Satyananda Ashram Italia

Scuola di Yoga

Satyananda Ashram Italia


  • L’Era del Bhakti (Parte Quarta) 
  • Iniziazione 
  • Guru e Dipendenze 
  • Yoga Sutra di Patanjali 
  • Il Saluto al Sole 
  • Le Applicazioni dello Yoga nel Trattamento delle Malattie Comuni: Ernia del Disco e Sciatica 
  • La Meditazione 

L’Era del Bhakti
(Parte Quarta)

Di Paramahansa Satyananda.

L’emozione verso Dio è superiore quando non manifestate il vostro ego davanti a Lui. Non dite che siete una persona così buona, che lo ama e che farebbe qualsiasi cosa per Lui. Nel Bhakti Marga non c’è posto per l’ego. Il successo in Madhurya Bhava di Bhakti può solo essere conquistato per grazia di Dio. Non ci sono molti esempi di questa Bhakti, perché le possibilità di scivolare, cadere, praticando Madhurya Bhakti, sono considerevoli. Molti Sadhu e Mahatma hanno praticato Madhurya Bhakti a Vrindavan, ma talora lungo il percorso sono caduti e si sono persi. Se l’idea di una donna si fa strada nella mente, è naturale che sorga anche la passione. Lasciate da parte Mira Bai e Chaitanya Mahaprabhu. Quanti altri sono stati di quel calibro? Il percorso di Madhurya Bhakti è solo per pochi eletti. È solo per coloro che sono innocenti, puri, senza inganno e senza l’idea del peccato.
Mira Bai era di famiglia reale. Non l’aveva neppure sfiorata il dubbio che una semplice statua non potesse essere suo marito. Se vi dessi una statua e vi dicessi che è vostro marito, ci credereste? Ma Mira Bai lo credeva. La regina di Chittor, Mira Bai, credeva che una statua fosse suo marito. Solo coloro il cui cuore è puro e innocente come quello di un bambino possono farlo. Quando un bambino rompe la sua bambola piange, ma voi gli dite: “Non piangere, ne prenderemo un’altra.” Lo dite perché non siete tristi. Ma il bambino prova dolore, perché per lui la bambola è vera. Allo stesso modo, la persona il cui cuore è come quello di un bambino, nella cui mente non c’è traccia di offesa, è fatta per Madhurya Bhakti. Non adottate questa Bhakti e nemmeno chiedete mai qualcosa a riguardo.
Ora, c’è rimasto un solo modo di raggiungere Dio. Nessuna rinuncia, nessuna forma di austerità, nessuna promessa, niente yoga, giusto il ricordo del nome di Dio, credo e fede in Dio. Nel ventunesimo secolo si discuterà di questo. Il ventesimo secolo è stato di cultura politica. I politici sono stati in prima fila su tutti i fronti. Ma la nuova generazione non crederà ai politici. La cultura politica è superficiale, non proteggerà mai l’uomo e non troverà soluzione ai suoi problemi, non consentirà mai di porre fine ad una guerra. Nel ventesimo secolo ci sono state due guerre mondiali di vasta portata e può darsi che stiamo andando incontro ad un’altra guerra. Nel ventunesimo secolo gli scienziati cambieranno il campo dei loro studi. Finora hanno fatto ricerche sulla materia e sviluppato le loro tecniche, ma nel nuovo secolo faranno ricerche nel campo delle emozioni, dei pensieri, delle percezioni non sensoriali e dell’atteggiamento di resa. Faranno ricerche su Yoga e Bhakti. Ma queste ricerche prenderanno una nuova direzione. Questo processo è già cominciato, è all’inizio in molti paesi.
Che cos’è Bhakti? Che effetto ha sulle onde elettriche e magnetiche della mente umana? Come influenza l’attività enzimatica? Quali processi degenerativi o rigenerativi hanno luogo nel sistema cardiovascolare attraverso Bhakti?
Gli scienziati stanno iniziando a fare ricerche in questo senso. Finora si sono solo sforzati di perfezionare la loro conoscenza della materia. Ma ora saranno loro a stabilire l’importanza della mente e delle emozioni sopra la materia. Nel ventesimo secolo abbiamo perso molte cose, ma non ne perderemo più nessuna nel prossimo. Se il ventunesimo secolo dovesse perdere ancora, allora la distruzione sarebbe certa, perché l’uomo è diventato molto potente. Oggi ha il potere di distruggersi, ha conoscenze tecnologiche di armi molto potenti. Ma nel ventunesimo secolo aumenterà il numero dei santi e dei mahatma.
Ovunque ci siano godimenti in eccesso, la gente finisce per esserne stufa. Il ventesimo secolo ci ha dato la filosofia del piacere. La filosofia del godimento è presente nella letteratura, nella musica, nel teatro. Ma non c’è spiritualità. Swami Vivekananda, Paramahansa Ramakrishna, Swami Ramatirtha hanno tenuto viva la spiritualità dandole qualche goccia di coramina. Ma il ventunesimo secolo è finalmente quello della Bhakti. Gli scienziati hanno cambiato opinione. Dicono che il mondo sta utilizzando male, per la sua stessa distruzione, tutti i loro sforzi nel campo della scienza. Sì, il piacere è necessario, ma non la saturazione del godimento. La saturazione di bhoga porta all’indifferenza. L’interesse dell’uomo sta per finire. L’era di bhoga se ne sta andando, l’era della tecnologia se ne sta andando e dopo comincerà l’era di Bhakti. Ora gli scienziati faranno ricerche su Bhakti, perché Bhakti ha un effetto che influenzerà le relazioni interpersonali e, nel corso del tempo, anche la cultura e il processo di civilizzazione. Sono i valori interiori di una civiltà che sono responsabili del suo fiorire o della sua caduta. A questo proposito, i valori interiori della nostra cultura sono stati distrutti nel ventesimo secolo. Questo secolo è appartenuto a politici e materialisti. Non è stato un secolo in cui è prosperata la ricerca spirituale, la cultura spirituale, la civilizzazione spirituale. Sono passati più di cent’anni prima che ci rendessimo conto che non ci hanno dato nulla. Niente del tutto. La povertà non è stata sconfitta, anzi, è sicuramente in aumento. Perciò, nel ventunesimo secolo diminuirà l’importanza dei politici e del materialismo. Gli scienziati che si concentreranno solo sulla materia perderanno anch’essi d’importanza. La gente avrà sempre più l’ispirazione per dedicarsi a Bhakti. Anche gli scienziati contribuiranno ad aumentare la consapevolezza e la fiducia in Bhakti. Sono già consapevoli che gli esperimenti da loro condotti sono utilizzati per un fine sbagliato. La loro ricerca è usata per la distruzione dell’umanità. Ad un certo punto, mi viene spesso l’idea che ci sia soltanto una strada. Non c’è altra strada. Così ogni strada conduce a Bhakti. Karma Yoga, Raja Yoga e Gyana Yoga sono come scalini che portano a Bhakti. Bhakti è la via e Dio è la sua meta. Io sono in cammino ed anche voi siete in cammino. Solo questa è la verità. Se c’è qualche altra filosofia, non è rilevante o è illogica. Siamo nati tutti con il medesimo destino. L’uomo è un esperimento e il risultato di questo esperimento è l’esperienza di Dio. Molte persone hanno avuto esperienza di Dio, ma saranno più numerose quelle che l’avranno. Sento che ci sono grandi cambiamenti in vista nel mondo, soprattutto in occidente. Per la società e per la famiglia Bhakti Marga è uno splendido percorso. Per l’intera civiltà umana è la strada della vita. Quello che voglio dire è che genitori e figli dovrebbero sedersi insieme, la sera, durante sandhya, al crepuscolo, prendere un harmonium, un sitar o una chitarra e cantare insieme con amore: “Sriman Narayan, Narayan, Narayan”. Questa è una famiglia felice. Poi leggere un buon libro sulla vita dei grandi santi. Questo produrrà una felicità interiore, un amore eccezionale, soddisfazione e porterà la grazia di Dio.


Iniziazione

Di Swami Niranjanananda Saraswati – Ganga Darshan, 10 ottobre 2000.

L’iniziazione è come aprire le porte di un’altra realtà, un’altra stanza nella casa. Viviamo in una casa con molte stanze e molte di queste sono ancora chiuse a chiave. I chakra sono le serrature. Ciò che in termini religiosi è stato definito come “rimuovere il velo” e in termini yogici come “risveglio dei chakra”, indica che ci sono ancora molte stanze non aperte. Ci sono differenti forme di iniziazione per aprire le varie porte. Una porta si apre quando si viene iniziati al mantra, un’altra quando si viene iniziati al sannyasa e un’altra con shaktipat.
Mantra diksha, l’iniziazione al mantra, è la prima iniziazione e la più semplice. Qualsiasi mantra esercita un potentissimo controllo su agya chakra. Agya chakra è il chakra della percezione, il chakra che deve essere attivato prima che possa essere risvegliato muladhara chakra. Questa è la teoria del kundalini yoga. Quindi, la prima iniziazione, quella del mantra, apre una porta. Oltre a tutti gli altri effetti, questa è una delle funzioni.
Nei Tantra è stata data importanza all’uso dei mantra per la trasformazione interiore, mentre i Veda danno importanza all’uso del mantra per propiziare la natura e gli elementi. Quindi, i mantra vedici e i mantra tantrici sono diversi. Nello yoga utilizziamo i mantra tantrici per la purificazione e la trasformazione interiore. Quando questi aspetti sono perfezionati, allora possono seguire altre cose.
Il nome spirituale rappresenta uno scopo da perseguire e raggiungere nella vita e dovrebbe lavorare come la carota che pende davanti all’asino. Finché l’asino vede la carota, continua a camminare verso di essa. Dovreste diventare tutti come l’asino e seguire la carota. L’unica differenza è che la carota non sarà illusoria. Facendo pochi passi verso di essa, avrete la carota in bocca. Il nome aiuta a mettere a fuoco lo scopo da raggiungere. Il nome ha una relazione con un aspetto della vostra natura e del vostro spirito che può essere percepito intuitivamente da alcune persone che ne sono consapevoli. Quel nome rappresenta la necessità, l’aspirazione dello spirito umano in questa vita di realizzarlo.
Dato che è in sanscrito, il nome evoca anche una particolare risposta vibratoria, perché il sanscrito è una combinazione di suoni che crea una variazione di frequenza nell’aspetto vibratorio della nostra personalità. Quando pronunciamo il nome in sanscrito, usando una combinazione di suoni che ha il potere di armonizzare, modificare e cambiare lo schema delle nostre onde vibratorie, spandan, quella qualità dello spirito viene vivificata. Non è solo un fine da raggiungere, noi diventiamo quello. Naturalmente questo va preso come sadhana e non va dato per scontato. Se mettono davanti a voi un piatto colmo di cibo, potete mangiarlo e soddisfarvi. Se scegliete di ignorarlo e lo tenete solo come un’etichetta, o usate il mantra come un aiuto per approfondire la meditazione, anche questo va bene, ma il suo potenziale è molto più grande.
Sannyasa diksha apre un’altra porta, un altro chakra. L’iniziazione a karma sannyasa e la convinzione di vivere come un karma sannyasin, non solo di essere iniziato, ma di vivere effettivamente e volontariamente in quel modo, apre un’altra porta e crea armonia fra le varie dimensioni della vostra espressione ed esperienza. Sensibilizzando la mente riuscite a percepire e a diventare consapevoli di molte altre situazioni, eventi e accadimenti che precedentemente avreste scelto di ignorare. L’iniziazione non può assolutamente essere una fuga, ma piuttosto è diventare consapevoli di aree che in passato ignoravate e che creavano qualche blocco psicologico, emotivo, intellettuale, psichico o spirituale nella vostra personalità.
La terza forma d’iniziazione dopo sannyasa è shaktipat e anche qui troviamo il sistema vedico e quello tantrico. Ci sono vari tipi di shaktipat: drig diksha, l’iniziazione attraverso lo sguardo, sparsa diksha, l’iniziazione attraverso il tocco, kurma diksha, l’iniziazione attraverso il sogno. Solo il guru può decidere a quale forma di iniziazione sia adatto il discepolo; se esiste l’aspirazione ad elevarsi spiritualmente, allora la scelta deve essere del guru.

Guru e Dipendenze

Di Swami Anandananda Saraswati

Prima di entrare in questo specifico argomento, vorrei iniziare con una storia che Paramahansaji ha raccontato più volte: la storia di una carovana di cammellieri nel deserto.
Si narra che, dopo aver percorso una lunga traversata nel deserto, arrivò la sera e la carovana si dovette fermare per trascorrere la notte, allestire la cena e dormire per così poter ripartire il giorno dopo.
Era consuetudine scaricare per la notte il peso trasportato da tutti i cammelli e legare ognuno di essi ad un paletto affinché non potesse fuggire.
Si accorsero però che mancava un paletto per legare l’ultimo cammello rimasto e non sapendo come fare, decisero di rivolgersi alla persona più anziana per chiedergli un consiglio.
Il vecchio li rassicurò e si fece condurre nel luogo di permanenza dei cammelli; si mise di fronte al cammello rimasto senza paletto e, facendo finta di averne uno tra le sue mani, iniziò a mimare una scenetta: piantò il paletto immaginario, prese la corda che pendeva dalla cavezza del cammello, lo fece sedere a terra e poi cominciò a legare la corda all’inesistente paletto. Il cammello ubbidì e rimase tranquillo e fermo per tutta la notte.
La mattina seguente suonò la campana per la sveglia, iniziarono i preparativi per la partenza, furono caricati i cammelli dei loro pesi… ma sorse nuovamente un problema: il cammello legato al paletto invisibile non ne voleva sapere di muoversi, nonostante i vari incitamenti. Qualcuno provava a tirarlo per la coda, qualcun altro lo spingeva, altri facevano strani rumori, ma il cammello rimaneva seduto al suo posto. Che fare? Decisero di ritornare così dal vecchio saggio.
Egli non esitò a farsi condurre ancora dal cammello e, ponendosi dinanzi a lui, fece il gesto di slegare dal finto paletto la corda. A quel punto il cammello si alzò e docilmente si avviò insieme agli altri.
Il motivo per cui Paramahansaji ci racconta questa storia è per indicarci che noi siamo come quel cammello che la mattina deve alzarsi per muoversi e che in realtà non è legato a nessun paletto. È soltanto la sua personale percezione di una certa realtà immaginativa che lo induce a credere di non potersi muovere. La realtà oggettiva dei fatti invece, è che il paletto non esiste. Anche noi tutti siamo continuamente coinvolti ed identificati con differenti forme di espressione della nostra personalità o con modi e forme che giungono dal mondo esterno.
Questa storia ci viene narrata per indicarci che lo stato di dipendenza è l’opposto dello stato di libertà. Dipendenza significa restare legati ad un paletto invisibile. E mentre la vita ci induce a rimanere legati a un certo numero di paletti, i nostri sforzi dovrebbero essere indirizzati a creare uno stato interiore privo di paletti invisibili, stato rappresentato dalla libertà da differenti forme di dipendenza. Alcool, droga, psicofarmaci, gioco d’azzardo, ecc. sono le problematiche esterne più evidenti che ci sono nella società e nell’uomo riguardanti la dipendenza.
Allo stesso tempo abbiamo differenti tipi e livelli di dipendenza che sono in relazione al nostro stato di essere in generale e al modo di percepire la vita, l’esistenza, noi stessi, gli altri; dipendenze da paletti invisibili che sono anche i nostri preconcetti, gli schemi e i condizionamenti mentali, le nostre idiosincrasie (come dice Paramahansaji in modo molto chiaro e diretto).
La storia è semplice, il concetto è facile da capire… ma come è possibile che si possa divenire dipendenti non soltanto da dipendenze così eclatanti come l’alcool? Questo procedimento ha a che vedere con l’identificazione della consapevolezza individuale. Ogni qualvolta riconosciamo di essere legati ad un paletto invisibile, in chiave yogica significa che la consapevolezza individuale si è identificata con il paletto: “sono legato, bloccato, non mi posso muovere”.
La condizione di blocco è sempre collegata all’influenza di tamas in muladhara chakra.
Non è soltanto una questione energetica, ormonale o collegata alla parte istintiva; è l’identità, la consapevolezza individuale che è coinvolta in un aspetto o in un altro.
Swami Niranjan, nel suo messaggio per il nuovo anno, parla dell’importanza dello spostare l’identificazione dal negativo al positivo, dall’impossibilità alla creatività, dallo stato tamasico di blocco ad uno stato rajasico o sattvico, dal buio alla luce, alla libertà, all’espansione.
Questo procedimento prende forma nel rapporto guru-discepolo. Letteralmente la parola guru significa colui (o colei) che dall’oscurità (in senso tamasico) ci porta alla luce (stato sattvico, il Sé).
Possiamo vedere il nostro guru come una persona fisica, con vari attributi e qualità. Ma il ruolo effettivo del guru non è solamente esteriore, ma essenzialmente interiore. La figura esteriore del guru è un simbolo, un elemento catalizzatore molto potente per quella parte di personalità più nascosta in ognuno di noi; è un simbolo per la nostra psiche, per vigyanamaya kosha (la dimensione psichica astrale), è il simbolo del Sé.
A livello esterno vediamo una persona che parla, si muove, si comporta e agisce come tutte le altre persone, ha un proprio carattere, un proprio modo di essere; può mostrare di essere una persona di buone maniere, di buon carattere; a volte può avere anche dei comportamenti contrari al nostro modo di pensare.
La relazione, il contatto guru-discepolo però, avviene ad un livello molto sottile e profondo.
Dal punto di vista delle dipendenze, secondo la mia decennale esperienza di vicinanza con Swami Satyananda, Swami Niranjan, la Bihar School of Yoga e anche per esperienza personale, ho avuto modo di osservare vari casi di persone con problemi di serie dipendenze da droghe e vedere come, sia nell’ambiente dell’ashram sia fuori, a distanza, sia stato possibile per queste persone liberarsi completamente da questo tipo di problema.
Nel contatto con il guru ci presentiamo a lui con tutte le nostre limitazioni, idiosincrasie, falsi concetti, inibizioni e difetti. In mezzo a tutto questo però vi è anche una caratteristica, una qualità positiva.
Quello che Paramahansaji e Swami Niranjan fanno è vedere, percepire, cogliere solo quella parte positiva, quella qualità che c’è in noi.
Essi mirano a questo: anche se è una piccolissima caratteristica positiva in mezzo ad un oceano di imperfezioni, la riconoscono, la colgono e da lì inizia il contatto ed il lavoro. Il guru ci mette nella condizione di disidentificarci con le nostre qualità negative (…sono un alcolizzato, sono un drogato ecc.), egli riesce a metterci in contatto, in sintonia con quella qualità positiva che lui può cogliere, sapendo che rappresenta la nostra possibilità per l’evoluzione spirituale.
Egli usa un’ampissima gamma di modalità per riuscire a farci contattare quella qualità positiva che è in noi. Non viene usato il canale logico-deduttivo per permetterci di rilevarla.
Molte volte egli ci fa vedere in maniera diretta i nostri attaccamenti ed identificazioni con pensieri stereotipati, modi di agire, di percepire una data situazione, con il nostro egoismo. Lo stimolo che noi percepiamo continuamente dal guru è quello di avviarci sul sentiero nel quale non pensiamo continuamente a noi stessi, ma a qualcun altro, uscendo dalle nostre limitazioni in modo pratico, concreto.
La differenza tra un muladhara chakra tamasico, rajasico o sattvico sta nelle sue differenti forme di manifestazione: nel primo caso la persona è bloccata e pensa solo a se stessa; nel secondo caso rajas ci da l’occasione di uscire dal ristretto cerchio del personale; nel terzo caso (sattva) il riflesso sarà l’agire per il beneficio degli altri.
I nostri paletti quotidiani iniziano la mattina quando ci svegliamo e siamo convinti, per esempio, di non riuscire a svegliarci se non beviamo il solito caffè. Oppure: “ho bisogno di dormire, perché se non dormo non riesco a funzionare”. E ancora: “Ho bisogno di riposare, perché altrimenti…”
“HO BISOGNO DI”, la nostra convinzione è che se non possiamo avere quelle cose di cui pensiamo di avere bisogno, staremo male.
Ciò che incominciamo a vedere nel rapporto guru-discepolo è che si può comunque essere se stessi e funzionare bene anche se non portiamo continuamente gratificazione a quella parte di noi che “ha bisogno di…”. E così lentamente iniziamo a lasciare l’identificazione con quel modello illusorio che ci fornisce apparente sicurezza (parliamo di finta sicurezza, in quanto essa necessita di continue conferme).
Il guru è per il discepolo un simbolo molto potente, un modello vivente di una personalità assolutamente e totalmente libera da ogni “paletto” e da ogni tipo di identificazione. Infatti, la sua unica identificazione si attua nel Sé, la dimensione spirituale.
Il guru, in quanto modello simbolico, agisce a livello psichico, nello strato più sottile della personalità umana, tralasciando l’azione nell’ambito della mente logico-razionale.
Egli è una continua ed ininterrotta fonte di incoraggiamento e stimolazione affinché ognuno di noi possa scorgere il paletto al quale è legato; solo allora, soltanto dopo aver riconosciuto che siamo virtualmente legati ad un certo paletto, potrà iniziare il processo di liberazione, cominciando ad agire, a muoverci per raggiungere e realizzare una forma di sicurezza reale che proviene dallo strato più potente e luminoso della nostra personalità: quello spirituale.
Il ruolo del guru infatti è quello di indicarci quella luce che sta in noi, il potenziale latente con il quale connetterci. Abitualmente, invece, siamo soliti identificarci con la componente emozionale della personalità: rabbia, aggressività, ecc.
La realizzazione di questo cambio di prospettiva porta allo sviluppo della capacità di “lasciar andare”, permettendo lo sblocco e l’esaurirsi di stati emozionali attraverso la loro naturale espressione.
Alla pari del processo fisico di disintossicazione da droghe, anche durante la disintossicazione emozionale si attuano varie fasi:
a) la fase di chi è nella strada, di colui che è completamente immerso nel circuito della dipendenza e non ha ancora deciso se vuole o non vuole disintossicarsi. Una volta trovata dentro di noi la volontà per il cambiamento, dopo aver contattato nel profondo quella parte di noi che sa distinguere ciò che è bene da ciò che è male e si decide di liberarsi da uno stato negativo, si passa alla
b) fase della disintossicazione, per fare in modo che le tossine vengano rimosse ed espulse. Questo è il momento in cui inizia ad essere fondamentale il ruolo del guru. Che egli sia fisicamente vicino, in ashram, o distante moltissimi chilometri, non fa alcuna differenza. Egli è in grado di stimolare le risorse e le energie interiori che sono favorevoli a liberarci da specifiche forme di dipendenza.
c) la persona che si è disintossicata deve riprendere la vita di tutti i giorni, mantenendo la disintossicazione.
L’esempio, il modello vivente che il guru ci offre, lo studio tramite la lettura della sua vita sono fondamentali. Infatti, leggendo la mente è coinvolta solo con cose positive e creative, luminose; egli ci fornisce continuamente l’esempio che è possibile realizzare un qualsiasi progetto di vita e ci fa aspirare a qualcosa di superiore, interiore, spirituale, mantenendo viva tale ispirazione.
Personalmente ho potuto constatare come, nel caso di persone particolarmente irrequiete ed ansiose, incapaci di stare ferme anche solo per qualche momento, potesse bastare soltanto una parola o una frase o un sorriso da parte del guru perché quella persona si connettesse a quella data emozione o sensazione positiva ed immediatamente si calmasse.
Ciò è possibile per Paramahansaji poiché la sua energia si diffonde direttamente nella psiche del discepolo e permette che avvenga il contatto tra la sua anima e il Sé dell’adepto. La differenza sta nel fatto che, mentre il maestro è consapevole di questo processo, il discepolo invece ne vive soltanto il risultato. Nessuno meglio del guru può dire cosa praticamente debba fare una persona. Attraverso la percezione della qualità positiva della persona, egli la conduce verso la sua stessa natura.
Dopo la fase della disintossicazione, il guru rappresenta ancor più il modello per la nostra direzione di vita. Infatti, uno dei motivi principali di caduta all’interno della tossicodipendenza è il non saper riconoscere una nostra direzione nella vita, non sapere dove stiamo andando o cosa stiamo facendo. Vivere senza prospettiva e direzione è uno dei principali motivi di ripiego nelle tossicodipendenze. Ecco perché viene sottolineata la necessità di coltivare, fin da bambini, il senso della direzione della vita. Il giorno d’oggi, il fine dei sistemi educativi è principalmente mirare alla ricerca di un lavoro, trascurando così la necessità di ciascuna persona di manifestarsi per ciò che è, con le proprie caratteristiche e qualità. Di conseguenza ci sono diversi tipi di ripieghi, per esempio la televisione, o divertimenti vari che sono tutti elementi che ci portano lontani dal contatto con noi stessi.
Così, la figura del guru rappresenta un continuo, ininterrotto simbolo e modello di direzione ottimista e positivo per tutte le qualità, le caratteristiche, le risorse che fanno parte di noi, indipendentemente da che cosa abbiamo o non abbiamo fatto fino ad ora.
Per Paramahansaji non c’è nessuna differenza tra le persone, tra un delinquente o la persona più rispettabile. Non esiste alcuna forma di giudizio o classificazione.
Un’altro fattore di predisposizione alle dipendenze ha origine quando ai giovani viene negata la possibilità di fare, di esprimersi, o quando vengono date troppe risposte negative rispetto alle loro legittime richieste. Viene sollecitata allora una forma di ribellione interna che può portare persone molto sensibili invece che a una sana forma di azione o reazione esterna, alla chiusura e all’isolamento. Ecco allora comparire la bottiglia, lo spinello, la televisione o un’esasperata forma di logorrea.
Quelle persone dotate di tale sensibilità riescono, grazie al guru, a spostare tale attributo dall’elemento negativo al positivo, sviluppando una grande forza direzionale che permette loro di percorrere una strada evolutiva.
Paramahansaji ha infatti sempre affermato che dietro ad ogni persona che inizia un percorso yogico a causa di problemi di salute, che soffre magari di asma o di diabete, o a causa di una tossicodipendenza, ecc., dietro ognuno di loro c’è uno yogi. Nella nostra visione materialistica e strumentale invece, vediamo in queste persone soltanto soggetti da cui eliminare una certa dose di tossine che circolano nel sangue e riabilitarle per poi rimandarle nella strada, da dove erano venute. Nella tradizione yogica invece, ed in particolare nel rapporto guru-discepolo, l’individuo è coinvolto in una totale trasformazione, in un procedimento olistico che comprende un modello, un simbolo a livello psichico di corpo astrale, una direzione, forza, incoraggiamento e la possibilità di canalizzare le proprie risorse (per esempio la sensibilità) verso una direzione o atti o situazioni al di fuori di noi, verso qualcun altro.
Molte persone che si sono riabilitate infatti, sono, oggi come oggi, degli eccezionali insegnanti o discepoli o sannyasin, rappresentanti di Swami Satyananda.
Ogni persona che vive un momento di debolezza, comunque, possiede dentro di sé un enorme potenziale latente di risorse. Tutto ciò però ad una condizione: la volontà. Chi vuole essere riabilitato lo deve volere.
Il procedimento della riabilitazione, nel rapporto guru-discepolo, non è solo connesso alle dipendenze da droghe: prendiamo in considerazione il sonno, per esempio. Secondo gli Yoga Sutra di Patanjali, nidra è una delle cinque vritti. Quando siamo stanchi, il nostro comportamento è strano. Paramahansaji c’insegna che puoi essere te stesso e dare il meglio di te stesso, rimanendo una persona equilibrata, in qualsiasi momento, anche se hai perso qualche ora di sonno o non hai avuto quello che la tua mente ti richiedeva.
Lentamente, nel corso del tempo, il guru c’insegna ad andare oltre le limitazioni. Ciò non vuol dire che dobbiamo rinunciare a ciò che desideriamo; l’attaccamento non è all’oggetto del desiderio in sé, ma all’idea di questo.
Per fare ciò c’è bisogno di una figura sufficientemente forte quale è il guru. Che sia fisicamente presente o lontano miglia e miglia, ciò non ha importanza. Anzi, il rapporto guru-discepolo può essere molto più forte ad una certa distanza. Anche la storia di Krishna e Rada ne è un esempio: si videro una volta sola, ma si amarono a distanza per tutta la vita, ininterrottamente e costantemente consapevoli l’uno dell’altro.
La presenza fisica non è la condizione fondamentale. Paramahansaji vuole che ognuno di noi sappia stare sulle proprie gambe. Quello sforzo che facciamo per poterci autogestire ci fornisce una forza rinnovata e amplificata, ottenendo quella sicurezza che ci permette di continuare ad essere noi stessi e ad andare avanti, indipendentemente dal fatto che le nostre aspettative siano soddisfatte o meno.

Yoga Sutra di Patanjali

Tratto da: Swami Satyananda Saraswati, “Four Chapters on Freedom – Commentary on Yoga Sutras of Patanjali”, ed. Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India.

I Capitolo: Samadhi Pada

Sutra 29: Effetto di questo sadhana

Tatah pratyakchetanādhigamo’pyantarāyābhāvaścha

Tatah: da questa (pratica di meditazione su Aum); pratyak: rientra, in direzione opposta; chetanā: la coscienza; adhigama: conseguimento; api: anche; antarāya: ostacolo; abhāva: assenza; cha: e

Con questa pratica la coscienza si rivolge all’interno e gli ostacoli sono superati.

Dalla pratica di japa su Aum derivano due effetti: la coscienza diviene introversa e gli ostacoli scompaiono. Quando un aspirante cerca di progredire nel sentiero dello yoga incontra molti ostacoli che ostruiscono il suo cammino. Patanjali presenta una lista di questi ostacoli nel sutra successivo. Dunque dal sutra 23 al 29 viene descritto un sadhana completo per l’uomo comune. Questo sadhana, chiamato Ishwara pranidhana, è rivolto a coloro che non sono vidhea e non sono prakritilaya, che non hanno shraddha, virya e le altre qualità. È rivolto a coloro che hanno una mente instabile, vacillante e che sono attaccati agli aspetti più grossolani della vita. Patanjali, verso queste persone, è stato molto compiacente, descrivendo il tipo preliminare di sadhana dal sutra 23 al 29. Praticando questo sadhana, l’uomo medio può, alla fine, ottenere un intelletto più sviluppato e una mente perspicace, in modo da poter seguire sadhana più elevati e profondi e raggiungere, così, la meta spirituale più elevata.

Sutra 30: Ostacoli sul sentiero dello yoga

Vyādhistyānasamśayapramādālasyāviratibhrānti-
darśanālabdhabhūmikatvānavasthitatvāni
chittaviksepāste’ntarāyāh

Vyādhi: malattia; styāna: indolenza; samśaya: dubbio; pramāda: negligenza; ālasya: pigrizia; avirati: brama di godimento; bhranti- darśana: percezione erronea; alabdhabhūmikatva: incapacità di raggiungere una condizione migliore; anavasthitatva: incostanza; chittaviksepāh: ostacolo per la mente; te: essi; antarāyāh: ostacolo

Malattia, indolenza, dubbio, negligenza, pigrizia, bramosia, percezione erronea, incapacità di raggiungere livelli migliori e incostanza, sono gli ostacoli.

Abbiamo visto che la pratica di japa genera l’introversione della mente e la rimozione degli ostacoli. Tali ostacoli, elencati in questo sutra, sono le nove forze distruttive della coscienza. Gli aspiranti spirituali farebbero bene a conoscere il modo di rimuoverli attraverso japa, in modo che il progresso sul sentiero spirituale non sia ostacolato. Bisogna anche tener presente che questi ostacoli non sono separati dalla coscienza, ma ne sono parte. Sono punti precisi all’interno della struttura della coscienza. Un sincero aspirante spirituale dovrebbe comprendere che questi ostacoli sono destinati a manifestarsi nel corso della sua pratica. Prima o poi si manifesteranno delle indisposizioni e saranno frequenti disturbi di stomaco o di altri organi o del cervello. Sappiamo, dallo studio delle secrezioni ghiandolari, che quando la coscienza è rivolta all’interno, il metabolismo e le altre funzioni corporee si modificano. Quando vi sedete a meditare, a volte vi addormentate. Allo stesso modo, quando si pratica il sadhana per molto tempo, qualche volta subentra uno stato di percezioni erronee.
Spesso un aspirante spirituale si accorge di trascurare la sua vita privata, i doveri familiari e le altre incombenze. Può sorgere un dubbio sulla correttezza di un particolare sadhana o se si raggiungerà davvero la meta. Il dubbio è destinato ad esserci.

Sutra 31: Ulteriori impedimenti

Duhkhadaurmanasyāngamejayatvasvāsapraśvāsā
viksepasahabhuvah

Duhkha: dolore; daurmanasya: depressione; angamejayatva: scuotimento del corpo; svāsapraśvāsā: inspirazione ed espirazione; viksepa: distrazione; sahabhuvah: sintomi che accompagnano

Dolore, depressione, tremore del corpo e respiro irregolare sono i sintomi che accompagnano la distrazione mentale.

Ognuno, che sia o no un aspirante spirituale, è soggetto ai nove ostacoli e ai sintomi che li accompagnano. Per certe persone questi divengono una condizione del tutto naturale. Bisogna studiare attentamente le distrazioni nel processo interiore della consapevolezza. Si dovrebbe essere capaci di capire se un ostacolo si presenta come un processo naturale o se è dovuto alla meditazione o ad altre pratiche. Ad esempio, anche una persona che pratica la meditazione può essere piena di dubbi, false convinzioni, timori. Una malattia può capitare come processo naturale o quando si entra nel processo meditativo. Il sutra ci dice che se c’è dolore, depressione mentale, tremore del corpo o irregolarità del respiro durante il sadhana, possiamo essere sicuri che chitta è scivolata in una condizione di distrazione.
I sintomi che si presentano sotto forma di distrazioni e quelli elencati nel sutra precedente non sono processi mentali, sono manifestazioni psichiche. Sono usuali sia per l’uomo comune sia per l’aspirante spirituale la cui mente è introversa durante la meditazione.

Il Saluto al Sole

Tratto da: Swami Satyananda Saraswati, “Surya Namaskara”, ed. Satyananda Ashram Italia.

Surya Namaskara è una seria di dodici posizioni fisiche. Queste asana di piegamento alternato in avanti ed indietro flettono e allungano la colonna vertebrale e le membra al massimo delle loro possibilità. Questa serie conferisce un profondo allungamento a tutto il corpo e solo pochi altri esercizi possono esserle paragonati.
Molti principianti troveranno una certa rigidità nel corpo, dovuta a tensione muscolare, rigidità dei tendini, depositi di tossine nelle giunture. La rigidità, la mancanza di coordinamento e la tendenza a forzare possono essere superate praticando molto lentamente e con enfasi sulla consapevolezza e sul rilassamento in ogni posizione. La pratica regolare di surya namaskara è uno dei metodi più rapidi per ottenere scioltezza nel corpo.
La pratica dovrebbe essere perfezionata man mano che le singole posizioni divengono familiari e poi coordinandole nell’insieme della sequenza. Il passo successivo è quello di sincronizzare il respiro con il movimento. Quando si arriva a questo punto si noterà che la sequenza dei respiri si completa con le posizioni e che respirare in altra maniera sarebbe difficile. Il principio basilare per la respirazione è di inspirare durante le posizioni di piegamento indietro, con l’espan¬sione del torace, e di espirare con le posizioni di piegamento in avanti, con la compressione del torace e dell’addome.

Prima della pratica

Prima di iniziare la pratica, mantenete la posizione eretta con i piedi uniti o leggermente separati e con le braccia rilassate lungo i fianchi; chiudete gli occhi e divenite consapevoli di tutto il corpo fisico. Sviluppate la consapevolezza del vostro corpo come lo fareste nella pratica di yoga nidra. Iniziando dalla sommità del capo muovete la consapevolezza verso il basso attraverso il corpo, rilassando ogni eventuale tensione.
La consapevolezza è come una torcia che penetra nell’oscurità del corpo. Poi, sviluppate nuovamente la consapevolezza di tutto il corpo. Chiedetevi: “Come mi sento in relazione al mio corpo? Sono rilassato, comodo con me stesso?”. Poi sistemate meglio la posizione in modo da essere più comodi. Sentite di essere tirati verso l’alto da una corda attaccata sopra la testa.
Ora, portate la consapevolezza alla base dei piedi e sentite il contatto tra le piante dei piedi ed il pavimento. Sentite che tutto il corpo viene tirato verso il basso dalla gravità e che tutte le tensioni vengono tirate giù attraverso i piedi e vanno a terra. Nello stesso tempo siate consapevoli della forza vitale che si muove verso l’alto lungo il corpo, permettendovi di mantenere una comoda e rilassata posizione eretta. Per alcuni momenti siate consapevoli di questo e poi passate alla pratica di surya namaskara inspirando profondamente.

Consigli e orientamenti

Vi sono alcuni punti essenziali da tenere in mente durante la pratica di surya namaskara. Queste sono le chiavi per il perfezionamento della pratica. Il punto più importante è quello di evitare ogni tensione. Ogni movimento dovrebbe essere eseguito con il minimo sforzo, usando solo quei muscoli che servono ad assumere e mantenere la posizione. Il resto del corpo dovrebbe rimanere quanto più possibile rilassato. Rilassatevi in ogni posizione. In questo modo l’allungamento sarà più efficace e piacevole, conservando l’energia. Lasciate che i movimenti si susseguano in un flusso da una posizione all’altra, come un danza. Surya namaskara implica una flessione alternata della colonna vertebrale avanti e indietro. Ricordate che il collo è parte della colonna vertebrale e dovrebbe essere mosso, entro i limiti della comodità, in avanti ed indietro secondo l’asana. Così si applica il massimo dell’allungamento in ogni posizione.

Consigli specifici

1. Quando s’impara surya namaskara, spesso è difficile mettere insieme tutti i passaggi nella pratica. Per superare questa difficoltà, nello stadio iniziale imparate le asana una alla volta. Molte persone troveranno difficile il passaggio dalla terza alla quarta posizione; si può quindi mettere insieme la sequenza suddividendola in due stadi. Il primo stadio comprende la ripetizione solo delle posizioni 1-2-3-10-11-12. Il secondo stadio comprende la ripetizione delle posizioni 4-5-6-7-8-9. Una volta che questi due stadi vengono capiti e perfezionati, possono essere facilmente integrati ed il flusso completo della pratica sarà più apprezzato.
2. In padahastasana (posizione 3 e 10), le gambe dovrebbero rimanere diritte. Ciò significa che inizialmente quest’asana non sarà eseguita correttamente, ma la pratica allungherà gradualmente i tendini ed i muscoli del dorso e delle gambe, permettendo così di eseguire correttamente la posizione.
3. Quando nella posizione 3 (padahastasana) le mani vengono appoggiate a terra, accanto ai piedi, dovrebbero restare nello stesso punto finché si lascia la posizione 10. Allo stesso modo, quando i piedi vengono uniti nella posizione 5 (parvatasana), dovrebbero rimanere in quel punto finché non si esce dalla posizione 8. Se le mani ed i piedi vengono appoggiati correttamente fin dall’inizio, non vi è necessità di muoverli durante i passaggi nella parte centrale della pratica.
4. Durante l’esecuzione di ashwa sanchalanasana (posizione 4 e 9) il ginocchio della gamba distesa dovrebbe toccare il pavimento. Il piede dell’altra gamba dovrebbe trovarsi tra le mani.
5. In parvatasana (posizione 5 e 8) cercate di portare i talloni al pavimento. Questo potrebbe essere difficile all’inizio, ma la pratica allungherà i tendini ed i muscoli, portando i talloni più vicini al pavimento.
6. Spesso vi è confusione nel passaggio dalla posizione 5 (parvatasana) alla posizione 6 (ashtanga namaskara). Per rendere tale passaggio più fluido, dalla posizione 5 piegate semplicemente le ginocchia finché toccano il pavimento. Poi piegate i gomiti muovendo il tronco in basso finché anche il torace ed il mento toccano il pavimento. Questo arcuerà naturalmente la schiena tenendo le natiche sollevate. Similmente, quando si passa nella posizione 7 (bhujangasana), il tronco può essere spinto in avanti allungando le gambe, finché il corpo è appoggiato sul pavimento. Poi, con l’aiuto delle braccia, sollevate il tronco nella posizione. Suddividere in stadi ogni asana, assumendola lentamente, darà un migliore coordinamento e comprensione delle asana stesse.
7. All’inizio, o se la sequenza viene eseguita lentamente, mantenere l’apnea vuota nella posizione 6 (ashtanga namaskara) potrebbe essere difficile. In questo caso è consigliabile muoversi dalla posizione 5, attraverso la 6, alla posizione 7 in un unico movimento, sostando solo nelle posizioni 5 e 7, oppure tenere la posizione 6 e regolare il respiro secondo la necessità.
8. Per i praticanti più anziani o deboli sollevarsi dalla posizione 7 (bhujangasana) alla posizione 8 (parvatasana) può essere uno sforzo troppo grande. Perciò, è consigliato muoversi da bhujangasana in una posizione con le mani e le ginocchia a terra, come marjari-asana, da cui il passaggio in parvatasana è meno difficile.
9. Se la serie completa di dodici posizioni è troppo faticosa, si può praticare una forma modificata di nove posizioni. Questa consiste nel muoversi dalla posizione 1 a 5 e poi da 8 a 12, lasciando fuori le posizioni di mezzo 6 e 7.

Numero di cicli

Non ci possono essere delle regole fisse sul numero di cicli di surya namaskara, comunque non si deve continuare fino al punto di esaurimento. Il praticante dovrebbe divenire consapevole delle proprie condizioni fisiche e dei propri limiti ed evitare lo sforzo. Ricordate che surya namaskara è una pratica potente e se si eccede, può portare a dolori spiacevoli e a sintomi di purificazione interna come infiammazioni, foruncoli, raffreddori o anche la diarrea. Questi sintomi cessano rapidamente con il riposo. Come programma consigliato, i principianti possono iniziare con due o tre cicli eseguiti lentamente e, mano a mano che si migliorano le condizioni fisiche, arrivare fino a dodici cicli. Una buona pratica quotidiana consiste in sei cicli eseguiti lentamente e sei rapidamente. Praticanti più esperti possono praticare da ventiquattro a cinquantaquattro cicli al giorno e in casi speciali, per malattie o per purificare il corpo, si può intraprendere una pratica di centotto cicli, ma solo sotto una guida competente. Dopo avere completato il numero di cicli richiesto, il praticante deve rilassarsi in shavasana per alcuni minuti.
Quando e dove praticare
Il momento ideale per praticare surya namaskara è al sorgere del sole, poiché questo è il periodo del giorno più pacifico e l’atmosfera è piena di raggi ultravioletti, che sono di grande importanza per il corpo.
Prendete l’abitudine di alzarvi presto, soddisfate i bisogni naturali, fate la doccia e praticate surya namaskara. Quando è possibile, praticate all’aria aperta, indossando abiti leggeri e comodi per permettere alla pelle di respirare e di assorbire l’energia solare.
È ideale praticare surya namaskara rivolti verso il sole, su una coperta distesa a terra o sul pavimento. Se non è possibile praticare la mattina presto, allora la pratica può essere eseguita in altri momenti, purché lo stomaco sia vuoto. Non si dovrebbe prendere cibo per almeno tre o quattro ore prima della pratica. Un buon periodo per praticare è anche la sera prima di cenare, poiché stimola il fuoco digestivo.

Superare la rigidità del corpo

A volte la rigidità o difetti strutturali rendono impossibile l’esecu¬zione completa di ogni movimento. In questo caso l’insegnante può consigliare alcune variazioni adeguate finché il corpo diviene sufficientemente sciolto o il difetto viene superato.
La rigidità del corpo può dipendere da tre principali cause:
1. tensione muscolare e massa muscolare
2. rigidità nei tendini e nei legamenti
3. depositi di tossine nelle giunture.
La pratica regolare, specificatamente eseguendo i movimenti lentamente e tenendo le posizioni con quanto più rilassamento è possibile, aiuterà a superare tutti i problemi sopra elencati. Coloro che sono abituati agli esercizi di body building non dovrebbero temere di perdere la forza o di ridurre la massa muscolare con la pratica dello yoga. Surya namaskara porta alla flessibilità, alla resistenza e all’efficace uso dei muscoli. La pratica dello yoga non solo coordina i vari gruppi muscolari, ma ci allena a sviluppare il coordinamento entro il muscolo stesso, portando ad una maggiore forza generale.
Mantenere ogni posizione permette ai muscoli e ai tendini di allungarsi. Una volta che i tendini sono stati allungati, rimarranno in quel modo mantenendo un certo grado di scioltezza del corpo.
Le giunture possono essere tenute sciolte con la pratica regolare e con un dieta libera da tossine. Può essere utile ridurre il sale. In preparazione a surya namaskara, per coloro che hanno un corpo estremamente rigido è consigliata la pratica delle serie di pawanmuktasana.

Limitazioni

Non vi sono limiti per ciò che riguarda l’età. Surya namaskara può essere praticato beneficamente durante tutti gli stadi della crescita, della maturità e della vecchiaia. Comunque, le persone anziane dovrebbero evitare di sovraffaticarsi. In generale, i bambini sotto gli otto anni, anche se possono eseguire surya namaskara, non ne hanno bisogno.
Surya namaskara non dovrebbe essere praticato da persone che hanno la pressione alta, malattie alle coronarie e arteriose, o da coloro che hanno avuto un infarto, poiché potrebbe stimolare eccessivamente un cuore debole o i vasi sanguigni. Non dovrebbe essere praticato nei casi di ernia o di tubercolosi intestinale.
Le persone con problemi alla colonna vertebrale dovrebbero consultarsi con un medico prima di iniziare surya namaskara. Anche se molti problemi della colonna vertebrale possono essere alleviati con la pratica di surya namaskara, in alcuni casi, come l’ernia al disco e la sciatica, sarebbe più benefica la pratica di altre asana.
Molte donne possono trarre beneficio dalla pratica di surya namaskara anche durante il ciclo mestruale. Comunque, coloro che hanno cicli abbondanti o dolorosi, per precauzione possono non praticare durante quel periodo. Durante la gravidanza, surya namaskara può essere praticato fino alla dodicesima settimana. Dopo il parto, approssimativamente quaranta giorni dopo, la pratica può essere ripresa gradualmente per tonificare i muscoli uterini.
La cosa più importante da tenere in mente è quella di non forzare, surya namaskara c’insegna a sintonizzarci con le nostre capacità e limitazioni. Con il tempo e con la pratica, noterete che le limitazioni regrediranno. Sviluppando la sensibilità del corpo, possiamo usare surya namaskara per aumentare maggiormente la consapevolezza, la salute ed il benessere.

Le Applicazioni dello Yoga nel Trattamento delle Malattie Comuni:

Ernia del Disco e Sciatica

Tratto da: Swami Karmananda Saraswati, “Le Applicazioni dello Yoga nel Trattamento delle Malattie Comuni”, Edizioni Satyananda Ashram Italia.

Ernia del disco e sciatica sono due patologie dolorose strettamente correlate che colpiscono la regione inferiore (lombare) della schiena, di solito per uno sforzo eccessivo durante un piegamento in avanti.
Anatomia
La colonna vertebrale umana è costituita da 33 ossa, chiamate vertebre, sovrapposte una sull’altra e sostenute dai solidi e potenti muscoli spinali. I dischi intervertebrali sono cuscinetti pieni di fluido situati tra ogni coppia di vertebre.
Questi dischi agiscono da ammortizzatori, salvaguardando cervello, midollo spinale e organi interni da scosse e danni mentre camminiamo. Essi contengono un fluido spesso e gelatinoso e sono mantenuti in posizione da forti legamenti attaccati ai margini del disco e dell’osso vertebrale.

Descrizione della patologia

L’ernia del disco insorge quando si genera uno sforzo eccessivo sulla regione inferiore della schiena, che fa sì che uno di questi dischi si laceri producendo un’ernia. Di conseguenza il fluido gelatinoso del disco protrude e può urtare contro la radice di un nervo.
I siti più comuni di questa lesione dolorosa e immobilizzante si riscontrano nella parte inferiore della schiena, fra le vertebre L4-L5 o L5-S1. La lesione di solito insorge quando ci s’inchina in avanti con le ginocchia tese per sollevare un peso dal pavimento, o mentre si spala o si sarchia in giardino. Può verificarsi anche semplicemente lasciando il pedale della frizione durante la guida.
Questa lesione di solito si presenta quando persone con muscoli e legamenti spinali deboli a causa di uno stile di vita sedentario, sottopongono la propria schiena ad uno sforzo eccessivo. Raramente si verifica in lavoratori esperti od operai, ma si vede spesso in lavoratori sedentari che non sono abituati ad un esercizio regolare.
L’insorgere dell’ernia del disco è solitamente improvviso ed immediato. Si sente qualcosa che “parte” o “si lacera” nella parte bassa della schiena, seguito da un dolore acuto, ben localizzato, che può essere straziante. Il sofferente rimane incapace sia di risollevarsi sia di piegare la schiena anche leggermente, poiché il dolore è immediato e forte; quindi viene portato a letto e subito dopo a fare un controllo radiografico. Nelle ore successive il dolore continua a peggiorare fino ad essere continuo e incessante. Questo accade perché i legamenti e i tessuti attorno al disco lesionato e sporgente si congestionano di sangue e di fluidi. Il rivestimento protettivo dei muscoli spinali si contrae spasmodicamente per prevenire ulteriori movimenti dolorosi nella zona, e le delicate fibre dolorifiche che innervano il disco lacerato e i suoi legamenti diventano sempre più irritate. L’intera area diventa infiammata, gonfia e molto sensibile.
Per sciatica s’intende un dolore acuto e lancinante che colpisce il retro della gamba. Si verifica se l’ernia di un disco lombare lesionato urta contro le delicate radici dei nervi che emergono dai tre segmenti lombari inferiori e dai primi due segmenti sacrali della colonna vertebrale e convergono a formare il nervo sciatico.
I nervi sciatici si ramificano lungo la parte posteriore delle gambe, innervando la pelle e i muscoli del retro delle cosce, dei polpacci e della pianta dei piedi. Per questo motivo il dolore può essere provato nel gluteo, nella coscia o nel polpaccio, anche se la radice del problema si trova nella zona inferiore della schiena. In risposta a questo dolore i muscoli del retro della gamba si contraggono spasmodicamente, specialmente se si continua a camminare, poiché ogni passo stira e irrita ulteriormente le radici nervose danneggiate.

Prognosi a lungo termine e complicanze

Molti sofferenti di ernia del disco e sciatica hanno una lunga anamnesi di azzoppanti stiramenti alla schiena. Il minimo e improvviso sforzo, torsione o piegamento è spesso sufficiente a generare ancora una volta la lesione; di conseguenza non possono più godere di una vita piena e attiva, facilmente diventano dipendenti dagli analgesici per alleviare il dolore e frequentemente sono obbligati ad assentarsi dal lavoro o a trascurare i doveri domestici per rimanere a letto.
All’inizio il loro principale, i colleghi e i familiari sono comprensivi, ma in seguito possono considerare il problema come psicologico, essendo incapaci di comprendere una vita costellata da continui e inabilitanti attacchi di mal di schiena.
I sofferenti sovente sviluppano anche disturbi della personalità divenendo depressi, gretti o irritabili. Spesso sono etichettati come “lagnosi” e “lamentevoli”, gli altri evitano la loro compagnia e di norma i rapporti coniugali, familiari e sociali si deteriorano quando il problema diviene ricorrente. Di solito viene prescritto l’utilizzo di una fascia elastica da indossare sotto gli abiti, che dà qualche sollievo al problema fisico ma nessuna prospettiva di cura. Questa è la situazione difficile e sfortunata di molti pazienti cronici.
Chi soffre di ernia del disco da lungo tempo, spesso si sottopone alla rimozione chirurgica del disco in questione, con la conseguente fusione permanente dell’articolazione intervertebrale. Questo procedimento, che rende la parte inferiore della colonna permanentemente rigida e diritta, può tuttavia dare sollievo agli individui che dopo molti anni di sofferenza sono giunti al punto d’esaurimento fisico ed emozionale con svuotamento psichico. È un’alternativa ben lontana dall’ideale, ma spesso appare l’unica possibilità. Fortunatamente lo yoga può offrire una soluzione più efficace, meno dolorosa e molto più semplice.
Ristabilimento iniziale e cura

L’ernia del disco, con o senza l’accompagnamento della sciatica, richiede l’immediata immobilità su un letto duro. Il riposo assoluto a letto è necessario mentre il disco lesionato guarisce e l’infiammazione si attenua. Nei primi giorni si può avere sollievo al dolore applicando impacchi caldi e freddi sull’area sensibile e infiammata. Possono essere somministrati anche aspirina e miorilassanti.
È importante che la colonna vertebrale sia tenuta il più possibile immobilizzata, poiché il riposo assoluto è la via più veloce per la guarigione. Per nessun motivo si dovrebbe tentare di camminare o lasciare il letto. Il sofferente dovrebbe riposare in una stanza tranquilla, con il minimo disturbo, finché la guarigione non è completa. I pasti dovrebbero essere consumati a letto e per i bisogni corporali si dovrebbe utilizzare una padella. Questo permette che la guarigione avvenga nel giro di due settimane; tuttavia, occasionalmente, sono necessari alcuni mesi per guarire da una lesione grave. Lo yoga può accelerare la guarigione se è praticato correttamente.

Trattamento yogico

Le pratiche yogiche di base per l’ernia del disco e la sciatica sono le asana di piegamento indietro che rinforzano i legamenti e i muscoli posteriori, che mantengono i dischi in posizione, e stimolano il flusso sanguigno nella regione vertebrale inferiore. Le asana di piegamento indietro dovranno essere eseguite secondo la capacità, aumentando ogni giorno e gradualmente il tempo della pratica, per ripristinare la stabilità vertebrale e riguadagnare un’ampiezza completa del movimento indietro. In tal modo le attività normali possono essere riprese gradualmente mentre spesso l’intervento chirurgico non si rivela necessario. Le ricadute sono prevenute con una pratica regolare e crescente. Il seguente programma può essere di grande utilità:
1. Asana: nella fase acuta del dolore immobilizzante dovrebbe essere adottata una postura prona (addome verso il basso) su un letto duro. Riposare in makarasana per lunghi periodi riduce la tensione sui dischi e sulle radici nervose emergenti dando sollievo al dolore e stimolando la guarigione. È consigliato dormire in advasana e jyestikasana. Darà sollievo anche matsya kridasana con la gamba colpita ripiegata verso il petto per allentare la tensione sulle radici danneggiate dei nervi. Queste posture dovrebbero essere adottate per alleviare il dolore nella situazione acuta, così da poter ottenere il massimo riposo possibile rimanendo indisturbati.
Quando la guarigione procede e il dolore diminuisce, la prima asana da provare è la variante semplificata di bhujangasana, nota come sfinge, finalizzata al rilassamento della parte inferiore della schiena. Se si sente dolore bisogna ritornare in advasana. Praticare 5 volte. Una volta perfezionata, possono essere eseguite gradualmente, in quest’ordine, le seguenti asana: ardha shalabhasana, sarpasana, saral dhanurasana, bhujangasana, shalabhasana, vajrasana, ushtrasana, meru vakrasana, bhu namanasana. Alla fine si dovrebbe praticare il programma completo ogni mattina. Ogni asana dovrebbe essere praticata un massimo di 5 volte e deve essere seguita da un rilassamento completo in advasana.
Nota: evitate tutte le asana di piegamento in avanti per almeno 6 mesi perché possono accelerare una ricaduta nella patologia originaria. Dopo la completa guarigione, possono essere introdotte con attenzione e con una guida, iniziando con shashankasana, marjari-asana, shashank bhujangasana e la serie degli shakti bandha.
Durante la convalescenza devono essere evitate le posture sedute con le gambe incrociate, specialmente se causano dolore attraverso la tensione crescente sulle radici nervose della regione inferiore della schiena. È opportuno eseguire le pratiche di pranayama e meditazione da vajrasana.
2. Rilassamento: ogni sessione deve terminare con un rilassamento profondo di 15/20 minuti in advasana. Successivamente può essere adottata shavasana e si può introdurre la pratica più lunga di yoga nidra.
3. Ajapa japa: la consapevolezza del movimento del respiro nel passaggio spinale da muladhara, nel perineo, verso agya chakra, alla sommità della colonna vertebrale, è benefica ed efficace in tutti i disturbi vertebrali, in particolare per l’ernia del disco e la sciatica. Si può praticare in qualsiasi posizione che mantenga la colonna vertebrale allineata. All’inizio si può praticare in advasana, benché shavasana, più indicata, dovrebbe essere adottata appena possibile.
La pratica di ajapa japa può essere frequente e prolungata poiché accelera la guarigione e porta un profondo rilassamento mentale e fisico. Man mano che la guarigione continua, la pratica dovrebbe proseguire in vajrasana e alla fine in una delle classiche posture a gambe incrociate.
4. Raccomandazioni dietetiche: all’inizio dovrebbe essere adottata una dieta leggera e semiliquida. La zuppa vegetale è l’ideale. È consigliato anche il khicheri (lenticchie bollite con riso o grano). Ciò preserva l’energia vitale canalizzandola verso l’importante processo di guarigione. Essa preverrà anche la costipazione che è spesso uno dei problemi principali dei pazienti costretti a letto. La costipazione invariabilmente peggiora e aggrava le lesioni dolorose alla schiena e la patologia reumatica. Quando la situazione migliora, possono essere aggiunti riso, legumi e verdure ed anche pane integrale. I cibi pesanti e costipanti come carne, formaggio e preparazioni oleose sono controindicati. I latticini (latte, ghi, ecc.) e le uova dovrebbero essere evitati poiché durante questo periodo di convalescenza non sono richieste proteine extra.
Prevenzione

L’incidenza sia dell’ernia del disco che della sciatica sarà enormemente ridotta quando coloro che seguono uno stile di vita sedentario, non abituati ad esercizi o sforzi con la schiena, impareranno a praticare quotidianamente alcune asana yogiche per mantenere la forza e la flessibilità di muscoli, dischi e legamenti intervertebrali. Anche evitare un uso eccessivo di sedie e schienali, che indeboliscono i muscoli della schiena, e imparare a sollevare correttamente un peso dal pavimento – cioè, dalla posizione accovacciata con le ginocchia piegate, così da proteggere la vulnerabile parte bassa della schiena da lesioni o da uno sforzo eccessivo – conserveranno anche una schiena sana.

La Meditazione

Tratto da: Paramahansa Satyananda, “Meditations from the Tantras”, ed. Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India.

La meditazione è eredità di noi tutti. È qualcosa che siamo in grado di fare e che dovremmo sperimentare spontaneamente, tuttavia questo non è ancora possibile a causa del nostro modo di vivere. Siamo in un continuo stato di tensione poiché non conosciamo noi stessi e la nostra natura interiore. Cerchiamo continuamente di fare cose perché sentiamo che dobbiamo farle, anche se potrebbero essere contrarie alla nostra natura. Vi è un continuo conflitto tra ciò che è e ciò che vorremmo. Siamo sempre motivati a diventare qualcosa piuttosto che semplicemente essere. Se solo potessimo stabilire un’unione tra ciò che siamo e ciò che vogliamo, allora la meditazione potrebbe avvenire spontaneamente.
La conoscenza di cui fa esperienza la maggior parte di noi è di tipo intellettuale, e deriva dall’attività della parte razionale della nostra mente. Questa è una forma di conoscenza relativa, non è vera conoscenza in quanto consiste in una campo limitato di fatti e di immagini da cui noi ricaviamo teorie, concetti e la nostra relazione con l’ambiente. Questo è il modo di ragionare in termini scientifici, tecnologici, filosofici e altro ancora della mente razionale. L’errore è che le supposizioni iniziali sono fondamentalmente inadeguate in se stesse, e possiamo riscontrare che una conoscenza di questo tipo si dimostra errata alla luce di nuove teorie sul soggetto. Un esempio è la teoria di Newton sulla gravità, che fu accettata come verità assoluta. Alcuni secoli più tardi Einstein dimostrò, con le sue teorie, che la gravità è qualcosa di diverso.
Questo fatto non è applicabile solo alla scienza ma ad ogni atto intellettuale che realizziamo. Tutte le conclusioni che possiamo trarre per mezzo della mente razionale possono essere soppiantate alla luce di nuove informazioni.
Possiamo anche fare esperienza della conoscenza nella forma di sentimenti o emozioni; possiamo percepire mentalmente la verità su un’idea e allo stesso tempo percepire che qualcosa è vero attraverso la nostra sensibilità emozionale. Molte persone confondono questo tipo di conoscenza con la conoscenza intuitiva.
Oltre alla conoscenza intellettuale ed emozionale ve ne è un altro tipo che si raggiunge nello stato meditativo ed è una forma più reale di conoscenza. È la conoscenza intuitiva che abbraccia la totalità di una situazione. Diversamente dalla conoscenza razionale che cerca di costruire l’intero quadro nel suo complesso mettendone insieme le parti, l’intuizione ne abbraccia direttamente la totalità. Questo ha origine dalla parte superconscia della nostra mente, di cui normalmente non siamo consapevoli. Questo tipo di conoscenza non dipende né dall’intelletto né dalle emozioni, che tendono entrambe a colorare e a deformare la vera, reale forma della conoscenza. La meditazione non dipende da una proiezione personale, se ciò accade non è meditazione.
Durante la meditazione si realizza una connessione tra le più ele¬vate regioni della mente associate con l’espansione della coscienza, la parte superconscia della mente, e il campo della coscienza risvegliata. Questo collegamento permette alla coscienza di colui che medita di percepire le più elevate vibrazioni mentali. Queste sottili ed elevate vibrazioni, pur esistendo da sempre, non sono normalmente percepi¬bili. In qualche rara occasione possono essere presenti sotto forma di inspirazione, di illuminazione creativa, lampi di intuizione ecc. Nor¬malmente non si è consapevoli di queste vibrazioni, di queste rivela¬zioni, di questa conoscenza superiore a causa dello stato impuro e tormentato della nostra mente. Queste forme superiori di conoscenza, queste vibrazioni elevate mostrano molto di più della causa e della verità che giacciono oltre le manifestazioni che vediamo nella vita di ogni giorno. Durante la meditazione emergono i più profondi aspetti della vita.

Scienza, spirito e meditazione
È gratificante scoprire che scienza e yoga, che sino a poco tempo fa sembravano diametralmente opposte, si stanno ora avvicinando. La scienza comincia a studiare e a utilizzare le tecniche yoga e lo yoga si esprime sempre più in termini scientifici, utilizzando conoscenze scientifiche.
La scienza non si occupa più solamente degli aspetti materiali dell’esistenza ma si avvicina sempre più ad indagarne quelli spirituali o non materialistici. La scienza, mostrando agli intellettuali moderni gli effetti fisici associati ai fenomeni spirituali, aprirà certamente la mente di molte persone alla verità, alle possibilità delle religioni, allo yoga e ad altri sentieri spirituali o metodi di esplorazione mentale.
Alla fine del secolo scorso molti eminenti scienziati conclusero che il loro sapere era così elevato che non vi era più nulla da scoprire, da apprendere, da indagare. Poi Einstein, Freud e altri scienziati dalla mente aperta dimostrarono con i loro studi che vi era ancora veramente molto da conoscere e da scoprire nell’universo. Per questo gli scienziati moderni sono molto attenti alle possibilità loro offerte nel campo degli studi e delle ricerche ed evitano di compiacersi troppo dei risultati finora raggiunti. Per questa ragione vi sono numerosi progetti di ricerca che attualmente sono rivolti a studiare e a indagare i fenomeni relativi alle esperienze spirituali. In effetti è strano che la scienza non abbia rivolto la propria attenzione a questo settore, considerando il fatto che già oltre cinquanta anni fa Freud pubblicava le conclusioni delle sue ricerche sulla parte inferiore della mente inconscia e che geni e santi nelle varie epoche hanno messo in evidenza le possibilità degli stadi superiori della consapevolezza mentale.
Uno dei campi di ricerca più interessanti della scienza moderna è lo studio delle manifestazioni fisiche della meditazione. Questi studi sono solo all’inizio ma gettano già molta luce sull’utilità della meditazione in relazione ai suoi benefici fisiologici, psicologici e spirituali. Vi è più di una possibilità che la scienza possa in futuro aiutare notevolmente le persone a intraprendere il cammino spirituale. Già oggigiorno si utilizzano strumenti come il biofeedback per arrivare ai più elevati stadi di meditazione. Forme moderne di psicologia sono particolarmente interessate alla crescita spirituale e alla salute psicologica dell’individuo. Ne è un notevole esempio la psicosintesi che in effetti si pone gli stessi obiettivi dello yoga – l’integrazione dell’intero essere dell’individuo e la sua autorealizzazione.
Parliamo ora dei vari settori dove la scienza e lo yoga si stanno avvicinando o hanno già raggiunto un terreno comune.
Le moderne idee nel campo della psicologia sono sorprendentemente simili alle idee yogiche proposte migliaia di anni fa nella forma della filosofia Samkhya. Nello yoga è l’intera natura della persona che è importante; questo implica gli aspetti fisici, mentali, emozionali, psichici e spirituali dell’uomo. Tutti questi aspetti vengono sviluppati o piuttosto possiamo dire che attraverso le pratiche dello yoga vengono risvegliate le facoltà dormienti di ogni individuo. Questo è il vero sentiero spirituale dove tutti questi aspetti sono integrati per generare un uomo completo.
La psicologia in generale (vi sono eccezioni come la psicosintesi, elaborata da Roberto Assagioli nel 1910) sino quasi ai giorni nostri si è solo interessata ad alcuni aspetti limitati dell’essere umano, ignorando altre influenze sulla vita di ogni individuo. Per esempio Freud, il padre della psicologia occidentale, affermò che la prima ragione di vita dell’uomo era la soddisfazione sessuale e la preservazione della specie. Questo è un modo piuttosto limitato di vedere l’aspetto psicologico dell’essere umano e le sue aspirazioni. Ancora oggi vi sono molti psicologi che credono in questo. Jung era molto più progressista nelle sue idee. Egli era convinto che vi sono più profonde influenze e aspetti dell’uomo di cui la maggioranza delle persone non è consapevole.
Tutte le considerazioni psicologiche dell’uomo hanno sempre mirato ad isolarlo dal suo ambiente e da tutte quelle cose che influenzano il sue essere, come gli aspetti spirituali della sua esistenza. Anche la psicologia non ha mai potuto dare una ragionevole spiegazione di cos’è l’uomo. Di conseguenza, tutte le terapie psicologiche derivate dalle teorie della psicologia ebbero poco successo; potevano si aiutare l’uomo ma non potevano condurlo alla felicità o all’evoluzione del proprio essere.
Jung fu probabilmente lo psicologo che più di ogni altro aiutò la psicologia ad adottare un atteggiamento olistico, universale nei confronti dell’esistenza umana. Le sue idee però solo recentemente sono state prese in considerazione su vasta scala da altri psicologi. In parte dai suoi insegnamenti, indirettamente o direttamente si sono sviluppate varie scuole moderne di pensiero; per esempio la psicologia della crescita, la psicologia Gestalt, la psicologia dell’organismo e molte altre. Tutte queste vedono l’uomo come un essere multidimensionale, tutte sono in sintonia con il pensiero yogico e mettono in evidenza l’importanza di prendere in considerazione tutti gli aspetti dell’esi¬stenza dell’uomo, sia quelli oggettivi sia quelli soggettivi. Se viene omessa una parte dell’esistenza, come il suo aspetto spirituale, si ha una raffigurazione dell’uomo solamente parziale.
Tutte le moderne forme di psicologia sono molto interessate al fiorire del potenziale di ogni individuo, che possiamo definire autorealizzazione. È il progressivo svelarsi delle capacità innate di ogni singola persona. Questo è esattamente ciò di cui si occupa lo yoga, inteso come autorealizzazione in tutte le sfere dell’essere o consapevolezza della propria natura interiore e delle sue espressioni. Lo scopo ultimo dello yoga è l’autorealizzazione, in cui l’individuo manifesta al massimo tutto il suo potenziale e diviene in perfetta armonia con il suo essere interiore e con l’ambiente che lo circonda. Anche nella moderna psicologia questo rappresenta una persona che si è autorealizzata, una persona che ha espresso le sue potenzialità latenti, le sue innate capacità e non reagisce più in contrasto con la sua personalità e con l’ambiente, armonizzandosi pienamente con se stessa e con l’ambiente esterno. Sia la psicologia moderna sia lo yoga insistono sull’importanza dell’evoluzione, di una continua e progressiva crescita di ogni individuo da una minore ad una maggiore integrità.
Lo scopo finale cui mira lo yoga è l’unione con l’esistenza, con Dio, con la suprema coscienza; gli psicologi da parte loro non hanno ancora stabilito questo come scopo finale, ma chi lo sa, potrebbero affermarlo ad un certo punto in un prossimo futuro. Alcune scuole comunque, come la psicosintesi, hanno affermato che lo scopo finale della vita è l’autorealizzazione.
Nel passato la psicologia tendeva a supporre che un uomo è psicologicamente legato a bisogni e motivazioni fisse. Si supponeva quindi che un uomo dovesse soddisfare questi cosiddetti bisogni attraverso una ripetizione infinita. Tuttavia, questa continua soddisfazione dei bisogni basilari, sebbene necessaria, rimuove tensioni e frustrazioni solo per breve tempo. Non è la strada che permette all’individuo di eliminare completamente le tensioni radicate nella sua esistenza.
La moderna psicologia e lo yoga enfatizzano l’importanza della trascendenza, la crescita globale di un individuo in modo da non perpetuare uno stesso modello di vita. L’uomo dovrebbe cercare assiduamente le più elevate forme di appagamento. Lo scopo di una più elevata aspirazione è giustificato dal fatto che nuove aspirazioni portano più gioia, più beatitudine delle precedenti. In questo modo l’evoluzione individuale si lascia dietro le forme più inferiori dei bisogni perché sono e diventano meno soddisfacenti. Lo yoga ha sempre affermato questo, e in questo contesto la moderna psicologia è sempre più d’accordo con lo yoga.