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Diksha – Il Potere di Penetrare in Se Stessi

Swami Vibhuti Saraswati “Yoga”, volumi 4-5 del 2004, Munger, Bihar, India.

L’iniziazione è come un’eccezionale esplosione di energia necessaria a spingervi verso lo spazio infinito tra l’io e il sé.
Swami Satyananda Saraswati

La parola sanscrita diksha deriva dalla radice diksh, che vuol dire dedicarsi, e più precisamente dalla combinazione di due radici: diksh, che vuol dire consacrare o dedicare, e daks che significa crescere, rinforzarsi, espandere. Quindi si può dire che significhi “espandere (la propria coscienza) attraverso un processo di dedizione (alla scoperta del proprio sé).
Diksha comprende sia l’offrire sia il ricevere: offrire se stessi e ricevere dal guru. Diksha vuol dire anche vedere: infatti, quando si prende il diksha, si riceve anche un potere che permette di iniziare a vedere l’obiettivo o la direzione della vita interiore. La direzione spirituale è resa visibile da un flusso di luce interna.
Vediamo con l’occhio interiore grazie al risveglio e alla scoperta dell’energia spirituale e del sé.
Diksha è indirizzata a tale scoperta. Più ci dedichiamo alla ricerca interiore, più possiamo vedere.
L’equivalente inglese della parola diksha è initiation – in italiano iniziazione – che sul dizionario di Oxford è definita, in modo molto ampio, come segue: “cominciare, intraprendere, originare, ammettere (una persona), specialmente con riti e cerimonie (ad una carica, ad un segreto, ad un mistero, ecc.)”.
Di fatto, diksha ha una grande varietà di significati e implicazioni. Sottintende molti livelli, da quello esteriore, la cerimonia formale, che avviene a livello grossolano (e che è soprattutto un simbolo del processo interiore), a dimensioni infinitamente più sottili di trasmissione o shaktipath, che può essere data dal guru allo shishya o discepolo in molti modi differenti, secondo l’avanzamento spirituale e del desiderio del discepolo.
Riunificazione universale

L’iniziazione, sia quella formale sia quella a livello sottile, si ritrova in tutte le grandi civiltà del mondo intero.
Nell’antica Grecia, ad esempio, la parola che indicava diksha era musierion, che significa “dedizione e conoscenza che non può essere divulgata”. Quindi diksha era una componente essenziale delle anti-che società mistiche dette “misteri”.
In latino la parola che indica diksha è sacramentum, che vuol dire “ciò che lega”. Tuttavia, si trattava di un legame che non comportava obblighi esterni: la diksha o iniziazione vincolava alla ricerca di una conoscenza più profonda del proprio sé interiore. Ed ha gli stessi sottintesi nella parola sacramento usata nel Cristianesi-mo.
La parola diksha ha le stesse implicazioni della parola yoga. Anche lo yoga è un processo di riunificazione o fusione con la nostra vera natura. Anche se non ci si desidera impegnare nel cammino spirituale, diksha darà ugualmente un aiuto graduale nella vita di tutti i giorni, così come fa lo yoga. Contribuirà anche all’equilibrio mentale ed emotivo, e fornirà un punto di riferimento per la vita.
Naturalmente, se più avanti si decide di approfondire la conoscenza del sé, procura le basi della vita spirituale.
Bisogna tenere sempre a mente che diksha non è limitata dalle leggi del tempo e dello spazio, ma è un processo continuo che risveglia il grande potenziale che risiede dormiente in ognuno di noi, aspirante spirituale o meno.

Il guru

Diksha è come girare la chiave per mettere in moto l’automobile, ma se il discepolo non è forte, vigoroso e con una solida fiducia verso il suo guru e il suo obiettivo, l’auto non partirà. Ci sarà solo uno spreco di carburante. Questo succede a molte persone. Il discepolo ha bisogno del guru per imparare a ingranare le marce e mettere in moto. In altre parole, il guru, con diksha, conferisce una grazia. Dice al discepolo: “Ecco la stazione e la frequenza”, ma sta al discepolo sintonizzarsi su questa frequenza.

Swami Niranjanananda Sarwasati
L’adi, o primo guru, è la fonte divina da cui una serie di guru trae potere di diksha e di guida.
L’adi guru della nostra tradizione è Shankaracharya, e la linea di successione arriva fino a Swami Niranjanananda attraverso Swami Sivananda e Swami Satyananda.
Prima della cerimonia del diksha a Rikhiadham, vengono invocati, con mantra sanscriti, tutti i guru della linea dell’adi guru Shankaracharya. Poi Swani Niranjanananda conferisce il diksha in nome di questa grande parampara, o tradizione: dunque, dietro a ciò, si manifesta un immenso potere.
Fino a che non si riceve il diksha da un guru competente, non si possono fare progressi nel sadhana, perché non possono esserci frutti senza la grazia di un guru.
Il diksha o iniziazione è l’accettazione formale del discepolo da parte del guru.
Il guru è colui che dà l’impulso; dà la spinta iniziale al ricercatore per iniziare la ricerca, la grande avventura verso la scoperta di chi sia realmente. Accende la fiamma della nostra ispirazione, che deve sempre mantenersi viva con una costante e continua abhyasa, o pratica del sadhana che ci viene dato al momento del diksha, a seconda del nostro livello di apertura e preparazione spirituale. Si può dire che giri la chiave per far partire la nostra automobile.
Secondo Sri Swamiji, “il legame interiore tra il guru e il discepolo che s’instaura con l’iniziazione, agisce come una linea di trasmissione di corrente, consapevolezza e energia spirituale”.
Durante il diksha il guru trasferisce la propria energia spirituale all’iniziato, e questa energia arriva direttamente dalla sorgente, cioè dall’Adi Guru Shankaracharya.
Una volta che si è trovato un guru appartenente ad una tradizione che gli conferisce il potere di elevarci e spingerci lungo il cammino spirituale, e si è stati iniziati, bisogna cercare di sviluppare un più profondo e duraturo legame con lui a tutti i livelli.
Solo allora potrà guidarvi verso il miglio risultato, e solo allora sarete in grado di trarre il massimo dallo splendido dono del diksha avuto.

Il mala

L’uso del mala previene il praticante da una introversione troppo rapida, perché può essere difficile gestire le esperienze che si manifestano.

Swami Niranjanananda Sarwasati

Durante il diksha, l’iniziato si presenta con un sacro dono da parte del guru, sotto forma di un mala caricato appositamente dalla sua energia spirituale. Questo mala deve essere usato esclusivamente per la ripetizione del mantra dato dal guru e non deve mai essere indossato o visto da altri al di fuori dell’iniziato. Deve essere tenuto con cura e rispetto, nascosto in un apposito sacchetto per mala, e messo nella zona del sadhana.
L’equivalente italiano della parola mala è rosario; ogni tradizione spirituale fa uso di un rosario di qualche tipo per la ripetizione dei mantra.
Nella tradizione yogica i sadhu, o ricercatori spirituali, hanno scoperto che ogni tipo di legno, pietra o seme, emette una particolare vibrazione che aiuta a determinare uno stato di pace positività mentale nel sadhaka o praticante. C’è una grande varietà di mala, ma i più comuni sono di tulsi, rudraksha e cristallo.
Il mala di tulsi è fatto di legno della pianta del tulsi (basilico) che ha molte proprietà medicinali. Le vibrazioni emesse dal tulsi sono molto passive, calmanti ed equilibranti.
La ricerca Kirlian ha dimostrato che il tulsi emette un’aurea blu equilibrata e ben proporzionata. L’uso del mala di tulsi esige che il praticante conduca una dieta vegetariana.
Il mala di rudraksha è fatto con i semi dell’albero della rudraksha. Questi semi influenzano il sistema cardiovascolare, abbassano la pressione sanguigna e correggono ogni tipo di problema di cuore, sia di natura fisica sia di natura mentale. Aiutano anche a mantenere in buono stato gli organi interni. Perciò la rudraksha è molto importante per coloro che praticano seduti in meditazione per molto tempo. Non è necessario che chi usa la rudraksha abbia una dieta vegetariana.
Il mala di cristallo mantiene all’interno l’energia e le vibrazioni. Inoltre intensifica e purifica queste vibrazioni. Si usa, in particolare, per i Devi mantra.
Il mala si usa per superare la monotonia della concentrazione, in modo da non perdere la consapevolezza mentre si ripetono i mantra. Infatti bisogna rimanere vigili, e si deve mantenere drashta bhava, l’attitudine del testimone. Quando si arriva al fiocchetto del mala, o sumeru, la consapevolezza è allertata e si deve invertire il mala e iniziare un altro giro. Questo previene da un’introversione troppo rapida. La cosa ideale sarebbe di non essere né pienamente introversi né pienamente estroversi, ma in una via di mezzo. Con la pratica costante il mala si carica in modo potente, e appena si prende in mano predispone positivamente la mente per cominciare il sadhana.

Il telo

Assieme al mala, l’aspirante si presenta con un pezzo di stoffa senza cuciture. Come il mala, anche questo dovrebbe essere considerato un sacro dono da parte della divina mano del guru, e conservato con cura e pulito nel luogo del sadhana o pratica spirituale. La cosa migliore sarebbe quella di usarlo solo per il sadhana in modo da conservare la sua elevata vibrazione. Come il mala, si caricherà delle vostre vibrazioni psichiche, e appena lo indosserete renderà calma e pacifica la vostra mente. Serve anche a tener presente la vostra identità spirituale e i propositi interiori.
La tradizione vedica, basata su karma (azione), jnana (saggezza) e upasana (venerazione), cioè riconoscimento di una realtà superiore, ha stabilito i colori bianco, giallo e geru per identificare il livello di avanzamento spirituale del ricercatore.
Secondo Swami Niranjananda, coloro che hanno formulato il codice di abbigliamento della vita spirituale, in realtà, non hanno preso in considerazione l’aspetto vibrazionale dei diversi colori. La scelta fu dettata, più che altro, dal rispetto degli ideali morali e spirituali da loro sostenuti. Ogni colore ha un significato molto specifico.
Il bianco rappresenta la purezza.
Il novizio, che può essere un padre di famiglia, un brahmacharya (un celibe), uno studente o una persona attiva nella società e nella vita mondana, veste di bianco, colore che rappresenta la sincerità e la serietà del desiderio di conoscere la verità spirituale. Quando si riceve il mantra diksha, si è all’inizio, come un foglio di carta bianca su cui non è ancora stato scritto niente, perciò ci si presenta con un telo bianco. Il guru dà la prima iniziazione; quello che vi scrivete sopra spetta a voi.
Il giallo rappresenta un gradino più alto del bianco, dove l’aspirante è già saldo sul sentiero spirituale.
É il colore spirituale indossato dagli aspiranti a sannyasa e alla vita spirituale. Il giallo è il colore dei fenomeni mentali e della saggezza. É anche frequentemente associato alla morte. Perciò vestirsi di giallo aiuta il jignasu a rinunciare ai desideri materiali e morire alla vecchia condotta di vita.
Il geru simboleggia la pace e l’armonia è ha un effetto calmante sulla personalità.
Rappresenta anche la vitalità e il dinamismo, e fornisce forza interiore. Indica il fuoco da cui è bruciato, o che sta superando, l’apirante, la natura manifesta della personalità, l’unione della sua consapevolezza con il divino. Una persona che veste di geru arde come un fuoco, che aiuta ad alimentare la fiamma interna di coloro con cui viene a contatto.
Comunque l’aspirante, in ogni stadio della vita spirituale, dovreb-be prestare molta attenzione al fatto che il colore degli indumenti che s’indossano, bianco, giallo o geru, non è così importante quanto l’attitudine interiore di chi li indossa, la dignità e il rispetto con cui li porta.
Non c’è un tempo specifico per progredire da uno stadio della vi-ta spirituale a quello successivo, o da un colore all’altro. Dipende dal valore e dalla sincerità dell’aspirante. La sola condizione è che lo stimolo, la motivazione e il desiderio di apertura spirituale, di scoperta e di procedere lungo il percorso interiore siano realmente presenti. Bisogna avere una direzione chiara nella vita, insieme con una comprensione effettiva della propria strada e obiettivo, e sapere esattamente a cosa si aspira.

Mantra diksha

Il mantra è così potente che può cambiare il destino, la situazione economica, la costituzione fisica, ecc. Se volete che il mantra cambi l’intero complesso della vostra vita, dovete praticarlo con regolarità, ogni mattina e sera.

Swami Satyananda Saraswati

Secondo Sri Swami Satyananda il significato etimologico della parola mantra è “con la ripetizione del quale la mente diventa libera dalle esperienze esterne”
I mantra non sono semplicemente sillabe o parole, ma suoni mistici che furono rivelati ai rishi o veggenti in stato di profonda meditazione.
Questi mantra sono stati trasmessi da guru a discepolo per mi-gliaia di anni.
Sri Swamiji dice: “Tali mantra possono far esplodere completa-mente l’intera personalità e aprire le porte alla consapevolezza più alta”.
Nella tradizione yogica il diksha è circoscritto a tre aree di evolu-zione della vita spirituale. La prima è il mantra diksha, l’iniziazione al mantra data da un guru quando l’aspirante decide di esplorare la dimensione mentale.
Il mantra diksha è adatto a tutti gli aspiranti che abbiano anche solo una leggerissima inclinazione per la crescita spirituale. Anche una sincerità incerta o una forte curiosità è sufficiente per decidere di avere un mantra e un guru.
Quindi il mantra diksha è per tutti. Non c’è alcun impegno verso qualcun altro, ma verso se stessi e la propria disponibilità interiore ad una sincera e costante pratica del mantra, come insegnato dal guru che lo ha conferito.
La base della vita spirituale è il mantra, che vibra con l’energia del suono cosmico ed è un mezzo per la trascendenza spirituale.
Japa mantra è considerato il sadhana principale del Kali Yuga. Quando il mantra è conferito, s’imprime nell’atman, cioè nell’anima. Attraverso la ripetizione del mantra la mente grossolana si affina e purifica sempre più.
Il mantra si usa per creare uno stato di armonia tra la vita e-steriore e interiore e per ampliare la personalità psichica.
La ripetizione del mantra conferisce anche rilassamento, tranquillità ed equilibrio.
Ci sono tre modi per ricevere un mantra. Può essere rivelato alla persona psichica, può manifestarsi in sogno o può essere dato da un guru.
Un mantra personale dovrebbe essere ricevuto solo da parte di una persona che ha raggiunto mantra siddhi, la perfezione nel mantra con una pratica costante e ininterrotta per un lungo periodo di tempo.
Il mantra è come il seme o la scintilla d’energia che il guru pianta nella profondità della coscienza del discepolo. Il cuore, la mente e la coscienza del ricercatore sono come un terreno fertile pronto a ricevere il seme o la scintilla. E come per ogni seme, ha bisogno di cura e attenzione. L’irrigazione costante e regolare attraverso la ripetizione del mantra risveglia il suo potenziale. Il seme si sviluppa in un minuscolo germoglio, poi in un piccolo virgulto. Dopo alcuni anni di pratica costante, si trasforma in una forte pianta. Alla fine iniziano ad apparire le gemme e poi sboccia in un magnifico fiore. É in grado di far esplodere il potere nascosto del mantra grazie ai propri sforzi; il guru può solo piantare il seme.
Il mantra è il nostro collegamento con i misteri più profondi dell’universo interiore ed esteriore, perché, in realtà, tutto l’universo è contenuto nel nostro sé.
Con la costanza in mantra japa il corpo psichico si trasforma in un’esperienza vivente, perché il mantra appartiene alla sfera della mente inconscia e subconscia, cioè i corpi causale e sottile che costi-tuiscono la psiche.
Si tratta della sfera della consapevolezza che l’aspirante deve aprire prima di poter far progressi nel sadhana.
Il mantra dischiude le porte a questa sfera psichica.
L’iniziazione al mantra è, dunque, data in accordo alla nostra per-sonalità psichica.
Solo un guru illuminato può penetrare in questo mondo psichico che a noi è precluso.
Più si pratica il mantra, più grande sarà l’impatto sulla psiche, fino a che risuonerà in ogni cellula, e l’intera coscienza sarà, dunque, trasformata. Alla fine diventerà una forza potenziale.
I mantra rappresentano la pulsazione dell’energia psichica, la cui forma visibile è contenuta nel nucleo dell’atomo.
Perciò bisogna considerare il mantra come potentissimo strumento e intenso simbolo di realizzazione.

Il luogo del sadhana

Dopo l’iniziazione, bisogna predisporre un luogo particolare per la pratica spirituale.
La cosa migliore sarebbe una stanza separata, dove possa entrare solo l’iniziato. Può persino essere tenuta chiusa a chiave per accrescere e proteggere la sua sacralità. Tuttavia, se ciò non è possibile, si può riservare un angolo di una stanza a questo scopo.
Il sadhaka o praticante spirituale dovrebbe tenere tale stanza o zo-na assolutamente immacolata. Nessun altro dovrebbe pulirla o toccare qualcosa per non interferire con il campo psichico che viene creato dal praticante.
Con la ripetizione giornaliera del mantra, si accumula energia e il luogo viene permeato dal mantra e dalle vibrazioni psichiche del sadhaka. Accendere dell’incenso può aiutare a creare l’atmosfera giusta per la meditazione e per mantra japa (la ripetizione del mantra) e a rilassare la mente. Anche il canto di preghiere, stotram (inni) o bhajan (canti devozionali) può avere un effetto molto potente. Si può anche usare una cassetta incisa con canti.
Se si vuole, si possono anche tenere in questo posto il mala, il dhoti, o altri oggetti caricati spiritualmente come uno yantra, un ritratto del guru o ishta devata, una statua, una croce o uno shivalingam.
Saranno d’aiuto per focalizzare la mente e risvegliare il giusto bhava o predisposizione per il sadhana.
Il mala e il luogo diverranno talmente carichi che non appena vi siederete slitterete facilmente nella pratica.

Il nome spirituale

Il nome spirituale lega la mente all’anima interiore.

Swami Niranjananda Saraswati

Lo stadio successivo di diksha è l’ottenimento del nome spirituale.
GLI shastra, cioè le scritture tradizionali, dichiarano che il nome dello spirito è satchidananda, che è composto dalle parole “sat”, “chit” e “ananda”.
Sat vuol dire verità, chit coscienza, e ananda beatitudine: l’esperienza di verità e beatitudine che si prova nello stato di completo risveglio della coscienza. Dunque, per ottenere questa esperienza, abbiamo bisogno di un nome spirituale personale, che ci dia una nuova identità spirituale e faciliti il risveglio della natura essenziale nascosta in noi.
Lo spirito che risiede nel nostro profondo riceve un nome in modo che l’iniziato possa rendersi consapevole della sua natura.
Le esperienze che conseguiamo con lo spirito sono diverse da quelle che proviamo con la mente o con il corpo, e il nome che ab-biamo in società è legato solo al corpo e alla mente.
Il nome spirituale si riferisce alla struttura invisibile e ai corpi sottili, all’interezza dell’essere e agli aspetti più profondi della natura interiore.
Il guru, attraverso viveka, cioè il discernimento, è capace di “vedere” la natura fondamentale dell’aspirante e darle un nome adatto.
Una volta che si ha un nome spirituale, ascoltarlo costantemente rinforza la nuova identità spirituale e risveglia la nostra vera essenza, cioè quello che il nome rappresenta.
Mentre avanziamo lungo il sentiero spirituale, gli aspetti negativi e grossolani della personalità iniziano a scomparire, e noi diventiamo l’incarnazione vivente del nome che ci ha dato il guru.
Swami Satyananda, nel libro “Karma Sannyasa” scrive: “Il cam-biamento del nome ha un effetto definitivo sul destino di una persona, perché ogni nome ha una vibrazione particolare; quando viene cambiato, le vibrazioni si riorganizzano e riordinano fino a coinvolgere l’individuo. Se il nuovo nome è scelto in modo appropriato (da un guru qualificato), è destinato a creare un nuovo sistema vibratorio che agirà positivamente sul karma. Quindi il nome che appartiene a voi (al vostro spirito), che è la vostra reale natura, indica il vostro destino”.

Jignasu sannyasa diksha

Jignasu aiuta a comprendere noi stessi, le nostre aspirazioni e desideri, pregi e debolezze. Questo stadio aiuta l’aspirante a coltivare qualità che possono essere di giovamento allo sviluppo interiore e spirituale.

Swami Niranjananda Saraswati

La parola jignasu significa “richiesta”. L’aspirante jignasu arriva dal guru colmo di una vivida richiesta che di solito è di livello intellettuale. Egli chiede in modo profondo e sincero, ma il suo impegno è ancora diretto dalla testa. Rifletterà in maniera logica e razionale sulla natura della verità, ma non è ancora pronto a sacrificare qualcosa di sé per essa. Può offrire generosamente la sua testa, ma non il suo cuore. Gli ci vorrà molto tempo per pensare e soppesare i pro e i contro, prima di poterlo concedere. Ma ha iniziato in modo decisivo la ricerca, si è incamminato sulla strada.
Il telo conferito all’iniziato al jignasu sannyasa è giallo. Il giallo è oro senza lucentezza. La luminosità del giallo rappresenta l’alba del desiderio di “conoscere” di più sulla propria esistenza.
La parola sanscrita per alba è usha. Usha è anche il nome della dea della conoscenza o dell’intuizione. Quindi il jignasu diksha simboleggia la prima apertura dell’occhio dell’intuizione o l’alba dell’aspirazione spirituale.
Il jignasu sannyasin è come un bel girasole fresco che guarda verso il sole del primo mattino e si chiede: “Che cosa é?”, “Esiste?”, “Se sì, qual è il mio rapporto con lui?”
Un jignasu sannyasin deve trovare in se stesso una base spirituale che può essere realizzata con la pratica dello yoga e con l’essere regolare e sincero nel sadhana ricevuto durante il diksha.
Dovrebbe visitare regolarmente l’ashram per mantenere vivida e fulgida la fiamma dell’ispirazione, ed eseguire seva, cioè mettersi al servizio, per purificarsi in vista del successivo grado d’apertura che è il karma sannyasa.
In questo modo il jignasu sannyasin svilupperà la consapevolezza interiore e determinerà l’integrazione di testa, mani e cuore.

Karma sannyasa diksha

Lo scopo, l’obiettivo e la meta di tutti dovrebbe essere purificare, educare, verificare e modificare se stessi da momento a momento, in qualsiasi circostanza si trovino.

Swami Satyananda Saraswati

Coloro che desiderano progredire nel sistema del sannyasa e impegnarsi nel purna sannyasa o sannyasa completo, devono dapprima ricevere il karma sannyasa.
Sia il karma sannyasa sia il purna sannyasa sono rappresentati dal colore geru: questo è il colore del telo che ricevono gli iniziati di en-trambi questi stadi del risveglio spirituale.
Il karma sannyasa è indicato in modo specifico per quelle persone che sono ancora assorbite dal mondo e hanno certe richieste, obblighi, responsabilità e impegni verso la famiglia e la società da assolvere, ma che, allo stesso tempo, vogliono curare un’identità spirituale. Queste persone seguono il cammino del coinvolgimento o pravritti marga, usando ogni periodo e situazione della vita come una porta per la vita spirituale.
Il sadhana consiste in questo, e l’atteggiamento del karma san-nyasin dovrebbe essere quello di un karma yogi: “Io sto eseguendo questa azione, non per un risultato materiale, non per la mia soddisfazione personale, ma per perfezionare il mio sé”.
I karma sannyasin devono sviluppare il bhava, cioè l’atteggiamento, di un testimone obiettivo verso qualsiasi cosa accada intorno a loro. Proprio come fa un attore, si interpretano diversi ruoli in una rappresentazione, ma senza identificarsi nella parte che si deve recitare. In ufficio si adotta il personaggio di chi lavora in ufficio; a casa quello di marito/moglie e padre/madre; in società quello di chi ha una famiglia, e così via. Mentre si agisce, la coscienza interiore rimane distaccata, e lo spirito interiore, dunque, è in pace.
Ogni azione dovrebbe essere compiuta con consapevolezza, con in mente lo scopo dell’autopurificazione.
Non c’è alcun tipo di vincolo nel karma sannyasa diksha, non ci sono cambiamenti esteriori, tuttavia le persone diventano consapevoli interiormente e hanno una visione chiara del proprio rapporto con la vita (e con il proprio marito, moglie o altri membri della famiglia).
Si può condurre una vita matrimoniale normale, svolgendo i com-piti quotidiani come prima, ma quando si è soli con se stessi o si svolge il sadhana, si è completamente distaccati da ciò che ci circon-da.
Il compito è quello di mantenere l’equilibrio interiore ed esteriore nelle vicissitudini della vita. Mentre si adempie al karma si adotta una visione della vita più obiettiva ed elevata. A fianco della ricerca della felicità, si cerca il vero sé.
L’iniziazione al karma sannyasa non è per niente inibita rispetto a qualcosa che riguardi la vita, ovvero la famiglia, i doveri, il matrimonio, i figli, il lavoro, i soldi, le proprietà, le abilità, le ambizioni, le passioni, la felicità, l’infelicità, le disgrazie, i comportamenti giusti o sbagliati, le abitudini positive o negative.
Infatti tutto ciò procede di pari passo con ciò che chiamiamo vita, e il karma sannyasin non rinuncia alla vita. Bisogna rinunciare sola-mente all’attaccamento e, assieme, al coinvolgimento.
Quando una persona che conduce una vita famigliare non è soddi-sfatta del suo modo di vita attuale, può pensare al karma sannyasa. Comunque, come dice Swami Niranjananda: “Dovreste pensare molto attentamente se volete veramente il karma sannyasa oppure no. Non approdateci perché è qualche cosa di nuovo, perché se il corpo è sporco non sarete in grado di celare lo sporco con vestiti nuovi. Le persone vedranno comunque attraverso i nuovi vestiti”.

Yoga Sutra di Patanjali

Tratto da: Swami Satyananda Saraswati, “Four Chapters on Freedom – Commentary on Yoga Sutras of Patanjali”, ed. Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India.

I Capitolo: Samadhi Pada

Sutra 45: Estensione di samadhi

Sukshmavisayatvam chalingaparyavasanam

Sukshmavisayatvam: gli stadi più sottili di samadhi; cha: e; alinga: prakriti; paryavasanam: estensione.

Gli stadi di samadhi rispetto agli oggetti sottili si estendono fino a prakriti.

Il campo d’esperienza di ananda e asmita samadhi si estende fino ad alinga. Alinga indica l’ultimo stato in cui i tre guna cono mischiati in modo omogeneo e completo tra loro. I guna hanno quattro stadi e l’ultimo è chiamato alinga. É uno stato privo di impronte o caratteri-stiche che lo contraddistinguano.
Il primo stadio dei guna è uno stadio particolare detto specifico. Il secondo stadio è archetipico, o non specifico. Il terzo ha un segno e il quarto è senza segno. Dopo la meditazione in savitarka, nirvitarka e asamprajnata, savichara, nirvichara e asamprajnata, ananda asamprajnata e asmita asamprajnata, inizia nirbeeja samadhi. Fino ad ora abbiamo parlato di samadhi con il seme. Qualche volta è un seme specifico, una base specifica, come ad esempio Rama, Krishna o Shiva. Nella fase ulteriore, è presente un archetipo universale, al di là del quale c’è solo un segno. Potreste percepire un simbolo, magari sotto forma di Cristo, di croce, di Shiva o di Aum, ma sarà diverso da ciò che avete già visto. Si tratta solo di un simbolo. Nel quarto stadio non c’è alcun simbolo; non potete dire dove si trovi la coscienza. C’è soprattutto consapevolezza, quindi alinga è il quarto stadio dei tre guna: sattwa, rajas e tamas.
Nel primo stadio abbiamo la combinazione di sattwa, rajas e ta-mas. Nel secondo stadio si sviluppa sattwa, mentre rajas e tamas passano in secondo piano. Nel terzo stadio rimane solo sattwa e nel quarto stadio sattwa, rajas e tamas sono in equilibrio. Quando i tre guna sono in equilibrio, si è raggiunto lo stato di alinga.

Sutra 46: Samadhi con seme

Ta eva sabijah samadhih

Tah: quegli; eva: solo; sabijah: con seme; samadhih: samadhi.

Quegli (stadi esposti in precedenza) costituiscono solo samadhi con seme.

L’oggetto su cui si medita si chiama bija o seme. Esso fornisce la base d’appoggio alla coscienza. Alla fine, quando la coscienza si concentra in forma di quel determinato bija, essi diventano una cosa sola, come il sale con l’acqua, e si perde la soggettività della mente. La mente si confonde nel seme e vice versa, ma poi c’è uno stadio in cui anche la coscienza di ciò sarà eliminata. La coscienza asmita è l’ultimo e più alto stadio di coscienza. In questo stato non si perde né la coscienza né l’oggetto della coscienza, ma essi sono intimamente connessi. Non c’è differenziazione. Dopodichè viene eliminata la consapevolezza di asmita. In questo modo sono rimossi sia la coscienza sia il seme. É come quando l’acqua salata evapora. Viene eliminato il processo stesso della consapevolezza: indubbiamente è una cosa molto difficoltosa.
L’intero procedimento, da vitarka ad asmita, si chiama sabija asamprajnata. Qui la supercoscienza ha una base d’appoggio. Dopo-dichè abbiamo nirbija. La coscienza personale è come una freccia che attraversa i piani d’esistenza o loka. In ogni loka abbiamo sia savitarka sia nirvitarka; dapprima si ha uno sviluppo in positivo, e poi in negativo. Dapprima la base della consapevolezza è il linguaggio, poi è la riflessione e, alla fine, la semplice esperienza. Non ci sono più parole né idee, niente. Non si può averne conoscenza, ma solo consapevolezza. Bisogna notare che c’è una differenza tra samprajnata e sabija samadhi. Asamprajnata, nirbija e nirvikalpa sono stadi diversi di samadhi. Non devono essere confusi o equiparati tra loro.

Sutra 47: Poi sorge la luce spirituale

Nirvicharavaisharadyeadhyatmaprasadah

Nirvichara: nirvichara samadhi; vaisharadye: dopo essere diventati assolutamente esperti; adhyatma: spirituale; prasadah: illuminazione o purezza.

Dopo aver raggiunto una perfezione assoluta in nirvichara samadhi sorge la luce spirituale.

Nirvichara samadhi è la forma più elevata di supercoscienza. L’illuminazione spirituale giunge alla mente all’ultimo grado di nirvichara samadhi. Dopo di ciò si ha la fine della coscienza, le funzioni intellettive cessano completamente. Da qui in poi l’aspirante è colto da una forma differente di coscienza. In molte storie dei purana si dice che dopo la morte lo jiva è condotto da differenti purusha in differenti piani, loka o mondi. Qui la morte indica la morte dell’intelletto, non la morte del corpo.
Nella meditazione spirituale c’è uno stadio in cui la coscienza che è pervasa e permeata dalla coscienza intellettiva si estingue comple-tamente. Allo stesso modo, la coscienza intellettiva fa sorgere tipi diversi di coscienza. Questo stadio è raggiunto da persone autorealizzate, che percepiscono il sé. Si tratta di uno strumento speciale, una forma speciale di coscienza; queste persone sono chiamate atmadrashta. Quando è perfezionato lo stadio di nirvichara, nasce un differente aspetto della consapevolezza. Le persone che praticano dhyana sviluppano uno stadio diverso di consapevolezza, riguardo al quale si dice che sia l’ombra che si vede durante trataka, quando non c’è coscienza del mondo o di se stessi.
Questa ombra, chiamata chhaya purusha, è l’ultima traccia dell’intelletto, che nuovamente è sostituita da qualcos’altro. Gli stre-goni possono arrivare fino a questo punto. Con ciò operano molti prodigi. Così come i siddhi che sono dotati di poteri psichici, essi possono fare dei prodigi, ma ignorano i frutti più alti dell’esistenza. Il loro stato di coscienza consiste nella materializzazione della coscienza sotto forma di ombra, dove è eliminato il principio di buddhi.

Sutra 48: Esperienza cosmica

Ritambhara tatra prajna

Ritambhara: pieno di esperienza; tatra: lì; adhyatma: spirituale; prajna: supercoscienza.

Qui (al confine di nirvichara samadhi) la supercoscienza diviene piena di esperienza cosmica.

Ritam e satyam sono due parole su cui si basa l’intera struttura del credo induista. Le basi della filosofia e della religione induista non sono la fede e la superstizione, sono ritam e satyam. I filosofi indui-sti argomentano che il mondo e la creazione sono un processo in evoluzione, ma non credono che l’universo sia solo una manifestazione naturale o materiale. Pensano che la radice causale dell’universo sia l’energia. Sat è qualche cosa più sottile dell’energia, sat vuol dire esistenza. Ha due aspetti che si chiamano ritam e satyam. Satyam è l’aspetto relativo della creazione e ritam è l’aspetto assoluto o cosmico. Il primo è percepibile attraverso i sensi e comprensibile con la mente; è suscettibile di cambiamento. É interdipendente, contrariamente a ritam che è immutabile. Questi sono i due aspetti dell’intero universo. Il mondo dei pianeti e delle stelle consiste in satyam perchè è relativo, invece l’assoluto, ritam, è al di là dell’energia e del cambiamento. Ritam è la verità assoluta, al di là della materia e dell’energia. Dopo nirvichara, la supercoscienza dell’aspirante diviene piena di ritam, la conoscenza assoluta, dove i sensi non funzionano più. É come un suono che diventa silenzioso quando raggiunge la vibrazione più alta; come quando la luce raggiunge la vibrazione più alta e diventa oscura. Allo stesso modo, quando l’esperienza interiore raggiunge le vibrazioni più alte si manifesta come vuoto.
Questo stato particolare di vuoto, shunya, vibra a una velocità molto alta e diviene immobile. Non è visibile e, così, è chiamato cosmico, ritam. La creazione dell’universo inizia con ritam e satyam. Alla fine satyam diventa parte di ritam. Nella filosofia induista si crede che sia eterna, perchè non c’è alcun creatore né alcun distruttore. L’universo non è mai stato creato. Alcuni milioni d’anni fa l’energia e la materia esistevano in forma differente. Non può esserci un creatore né un giorno della creazione perché l’universo non può sorgere dal niente, e come potrebbe esistere il niente? Come potrebbe svilupparsi in qualcosa? La filosofia induista non crede in un creatore. E poiché non ha un inizio, l’universo non può avere neanche una fine. La materia e l’energia subiranno un cambiamento di nome e di forma, ma questa legge cosmica può essere compresa solo con la coscienza spirituale.

Sutra 49: Caratteristiche di questa esperienza

Shrutanumanaprajnabhyamanyavsaya vishesarthatvat

Shruta: sentito; anumana: deduzione; prajnabhyam: da due tipi di coscienza; anyavisaya: altro oggetto; vishesarthatvat: a causa dell’avere un oggetto particolare.

Questa conoscenza è diversa dalla conoscenza acquisita attraverso la testimonianza o la deduzione perché ha un oggetto particolare.

La coscienza è di due tipi, inferiore e superiore. Per la conoscenza, quella inferiore dipende dai sensi: non possiamo vedere o sentire senza occhi od orecchie. Questa si chiama shruta, e il genere di conoscenza si chiama inumana. La coscienza superiore ha due vie di conoscenza: diretta, come nel Vedanta, e indiretta. Si sente parlare dell’atman dal guru o dalle scritture. Con shruta si intendono i Veda perché sono stati rivelati. Attraverso di essi noi conosciamo l’essere supremo e l’atman.
Inumana è la deduzione. Possiamo conoscere qualcosa di imper-cettibile attraverso la deduzione. Con la deduzione sappiamo che po-trebbe esserci un creatore di questo mondo. La deduzione è la base della teologia, dell’ontologia e della cosmologia. La conoscenza at-traverso la deduzione e la testimonianza è diversa da individuo a in-dividuo. Questo è il motivo per cui ci sono contrasti tra gli individui e tra le nazioni mentre le persone realizzate non differiscono rispetto alla conoscenza suprema. Le sensazioni veicolate dagli indrya sono differenti, ma la conoscenza suprema è una sola. La differenza tra coscienza superiore e inferiore è che la prima vede le cose direttamente così come sono, mentre la seconda dipende dai sensi, dalla testimonianza e dalla deduzione. La conoscenza basata su un’informazione che può provenire da una persona o da un libro non è sufficiente. È una conoscenza indiretta, una forma inferiore di conoscenza. Non è classica, ma effettiva. Chi ha visto il sé non può parlarne anche se ha una conoscenza diretta dell’atman, perché non è un soggetto di discorso o di ragionamento. La natura spirituale della coscienza può essere conosciuta attraverso l’esperienza personale. La coscienza inferiore ha due fasi, gli indriya, cioè i sensi, e buddhi.

Altre Scelte

Tratto da: Swami Satyananda Saraswati, “Nawa Yogini Tantra”, Edizioni Bihar School of Yoga, Munger, India.

In ogni società l’ideale di femminilità è modellato in base alla divi-sione del lavoro. In genere spetta agli uomini avere a che fare con il mondo esterno (che può riguardare la caccia o gli affari) per provve-dere alle necessità materiali della famiglia; invece la donna ha la re-sponsabilità di nutrire i figli e accudire alla casa in cui vengono allevati. Questo, probabilmente, ha avuto origine dal fatto che le donne hanno bisogno di aiuto almeno nella fase finale della gravidanza e nel primo periodo di vita del bambino. Questa situazione tende a porre le donne in una posizione di dipendenza dagli uomini per almeno alcuni anni della loro vita. Durante questi anni l’orizzonte di vita di una donna è circoscritto quasi interamente dalle pareti domestiche. In questa situazione le donne sono obbligate a divenire estremamente consapevoli del carattere emotivo che c’è all’interno della famiglia e del vicinato. É a causa di questo allenamento in vista di una famiglia, che una donna è educata ad essere passiva, accondiscendente, mite, ed è incoraggiata a sviluppare doti intuitive che diano forma al suo mondo privato di emozioni e sensazioni.
Che le donne debbano partorire i bambini è una realtà biologica. Che le donne debbano sopportare l’onere maggiore di prendersene cura non è una necessità biologica. É comodo, ma comodità non vuol dire necessità. Ci sono meno ragioni ancora per cui le donne debbano accudire alla casa solo perché sono femmine. Tra i Todas dell’India del sud gli uomini considerano un loro sacro dovere fare i lavori domestici.
Per giustificare la divisione in base al sesso nel mondo del lavoro, da tempo si è creduto che le donne fossero idonee al ruolo domestico a causa della loro incapacità di fare gran che d’altro. É ancora largamente diffusa la convinzione che gli uomini abbiano un’intelligenza superiore alle donne e che ne facciano un uso migliore. Le donne so-no considerate esseri più intuitivi, ma, nella nostra era tecnologica, l’intuizione è svalutata e vista come una compensazione di dubbio valore in confronto alla razionalità pratica. Ai ragazzi non viene insegnato a seguire l’intuizione, ma a usare la testa, mentre uguali incentivi per lo stesso lavoro intellettuale sono negati alle ragazze. Inoltre il mondo d’oggi esige una logica razionale per ogni azione e non accetta l’intuito come base sufficiente a prendere decisioni; in questo modo il pensiero femminile è liquidato come aleatorio e inaffidabile.
É diffusa l’opinione che le donne siano, per natura, meno dotate di capacità di ragionamento, di agire, di creare. Finora non ci sono prove, biologiche o fisiologiche, di questa incapacità delle donne. Gli studi sulle differenze sessuali rispetto ai risultati conseguiti dai bambini non hanno fornito alcuna prova oggettiva di questo pregiudizio. Ragazze e ragazzi sono stati sottoposti a test di lettura, calcolo, ragionamento matematico, comprensione spaziale, ragionamento astratto, rottura e riparazione, velocità di percezione, destrezza manuale e tecnica. Non è risultata alcuna significativa differenza. Tra i test d’intelligenza per verificare il punteggio di IQ complessivo, dodici non hanno mostrato differenze tra i sessi, tre sono risultati a favore delle donne e tre a favore degli uomini. Nell’insieme non ci sono differenze sessuali di capacità mentale verificabili per giustificare la limitazione ai doveri domestici per le donne.
Se la ragione per cui le donne sono tenute in casa fosse da addebi-tare alla loro maggiore debolezza fisica rispetto agli uomini, si deve ricordare che poche delle più alte imprese umane richiede una grande quantità di forza muscolare.

Nessun istinto materno

É stato sostenuto che c’è un legame naturale tra le madri e le loro proli, e si è arrivati a parlare di “istinto materno” come se fosse un impulso biologico primario che giustifichi il ruolo femminile all’interno della famiglia. É un pensiero quasi universale che la maternità sia la condizione necessaria e sufficiente per l’appagamento femminile; che la maternità sia sufficiente a dare soddisfazione definitiva ad ogni donna e che sia la sola via per poter godere di una completa interezza.
Dopo l’istinto di autoconservazione, quello sessuale è l’impulso biologico più forte dell’uomo e il suo esito, in genere, è la riproduzione. Invece l’impulso alla maternità non è, di per se stesso, una forza biologica motivante, e, perciò, non è comune in tutte le femmine umane. L’”istinto materno” è il risultato di generazioni di educazione sociale combinata con la necessità di avere una visione altamente gratificante e allettante di una situazione (finora) inevitabile.
I maschi nascono con tutti i requisiti fisici necessari per divenire padri, ma non si parla di “istinto paterno”.
Nessun uomo accetterebbe l’affermazione di essere nato princi-palmente e soprattutto per essere padre, o che la paternità sia il solo ruolo che possa conferirgli una interezza personale. Gli uomini hanno sempre tratto gratificazione da una vasta gamma di attività, e la paternità, spesso, gioca solo un piccolo ruolo nella loro vita, o non ne ha alcuno. Tuttavia non chiamiamo “innaturali” gli uomini che non hanno figli, come invece facciamo per le donne che non hanno avuto bambini. Inoltre è diffusamente tollerato che il padre biologico possa non occuparsi dell’educazione del figlio. Invece una donna che lascia che il figlio sia cresciuto da altri è considerata malvagia o pazza o, al limite, vittima di un destino sfortunato.
Considerando l’infelicità di donne che vogliono avere figli, ma non ne sono fisicamente in grado, molti potrebbero argomentare che questa è una prova dell’esistenza dell’istinto materno che, se non soddisfatto, può solo causare frustrazione.
In primo luogo, non tutte le donne sterili sono infelici. In secondo luogo queste donne non sono senza figli per una loro scelta e gran parte della loro infelicità deriva dalla sensazione di essere state private di qualche cosa. Inoltre, in un mondo dove la maternità è considerata la sola ragione e scopo che sta dietro all’esistenza femminile, una donna senza figli è vista come qualcosa di incompleto e soggetta a molta inopportuna commiserazione e compassione che non facilitano la situazione. Le donne che sono riuscite a superare la loro delusione si sono dedicate ad altre occupazioni e moltissime conoscono le gioie della maternità con l’adozione di bambini.
Le prove antropologiche non confermano l’opinione che il senso d’interezza che deriva dall’allevare dei bambini si basi sull’appagamento di un impulso istintivo. Ci sono ricerche in cui si stenta a trovare tracce di istinto materno. In una tribù della Nuova Guinea studiata dal dott. Mead, le donne considerano il ruolo materno con manifesta avversione; le rare donne che si dimostrano “materne” verso i figli sono trattate con disprezzo. Ancora più sorprendenti sono i Mbaya studiati da Claude Levi – Strauss. Essi guardano alla maternità con tale disapprovazione che si avvalgono di un parziale surrogato alla riproduzione. I guerrieri Mbaya catturano i ragazzi delle altre tribù e li adottano, crescendoli come propri.
Comunque, c’è una realtà universale più efficace di questi casi isolati: poche società umane hanno considerato il legame tra le madri e i figli così naturale e appagante da tralasciare di insegnare alle donne che la maternità è il loro dovere e il loro destino. In realtà, più una società diventa civilizzata, più, di solito, diventa insistente questa educazione; infatti più la società umana arricchisce il suo ambito di attività, più ampia è la scelta di possibilità di vita al di fuori della maternità e della famiglia.

La scelta

É ridicolo dire che le donne non vorranno più sposarsi e avere figli. La vita domestica è la via che la maggior parte delle persone preferi-sce come la più indicata per le proprie necessità e aspirazioni, e le gratificazioni che derivano dal vivere e prendersi cura dei bambini sono, senza dubbio, grandi. Del resto molte persone hanno scelto co-me lavoro quello di curare o insegnare ai bambini perché lo trovano stimolante e gratificante. (Poiché la maggior parte di loro sono uomini, ciò non è dovuto ad una riconversione dell’istinto materno).
La diffusa disponibilità di contraccettivi offre libertà di scelta ri-spetto alla maternità. Ora le donne sono in condizione di scegliere la maternità e la vita di famiglia senza trovarcisi loro malgrado. Alcune donne possono sentire che la maternità non fa per loro, o che non è il momento giusto. D’altra parte una donna che sceglie atti-vamente il ruolo di madre, lo troverà più gratificante di una che lo ha accettato di mala voglia. Sarà più positiva, competente e amorevole. Sarà più creativa nel trovare forme di relazione che arricchiscano se stessa e la sua famiglia.
Nondimeno, un riesame della inevitabilità della maternità e della vita in famiglia può portare le donne a verificare i criteri del “lavoro femminile” che causano così tanto affanno. Saranno liberate dal senso di colpa di non essere contente di stare sempre a casa a badare ai bambini. Qui abbiamo una scelta che dovrebbe essere esplorata alla luce delle necessità individuali per l’integrazione della donna.
Riconoscere il fatto che si tratta di una scelta è un passo in più verso la rivalutazione del lavoro e dello stile di vita di quelle donne che non sono sposate.

Donne single

Ci sono sempre state donne che attivamente e positivamente hanno scelto un’alternativa al matrimonio. Le yogini, le sacerdotesse dell’antica Grecia e Fenicia, le maghe, le suore, le sante e le aspiranti religiose: nel tempo tutte queste donne hanno trovato soddisfazione al di fuori del matrimonio e della maternità. In ogni famiglia ci sono sempre state donne non sposate, che si rendono utili e sono amate in qualità di sorelle, figlie, zie, invece che come mogli e madri.
Al giorno d’oggi, sempre più donne guardano al di là dei tradizio-nali ruoli femminili, per ottenere una piena realizzazione delle loro potenzialità. Come una volta c’erano potenti regine e imperatrici, anche ora le donne prendono parte al governo dei loro paesi, anche ai più alti livelli. Le donne sono entrate nei tribunali e nelle sale opera-torie, sono ingegneri e architetti, scienziate, insegnanti, infermiere e artiste, psicologhe, operatrici sociali e dirigenti. Sempre più le donne colgono e creano opportunità per condurre una vita costruttiva e soddisfacente in un modo che una volta era prerogativa solo degli uomini.

Pregiudizi

Nonostante questa apparente emancipazione delle donne, rimangono ancora discriminazioni più o meno sottili nei loro confronti. Il fatto è che le donne nelle professioni e nel commercio ad alto livello sono ancora una esigua minoranza. La maggior parte detiene posizioni re-lativamente basse negli affari e nell’industria, o viene assunta come domestica. Molte donne sono impiegate come cameriere, impiegate, dattilografe, segretarie od operaie alla catena di montaggio in fabbri-ca. Naturalmente questo, in parte, è dovuto al fatto che le donne con-siderano il loro lavoro come un parcheggio prima del matrimonio o come un mezzo per incrementare un basso reddito famigliare. In ogni caso uguali opportunità d’impiego sono ancora di là da venire.
Molti datori di lavoro pensano che le donne siano, in qualche mo-do, meno competenti e preferiscono assumere uomini. Sfortunata-mente, in molti casi, una donna può avere qualifiche più alte di un uomo per uno stesso lavoro. É anche vero che molti uomini (a causa dei loro condizionamenti) si sentono offesi a lavorare sotto una donna loro superiore, e questo problema di gestione del personale è spesso causa di omissioni esecutive quando si tratta di promuovere donne qualificate. Molte persone presumono che ogni donna voglia, in fin dei conti, sposarsi e avere bambini per cui la preparazione delle donne alle posizioni più alte è considerata uno spreco di tempo e denaro. É estremamente difficile per le donne single convincere la gente che esse considerano seriamente il loro lavoro e non hanno alcun desiderio di lasciarlo per sposarsi.
Oltre ai pregiudizi sul lavori, le donne single devono anche affrontare discriminazioni legali. In molti paesi è stato riconosciuto tardivamente (e spesso solo di recente) il diritto delle donne di possedere proprietà private piuttosto che averle in amministrazione fiduciaria da parte dei membri maschili delle comunità. Comunque le donne single hanno grandi difficoltà a ottenere un contratto d’affitto per una casa o un appartamento, senza contare i problemi per raccogliere i soldi necessari a comprare un’abitazione. Le donne single sono considerate creditori a rischio semplicemente perché non sono sposate e quindi non hanno la vaga garanzia del reddito del marito.
La società pensa ancora che le donne dovrebbero sposarsi e fami-gliari e amici esercitano moltissima pressione in questo senso. Una donna che non si sposa, non solo è estraniata dalla famiglia, ma è an-che considerata a rischio di povertà, di degrado morale e, soprattutto, destinata a una vecchiaia solitaria. Non si considera che il matrimonio non è una salvaguardia da queste disgrazie. La situazione sarebbe peggiore per una ragazza che vorrebbe sposarsi ma, per qualche ragione, non lo fa o non può. Questa ragazza è contrastata perché non ha scelto attivamente lo stato di single, ed è molto più vulnerabile ai conflitti interiori che sorgono sotto la costante critica degli altri.
La generale mancanza di accettazione sociale per le donne nubili traspare nella compassione (o derisione) di termini come “vecchia zitella”. Mentre la qualità di scapolo indica solo che un uomo non è sposato, l’equivalente femminile, zitella, evoca un’immagine di donna fragile e irascibile, la cui mancanza di matrimonio ha inaridito la vitalità e l’umanità. Molto recentemente è assurto in voga il termine di “ragazza scapola”, con i suoi osceni sottintesi di licenziosità e auto indulgenza. D’altra parte una”donna in carriera” è percepita come fredda e cattiva, un meccanismo senza cuore, il cui interesse al lavoro non merita rispetto ma antipatia. Non si capisce che una donna single può ritirarsi in se stessa, o diventare critica e irosa, semplicemente perché è sempre presa di mira dall’ostilità sociale verso il suo modo di vivere.
Una donna single deve essere impeccabile, perché se ha qualche difetto è il suo stato di single a venire biasimato. Se le persone pren-dono in antipatia la sua personalità, affermano con sicurezza che “hanno tutte bisogno di un uomo”. Al di là di quanto sia felice o abbia successo, è sempre schernita col fatto che “non è riuscita a sposarsi”. Sembra impossibile a molte persone accettare che certe donne non desiderano sinceramente sposarsi. Anche se le donne che scelgono di vivere al di fuori del matrimonio stanno crescendo di numero, nel far ciò si buttano in una misconosciuta battaglia per l’accettazione sociale.

Più tempo per lo yoga

Le donne single trovano nello yoga un sollievo dalle tensioni e un miglioramento del loro modo di vivere. La pratica dello yoga svilup-pa il distacco e dà a una donna l’equilibrio interiore per superare le critiche meschine con serenità. Incoraggiando l’attitudine a perfezio-nare il lavoro con perfetto distacco, lo yoga trasforma la carriera di una donna in un mezzo per raggiungere la più alta consapevolezza. Al di là del tipo di lavoro svolto, questa attitudine conduce a comprendere che il suo lavoro non è solo un mezzo per guadagnarsi da vivere, ma è anche una potente pratica spirituale. Con il tempo impegnato da minori responsabilità ed esigenze, la donna single ha più tempo da dedicare all’educazione di se stessa attraverso lo yoga, e, dallo yoga, può trarre forza, disinvoltura e magnetismo personale che parleranno da soli a sostegno del suo stile di vita.

Sannyasa

Noi, per crescere spiritualmente, non dobbiamo cambiare il nostro stato sociale. Se siamo sposate non è necessario sciogliere la relazio-ne o cambiare modo di vivere. Il sadhana, nel matrimonio, può por-tarci ai massimi conseguimenti.
D’altro canto, ci sono donne che, per scelta, non si sono mai sposate. Le loro personalità sono orientate verso un differente stile di vita. Alle donne che ricercano le più alte mete spirituali o che voglio semplicemente essere utili, lo yoga offre la vita da sannyasa, che conduce alla spontaneità, all’armonia e alla saggezza.
Rinunciando ad altre alternative di vita, una donna non perde niente. Se ha sentimenti materni, questi saranno espressi in modo più universale, e centinaia di bambini, giovani e vecchi beneficeranno del suo amore. Invece di servire un marito o dei bambini a casa, essa amplierà il suo campo d’azione al servizio di tutta l’umanità. Un sannyasin rinuncia solo all’aspetto superficiale del mondo in modo da conoscerlo e farne esperienza più pienamente.
Il sannyasa è uno stile di vita creativo, che progressivamente eli-mina tutti i complessi e disturbi mentali. Semplicemente le nevrosi e le depressioni non hanno più libertà d’azione in questa vita attiva e stimolante. Il sannyasa trasforma la mente in uno strumento perfetto che trasmette, non confusione, ma saggezza, non infelicità, ma beati-tudine.
Una volta che una donna è diventata sannyasin, è al di sopra della discriminazione sessuale e libera da pressioni a adeguarsi ad un ruo-lo particolare a causa della sua costituzione biologica. Una sannyasin non ha un ruolo, ma è libera di adottare ogni metodo d’azione che la metta in grado di essere d’aiuto.
Attraverso il sannyasa una donna può aiutare completamente se stessa, aiutando gli altri. Scegliendo il sannyasa si impegna ad affrontare la vita in modo che non può mancare di raggiungere la meta spirituale. Il sannyasa è la definitiva liberazione della donna.

Donne e sannyasa

(di Swami Satyananda Saraswati)

Nelle storia dello yoga, le donne sono sempre state la maggioranza. Contatene il numero qui, in questa assemblea; andate a vedere ogni lezione di yoga, satsang o ashram e troverete più donne che uomini. Il fatto di trovare sempre più donne che uomini all’interno dei movimenti spirituali, non è dovuto a un nuovo sviluppo, ma al fatto che c’è stato un recente ritorno.
Negli ultimi secoli alle donne è stato sottratto e negato il diritto fondamentale all’eguaglianza. E sono, anche, state estromesse dalla vita spirituale. Forse ciò fu dovuto al fatto che abbiamo voluto sfrut-tarle per scopi carnali. Sicuramente il mio sospetto è giusto. Se alle donne fosse stato permesso di condurre una vita spirituale e fossero state incoraggiate ad accrescere la loro consapevolezza, come avreb-bero potuto essere vittime della nostra carnalità?
Guardate la condizione delle donne. Fino a non molto tempo fa, erano incoraggiate solamente a essere mogli e madri, e nient’altro. Erano condizionate a tal punto che non sapevano come rifiutarsi, dir di no o resistere. É solo ora che le donne iniziano a liberarsi dalle vecchie tradizioni. In ogni caso, nei paesi occidentali sono sempre state completamente estromesse dalle comunità spirituali. Ho visitato i monasteri occidentali: tutti i sannyasin donna che mi accompagnavano non erano ammesse all’interno. Nella tradizione yoga è completamente diverso; uomini e donne possono vivere, muoversi, parlare e interagire reciprocamente.
Fin dall’inizio della storia dello yoga, le donne hanno sempre avuto il ruolo principale e molte sono anche diventate guru o sante. Si crede che Shiva sia stato il primo guru e che abbia fondato il tantra e lo yoga. Sapete chi fu il suo primo discepolo? Parvati, la sua controparte, moglie o shakti. Se si leggono i testi tantrici, si trova che cominciano con “Parvati chiese”. Dunque la conoscenza del tantra e dello yoga fu trasmessa, per prima, ad una donna. Inoltre, nella cultura yoga, quando si fa riferimento ad una relazione tra due, la donna è sempre menzionata per prima. Diciamo “Sita Ram”, non “Ram Sita”, “Radha Krishna” non Krishna Radha”, o “Gauri Shankara” non “Shankara Gauri”.
Nelle tradizioni tantriche tibetane e indiane, abbiamo ottantaquat-tro siddhi e, fra questi, sessantaquattro sono yogini. In Kashmir ci fu una grande santa chiamata Lalla. Era sempre completamente nuda. Spesso i suoi devoti le chiedevano: “Lalla, perché non indossi vesti-ti?”. E lei era solita rispondere aspramente: “Vedete il mio corpo o la mia anima?”.
Negli Upanishad si possono trovare molti riferimenti a grandi sante e a disquisizioni filosofiche tra yogi maschi e femmine. Un riferimento fantastico riguarda una intelligentissima signora chiamata Garghi che fu una rinomata studiosa e una grande sannyasin.
Quando Shankaracharya scrisse il suo famoso testo sul tantra, “Ananda Lahari”, lo iniziò con un verso molto toccante: “Senza Shakti, come può Shiva creare qualche cosa?”. Shiva è solo il testi-mone silenzioso, Shakti è colei che crea. Questa è la ragione per cui, nella tradizione tantrica, è la donna che dà l’iniziazione.
Nel mondo ci sono due tradizione. Quella matriarcale e quella pa-triarcale. Il Giudaesimo, il Cristianesimo e l’Islamismo sono patriar-cali. L’Induismo, il Buddismo, lo Zoroastresimo, lo Shintoismo, il Taoismo e il Confucianesimo sono tutti matriarcali. Le religioni ma-triarcali sono molto tolleranti. Hanno una grande comprensione e compassione per gli altri, e ciò riflette le basi della natura femminile.
Le religioni matriarcali sono state le responsabile delle cose belle della vita, come le arti, lo yoga, il tantra, la danza, la musica, la pittura, e così via. Le religioni patriarcali non vengono a compromessi, e hanno prodotto potenti guerrieri e governi forti. Hanno anche impedito alle donne di farsi avanti.
In ogni caso, nell’ultimo secolo e mezzo, le donne occidentali hanno iniziato a essere più libere e, lentamente, dei cambiamenti stanno prendendo piede anche in oriente. Come ho detto all’inizio, c’è anche stato un recente ritorno alla tradizione delle sannyasin donne. E di questo sono io il responsabile. Nei primi anni sessanta e settanta, quando ho cominciato a iniziare donne al sannyasa, c’è stata una grande agitazione tra la popolazione ortodossa, e hanno iniziato a dire tutto quello che potevano. Ma, col passare degli anni, non hanno avuto altra scelta che seguire le mie orme. Ora hanno più discepole donne di me.
La mia filosofia personale è: le donne sono assai sincere e obbe-dienti. Sono oneste e grandi lavoratrici, e quando lavorano con una persona, la mantengono rilassata per tutto il tempo. Vorrei aggiungere che una delle ragioni più importanti del successo del mio operato è stata l’introduzione delle donne nel movimento. Non voglio dire che gli uomini siano inutili; anch’essi hanno il loro compito, ma, nello schema della creazione, credo che le donne siano superiori.
La donna è tra le migliori creature del Creatore, e non c’è motivo per cui debba essere esclusa dalla vita spirituale. La donna ha una natura estremamente psichica, bisognerebbe lasciare che accresca la sua coscienza e sviluppi questa parte della sua personalità. Perché le donne non dovrebbero evolversi in chiaroveggenti, telepati, profetesse, studiose o sannyasin?

Lo Schermo Psichico

Tratto da: Paramahansa Satyananda, “Meditations from the Tantras”, ed. Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India

Sdraiatevi in shavasana, con le gambe leggermente divaricate e le braccia vicino al corpo, i palmi delle mani rivolti verso l’alto.
Chiudete gli occhi.
Questa non è una pratica di concentrazione, ma una pratica di rilassamento.
È abbastanza facile, ma molto preziosa e significativa. Non aprite gli occhi durante la pratica.
Se possibile, d’ora in poi, non fate alcun movimento fisico. Muovetevi ora, se volete.
Non concentrate la mente, ma lasciate che si muova dove vuole.
Rendete la mente completamente estroversa e siate consapevoli delle cose esterne, non di quelle mentali.
Non ritirate la mente all’interno.
Non ritirate la mente all’interno, ma lasciatela muovere dovunque voglia e venga attratta.
Non siate in tensione come se vi preparaste a fare qualche cosa.
Rilassatevi completamente, come alla sera quando andate a letto dopo tutti i lavori della giornata.
Non vi insegnerò a concentrarvi, ma a lasciare fluire la mente.
La mente è attratta dai suoni esterni, dalle sensazioni tattili e da tutto ciò che vi circonda.
Potete sentire i rumori delle automobili, della radio, degli uccelli, di un cane e via dicendo.
In questa pratica particolare lasciate che la mente si diriga verso i sensi esterni.
Dovete essere come un microfono che coglie e registra qualsiasi suono gli giunga entro una particolare estensione.
O come un radar che riceve tutti gli oggetti esterni.
Tenete a mente che non state facendo una pratica di concentrazione e controllo mentale. Rilassate la mente. Abbiate lo stesso stato mentale di quando andate a letto dopo un’intera giornata di lavoro.
Siate consapevoli delle cose esterne.
Riuscite a essere consapevoli dell’esterno?
Questo punto è molto importante: tenete a mente che ci sono due tipi di consapevolezza. Una è la consapevolezza volontaria, l’altra involontaria.
Se pensate che in questa stanza ci sono molte persone sdraiate, che io sto descrivendo una certa pratica e che il registratore sta funzionando, quella che state cercando di sviluppare è la consapevolezza volontaria.
Ma se la vostra consapevolezza è attratta da un suono particolare, da una certa esperienza, si tratta di consapevolezza involontaria.
Nella pratica che state svolgendo, dovete restare completamente vuoti. Se sentite un suono esterno, recepitelo. Se vi rendete conto della presenza delle altre persone in questa stanza, o di qualsiasi altra sensazione, accettatela.
Continuate così, da soli, per tre minuti.
Non preoccupatevi di niente, la sciate che la mente colga qualsiasi cosa: le mie parole o qualsiasi altro suono possa giungere alla vostra attenzione.
Praticate questa consapevolezza per tre minuti.
Continuate a percepire il mondo esterno. Cercate d’essere consa-pevoli di ogni suono e accadimento avvenga nel mondo esterno, non al vostro interno. Rimanete testimoni.
Rimanete testimoni del mondo esterno, non di quello interiore.
Evitate di addormentarvi.
Lasciate che la mente vaghi all’esterno e siate consapevoli di tutto quello che succede.
Questa è la prima pratica. In questa pratica dovete cercare di essere consapevole dei sensi.
Ora, la seconda pratica.
Chiedetevi: “Cosa sto pensando?”.
Siate consapevoli, consapevoli del processo del pensiero. Non controllate i pensieri. Lasciate che la mente sviluppi i pensieri, sia buoni sia cattivi, ma non lasciatevi coinvolgere da alcun pensiero, qualunque conseguenza, positiva o negativa, abbia.
Lasciate che la mente pensi qualsiasi cosa le piaccia, senza interruzione. Ma dovreste essere consapevoli di tutti i pensieri che vi capitano alla mente.
“Cosa sto pensando?”
Questa è una pratica interessante, nella quale vi abbandonate al pensiero, ma cercando di rimanere come un testimone distaccato.
Non importa se i pensieri sono buoni o cattivi. L’importante è che state pensando e percependo il pensiero.
In ogni momento ripetetevi “Cosa sto pensando?”
Se non riuscite a cogliere il processo del pensiero, lasciate che i pensieri vengano per un certo tempo, dopo di che, all’improvviso, cercate di rendervi conto di quello che state pensando.
Continuate per tre minuti.
Non preoccupatevi di alcuna distrazione, di alcun pensiero, o se la mente va e viene.
Non controllate la mente, osservate solo i pensieri.
“Cosa sto pensando?”.
Concentratevi sul Chidakasha.
Il chidakasha è la parte interna della fronte.
Se cercate di osservare la parete interna della fronte, vedrete il chidakasha.
Il chidakasha è uno schermo e su di esso potete vedere che tipo di pensieri vi giunge in mente.
Continuate ad osservare il chidakasha e scoprite le varie figure e simboli che compaiono sullo sfondo. Continuate a osservare ogni simbolo, diagramma, fiore, pensiero o visione compaia sullo sfondo del chidakasha.
Non importa se visualizzate pensieri, o simboli, o altro, ma conti-nuate ad osservare il chidakasha.
Se continuate, potreste vedere vari simboli, conosciuti o scono-sciuti.
Rimanete sul chidakasha e osservate qualsiasi cosa si manifesti, o anche se non appare niente.
Non dovrebbe esserci tensione, ma solo uno stato di rilassamento del chidakasha.
Cosa vedo nel chidakasha?
Mentre guardate il chidakasha, potrebbe comparire improvvisa-mente il pensiero di un libro, di un amico, un pensiero spirituale o mondano, l’immagine di un giardino, di un fiore, di un diagramma e così via.
Continuate e osservare il chidakasha.
Sviluppate la consapevolezza costante di tutto quello che vedete.
Se non vedete niente, non perdete la consapevolezza.
Siate testimoni di tutto quello che accade nel chidakasha.
Possono essere visioni o diagrammi, oppure niente. Come a mezzanotte.
Questo processo di percezione dovrebbe essere cosciente, non inconscio come un sogno.
Può manifestarsi un diagramma, come un triangolo, o dei fiori, degli uccelli, dei giardini, delle case, della gente, degli animali, dei fiumi, la mezzanotte, le tenebre, la luce delle stelle, la luna piena di notte, la luce del giorno, qualsiasi cosa.
Rimanetene consapevoli.
Basta che facciate attenzione a non addormentarvi. Questo è molto importante. Tenete a mente quello che vi ho detto. State osservando il chidakasha. Questo è un modo rilassante di guardare il chidakasha. Nel chidakasha, sia che vediate qualcosa, sia che non vediate niente, rimante consapevoli e lasciate che le cose si sviluppino da sole.
Restate svegli e guardate i chidakasha come vi ho detto.
Ora portate la mente all’esterno e lentamente riprendete coscienza di quello che vi sta attorno.
Aprite gli occhi e alzatevi.

Hari Om Tat Sat