Satyananda Ashram Italia

Scuola di Yoga

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Impressioni della Sat Chandi Maha Yajna
Paramahamsa

Alakh Bara – Rikhia – India 21-25 Novembre 2006

Il nostro arrivo a Rikhia non sarebbe potuto essere più bello: sotto un sole splendente, nel gradevole calore delle ore meridiane, l’ashram si presenta dal suo lato migliore. La prima impressione è stata una piacevole sorpresa: la struttura sobria ma bella, l’atmosfera curata, il senso di essenzialità, la grande semplicità che in questo luogo acquista il carattere di qualità positiva. All’interno della recinzione si trovano diversi edifici collegati da vialetti intramezzati da aiuole verdi e alberi che offrono ombra e riparo.
Due giorni prima della yajna i preparativi fervono a tutt’andare. Vi sono impegnati numerosi karma yogi e volontari; ancora più numerosi però sono i nuovi arrivati che aspettano di potersi registrare e di installarsi nelle proprie dimore. Il nostro alloggio si trova in posizione centrale, nelle vicinanze della cucina: il Sukhman Marhi, un dormitorio per circa trenta persone su pianta quadrata, all’interno del quale è situato un vano adibito a deposito per riso e grano; una soluzione intelligente ed economica, poiché, a motivo dell’isolamento della dispensa, gli alimenti qui si conservano bene, protetti da caldo, freddo e umidità.
Aspettando la yajna rimane ancora un po’ di tempo per ambientarsi e familiarizzare con le regole dell’ashram. Nello yajnasthal, dall’altra parte della strada, è già in corso il “prossimamente”. Frotte di donne lavorano a catena, accatastando montagne di regali al ritmo dei kirtan e dei mantra recitati dai partecipanti, per poi riportare indietro tutti questi doni che nei prossimi giorni verranno consegnati come Devi prasad. Che fatica! Inutile? Il mio primo pensiero: non siamo al mondo per essere efficienti; questa è un’idea occidentale. Ma questo programma non è superfluo, serve per preparare alla yajna, a ravvivare la gioia dell’attesa. Ci viene mostrato, ponendolo davanti ai nostri occhi, tutto ciò che è stato donato e che verrà restituito con la benedizione della Devi. E forse non ci si può neanche immaginare gli innumerevoli karma yogi che hanno lavorato per mesi negli ashram di Rikhia e Munger per preparare queste migliaia di pacchetti.
Il 21 novembre arriva finalmente il grande giorno: il programma inizia la mattina alle 7.00, ma già più di un’ora prima la gente si accalca per riuscire a conquistare un posto vicino all’evento. Lo yajnasthal si presenta nella splendida luce del mattino e nell’aria pura come possono averla soltanto le primissime ore del giorno.
Quest’anno erano registrate 8000 persone fra indiani e stranieri. Non avevo mai provato un senso così forte di una comunità mondiale. I partecipanti vengono suddivisi in sezioni: i bambini, cioè le kanya e i batuk di Rikhia, i locali, gli stranieri, quelli che hanno fatto voto di mantra continuo. Tutti noi guardiamo verso il mandap, dove si svolgerà la yajna e verso il palco. Il muro di cinta a colori solari, giallo, arancio luminoso e oro, fa da splendida cornice all’avvenimento. Su questo sfondo, sotto un ombrello di paillettes che scintillano come argento, è seduto Paramahamsaji Swami Satyananda, attorniato da Swami Niranjan e Swami Satsangi. È stato un grande privilegio quello che Paramahamsaji fosse presente da mattina a sera per tutti e cinque i giorni, nobilitando l’evento con la sua presenza.
Purtroppo parlava più hindi che inglese, probabilmente perché si rivolgeva in primo luogo ai bambini. Il discorso che più mi ha toccato è stato quello in cui definiva se stesso come un medico, uno “specialista del cuore aperto”. Egli infatti si considera un chirurgo di successo che mette alle persone i bypass necessari. Nello stesso contesto ripete anche che la Sat Chandi Maha Yajna è parte della Rajasuya Yajna, che in realtà può essere effettuata soltanto da un chakravarti, un sovrano o conquistatore, ma appunto anche da lui, come “re dei cuori”. Egli vede se stesso come un conquistatore, poiché anche attraverso di lui lo Yoga ha conquistato il mondo intero. Questa rivendicazione trova la sua espressione anche nel fatto che le kanya e i batuk di Rikhia sulle loro tute recano l’iscrizione “World Yoga”.

Niente yajna senza sankalpa: nel 1995 Swami Satyananda fece il sankalpa di compiere per 12 anni Sat Chandi Maha Yajna, un antico rituale tantrico di venerazione della madre cosmica: quella del 2006 è quindi l’undicesima e penultima. Il sankalpa della yajna stessa è assoluto e universale: è la preghiera per la pace, la prosperità, la felicità e lo “spiritual upliftment” di molti, di tutti. I pandit, gli acharya e noi tutti preghiamo per la realizzazione di questo sankalpa, non per quella dei nostri desideri personali.
È importante comprendere che la partecipazione alla yajna non è passiva per nessuno: non si può essere semplici spettatori. Già la partecipazione stessa è una responsabilità, una disciplina, poiché tutti noi siamo impegnati alla realizzazione del sankalpa, così come siamo partecipi quando la Devi fa piovere su di noi la sua benedizione. È l’azione collettiva che fa conseguire ciò. Ma per ottenere questo dobbiamo creare un campo di energia spirituale, prepararci mentalmente e avere presente il sankalpa, essere vigili e pronti a ricevere.

Il programma viene aperto da due kanya che danno il benvenuto al pubblico in due lingue: “welcome” e “namo narayan”. Esse spiegano che la Devi, la madre cosmica, non ha religione, non ha età, nazionalità né sesso. Questa creatrice del cosmo, che si manifesta in tutte le cose create, visibili e invisibili, viene venerata nella Sat Chandi Maha Yajna, una yajna universale celebrata in condivisione da gente di ogni parte del mondo.
Per quattro giorni, dal 21 al 24 novembre, si è svolta la venerazione della Devi, la Sat Chandi Puja, poi il 25 Sat Chandi Purnahuti, il rituale culminante della yajna, con il quale viene offerta al fuoco l’ultima oblazione, e infine Sita Ram Vivah, le nozze simboliche di Sita e Rama. La Sat Chandi Maha Yajna non è un semplice sacrificio al fuoco, ma comprende tre componenti fondamentali: la venerazione della divinità con doni sacrificali, la recita rituale di potenti mantra, stotra e canto di kirtan, il dare e ricevere il prasad. Da tempi immemori gli uomini invocano gli dèi per impetrare ciò di cui ritengono di aver più bisogno. Per questo la yajna è sopravvissuta per millenni e la sua popolarità si è conservata fino ai nostri tempi. Essa risponde a un’esigenza primordiale dell’esistenza umana, e il suo carattere arcaico è percettibile ancora oggi.
Secondo il rituale, nella Sat Chandi Maha Yajna la forza cosmica della devi Chandi viene invocata recitando per cento volte i 700 versi del Durga Saptashati Path. Essi raccontano la storia di Durga come distruttrice delle forze del male e delle potenze delle tenebre, come portatrice di pace, giustizia e dharma. Per quelli che non sanno recitare questo testo lunghissimo vengono distribuiti dei fogliettini con la scritta Om Aim Hrim Klim Chamundaye Vichche, il mantra del potere cosmico. Anche il Sri-Mahisasuramardini-Stotram viene cantato ogni giorno. Questi e numerosi altri mantra, stotra e kirtan vengono recitati, con la consapevolezza del sankalpa, dall’alba al tramonto.
Le oblazioni al fuoco vengono eseguite dai pandit con grande accuratezza. I sacrifici provengono beninteso esclusivamente dalla natura stessa: in tal modo le viene restituito ciò che da lei abbiamo ricevuto. Questa è un’espressione simbolica di amore universale e segno di armonia con la natura, dell’essere uno con l’intera creazione. Dare e ricevere sono due facce dello scambio universale. Per questo il prasad non è un semplice dono materiale, esso rappresenta gioia, purezza e felicità. Prima il prasad viene porto alla dea, poi lei ce lo restituisce con la sua benedizione. Così nasce l’uso, durante la yajna, di fare regali in abbondanza a tutti, non solo ai bisognosi. Non si tratta quindi di caritas ma di daan, e i doni vanno visti come onori da tributare.
Tutti ricevono il prasad nel gruppo cui appartengono: gli abitanti dei quasi settanta villaggi del distretto, le vedove, gli anziani, gli “overseas”, gli swami. Il turno degli stranieri arriva il secondo giorno. Con le targhette dei nostri paesi sfiliamo davanti ai guru, abbiamo appena l’occasione di un saluto rispettoso, per poi prendere in consegna la nostra busta: è piena fino all’orlo di libri, un calendario, una borsa con la scritta Om Aim Hrim Klim, una kurta, un ciondolo di rame con lo Sri Yantra, lo yantra cosmico che ci protegge dalle forze del male, e il famoso angavastra giallo con gli Om, il panno che simboleggia la benevolenza di Paramahamsaji verso di noi. Le kanya e i batuk vengono vestiti di nuovo ogni giorno, e gli abitanti dei villaggi ricevono il fabbisogno per la vita quotidiana: un secchio con l’occorrente per le pulizie e utensili domestici, alimenti, stoffe.

Il programma prosegue, con una breve pausa, dalla mattina alle 7.00 fino al tramonto, alle 18.00 circa. I partecipanti stanno seduti tutti insieme, in spazi molto ristretti, per almeno dieci ore al giorno. Accogliere e far sedere tutti è per gli ospitanti un punto d’onore. Le kanya, con il loro sorriso irresistibile, fanno ammassare la gente seduta ancora di più, finché tutti hanno trovato posto. Spesso non si riesce nemmeno più a mettere le ginocchia per terra tanto si sta stretti, e lo stare seduti a volte diventa una dura prova. I giorni si succedono molto simili: stare seduti, recitare e cantare, la mattina la donazione rituale al guru, poi prasad per le vedove, gli anziani, gli abitanti dei vari villaggi, sempre accompagnati dai kirtan delle kanya. Si vorrebbe che durasse per sempre: il canto e i regali continui purificano l’atmosfera. Attraverso l’invocazione collettiva, il dare e ricevere per giorni, si crea un potente campo di energia positiva.
Osservo le persone che mi marciano davanti per prendere in consegna i loro prasad, osservo chi saluta il guru e s’inchina, e chi invece corre subito a colpo sicuro verso i regali. A volte sembra che gli stessi Paramahamsaji e Swami Niranjan desiderino prendere un po’ le distanze dalle masse. Allora si riparano con una barriera di bambini, proteggendosi così dagli sguardi della gente. I giorni finiscono sempre con Shanti Path.

I veri e propri anfitrioni della yajna sono le kanya e i batuk di Rikhia, i bambini bellissimi e innocenti o bal sundari; nulla avviene senza di loro. Erano presenti 985 ragazzi tra i 7 e i 13 anni. Tutti sono stati iniziati da Paramahamsaji e frequentano regolarmente l’ashram, lì imparano l’inglese e vengono avviati all’uso del computer. L’ashram ha acquistato proprio a questo scopo più di cento PC. Essi vengono inoltre istruiti nella recitazione di mantra e stotra. In questo modo, memorizzando i testi, imparano a concentrarsi, mentre attraverso le frequenze e vibrazioni del suono acquistano poco a poco un equilibrio interiore. Il risultato è davvero sorprendente. Un gruppo canta sul palcoscenico con il microfono, indicando il ritmo. Ammiro la resistenza e la sicurezza di routine con cui recitano mantra, kirtan, stotra e lunghissimi inni vedici. Dell’intera yajna sono soprattutto queste voci forti e sicure ciò che mi è penetrato più profondamente nella memoria. Il canto dei bambini rimane nell’orecchio per molte settimane ancora.
Essi aiutano dove possono, si assumono il compito del “guest seating”, la distribuzione e la raccolta dei libretti e molto altro ancora. I piccoli ricevono Devi prasad ogni giorno: una tuta da ginnastica, un abito tradizionale della festa, vestiti per la scuola e per l’inverno che poi esibiscono sempre il giorno dopo. Sono i padroni di casa più affascinanti che ci si possa immaginare, prendono però i loro compiti molto sul serio, con una coerenza inflessibile: per esempio quando devono convincere gli “overseas” a stringersi ancora di più gli uni con gli altri per far posto agli ultimi arrivati. O quando la sera si prendono per mano, sbarrando così la via in modo che i partecipanti, dopo il programma, possano facilmente attraversare la strada per andare a cena.

Durante i giorni della yajna l’ashram mostra la massima ospitalità, fino ai limiti del possibile: si provvede al sostentamento di tutti, e quasi tutti gli stranieri vengono alloggiati nell’ashram. Le condizioni di alloggio non sono comodissime: siamo in tanti in camera, folla e file dappertutto, troppo pochi bagni, mancanza di acqua per parecchie ore al giorno, qualcuno si ammala. Ma queste sono cose di poca importanza e sono dimenticate subito.
Per oltre 8000 persone vengono preparati tre pasti al giorno, ossia fino a 25.000 pasti giornalieri, per la durata di quasi una settimana. Cucinano 30 cuochi, che iniziano a lavorare la mattina alle 3.00. Al resto pensa l’ashram. Tutti gli ospiti danno una mano. Il Seva comprende mondare le verdure la mattina alle 4.00, preparare i posti, servire durante i pasti, spazzare, mettere a posto, pulire i bagni. Durante la yajna hanno cominciato a dare la prima colazione dalle 4.30 in poi, altrimenti non si faceva in tempo.
Ci serviamo di utensili usa e getta ma ecologici: tali di foglie di banana intrecciate e kulad, scodelline di terracotta. Per la yajna ne servivano circa 150.000 di ciascuno, chi li ha confezionati e quando? Di giorno in giorno il mangiare diventa sempre più sem-plice, finché alla fine c’è solo riso e chutney freddo. Le capacità della cucina sono esaurite. Il 25 novembre tuttavia, l’ultimo giorno, quando si ricorda Sita Kalyanam, viene servito un ricco e lauto pranzo con molti dolci.

È il giorno culminante dell’intera manifestazione. I guru indossano vestiti e turbanti sfarzosi. In questa festa della gioia ognuno dev’essere più bello che può, poiché Sita Ram Vivah, le nozze di Sita e Rama, rappresentano l’unione dell’anima individuale con il Sé, l’unione di prakriti e purusha, di Shakti e Shiva.
La mattina si celebra la suggestiva Kanya Puja, il rituale in cui i bambini, che per la loro bellezza e purezza sono la più sublime manifestazione della madre cosmica, vengono venerati allo stesso modo della Devi e nutriti pubblicamente.
Poi inizia la homa, che culmina nel Sat Chandi Purnahuti. Ades-so tutti gli occhi si rivolgono verso lo yajnashala, un mandap su 16 pilastri, uno per ogni divinità che viene invocata. All’interno, Swami Niranjan accende il fuoco come in tempi remoti, fregando bastoncini di aranya. Vengono date in oblazione quantità infinite di semi, fiori e liquidi, recitando il Sri Sukta, uno degli inni più antichi dell’umanità. Quando Paramahamsaji gira intorno al mandap, il suo passo suscita un’impressione di pace, calma e leggerezza, quasi di assenza di peso. Il contatto dei suoi piedi con il suolo è attento e rispettoso, in armonia con la madre terra.
Alla fine viene ricordato Sita Kalyanam, il sacro evento delle nozze di Sita e Rama; Swami Niranjan decora le loro statue con ghirlande di fiori. Fine! Tutto si è concluso! Viene ammainata la bandiera e pronunciata la parola fine; Swami Satyananda torna al suo ritiro, Swami Niranjan parte per Munger. Per un attimo si sente un vuoto, finché il senso di mancanza si trasforma nella percezione della ricchezza interiore appena acquisita.

Il 26 c’è la grande partenza, poi l’ashram torna di nuovo alla calma, si ristabilisce la routine, noi che siamo rimasti laviamo le stuoie e mettiamo a posto.
Sarebbe però riduttivo pensare che la yajna duri soltanto cinque giorni: per l’evoluzione della consapevolezza, i giorni della preparazione sono infatti altrettanto importanti come i giorni dopo l’evento. Ciò che la yajna suscita in noi si evidenzia soltanto dopo, forse persino molto, molto più tardi. Diventiamo consapevoli di essere mutati in un modo molto sottile; forse nel profondo della nostra realtà interiore sono pure cambiate delle priorità. Ciò si manifesterà molto concretamente nelle nostre scelte della vita di tutti i giorni. Il sankalpa “per il bene di molti, per il bene di tutti” è costantemente presente nella nostra coscienza così come ci risuona nelle orecchie il canto insistente dei bambini, speriamo per molto tempo ancora. Infatti, come si dice, siamo stati benedetti dalla Devi. Ciò che rimane è un sentimento di profonda gratitudine per aver potuto vivere quest’esperienza meravigliosa, unica nel suo genere, e per essere stati testimoni di una cultura spirituale antichissima: nasce il desiderio di tornare per la prossima Yajna.

Kripa

Capsule di Yoga

Di Swami Niranjan Saraswati “Vivere lo Yoga” – International Satyananda Yoga Festival, Venezia Lido, 19-21 Maggio 2006.

Swamiji ha detto: “Imparare a vivere, amare e ridere è lo scopo dello yoga, non il Samadhi… La vera vita spirituale deve essere realizzata nell’eccellere in ciò che facciamo. Con la stabilità in un Sadhana regolare possiamo imparare a gestire le nostre emozioni, a coltivare la consapevolezza e divenire un osservatore”.

Queste sono le pratiche che consiglia a tutti coloro che aspirano seriamente alla vita spirituale.
1) Appena svegli la mattina, prima di alzarsi e coinvolgersi con le attività quotidiane:

• Recitare 11 volte il Maha Mrityunjaya Mantra, per la salute
• Recitare 11 volte il Gayatri Mantra, per la mente

2) Dopo essersi alzati, 5 asana per equilibrare il corpo:

• Tadasana 7 volte
• Tiryaka Tadasana 5 volte per lato
• Kati Chakrasana 5/7 volte per lato
• Surya Namaskara 3 cicli nel modo seguente:
1 ciclo con il respiro normale.
1 ciclo mantenendo ogni posizione per 3 respiri.
1 ciclo veloce come con un solo respiro.
• Un’asana capovolta. Praticare solo solo se non vi sono restrizioni dovute alla salute, per esempio ipertensione.

3) Dopo le asana, Pranayama:

• Brahmari x 7 cicli, se necessario più cicli, per alleviare l’ansia.
• Nadi Shodhana con inspirazione e espirazione della stessa durata, senza ritenzione, per equilibrare gli emisferi destro e sinistro del cervello. Agisce sul sistema nervoso simpatico e parasimpatico.

4) Nel pomeriggio, se stanchi o stressati:
• Una rotazione della consapevolezza attorno al corpo, come in yoga nidra.
Poi a scelta:
• Consapevolezza del movimento dell’addome con il conto mentale di 25 respiri (questo induce rilassamento) oppure
• Consapevolezza del mantra So Ham con il movimento del respiro fra l’ombelico e la gola (questo induce chiarezza mentale).

5) Prima di addormentarsi la notte praticare un yama e un niyama:
Rivedere e analizzare mentalmente gli eventi della giornata e chiedersi: “Cosa avrei potuto fare meglio?”. Nel caso di una situazione difficile o spiacevole domandarsi: “Avrei potuto gestirla in modo migliore? Come reagirei se ciò accadesse di nuovo?”.

Routine:
• Eseguire queste pratiche quotidianamente da lunedì a venerdì.
• Il sabato praticare neti e una tecnica di meditazione come Ajapa Japa, Antar Mouna o Kaya Sthairyam.
• La domenica riposo.

Yajna

dagli Insegnamenti di Swami Sivananda Saraswati

Tratto da: Sw. Sivananda Saraswati, Sw. Satyananda Saraswati, “Yajna”, Sivananda Math, Munger, Bihar, India.

Yajna significa sacrificio, rito consacrato, o qualsiasi azione compiuta con uno scopo puro e non egoistico. Yajna significa anche Ishwara, o Dio. Nella Taittiriya Samhita (1:7-4) si dice: “Yajna è, in verità, Vishnu”. Nella Bhagavad Gita (3:14-15) si dice: “Dal cibo dipendono gli esseri viventi; dalla pioggia è prodotto il cibo. Dalla yajna, sacrificio, emerge la pioggia, e il sacrificio nasce dall’azione. L’azione proviene da Brahma, e Brahma proviene dall’Imperituro. Perciò, l’onnipervadente Brahma risiede sempre nel sacrificio”. Nel Manu Smriti (3-76) è detto: “L’offerta fatta nel fuoco raggiunge il sole; dal sole viene la pioggia; dalla pioggia viene il cibo; e da questo cibo tutte le creature”. In questo modo la ruota della vita è messa in movimento dal Creatore, partendo dal sacrificio.

Ci sono cinque importanti sacrifici quotidiani che devono essere compiuti da ogni capofamiglia: (1) Brahma Yajna, chiamata anche Rishi Yajna, sacrificio a Brahman, ai Veda, ai rishi e ai saggi; (2) Deva Yajna, sacrificio agli esseri celesti; (3) Pitri Yajna, sacrificio agli antenati; (4) Bhuta Yajna, sacrificio a tutti gli esseri; (5) Ma-nushya Yajna, chiamata anche Atithi Yajna, sacrificio alle persone, come per esempio un ospite.
Il compimento di queste cinque yajna contribuisce alla nostra crescita spirituale o evoluzione. In questo modo impariamo gradualmente che l’uomo non è un’entità separata o isolata, ma parte di un grande insieme. Noi otteniamo la conoscenza studiando le sacre scritture dei grandi rishi. Riceviamo sostegno ed aiuto dai nostri amici, parenti e dal nostro prossimo. I nostri genitori ci danno il corpo fisico, che è formato dai cinque elementi. Questo corpo è sostenuto da aria e acqua, e nutrito dal latte delle vacche, dai cereali, vegetali e frutta. I deva e i pitri ci benedicono e armonizzano il nostro ambiente. Perciò abbiamo un quintuplo debito verso la natura e dobbiamo ripagare questo debito eseguendo quotidianamente questi cinque sacrifici.
Dai rishi, deva, pitri, bhuta e ospiti riceviamo conoscenza, illuminazione, benedizioni, nutrimento e la vita stessa, perciò anch’essi devono ricevere da noi qualcosa in cambio. Inoltre, durante il corso della nostra vita, uccidiamo consapevolmente e inconsapevolmente numerosi insetti e creature. Questa colpa si elimina con la pratica del sacrificio. Per questo le cinque yajna dovrebbero essere eseguite quotidianamente.
Insegnare e studiare le sacre scritture è Brahma Yajna. Tutti do-vrebbero studiare questi testi quotidianamente e condividerne la co-noscenza con gli altri. In questo modo paghiamo il nostro debito con i rishi. Tarpana e shraddha, l’offerta regolare di acqua e cibo alle anime dei morti, formano Pitri Yajna. Alleviando la loro fame e sete, saldiamo il nostro debito con gli antenati. Homa o agnihotra, offrire le oblazioni al fuoco, che poi il fumo diffonde agli esseri celestiali, è Deva Yajna. In questo modo saldiamo il debito per le benedizioni ricevute dai deva.
Nella Bhagavad Gita (3:10-13), il Signore Krishna dice: “Nei tempi antichi, avendo creato l’umanità insieme con questa yajna, il Signore della Creazione disse: Con questa yajna, vi propagherete. Fate che questa yajna sia ciò che appaga tutti i vostri desideri. Con questa yajna voi nutrirete i deva, gli esseri luminosi, e possano i deva nutrirvi. Così, nutrendovi l’un l’altro, raccoglierete il bene supremo. Poiché, nutriti dalla yajna, i deva riverseranno su di voi il godimento che desiderate. È un ladro colui che gode di ciò che è dato dai deva senza restituire loro niente”.
Bali, o l’offerta di cibo a tutte le creature sub-umane come cani, vacche, uccelli e pesci è Bhuta Yajna. L’ospitalità e qualsiasi tipo di servizio ai sofferenti, come nutrire i poveri e gli affamati, vestire gli ignudi, dare riparo ai senzatetto, confortare gli afflitti, sono forme di Manushya Yajna. Svolgendo queste azioni quotidianamente l’odio svanisce e sviluppiamo gentilezza e compassione. Il nostro duro cuore egoista gradualmente si intenerisce e coltiviamo l’amore cosmico. In questo modo il nostro cuore si espande e sviluppiamo una più ampia visione della vita. Quando cerchiamo di sviluppare un senso di unità con tutti gli esseri, i vecchi sentimenti di separazione, che si generano a causa di egocentrismo ed egoismo, gradualmente si assottigliano e si sradicano. Impariamo che possiamo essere felici solo rendendo felici gli altri, servendo ed aiutando gli altri, eliminando la sofferenza degli altri e condividendo con gli altri ciò che abbiamo.
Questi cinque importanti sacrifici quotidiani ci insegnano a rispettare il nostro rapporto e la connessione con tutti gli esseri. In verità, noi non abbiamo un’esistenza separata, individuale. Il nostro essere è connesso con il mondo e con tutti gli esseri, come il grano di un mala. Perciò tutta la nostra vita dovrebbe diventare un processo di sacrificio e servizio. Solo allora faremo esperienza di un rapido sviluppo spirituale. Solo allora faremo esperienza della suprema beatitudine dell’eterno. Solo allora saremo liberati dal ciclo di nascite e morti e otterremo l’immortalità.

Il significato di vita vera è servizio e sacrificio. Fate del vostro me-glio per rendere gli altri, così come voi stessi, migliori, più saggi e felici. Vivete in pace ed armonia con i vostri vicini e il vostro pros-simo.

Bruciate tutte le impurità della mente come egoismo, vanità, avidità, ecc. attraverso il fuoco della devozione e della conoscenza. Infiammatevi di amore cosmico, compassione, generosità, altruismo, verità e purezza attraverso il fuoco della pratica yogica.

Se volete ricchezza, date in abbondanza. Se volete diventare saggi, servite i vecchi e le anime spirituali. Se volete liberarvi dai peccati, fate havan. La Bhagavad Gita dice: “Yajna, sacrificio, donare e au-sterità sono la purificazione del saggio”.

“Brahman è l’offerta; Brahman è il burro fuso (ghi); tramite Brah-man l’offerta è versata nel fuoco di Brahman; in verità Brahman sa-rà raggiunto da colui che vede sempre Brahman nell’azione”. (Bhagavad Gita 4:24). Questa è jnana yajna o il sacrificio della saggezza. Quando si ottiene la realizzazione del Sé tutta la vita diventa un sacrificio di saggezza in cui l’oblazione, il ghi o l’offerta, colui che fa il sacrificio, l’azione e la meta sono Brahman.
“Alcuni karma yogi eseguono riti sacrificali solo ai devata o esseri luminosi. Altri (che hanno realizzato il Sé) offrono il Sé tramite il Sé come sacrificio nel fuoco del solo Brahman”. (Bhagavad Gita 4:25). La seconda yajna è jnana yajna. L’oblazione nel sacrificio è il Sé. Yajna qui significa il Sé. Sacrificare il Sé in Brahman significa sapere per cognizione diretta che l’anima individuale è identica a Brahman. Questa è la yajna più elevata. Coloro che sono stabiliti in Brahman, che hanno realizzato la loro unità con l’anima suprema, praticano questo tipo di yajna. Questo è superiore a tutti gli altri sacrifici.

“Alcuni offrono l’udito ed altri sensi come sacrificio nel fuoco della restrizione; altri offrono il suono ed altri oggetti dei sensi come sacrificio nel fuoco dei sensi”. (Bhagavad Gita 4:26). Alcuni yogi sono costantemente impegnati nel limitare i sensi. Anche questo è un atto di sacrificio.
“Altri sacrificano tutte le funzioni dei sensi e quelle del respiro (prana) nel fuoco dello yoga dell’auto-limitazione infiammato dalla conoscenza”. (Bhagavad Gita 4:27). Proprio come una lampada si accende grazie all’olio, così anche il fuoco dello yoga dell’autocontrollo è fatto ardere dalla conoscenza. Quando lo yogi fissa la sua mente su Brahman o Sé, i sensi e il respiro cessano di funzionare.
“Altri offrono come sacrificio ricchezza (dravya yajna), austerità (tapo yajna) e yoga (yoga yajna), mentre asceti o eremiti offrono lo studio delle scritture e la conoscenza”. (Bhagavad Gita 4:28). Alcuni fanno sacrificio distribuendo in beneficenza la loro ricchezza ai meritevoli; altri offrono le loro austerità (tapas) come sacrificio; alcuni praticano gli otto stadi del raja yoga e offrono questo yoga come sacrificio; altri studiano le scritture e offrono ciò come sacrificio.

“Altri offrono come sacrificio l’espirazione che si fonde con l’inspirazione, e l’inspirazione che si fonde con l’espirazione, limi-tando il fluire di inspirazione ed espirazione, assorbiti unicamente nel trattenere il respiro”. (Bhagavad Gita 4:29). Se si controlla il prana, la mente, l’intelletto e i sensi cessano di funzionare.
“Altri che regolano la loro dieta offrono i flussi vitali ai flussi vi-tali stessi. Tutti questi sono conoscitori della yajna e le loro colpe sono distrutte dal sacrificio”. (Bhagavad Gita 4:30). Assumendo cibo con moderazione, essi controllano le passioni e gli appetiti indebolendo il funzionamento degli organi di azione. Come sacrificio gli yogi fanno fluire i flussi vitali nei flussi vitali controllati, gli uni fondendosi negli altri. La pratica di questo sacrificio porta alla purificazione della mente e alla distruzione delle colpe.

“Coloro che mangiano i resti del sacrificio, che sono come nettare, giungono all’eterno Brahman. Questo mondo non è per l’uomo che non pratica sacrificio; come può allora avere l’altro?” (Bhagavad Gita 4:31). Essi giungono all’eterno Brahman nel corso del tempo, dopo aver ottenuto la conoscenza del Sé attraverso la purificazione della mente praticando questi sacrifici. Chi non pratica nessuno di questi sacrifici non è adeguato nemmeno per questo miserabile mondo. Come può allora sperare di ottenere un mondo migliore di questo?
“Così differenti forme di yajna si svolgono al cospetto di Brah-man. Sappiate che esse sono nate dall’azione, poiché il Sé è oltre l’azione, e così sapendo sarete sicuramente liberati”. (Bhagavad Gita 4:32). Differenti tipi di sacrifici si svolgono davanti a Brahman; essi sono conosciuti come i Veda. Sappiate che essi sono nati dall’azione, perché il Sé è oltre l’azione. Se capite il concetto che “queste azioni non mi riguardano, non sono le mie azioni e in me vi è l’assenza di azione” sarete sicuramente liberati dai vincoli di samara tramite questa giusta conoscenza. L’altruismo è la negazione del sé individuale ed uno sforzo ininterrotto di trasformarlo nell’infinito.

L’amore è sacrificio. Amare è condividere e servire. Il sacrificio di sé è il cartello stradale per l’emancipazione.

Havan è la cerimonia del fuoco cui sono offerte varie componenti in un fuoco appositamente preparato. La havan quotidiana è uno dei riti più importanti stabiliti nelle scritture vediche per i capifamiglia. È parte dell’eterno Sanatana Dharma. Alcune persone oggigiorno non attribuiscono nessun significato alla pratica di questa sacra cerimonia, e ritengono persino che sia uno spreco di cibo. Questo è un errore. Più date, più riceverete. Questa è la legge universale. Nessuno può ottenere niente senza dare. “Date e vi sarà dato”. Fare offerte alle divinità è più efficace che offrire agli esseri mortali. Qualsiasi desiderio una persona possa avere, svolgendo la havan sarà soddisfatto.
Inoltre, le sostanze offerte durante la havan sono eccellenti disin-fettanti e purificano il corpo. Respirare il fumo della havan purifica i polmoni. Ci sono stati casi di pazienti guariti da malattie croniche. Il fumo benedetto della havan purifica l’intera atmosfera.

Ecco un breve metodo per eseguire la havan quotidiana:
Il principale elemento offerto nel fuoco si chiama charu. Esso è fat-to di una mistura di yava (orzo), semi di sesamo (til), riso, ghi, incenso e legno di sandalo. Questa mistura produce un fumo calmante, fragrante ed estremamente disinfettante. Altre componenti necessarie sono canfora, foglie di mango, kumkum, polvere di curcuma, offerte di cibo e incenso.
foto pag 8 Per prima cosa fate un bagno e terminate le vostre preghiere quotidiane. Con la farina di riso disegnate sul pavimento un mandala quadrato. Scrivete al centro il simbolo della Om. Scrivete anche il mantra della vostra divinità. Sul lato destro, ponete un kalasha, un recipiente per l’acqua, riempito di foglie di mango e su di esse ponete una noce di cocco. Prima offrite una preghiera a Ganesha e poi alla divinità. La polvere di curcuma può quindi essere sparsa sul mandala. Fate le offerte di cibo alla divinità ponendole intorno al kalasha.
Quindi accendete il fuoco nella havan kunda. All’inizio, si offre 108 volte il ghi ripetendo il mantra della divinità.
Segue la recitazione dei mantra vedici mentre si fanno le offerte di charu. Se ciò non è possibile, mentre si fanno le offerte si possono recitare l’ishta mantra e i mantra e le preghiere connesse con qualunque divinità. Infine si offre una noce di cocco colma di ghi. La cerimonia può essere conclusa con arati e shanti mantra.
I mantra recitati durante la havan sono potenti intonazioni in ado-razione agli esseri divini che presiedono la nostra vita, il nostro be-nessere e le nostre facoltà. Essi ci assicurano salute, lunga vita e be-nessere spirituale. La havan è perciò una benedizione e un beneficio. Gli antichi rishi non erano ciechi fautori dei rituali. C’era un grande significato in ogni rituale che essi intessevano nella vita quotidiana. Salute fisica, disciplina della mente, espansione del cuore e la sua purificazione sono solo alcuni dei benefici della havan.

Se si compiono delle azioni solo per fare un sacrificio per compiacere il Signore, allora tutte le proprie azioni ed i loro risultati si dissolvono e si riducono a niente.

Per il culto sono usati vari materiali. Benché molti possano sembrare semplici e non importanti, tuttavia sono molto scientifici ed efficaci. Ci sono molte gemme preziose in ciascuno di questi usi e rituali vedici. Il loro valore può essere rivelato soltanto quando li pratichiamo.
Il vedi è il luogo di adorazione e simboleggia il corpo. Le tre parti rappresentano le gambe, il tronco e la testa (bhu, bhuvah e swah). L’acqua è sorseggiata e spruzzata sul corpo. Questo indica purificazione, sia interna che esterna.
Si offre l’erba darbha per indicare che il devoto, come queste fo-glie di erba, è umile e senza ego. Dopo averla pulita dalle fibre e spaccata a metà, si offre una noce di cocco. Questo significa la di-struzione dell’ego e l’arresa totale eliminando le fibre del desiderio per gli oggetti dei sensi, rivelando lo spirito interno puro e candido. Mentre si fa la puja si suonano le campane per escludere i suoni esterni e rendere la mente interiorizzata e concentrata. Davanti alla divinità vengono fatti ondeggiare dei lumi. La luce rappresenta Dio. Dio è pura luce. Il devoto prega: “O Signore, tu sei la luce fulgida dell’universo. Tu sei la luce nel sole, nella luna e nel fuoco. Disperdi l’oscurità che è in me, concedendomi la tua luce divina. Possa il mio intelletto essere illuminato”. Questo è il significato dei lumi che oscillano.

Davanti alla divinità si accendono bastoncini d’incenso con profumi fragranti. Il fumo si diffonde per tutta la stanza ed agisce anche come disinfettante. La fragranza onnipervadente ci ricorda l’eterno Signore onnipervadente, che colma l’universo con la Sua presenza vivente. Il devoto prega: “O Signore, fai che i desideri della mia mente svaniscano come il fumo di questo incenso. Fai che essi siano ridotti in cenere. Fammi diventare puro e immacolato. Fammi diffondere gioia e felicità verso gli altri, proprio come questo fragrante incenso diffonde il suo dolce aroma per tutti”.
Bruciare la canfora significa che l’ego individuale si scioglie co-me la canfora. La canfora è una sostanza fragrante, e la nostra essenza è la fragranza dello spirito. Quando la canfora brucia, non rimane alcun residuo. La canfora stessa svanisce dopo aver effuso la sua luce. Così anche noi dobbiamo vivere in questo mondo in modo tale da irradiare verso tutti solo luce.
Quando il legno di sandalo è ridotto in pasta, esso ricorda al devoto che nelle sue lotte quotidiane deve sacrificarsi come il legno di sandalo, che produce una fragranza molto dolce dopo che è sminuzzato e pestato. Come il legno di sandalo, il devoto non deve protestare quando sorgono le difficoltà, ma rimanere sorridente e felice, irradiando dolcezza e gentilezza.

La kalasha, un recipiente per l’acqua, che è riempito con foglie di mango con sopra una noce di cocco è molto simbolica. La base della kalasha rappresenta Vishnu, il sostenitore, e il mezzo è Shiva il di-struttore. L’acqua nel boccale simboleggia la purezza e l’amore per il divino. Le foglie verdi di mango indicano il principio della vita immerso nel divino. La noce di cocco indica la realizzazione della vita, quando il corpo umano è trasformato nel tempio di Dio. La forma a cupola della noce di cocco rappresenta un tempio.
I cinque bastoncini di bambù rappresentano i cinque principali elementi che compongono il corpo: terra, acqua, fuoco, aria, etere. Le cinque foglie di banana rappresentano le cinque dimensioni che avvolgono l’anima: fisica, vitale, mentale, intellettuale e di beatitudine. I cinque lota rappresentano le cinque funzioni della forza vitale del nostro corpo: respirazione, circolazione, deglutizione, digestione ed escrezione. Le cinque lampade di argilla rappresentano i cinque organi di azione: mani, piedi, lingua, organi riproduttivi e ano. Le cinque luci rappresentano i cinque organi di conoscenza: orecchie, occhi, pelle, lingua e naso.

Il tilak è un segno di buon auspicio. Si applica sulla fronte nello spazio tra le sopracciglia con la pasta di sandalo, cenere sacra o kumkum. Questo punto è chiamato ajna chakra e rappresenta il terzo occhio, l’occhio dell’intuizione o occhio spirituale. I devoti del Signore Shiva applicano la cenere sacra tracciando tre linee orizzontali; i devoti del Signore Vishnu applicano la pasta di sandalo tracciando tre linee verticali; gli adoratori di Devi applicano la kumkum, una polvere di curcuma rossa. Il termine tilak indica tutti questi segni. Quando lo applichiamo dovremmo sentire: “Io sono uno con l’Essere Supremo e libero da ogni dualità. Possa il mio occhio divino dell’intuizione aprirsi”.

Prasad è ciò che da pace. Durante qualsiasi forma di adorazione, pu-ja, kirtan, havan e arati, si offre al Signore del cibo come mandorle, uvetta, latte, dolci e frutta. Questa offerta è chiamata prasad. Tutti i devoti dovrebbero condividere il prasad e ricevere così le benedizioni delle divinità. Il prasad è l’incarnazione di shakti, divinità in manifestazione, ed è estremamente sacro. È un grande purificatore, panacea ed elisir spirituale. Il prasad dona energia, rinvigorisce ed infonde devozione. Dovrebbe essere ricevuto con grande fede.
La vibhuti, o cenere sacra, è il prasad del Signore Shiva, e si ap-plica sulla fronte. Se ne può anche mangiare un piccolo quantitativo. Kumkum è il prasad di Sri Devi, la Madre Divina, e si applica nello spazio tra le due sopracciglia. Tulsi è il prasad del Signore Rama, del Signore Vishnu, del Signore Krishna e si deve mangiare. Il sacro prasad è caricato di poteri misteriosi con il canto dei mantra durante havan e puja. La grazia divina discende attraverso il prasad.

Dobbiamo servire gli altri anche a costo di rinunciare alle nostre ne-cessità. Il servizio altruistico che facciamo è una grande yajna. È uno yoga più grande della cosiddetta meditazione importante.

I Veda sono il riferimento per eseguire la yajna. Queste eterne verità sono state rivelate da Dio ai grandi rishi dell’India antica. I quattro Veda – Rig Veda, Yajur Veda, Sama Veda e Atharva Veda – sono co-stituiti da Mantra Samhita, Brahmana, Aranyaka e Upanishad. I Mantra Samhita sono inni in lode degli dei vedici per ottenere pro-sperità materiale al momento e felicità in avvenire. I Brahmana gui-dano le persone nello svolgimento delle yajna, riti sacrificali; sono spiegazioni in prosa del metodo di utilizzo dei mantra nella yajna.
I mantra immortali del Rig Veda Samhita incarnano le più grandi verità dell’esistenza e sono forse il più grande tesoro di tutta la letteratura scritta del mondo. Essi sono usati dal sacerdote hotri nella yajna. Lo Yajur Veda Samhita è, per la maggior parte, in prosa ed è utilizzato dall’adhvaryu, il sacerdote Yajurvedico, per ulteriori spiegazioni dei riti nella yajna, integrando i mantra Rig-vedici. Il Sama Veda Samhita è cantato durante la yajna dall’udgata, il sacerdote Samavedico. L’Atharva Veda Samhita è usato dal brahma, il sacerdote Atharvavedico, per correggere qualsiasi errore di pronuncia ed esecuzione sbagliata che possono essere accidentalmente commessi dagli altri tre sacerdoti della yajna.

Nelle scritture ci è detto che i mantra pronunciati durante la yajna sono molto potenti. È anche sottolineato che i nostri pensieri, le parole e le azioni sono di vitale importanza in relazione alle forze che tentiamo di invocare. La yajna deve essere eseguita rispettando rigidamente le regole stabilite nelle scritture. La minima deviazione può avere effetti dannosi.
Il mantra è la divinità. È energia divina che si manifesta in un corpo sonoro. Il mantra stesso è il devata (divinità). L’aspirante deve fare del suo meglio per realizzare questa unità del mantra con la divinità. Proprio come una fiamma è rinforzata dal vento, così anche la shakti individuale dell’aspirante è rinforzata da mantra shakti. Il mantra è risvegliato dal suo sonno attraverso la sadhanashakti dell’aspirante. Il mantra è una massa di energia radiante.

Gli Agama sono trattati e manuali pratici di culto della divinità. Essi includono tantra, mantra e yantra. Questi trattati spiegano il culto esteriore di Dio. Gli Agama o Tantra glorificano Dio come Madre del Mondo dietro i molti nomi di Devi. Essi non derivano la loro autorità dai Veda, ma sono vedici nello spirito e nel carattere. Gli Agama trattano dell’aspetto della shakti (energia) di Dio e prescrivono numerosi percorsi di adorazione rituale della Madre Divina in diverse forme.

Il sadhana tantrico nel suo complesso tende a risvegliare la kundalini e farla unire con Shiva in sahasrara chakra. La yajna è un mezzo per raggiungere questo fine.

Lo yantra è un diagramma tracciato su carta o inciso su una lamina di metallo. È usato come oggetto di adorazione e prende il posto di un’immagine. Ogni yantra è adeguato ad uno specifico devata; è il corpo del devata. Tutti gli yantra hanno un bordo comune chiamato bhupura, che è una figura quadrangolare con quattro porte che rac-chiudono e separano lo yantra dal mondo esterno. L’aspirante, per prima cosa, medita sul devata o divinità e la fa emergere interiormente. Poi comunica allo yantra la divina presenza così emersa. Quando la divinità è stata invocata nello yantra con il mantra appropriato, i soffi vitali (prana) della divinità sono infusi nello yantra stesso con la cerimonia prana pratishtha. La divinità è, in tal modo, installata nello yantra.

Lo spirito di sacrificio e di servizio deve essere inerente in voi. Tutto il sacrificio e tutto il servizio sono vuoti se non c’è amore, affetto, sincerità e bhava. Se servite con amore, Dio è con voi.

Per realizzare Devi, la gloriosa energia divina della realtà suprema, dovete sacrificare la natura inferiore. Senza il lato etico del sadhana, anche gli idealismi più alti sono sprecati, come offerte buttate nella cenere. Affinché la devozione abbia come risultato l’illuminazione spirituale, è assolutamente necessaria l’osservanza di yama e niyama. Offrite alla dea Durga l’animale, pashu, dei vostri aspetti interiori negativi di passione, rabbia e avidità.
Non uccidete gli animali del mondo esterno nel nome di bali daan alla Dea. Lei vuole la vostra natura animale interiore. Nessuna himsa (violenza) deve essere commessa con la scusa che è per la Devi. Nessun rito, nessuna preghiera, nessuna azione di alcun genere nella vita può giustificare offese o danni commessi verso esseri viventi. Aderite alla regola dell’amore universale al meglio delle vostre capacità.

Auto-disciplina non significa repressione ma umanizzazione della natura animale e spiritualizzazione della natura umana.

La graduale scomparsa dell’ego si determina o attraverso il servizio e il sacrificio di sé, o attraverso l’arresa e la saggezza.

Vivete per servire l’umanità. Vivete in pace ed armonia con i vostri vicini e i vostri simili.

Parikrama o pradakshina consiste nel camminare del devoto in-torno ad un luogo sacro e benedetto. Il devoto non considera l’aspetto fisico del luogo, ma il potere spirituale che esso simboleggia e la presenza divina che si manifesta e si percepisce per suo tramite. Con fede e venerazione, rendete voi stessi totalmente recettivi all’afflusso delle vibrazioni spirituali del luogo sacro. Attraverso parikrama, il devoto si abbevera profondamente dell’atmosfera divina che pervade il luogo e ne esce impregnato di vibrazioni sattwiche.

Date in abbondanza con fede, modestia e partecipazione. La miglior forma di donazione è vidya daan, dare saggezza. Se date cibo ad un povero, lui ne vorrà ancora quando si sentirà affamato. La saggezza elimina l’ignoranza e distrugge per sempre ogni tipo di miseria e sofferenza. La seconda migliore forma di dare sono le medicine per i malati. La terza è anna daan o dare cibo agli affamati.

Non c’è yoga né yajna superiore al dare spontaneo, puro e sattwico. Condividete con gli altri tutto ciò che possedete, che sai fisico, men-tale o spirituale. Vi espanderete e sperimenterete l’unicità e l’unità della vita. Questa è vera yajna.

Nella Bhagavad Gita, il Signore Krishna definisce come suoi “amati” coloro che sono impegnati nel lavorare per il bene di tutti. Tale attività è yajna, daan e tapas – sacrificio, dare e autocontrollo. Tutti dovrebbero praticare l’autocontrollo. Tutti dovrebbero praticare il dare – dare, dare e dare; dare qualsiasi cosa abbiate. Ognuno dovrebbe trasformare tutte le attività quotidiane in un sacrificio continuo. Sentite che state offrendo le diverse azioni all’infinito Brahman. Se il lavoro è eseguito per il bene comune, in spirito di sacrificio, allora godrete una beatitudine che oltrepassa ogni comprensione e descrizione. I cancelli del regno di Dio si spalancheranno per voi. Le azioni altruistiche non sono azioni senz’anima. Mettete il vostro cuore e la vostra anima in tutto ciò che fate.

“Quella yajna che è condotta senza desiderio di ricompensa, come comandato dalle scritture, con la ferma fiducia che farlo in tal modo è un dovere, è sattwica o pura”. (Bhagavad Gita 17:11). Quando un sacrificio è fatto con fede e devozione, senza la minima traccia di desiderio di ricompensa, con la mente fissa solo sul sacrificio, solo per adempiere un dovere, allora si dice che è di natura pura. La yajna è fatta con un atteggiamento in cui non vi è desiderio alcuno (nishkama bhava). Tali azioni altruistiche purificano la mente e preparano l’aspirante a ricevere la conoscenza divina. Una persona sattwica agisce con la ferma convinzione che il sacrificio, o yajna, è un dovere.
In questo caso il concetto di yajna non è limitato al sacrificio ce-rimoniale. Ogni azione altruistica fatta senza attaccamento, senza egoismo e senza aspettativa di ricompensa, come offerta al Signore, è una yajna o sacrificio.
“Il sacrificio offerto cercando una ricompensa e per ostentazione è una yajna rajasica”. (Bhagavad Gita 17:12). Chiunque compia una yajna per ottenere il paradiso, figli, ricchezza o nome e fama, allora fa un sacrificio di natura rajasica. Chi la esegue lo fa al fine di accrescere la propria importanza, rendere famoso il proprio nome nel mondo, ottenere qualche ricompensa, mostrarsi come persona importante e colta o esibire le proprie ricchezze per la propria personale glorificazione. Egli non ha alcuna aspirazione di ottenere la conoscenza del sé.
“Una yajna è tamasica se è contraria alle scritture, se non si distribuisce cibo, se non ci sono mantra, doni e fede”. (Bhagavad Gita 17:13). Un sacrificio eseguito da una persona tamasica non è mai guidato dall’attenzione per i riti prescritti. In tale sacrificio potrete trovare ogni irregolarità. Non viene distribuito cibo. Ai sacerdoti non vengono date le tariffe prescritte. I mantra non sono intonati in modo corretto. Gli inni recitati sono imperfetti nella pronuncia e nell’accento. Talvolta non c’è alcuna recitazione. Non c’è alcuna fede. Chi esegue una yajna del genere non ottiene alcun merito.

Se donate, l’intera ricchezza del mondo è vostra. Questa è la legge della natura. Dare è il segreto dell’abbondanza e della vita divina. Diffondete la conoscenza spirituale a ciascuno e a tutti. Usate la ricchezza materiale, la conoscenza e la saggezza spirituale che possedete come un credito divino concessovi da Dio perché lo distribuiate tra i suoi figli.

Consacrate tutte le vostre opere ed i loro frutti al Signore. I due ostacoli all’arrendevolezza sono l’egoismo e il desiderio. L’ego non può essere distrutto senza la magica solvibilità di servizio e sacrificio. Se uno desidera conoscere, deve donare e deve servire.

Non c’è yajna maggiore del servire i poveri e i malati. Bruciate il vostro incenso, fate ondeggiare le vostre luci, offrite i vostri fiori nella forma di abiti, cibo, medicine, istruzione e protezione. Questo purificherà il vostro cuore e porterà alla discesa della grazia divina.

L’amore vibra nella forma di sacrificio, dedizione e generosità. L’amore è sacrificio. L’amore è la speranza di questo mondo.

Nessuno al mondo è perfettamente indipendente. Tutti abbiamo bisogno dell’assistenza degli altri. Ci troviamo nella società per ricevere e dare aiuto e impegno reciproco. Chi impegna la propria ricchezza, i propri pensieri e le proprie parole per promuovere il bene degli altri è un vero e proprio Dio sulla terra. Cercate sempre le occasioni per far del bene agli altri. Le leggi della benevolenza sociale richiedono che ognuno si sforzi di aiutare gli altri.


Sacrificarsi è l’atto di abbandonare la propria vita, gli interessi, ecc. per gli altri. L’istinto di conservazione è la prima legge della natura. Sacrificarsi è la suprema regola della grazia. Sacrificarsi è abnega-zione. È il cedere o subordinare il proprio sé o la propria personale felicità o comodità per il dovere o per portare avanti gli interessi de-gli altri. Sacrificarsi uccide l’egoismo e porta alla discesa della grazia divina e della luce divina. Chi lavora in modo veramente altruistico sacrificandosi annienta l’ego. L’abnegazione è il sacrificio di se stessi o dei propri interessi per il bene degli altri. Un po’ di spirito di rinuncia, di servizio onesto, parole di ottimismo, incoraggiamento, partecipazione e gentilezza, piccoli atti di cortesia, piccole azioni virtuose, piccole silenziose vittorie sulle tentazioni – tutto ciò pavimenterà la lunga strada per ottenere beatitudine eterna, gioia perenne, pace perpetua e immortalità.

Per nutrire la pianta dell’amore si devono estirpare le erbacce di ge-losia, odio, sospetto e vendetta, e offrirle tutte nel fuoco.

L’offerta del sé, l’arresa dell’ego alla divinità, sono il sacrificio su-premo. Niente gli è superiore. Niente lo eguaglia. Questa è la più elevata forma di adorazione del divino.

La vita è essenzialmente un culto divino. Gli individui sono semplici strumenti nell’adempimento della legge divina. La vita è una yajna, un sacrificio sacro, ed il mondo, che è il campo della giusta azione, è l’altare sul quale l’individuo offre se stesso a Dio.

Tattwa Shuddhi – Processo di Purificazione

Tratto da: Sw. Satyasangananda Saraswati “Tattwa Shuddhi” Edizioni Satyananda Ashram Italia

La parola ‘tattwa’ è divisa in due sillabe: “tat” che significa “quel-lo”, e “twa” che significa “stato di”. Perciò tattwa significa “stato di quello”, che si può spiegare ulteriormente come “l’essenza che crea la sensazione di esistenza”. Nelle scritture, tattwa è anche conosciuto come “bhuta”. “Bhuta” è un altro termine sanscrito che ha molte connotazioni, ma poiché il suo significato in parte coincide con tattwa, i due termini sono sinonimi. Ai cinque elementi ci si riferisce comunemente come ai “pancha mahabhuta” o “pancha tattwa”.
Shuddhi è l’atto della purificazione e “sadhana” è l’atto del perfezionamento. Perciò il sadhana di tattwa shuddhi, o bhuta shuddhi, può essere meglio compreso come “purificazione che perfeziona l’essenza che da origine alla sensazione di esistenza”. Infatti è un processo con cui purifichiamo l’essenza sottile dei tattwa di cui è composto il corpo, come pure la coscienza collegata a questi elementi, che ne è il fondamento.
La tradizione tantrica crede che l’esperienza finale sia preceduta da vari stadi di purezza. Non purezza in senso religioso, morale o etico, ma purezza come processo scientifico creato nel laboratorio del corpo e della mente. I tantra parlano di tattwa shuddhi o purificazione degli elementi sottili; “prana shuddhi”, purificazione degli elementi della forza vitale; “chitta shuddhi”, purificazione degli elementi psicologici; “deva shuddhi”, purificazione degli elementi divini; “atma shuddhi”, purificazione degli elementi che costituiscono l’inconscio. Ciascuna di queste pratiche è legata alla liberazione dell’energia e alla separazione della coscienza dalla materia. Il tantra afferma che solo in queste circostanze inizia l’esperienza spirituale vera e propria.
Proprio come un vasaio cuoce la sua opera d’arte in una fornace ardente, così tattwa shuddhi prepara l’aspirante a percorrere il sentiero tempestoso e turbolento delle pratiche superiori. Sia che pratichiate vama marga, dakshina marga o kaula marga, hatha yoga, kriya yoga, kundalini yoga, raja yoga o qualsiasi tipo di yoga, dovrete unirvi tattwa shuddhi per progredire con maggiore rapidità nel sadhana.

Significato di purificazione

Attraverso il sadhana di tattwa shuddhi noi purifichiamo i tattwa, o elementi, e anche i sensi e le percezioni ad essi collegati. Il senso dell’udito e i nervi uditivi vengono purificati dalla ripetizione del mantra. Il senso della vista e i nervi ottici sono purificati dalla con-templazione degli yantra e dei mandala. Il senso del tatto e i nervi tattili vengono purificati dall’applicazione di bhasma attraverso anga nyasa e kara nyasa. Il senso dell’olfatto e i nervi olfattivi sono purificati dal pranayama, il senso del gusto e i nervi gustativi dal digiuno o da una dieta sattvica.
La purificazione che si ottiene attraverso tattwa shuddhi non deve però essere ritenuta solo una purezza fisica. La purificazione in questo senso è solo per coloro che hanno una comprensione limitata. Il tantra pone l’accento soprattutto sulla purezza dei livelli grossola-ni, sottili e causali della mente. La purezza fisica da sola non può condurre l’aspirante alle dimensioni più elevate poiché si riferisce solo al corpo grossolano. Al di là del corpo grossolano vi sono diversi altri corpi o piani di esistenza collegati agli strati nascosti della mente.
Questi sono soggetti all’influenza dei samskara che creano san-kalpa e vikalpa (pensiero/contropensiero) a livello della mente con-scia. Ogni disarmonia a quei livelli viene immediatamente trasferita ai rispettivi corpi. Proprio come una malattia fisica sorge se trascu-riamo il nostro corpo, così vi sono malattie sottili e causali che si formano nel sukshma e nel karana sharira a causa della nostra trascuratezza riguardo ai nostri sentimenti, pensieri, reazioni e interazioni con la vita.
Abbiamo imparato a combattere le malattie fisiche, ma come dobbiamo comportarci con le malattie legate ad altre dimensioni della nostra esistenza? Queste malattie sono sottili e si manifestano indirettamente. Sono solo percettibili come paure, ansietà, nevrosi, psicosi, depressione, collera e frustrazione. Quando queste emozioni affiorano, colpiscono non solo il piano conscio, ma anche i livelli più profondi del corpo e della mente. Poiché sono intangibili e non raggiungibili, siamo incapaci di trovare un rimedio durevole, così cominciano ad accumularsi e a disturbare gradualmente la nostra vita e la nostra personalità. Il corpo è un’estensione della mente. Non si possono definire con facilità i limiti del corpo in relazione alla mente poiché sono strettamente collegati. Questo crea un’interdipendenza perciò iniziano ad influenzarsi reciprocamente. Così la maggior parte delle malattie sono di natura psicosomatica o somatopsichica. Come risultato gli effetti dei disturbi fisici alla fine agitano la mente e i disturbi mentali generano malattie fisiche.
Poiché è la mente che governa le funzioni del corpo, diviene ne-cessario aspirare alla purificazione sia livello mentale sia a livello fisico. È nella mente che nascono e si riproducono i germi o virus della malattia. Quindi, quando si parla di purificazione dovremmo prima di tutto cercare di capirla in relazione ai differenti livelli della mente. In questo senso, cerchiamo di capire in che cosa consiste la purificazione della mente. Consiste solo nell’inculcare virtù come la compassione, la misericordia, la verità, eccetera o vi è una purificazione mentale che trascende anche queste virtù?
È nella spiegazione di questa teoria che il tantra si distacca dalle altre filosofie. Il tantra crede che nessuna azione o pensiero sia impuro in se stesso. L’impurità sta nell’erroneità del giudizio e della percezione. Il bene e il male non si possono giudicare in base ai pregiudizi di una società capricciosa, ma in base a verità metafisiche. Attraverso il sadhana personale diviene possibile capire l’impurità nel suo vero contesto e come combatterla.
Senza purificare i livelli più sottili della mente è impossibile rag-giungere stati superiori di consapevolezza, poiché una mente dissipata dal meccanismo di pensiero/contropensiero non potrà mai raggiungere l’unidirezionalità e la concentrazione. Queste tendenze oscillanti della mente possono essere ridotte sia armonizzando il flusso del prana nel corpo, sia dissociando l’intelletto e l’ego dalla coscienza, così da divenire sia colui che fa l’esperienza sia il testimone o sakshi.

Purificazione degli elementi

Tattwa shuddhi è unico in quanto si occupa del processo di purifica-zione dal livello più grossolano a quello più sottile. Il primo passo verso la purificazione nel sadhana di tattwa shuddhi consiste nel fare un bagno e lavare il corpo fisico, applicare la cenere (bhasma), digiunare e controllare la dieta. L’aspirante deve compiere anche queste azioni terrene mantenendo un’attitudine particolare, poiché un tantrico crede che tutti gli aspetti della vita debbano essere in-tegrati con la consapevolezza superiore. Anche il modo in cui stiamo seduti, parliamo, ci pettiniamo, ci laviamo o compiamo una qualsiasi azione riflette lo stato interiore della mente. Perciò il processo purificatore nel sadhana di tattwa shuddhi non è limitato ad una o due ore di meditazione, ma si estende alle ventiquattro ore della giornata.
Questo primo stadio di purificazione nel sadhana di tattwa shuddhi non deve essere inteso come “regole disciplinari” ma come un metodo per accrescere la consapevolezza. Perciò queste azioni rispecchieranno l’armonia interiore e la gioia di vivere.
Lo stadio successivo, che è un livello di purificazione più sottile, si realizza attraverso le forze di mente e prana, da cui gli elementi hanno avuto origine. Queste forze interiori latenti vengono risvegliate e dirette per raffinare gli aspetti sottili dei tattwa. Raffinare i tattwa a livello sottile, così come ad ogni altro livello, richiede un aumento di energia, in modo che i tattwa stessi vibrino ad una frequenza armoniosa. Questo porta ad uno stato di equilibrio che genera una profonda consapevolezza interiore.
Tuttavia il livello causale costituito dai tattwa è il più difficile da purificare, perché esso non si trova sotto l’influenza della mente conscia e del pensiero. È necessaria una notevole concentrazione di energia per operare una trasformazione a questo livello. Questo è realizzabile in tattwa shuddhi attraverso la ripetizione dei bija mantra dei tattwa e la visualizzazione dei rispettivi yantra. Questi esercitano una profonda influenza sul corpo causale e sulla mente inconscia e sono in grado di purificare i samskara profondamente radicati e gli archetipi che oscurano l’esperienza della coscienza assoluta.
Proprio come facciamo il bagno ogni mattina per mantenerci puliti, similmente il sadhana è come un bagno spirituale che libera dalle scorie dell’esperienza oggettiva. Tattwa shuddhi mira a purificare questa dimensione della coscienza umana in cui il sé empirico si fonde interamente con il sé trascendentale. Solo questa è purificazione secondo il tantra.