressione permanente sulla retina, e come risultato vi è una retina spenta che tende a sviluppare una cataratta a livello avanzato. La pratica di trataka sulla fiamma della candela, sul sole nascente, sul riflesso del sole sull’acqua non deve quindi continuare per lungo tempo.
Per quanto tempo si deve continuare a praticarla? Nessun libro dà istruzioni chiare in merito. La mia personale opinione è che quando emerge il punto psichico si dovrebbe smettere la pratica. Il punto psichico può emergere in qualsiasi momento, persino quando non ci si pensa. Premettetemi di essere più chiaro: se avete praticato trataka sulla fiamma della candela per un mese circa e notate che ogni qualvolta chiudete gli occhi, non necessariamente dopo trataka, ma in qualsiasi momento, giorno e notte, il punto psichico appare, potete allora smettere la pratica. Quando il punto psichico appare da solo, significa che il trataka esterno ha impressionato la vostra mente subconscia attraverso la retina. Questo è un effetto fisico che va eliminato. Ogni effetto fisico come la luce sulla retina deve essere eliminato. È mia opinione, quindi, che la pratica di trataka non vada prolungata. Alcuni cercano di fissare la luce per dieci, venti minuti, pensando di raggiungere migliori risultati, è sbagliato, non dovrebbero farlo.
Se siete in grado di sviluppare il punto psichico dopo un minuto di trataka, tanto meglio. Se siete in grado di sviluppare il punto psichico senza nemmeno fissare la fiamma della candela meglio ancora. Ma ricordate che il punto psichico non deve emergere spontaneamente, deve emergere solamente quando lo pensate. La venuta di questo punto psichico deve essere associata alla vostra forza di volontà. Quando il punto psichico emerge spontaneamente è il momento di interrompere la pratica.
Guarigione degli occhi

Durante la pratica di trataka non si dovrebbero portare gli occhiali, ma su quest’argomento non vi è nessun riferimento nei libri antichi. Chi non ha occhi sani dovrebbe praticare trataka sulla fiamma ad olio di ricino sino a quando non scendono le lacrime, chiudere poi gli occhi e aspettare che gli occhi si asciughino. All’inizio è sufficiente praticare una volta e poi si può aumentare gradualmente sino ad arrivare a cinque volte.
Anche la pratica di jala neti è benefica per gli occhi. Dovrebbe essere fatta con acqua salina tiepida. Buona cosa per gli occhi è lavarli con l’acqua di rose. Al posto dell’acqua di rose si possono usare gocce di miele di loto o miele di sahajan: questi due tipi di miele contengono un acido molto leggero. Questa pratica dovrebbe essere fatta ogni giorno il mattino presto e la sera.