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Yajna

dagli Insegnamenti di Swami Satyananda Saraswati

Tratto da: Sw. Sivananda Saraswati, Sw. Satyananda Saraswati, “Yajna”, Sivananda Math, Munger, Bihar, India – terza parte.

Kanya Puja

Nella giornata finale della Sat Chandi Mahayajna, le kanya di Rikhia sono venerate nella Kanya Puja come le vere rappresentanti della Madre Divina. Il culto della kanya è una parte molto importante dello Shakta Tantra. Noi le veneriamo proprio come veneriamo la Dea, nutrendole, facendo loro regali sontuosi e ricevendo le loro benedizioni. Durante la yajna, le kanya rappresentano il potere supremo della creazione, e nella giornata finale noi riconosciamo in loro la grandezza e la gloria della Madre Cosmica.
Le attività e gli eventi di questa yajna tantrica si svolgono in molteplici aspetti. C’è la preghiera, il rituale eseguito dai pandit, e ci sono le kanya che guidano le procedure della yajna. Le kanya di Rikhia, la forma più bella della Madre Divina, sono le padrone di casa della Sat Chandi Mahayajna e voi siete i loro ospiti. Queste bal sundari, o belle bambine, sono il mezzo per questa cerimonia tantrica. Tramite loro potete avere un contatto diretto con la Devi.
Bal sundari è una delle manifestazioni della Madre cosmica. Sun-dar significa “bello”, bal significa “giovane”. Solo le vergini sono chiamate bal sundari. Nel tantra, verginità significa purezza di cuore. Quando voi agite dal cuore e quando siete innocenti e puri, quello è lo stato di Devi, la Madre Cosmica. Quello è anche lo stato dello spirito, l’atma. Il divino si manifesta solo in questa natura pura e incontaminata. Nel Cristianesimo abbiamo l’esempio di Maria Vergine e Madre. Lei era pura e Cristo entrò nel suo grembo tramite l’immacolata concezione. Quella è purezza di cuore e spirito. Le bal sundari sono la manifestazione di quella purezza cosmica. La shakti trascendentale, l’energia cosmica è stata invocata dai mantra, e la forma manifesta di quella energia cosmica, la Madre Cosmica, si può vedere nelle kanya. Esse sono lo strumento perfetto per lo schiudersi dell’energia divina.
Voi avete visto la versatilità con cui gestiscono ogni aspetto della yajna. È un miracolo di trasformazione e conferisce credibilità all’affermazione che il rito della yajna espande la mente. Dalla puja o adorazione, alla cucina e ai pasti, al dare il benvenuto e far accomodare gli ospiti, così come alla distribuzione del prasad sotto forma di cereali, queste piccole kanya fanno tutto con grazia, fascino e tenera innocenza. I loro kirtan e canti di stotra e preghiere sono incantevoli e tutti ne sono testimoni. Esse semplicemente distribuiscono a tutti felicità, purezza e gioia.
Ho scelto le kanya per essere le padrone di casa della yajna in memoria del giorno immortale e indimenticabile quando la coscienza dell’uomo fece un salto evolutivo e realizzò come usare il fuoco e poi il grano, i due principi eterni. La tradizione della yajna iniziò da quel giorno. Perciò noi offriamo alla Devi quei cereali tramite la Sua più bella forma, le kanya. Facciamo esperienza di questa yajna come queste piccole bambine, con innocenza, purezza e spontaneità.

Rajasuya Yajna

La Rajasuya Yajna è un antico rituale vedico che veniva tenuto da re e imperatori. Dopo la conquista di nuovi territori, essi ritornavano nei loro regni e distribuivano la ricchezza ai loro sudditi per mezzo di questa yajna. In quest’epoca, in cui non ci sono né re né imperatori, la Rajasuya Yajna può essere eseguita solo da sadhu e sannyasin. Essi non sono re o imperatori nel senso più comune del termine, né proprietari di terreni o beni. Tuttavia, i sannyasin e i rishi sono i conquistatori del cuore e della mente umana. Essi ispirano e incoraggiano le persone a seguire il giusto stile di vita, e in questo modo diventano i sovrani del cuore e della mente delle persone.
Nella storia tramandata, pochissime persone hanno eseguito la Rajasuya Yajna. Si dice che nel settimo secolo d. C. re Harshavardhana abbia dato via tutti i beni personali dopo avere condotto la Rajasuya Yajna. Egli agì in questo modo perché le offer-te sono una delle tre componenti essenziali della yajna.
Nell’antichità più remota, Sri Rama eseguì questa yajna dopo aver sconfitto Ravana ed essersi affermato come imperatore giusto e pio. Sri Krishna, benché fosse un chakravarti o conquistatore in ogni senso del termine, non la tenne. Tuttavia, egli presiedette alla Rajasuya Yajna tenuta da Yudhishthira, il re dell’Indraprashtha, prima della guerra del Mahabharata. L’evento di questa yajna divenne famoso principalmente perché Sri Krishna lavò i piedi e i piatti di tutti gli ospiti.
Tradizionalmente, la Rajasuya Yajna è tenuta da un chakravarti, una persona riconosciuta come conquistatore. Normalmente, quando parliamo di conquista, la riferiamo a territori, regni e nazioni, ma non è necessariamente così. Anche chi conquista il mondo con un’idea, un pensiero o una filosofia può essere proclamato chakravarti. Anche colui che conquista i cuori è un chakravarti.
La Rajasuya Yajna è sempre associata a digvijaya, la vittoria su tutti i continenti. Un sannyasin non impugna un rajadanda, l’arma di un sovrano. Un sannyasin impugna uno yogadanda, l’asta della bandiera dello yoga. Poiché è abitudine di un chakravarti dichiarare ciò che ha conquistato, piantare la bandiera dello yoga in tutti gli angoli del mondo è la nostra conquista. Anche portare lo yoga fuori delle caverne degli eremiti e presentarlo in modo più utile e benefico per la società e l’umanità è stata una conquista. Questa non è l’età della spada; questa è l’età dell’intelletto, dell’espansione degli orizzonti della mente. Per questa ragione sto seminando il seme della Rajasuya Yajna a Rikhia.
Lo strumento di questa Rajasuya Yajna è Sat Chandi Yajna, che è eseguita per generare la trasformazione interiore. Il Panchagni sad-hana è stato praticato in totale isolamento, mentre la Rajasuya Ya-jna è fatta alla presenza e con la partecipazione ed il coinvolgimento di molte persone. La Rajasuya Yajna è iniziata nel 1995, quando fu distribuito per la prima volta il prasad alla prima Sat Chandi Mahayajna, e culminerà nel 2007, completando così il sankalpa di dodici anni.
Secondo le tradizioni più antiche, la caratteristica della Rajasuya Yajna è la perfezione nell’arte del donare. La ricchezza e la prosperità ricevute da ogni parte del mondo sono restituite alle persone per rendere la loro vita prospera. È per questa ragione che soltanto gli imperatori, o i chakravarti, hanno potuto permettersi di tenerla, e la Yajna è stata chiamata Rajasuya, poiché raja significa colui che governa. Chi altro se non un raja poteva donare a piene mani e con cuore gioioso! Questa forma di donazione è conosciuta come bhet, che non è semplicemente il dare ma anche il ricevere. Anzi, è ricevere e restituire ciò che avete ricevuto dopo aver aggiunto un tocco di eccellenza. Perciò ricevete sempre in abbondanza ciò che date.
Secondo la tradizione, tutti i re che erano stati sconfitti da Sri Rama e Yudhishthira si recarono alla Rajasuya Yajna da loro condotta ed offrirono doni al re conquistatore, che a sua volta offrì doni ai re sconfitti. Noi abbiamo deciso di seguire la stessa tradizione. Qualunque cosa ci viene data come dono, la restituiamo come prasad.
Il semplice versare ghi sul fuoco, fare offerte e cantare mantra non costituiscono una yajna. Senza la componente di daan, offerta, una yajna è incompleta. Offrire non significa soltanto dare. Dare significa che voi date e anche io do. Voi offrite a Devi ed io lo ridò come prasad di Devi. Voi presentate le vostre offerte alla Madre Divina, e la Divina Madre vi dà in cambio il Suo prasad.
Tutti accumulano e alcuni distribuiscono, ma quando c’è un equi-librio tra ciò che si accumula e ciò che si distribuisce, quello è sat-karma, azione appropriata e giusta. Questo equilibrio si ottiene attraverso il processo della yajna. Durante la yajna, l’aspetto esterno è imparare a donare. Siamo tutti egoisti. Ci piace accumulare cose, ma non sappiamo come allentare il nostro attaccamento verso ciò che accumuliamo. Una volta che siamo capaci di dare, diveniamo liberi dai nostri attaccamenti, ed è questa libertà che cerchiamo nella nostra vita.
La Rajasuya Yajna rappresenta l’idea di trovare un equilibrio tra accumulare e distribuire. Essa esemplifica la donazione totale, che si estende dal materiale allo spirituale. Anche jnana e bhakti sono date come bhet, insieme a vastra (indumenti), patra (utensili) e anna (cereali).
Nella Rajasuya Yajna è l’esecutore ad essere importante. La yajna è il veicolo, il mezzo attraverso cui la sua energia si diffonde per il mondo. Se un essere illuminato esegue la yajna, sta dando qualcosa di se stesso; si stanno distribuendo le sue realizzazioni, la conoscenza, la pace e la sua ispirazione.
Noi diamo, in modo che tutti siano uguali. Prosperità e felicità sono il diritto di nascita di ciascuno. Questa non è carità. È la rinascita di un sistema dell’antica tradizione vedica in cui donare e condividere sono vincolanti. Lo scopo della Rajasuya Yajna è lo sviluppo del sostegno per elevare i poveri e i diseredati ed è eseguita per procurare alle persone la ricchezza dell’appagamento, della felicità e del benessere.

Sankalpa e Yajna

Il culto di Devi nella Sat Chandi Mahayajna è eseguito con un unico scopo: portare prosperità, pace e felicità nella vita delle persone. Le yajna sono sia sakama, con il desiderio personale per l’appagamento di uno scopo, e nishkama, senza desiderio personale, per il bene di tutti. Entrambi i tipi di yajna sono potenti. La sakama yajna, che è colma di rajas shakti, ha la potenza di appagare lo scopo della persona che la conduce, mentre la nishkama yajna, proprio per la sua natura sattwica, appaga i desideri di tutti coloro che sono presenti. Un desiderio espresso durante una yajna riceve attenzione divina e appagamento.
Una yajna deve avere un obiettivo. Un sankalpa che definisce lo scopo della yajna è espresso da chi ospita la yajna. Il nostro sankalpa è per la pace, prosperità ed innalzamento spirituale del mondo intero. Questo sankalpa universale guida la pratica della yajna e la vostra partecipazione ad essa. Il primo giorno, gli acharya che guidavano l’arati hanno pregato per l’appagamento del sankalpa. Il secondo giorno, i rappresentanti della comunità rurale di Rikhia hanno pregato per l’appagamento del sankalpa. Il terzo giorno, la nazione è stata rappresentata da diverse famiglie dal nord e dal sud, dall’est e dall’ovest dell’India. Il quarto giorno il mondo è stato rappresentato dalle persone di diverse nazionalità. L’ultimo giorno, tutte le energie che erano state invocate sono state liberate.
Il nostro sankalpa mantra è la preghiera alla Madre Cosmica. Quando è invocata lei si manifesta non come corpo fisico, ma nella forma di un corpo creato tramite il potere dei mantra. Quell’energia divina si manifesta nel cuore di tutti coloro che hanno fissato su di essa la loro mente. Quando il sankalpa mantra viene intonato, quando quella forza cosmica viene invocata, sentite dentro di voi, intorno a voi, sopra e sotto di voi la presenza di questa shakti cosmica.
Per mezzo di questo sankalpa cerchiamo di connetterci con fede interiore e riverenza, shraddha e vishwas. Quando la vostra mente è piena di fede e riverenza e quando tutto ciò fluisce verso Dio e si ri-flette nelle vostre azioni e nei vostri atti quotidiani, allora la vostra vita è colma di pace e felicità. Ciò non rimane confinato alla vostra vita personale, ma permea l’intera famiglia. Tutto l’ambiente è so-vraccarico. Disturbi fisici e mentali scompaiono.
Tutti i ricercatori e i devoti che hanno pregato la Dea Cosmica hanno avuto l’esperienza di come lei allevia ogni sofferenza, reale o immaginaria, psicologica o sociale. Lei è colei che concede salute fisica e mentale, prosperità sociale e personale, pace individuale e globale, ed è una guida per coloro che percorrono il sentiero spirituale. Il semplice atto di partecipare a questa forma di yajna concede pace, virtù e merito.
I pandit recitano i mantra con un sankalpa, e dirigono tutte le loro energie al raggiungimento di quell’obiettivo, non per loro guadagno personale. Essi sono il mezzo e l’umanità è la vincitrice. Le tradizioni tantrica e vedica sono molto chiare sul tema del sankalpa. Talvolta le persone chiedono se possono offrire un amuleto, dell’acqua, un fiore o del tilak al luogo della puja. La risposta è no, perché i desideri personali non devono essere mischiati con lo scopo della yajna poiché distolgono dal punto focale della yajna. Questo principio si applica anche ai sacerdoti che recitano i mantra. Essi pregano per l’adempimento del sankalpa, non per l’appagamento dei loro desideri, e perciò anch’essi traggono dalla yajna gli stessi bene-fici di tutti gli altri.
“Dio, dammi abbastanza da poter dare agli altri”. Questa dovrebbe essere la vostra preghiera. Non pregate soltanto per la vostra televisione e la motocicletta. Io, nel sankalpa, prego sempre per la ricchezza, lunga vita, successo e prosperità di tutti. Fate che tutti siano felici, fate che tutti possano essere sani, fate che tutti guardino il prossimo con equanimità e che nessuno possa provare pena o dolore. Possa ognuno ricevere la grazia di Dio. Angoscia, dolore, disastri, povertà, malattia e paura della morte possano essere alleviati dalla grazia divina. Questo è lo scopo della yajna.

Disciplina della Yajna

La Sat Chandi Mahayajna è una delle più sacre yajna tantriche. Il tantra è un processo di invocazione ed esperienza interiore della for-za divina. Questa forza divina non arriva naturalmente o spontanea-mente, perciò dovete preparare la mente e le emozioni per riceverla e farne esperienza. Io non ho invitato qui le persone per un intrattenimento del tipo che trovate quando andate in una località di villeggiatura o in un parco giochi. Una yajna non è né un posto per far baldoria né uno spettacolo dove entrate e uscite, guardate cosa succede, rimanete dieci minuti o mezz’ora e poi ve ne andate. Questo è un posto per il sadhana.
Quando siete in un luogo sacro come una yajna di questa levatura, siete molto vicini a Dio, e perciò il flusso dei vostri pensieri ed il comportamento devono cambiare. Quando siete venuti così lontano, dovete avere uno scopo che è quello di assorbire l’energia spirituale che permea l’ambiente e l’atmosfera. Quando divenite tutt’uno con quella energia, si crea una trasformazione sottile e così si adempie lo scopo della yajna.
La disciplina è una parte della tradizione indiana e questa yajna si svolge come continuazione di quella vera e ininterrotta tradizione. La disciplina è il mezzo, non il fine. Qual è la conseguenza della disciplina? Voi ricevete la grazia, il prasad di Dio. Dovete essere sempre consapevoli che la yajna avviene a livello della totalità dell’essere umano, non solo nella yajnashala, dove si esegue. C’è una comunione di fisico e sottile, pensieri ed azioni esteriori ed interiori. Qui si invocherà la Madre Cosmica e voi dovete mantenere la stessa dignità che avreste in un tempio, una chiesa, una moschea o qualsiasi altro luogo di culto.
Perciò dovete venire assolutamente preparati ad essere una parte ed una componente della yajna. Il vostro motto dev’essere di ottenere la grazia divina. Come partecipanti alla yajna, voi siete tutti ugualmente responsabili del culmine e della realizzazione del sankalpa della yajna. Per avere pace, prosperità e felicità, dovete prepararvi mentalmente. Per cinque giorni concentrate tutta la vostra consapevolezza sulla yajna. Siate aspiranti spirituali. Espandete le antenne della vostra mente e rimanete vigili. Quando fate il sankalpa, per cinque giorni assicuratevi di mantenerlo con massima sincerità e impegno.
Se volete fumare, bere, mangiare carne e divertirvi, questo è vo-stro diritto. Ma c’è un momento in cui dovete astenervi, e la yajna è quel momento. Durante la yajna, semplicemente dimenticate ogni altra cosa per quel periodo. Lasciate andare le vostre vecchie abitudini. Se sentite freddo, portatevi abiti caldi. Evitate di mangiare e bere troppo, così da poter rimanere seduti per l’intero programma, siano una o quattro ore, per elevare la vostra consapevolezza. Cinque giorni non sono una vita. Dovete essere sinceri a questo proposito. La grazia di Dio viene in molte forme, ma siamo deprivati di quella grazia poiché non riusciamo ad afferrare tale rara opportunità con totale sincerità. La grazia di Dio può essere ottenuta solo osservando strettamente le regole e le procedure della yajna.
Una volta che la yajna comincia, inizia il canto dei mantra e prende forma il processo di invocazione delle divinità, l’intera atmosfera diviene carica. Si crea un campo carico di energia che è riflesso in un bagliore del potere divino. Può essere momentaneamente visibile solo per coloro che sono vigili e attenti. Accade così improvvisamente, come un lampo di luce, che splende per pochi attimi su questo tempo e questo spazio. Se siete fuori del luogo di ritrovo, appagando le richieste delle vostre vecchie abitudi-ni, con ogni probabilità perderete quella rara visione e sarete privati di quella grazia divina per la quale avete fatto tutta questa strada. Quando il prasad, la grazia di Dio, è venuta in questo luogo d’incontro, non eravate qui per riceverla.
I mantra sintonizzano la nostra mente, i sentimenti e le emozioni per catturare l’essenza dell’energia cosmica che è stata invocata. Devi si è manifestata, l’avete vista, ne siete testimoni, e se non la trovate splendida, guardate ancora. La bellezza divina è nella profondità dell’anima. Per ricevere la grazia cosmica coinvolgetevi nella recitazione dei mantra, perché i mantra sintonizzano il corpo, la mente, le emozioni e lo spirito per fare esperienza di quella shakti. Voi siete venuti per il culto della Devi. Mantenete il vostro cuore e la vostra mente concentrati solo su quell’esperienza. Non è necessario comprendere Dio. È necessario fare esperienza di Dio. Semplicemente state seduti e sperimentate.
Questa yajna non è un piacere intellettuale, né materia di analisi e critica. È solo una questione di accettazione. Talvolta vi sentite as-sonnati, talvolta giunge lo stato di unmani o “assenza della mente”. Va bene. Semplicemente continuate a rimanere seduti tranquilli. Os-servate come i bambini del villaggio rimangono seduti per tante ore. Dovete connettervi con la dimensione sottile, trascendentale, eterna di turiya della vostra personalità. Allora non è necessario fare altro, dovete solo sedervi tranquillamente, altrimenti siete schiavi della vostra mente. Sarete schiavi della vostra mente per il resto della vostra vita? Se non potete controllare la vostra mente, perlomeno prendetela a ceffoni e ditele di sedere in silenzio.

Prasad della Yajna

C’è una storia che parla di un dio, un demone e un essere umano. I tre andarono dal loro creatore, Brahma, per chiedergli istruzioni su come vivere una vita felice. Lungo la strada, le nuvole brontolarono e scoppiò un forte tuono. I tre compresero che era il messaggio del creatore. Gli dei sentirono la parola damadvam, che significa contenimento dei sensi e della mente. I demoni sentirono la parola dayadvam, che significa essere gentili, premurosi e compassionevoli. Gli esseri umani sentirono la parola danadvam, che significa dare via, non accumulare o possedere. Dare via divenne, successivamente, yajna.
Una yajna non può essere completa senza daan o donazione. Que-sta era la tradizione quando Sri Rama governava la terra. La tradizione fu seguita durante il Dwapara yuga, e la stessa tradizione dovrebbe essere seguita anche nell’era attuale, Kali yuga. Nella tradizione di Sri Rama, il donare è esemplificato nella Rajasuya Yajna. È una donazione totale non solo di beni materiali ma di ricchezza spirituale. In Hindi c’è un detto secondo cui il vostro patra, o recipiente, può contenere solo fino alla sua capacità. Ne consegue che per ricevere di più, dovete ingrandire il vostro recipiente. Questo è possibile solo tramite l’atto del donare. Alla Rajasuya Yajna imparate l’arte di donare e ricevere.
È estremamente importante che gli oggetti selezionati come bhet, o prasad, in una yajna rappresentino Lakshmi. Ciò significa che gli oggetti non devono essere soltanto belli, ma anche utili. Lakshmi è la dea del benessere, indicando sia bellezza che utilità. La ricchezza che non è utilizzata si riduce e scompare. Non si moltiplica. Allo stesso modo l’oggetto del bhet deve avere un uso pratico nella vita; in altre parole, deve avere uno scopo.
Alla Sat Chandi Mahayajna non si fanno doni. Non facciamo neanche donazioni. Diamo soltanto prasad. Che riceviate un sari, uno scialle, una maglietta o un altro oggetto, esso non è un regalo. Prasad significa ciò che è offerto a Dio e da Dio ricevuto indietro. Il prasad proviene dalle mani della Madre Divina. Quando una madre dà qualcosa a suo figlio, non gli fa la carità. È il suo amore, la sua compassione e la sua cura.
Quando l’oggetto del bhet è consacrato dopo essere stato offerto alla Madre Divina, quando è puro, allora porta le benedizioni del di-vino. Non è semplicemente grano, abito o recipiente. È una cosa consacrata che è stata benedetta dalla Madre Divina, e quando la ricevete, ricevete le sue benedizioni. È come l’offerta del pane e del vino nella messa cristiana. Questa è la messa dello Shakti Tantra. Questa non è carità, perché la carità è la madre della povertà. Questo è prasad, benedizioni. Il prasad è dato a tutti, dagli abitanti dei villaggi vicini a coloro che sono venuti da molto lontano. Per Devi non esiste il concetto di ricco e povero; ciascuno è suo figlio, il più ricco tra i ricchi e il più povero tra i poveri.
In questa nascita, abbiamo l’opportunità di servire i poveri e gli oppressi offrendo cibo, abiti, denaro, medicine, libri, giocattoli, at-trezzi, materiali da costruzione, biciclette, mucche, tori ed altre cose che possono aiutare ad eliminare la miseria dalla vita di individui, famiglie e comunità e portare pace, abbondanza, felicità, salute e prosperità all’ambiente. Le offerte dalla yajna sono distribuite alle persone bisognose in molte forme, inclusi alloggi e cure mediche, oltre che mezzi di impiego come risciò, carretti, biciclette e macchine per cucire. Durante Sita Kalyanam, alle giovani spose sono offerte doti matrimoniali con gioielli, orologi ed altri eleganti ornamenti. Agli abitanti dei villaggi sono offerti anche cereali, utensili domestici, attrezzi agricoli, mezzi per il commercio, trapunte e coperte, vestiti, abiti di lana e articoli didattici per i bambini. Centinaia e migliaia di famiglie di Rikhia e dei villaggi circostanti ricevono questo prasad.
Nel 2001 furono offerti a tutti vastra, abiti, poiché tutti indossano gli abiti. L’abbigliamento è il più grande dono al mondo perché viviamo con esso ventiquattro ore al giorno. Nel 2002 il prasad è stato patra, contenitori, recipienti, utensili. Tutto ciò che contiene o raccoglie insieme è naturalmente e spontaneamente considerato di buon auspicio, opposto a qualcosa che non può contenere ciò che mettete dentro. Un contenitore mantiene intatto e sicuro ciò che possedete. I patra offerti nella yajna sono estremamente di buon augurio perché sono donati dopo essere stati benedetti da Devi. Lei risveglia la prosperità che già risiede dentro di loro.
Nel 2003, 2004 e 2005 il prasad è stato anna, cereali. Come bhet sono stati donati i pancha dhanya, o i cinque cereali tradizionali. Dhanya significa costituito da granaglie, e originariamente il termine alludeva a grani di semi posti nel terreno e germinati. Lo stesso concetto si applicava ai cereali offerti alla yajna, poiché non erano solo i cerali ad essere donati. Per mezzo dei cereali ogni persona si impregnava di benedizioni spirituali. Questo è un concetto tantrico e vedico che è stato presentato per mezzo della yajna. L’offerta di anna era significativa anche perché è il veicolo attraverso cui gestite voi stessi in questo mondo e potete conoscere il divino. Per questo motivo secondo le credenze e le tradizioni vediche anna, o cerali, è venerato come un devata.
Di tutti i tipi di daan o donazione, anna daan è considerato il su-premo. Il cibo sostiene, nutre e cura. Si ritiene che questo tipo di daan leghi colui che dona e colui che riceve con un legame talmente stretto da essere difficile sottrarsi al rin, o debito, di anna daan. In India anna daan è così carico di significato che è stato coniato un termine particolare per colui che offre cibo come carità ed è venerato come benefattore: anna daata. E c’è anche un insulto speciale coniato per la persona che tradisce il suo anna daata!
Quando durante una yajna ricevete il prasad, è importante che non pensiate neanche per un momento che quello che state ricevendo è solo un oggetto, cereali, abito o recipiente, che forse avete già in abbondanza a casa vostra. Dovete capire, invece, che i riti e i rituali del tantra possono trasformare anche l’oggetto, l’atto, il pensiero, la parola o l’azione più banale in un veicolo per ricevere la grazia divina nella vostra vita.

Tipi di Yajna

Yajna significa offrire e l’offerta si attua a molti livelli. Dravya yajna fa riferimento all’offerta di oggetti fisici, materiali. In anna yajna c’è l’offerta di cereali e cibo. In daan yajna c’è l’offerta di ricchezza materiale. Tapo yajna è il sadhana che praticate per trasformare voi stessi, in cui offrite tutte le vostre qualità negative nel fuoco e diventate puri.
Anche lo yoga è yajna, sacrificio. Il principio dello yoga è subli-mare le attività inferiori per scopi più elevati. La Bhagavad Gita af-ferma che il sacrificio della conoscenza, jnana yajna, è l’offerta su-prema. Non ci si ferma alla conoscenza; si offre la conoscenza alla fonte della conoscenza, per questo motivo Sri Krishna dice: “Tutto l’agire culmina nella conoscenza suprema”. Ogni emissione di ener-gia vitale ad ogni livello – fisico, vitale, mentale e spirituale – è tra-sformata in offerta al divino. In questo modo la yajna assume diverse forme, indicando un processo tramite il quale gli esseri umani possono purificare se stessi ed anche assicurare purezza all’ambiente. Attraverso la yajna si può ottenere purezza di parola, pensiero e azione, e la capacità di comprendere il legame che esiste tra un individuo e la natura e tra la natura e il cosmo.
Il seme della yajna fu seminato quando gli esseri umani sentirono il messaggio divino: “Donate, offrite e non accumulate”. Nel corso del tempo la yajna divenne parte delle tradizioni tantrica e vedica. La yajna rappresenta il processo di produzione, distribuzione e quindi assimilazione. Al culmine di un sadhana, la yajna si esegue per condividere le realizzazioni e la prosperità spirituale e materiale che sono state raggiunte. La yajna offerta come un dovere da coloro che non si aspettano ricompensa è considerata sattwica. La yajna offerta con l’aspettativa di una ricompensa o per il proprio ego è considerata rajasica. La yajna eseguita senza fede, in cui non si distribuisce cibo, i mantra non sono cantati correttamente e non si fanno doni, è considerata tamasica.
Le yajna erano usate anche per propiziare le forze naturali e gli esseri di luce che governano gli elementi, così come le energie co-smiche e gli eventi ed espressioni celestiali nella vita. Tramite mantra e yantra, la yajna risveglia il potere contenuto nelle forze naturali e le rende benefiche e di buon auspicio per lo sviluppo e la crescita. Alcune yajna hanno lo scopo di purificare l’atmosfera, l’aria, il terreno e l’acqua e ricaricarli di energia. Alcune servono ad influenzare e controllare gli elementi, per far piovere in aree desertiche, per esempio, e aumentare la produttività. Altre sono per l’appagamento di desideri, anche allo scopo di procreare.
Nelle diverse scritture, sono state descritte varie forme di yajna che possono essere eseguite da bramini, capifamiglia o imperatori per portare pace e prosperità. I re erano soliti praticare la Ashwame-dha yajna quando volevano nominarsi imperatori, facendo uscire un cavallo, seguito dal loro esercito, che avrebbe viaggiato liberamente intorno al mondo. I governanti di qualsiasi paese avesse attraversato, potevano o impadronirsi del cavallo e sfidare l’autorità del re che lo aveva mandato cominciando una guerra, o accettarlo e divenire sudditi del re.
Dunque le yajna avevano differenti forme ed erano condotte in diversi modi. Col linguaggio moderno, possiamo dire che le yajna sono un processo attraverso cui si fa circolare la prosperità e la ricchezza della creazione, sia essa materiale o spirituale. Ci sono yajna vediche, yajna tantriche, yajna puraniche e persino yajna darshaniche (filosofiche). Durante il Treta yuga, il re Dasharatha tenne la Putreshti yajna, nella quale fu invocato Agni, ed ebbe quattro figli, di cui il maggiore era Rama. Anche Draupadi, la moglie dei Pandava, e suo fratello Drishtadyumna nacquero a seguito di una yajna.
Altre forme famose di yajna vediche sono Soma yajna, Jyotishto-ma, Rajasuya e Vajapeya. Anche le yajna come Gayatri yajna, Vish-nu yajna e Chandi yajna erano eseguite durante l’era puranica. La Bhagavad Gita fa riferimento a yajna darshaniche, che sono di natura più filosofica, dove anche un atto di carità, austerità, japa o swadhyaya può essere eseguito nello spirito della yajna. In questo modo la forma e l’enfasi della yajna sono cambiate secondo i tempi, l’attitudine di chi le eseguiva e i loro bisogni. Nella situazione attuale, possiamo persino parlare di donazione di sangue come una yajna o persino di una yajna della crisi dei profughi!
Le yajna condotte a Rikhia sono semplicemente allo scopo di invitare le forze divine e benevole ad avvicinarsi, così da potersi cristallizzare qui e riversare le loro benedizioni su tutti i presenti. Di fatto, il fattore basilare comune a tutte le yajna è che tramite questo rituale le forze invisibili (devata) che sono disperse nell’atmosfera, si consolidino e si uniscano nell’area dove si tiene la yajna. Proprio come il vapore nell’aria diventa acqua tramite un processo di condensazione, allo stesso modo queste forze divine che pervadono akasha si condensano e si cristallizzano in un luogo.
Perciò una yajna è considerata un mezzo molto energico e potente per influenzare positivamente l’atmosfera che ci circonda. Si sa che la yajna tiene lontano gli eventi malefici. Considerata l’attuale situazione mondiale, in questi tempi turbolenti è veramente opportuno tenere le yajna.

Yajna Tantrica

Il tantra è una scienza evoluzionistica basata sui tre aspetti di mantra, yantra e mandala. Quando il sadhana è praticato utilizzando questi tre strumenti, le facoltà mentali superiori si risvegliano e la mente diviene potente. Lo scopo del sadhana tantrico non è utilizzare questi poteri per motivi personali o guadagno materiale, ma propiziare e armonizzare le energie che attualmente sono dissipate e incontrollate nella natura sia individuale sia esterna e nel cosmo.
Ci sono yajna vediche e yajna tantriche. I tantra e i veda adottaro-no il metodo della yajna con lo scopo di unire la mente individuale con la mente cosmica. La Sat Chandi Yajna è una yajna tantrica. Lo scopo del tantra è purificare noi stessi senza negare le nostre innate debolezze. La yajna tantrica invoca l’energia, shakti. Per pulire un recipiente sporco apriamo un rubinetto. La yajna tantrica rappresenta il flusso di acqua; noi siamo le pentole sporche ed è la forza dell’acqua che pulisce la pentola.
Quest’anno, sei yogini dal sud dell’India conducono nove yajna tantriche: Ganapati Yajna, Navagraha Yajna, Saraswati Yajna, Su-darshan Yajna, Maha Vishnu/Lakshmi Yajna, Gita Yajna, Rudra/Durga Yajna, Saundarya Lahari Yajna e Lalita Yajna. I riti e i rituali osservati in queste yajna sono tratti dalle tradizioni preservate negli Agama. Ci sono due tipi di culto: Agama, induzione, e Nigama, conoscenza. Tutto il culto tantrico è condotto secondo i principi di Agama. Nigama indica i Veda; Agama indica i Tantra.
Tantra è la tradizione esoterica, dove andiamo nelle profondità della nostra anima. Inizialmente solo le donne erano titolate a prati-care le yajna, i culti e le iniziazioni tantriche. Attualmente, lo fanno gli uomini, ma in passato erano le donne a trasmettere la tradizione tantrica e condurre le yajna tantriche. Nella tradizione vedica, le donne sono considerate spiritualmente superiori agli uomini. Esse hanno ogni diritto a praticare cerimonie e riti, condurre kirtan e fare conferenze. Nel dharma vedico, alle donne non è proibito il servizio spirituale. La letteratura classica fornisce i dettagli riguardo alle caratteristiche necessarie ad una donna per condurre il rito tantrico. Tutte queste caratteristiche si trovano nelle nostre yogini dell’India meridionale. Affinché una yajna diventi efficace, è assolutamente importante che i pandit che la guidano siano scelti accuratamente. Le yogini sono esperte, e la loro pronuncia dei mantra è perfetta. Esse sono della mia tradizione, ma seguono il sentiero tantrico anziché quello yogico.
Non crediate che, essendo questa una yajna tantrica, ci sarà sacri-ficio di animali. Quando affermiamo che è un rituale tantrico, potete pensare che ci siano fiumi di alcolici, consumo di carne e riti sessuali. Certamente tutto ciò è associato ad alcune forme di rituale tantrico, ma quella è una versione del tantra completamente differente. Uno può bere vino, mangiare carne e intrattenersi in relazioni sessuali di tutti i tipi se quello è il suo dharma, ma non dite che è tantra.
Tantra è una pura scienza di dedizione a matri shakti, l’energia della madre, un processo di invocazione ed esperienza della forza divina interiore. In queste yajna i rituali sono diversi. Ci sono diversi tipi di vedi, o focolari, e si cantano diversi mantra. Ogni oggetto offerto nel sacrificio è puro, poiché è preso dalla natura. Si offrono le acque di sette mari e fiumi. Anche le erbe e i materiali offerti sono diversi, e includono ghi, miele, riso bollito, riso soffiato, bastoncini di curcuma, abiti e sterco di vacca, oltre che foglie e fiori di pipal, bael e tulsi. Si offrono anche diversi tipi di legno come mango, pipal, banyan e gular. Nella Saraswati Yajna c’è anche un’offerta extra di cereali misti. Durante la Sudarshan Yajna, si offre anche legno di cedro e banyan insieme a cinque tipi di cereali e cento otto tipi di rimedi ayurvedici in coppe fatte di foglie. Prima dell’inizio della Maha Vishnu/Lakshmi Yajna si possono onorare le vacche.
Tramite la yajna vi potete sintonizzare con le forze invisibili dell’universo. Intorno a voi ci sono cose percettibili, che sono mani-feste, ma c’è anche qualcosa di immanifesto, che non può essere vi-sto, che è oltre la mente. Tutti voi lo sapete, ma non sapete come percepire, comunicare, sintonizzarvi, unirvi, integrarvi, com-prendere e farne esperienza. La yajna è un metodo molto importante. La tradizione tantrica è una tradizione esoterica, ogni cosa avviene dentro di voi. Le yogini conducono la puja, recitano i mantra, ma ciò che esse stanno realmente facendo è kundalini yoga, al cento per cento.

Yoga Sutra di Patanjali

Tratto da: Sw. Satyananda Saraswati, “Four Chapters on Freedom – Commentary on Yoga Sutras of Patanjali”, Edizioni Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India.

II Capitolo: Sadhana Pada

Sutra 9: Abhinivesha – l’attaccamento alla vita

Svarasavahi vidusoapi tatharudhoabhiniveshah

Svarasavahi: sostenuto dalla propria forza; vidusah: dei letterati; api: anche; tatha: come questo; rudhah: che domina; abhiniveshah: la paura della morte, l’attaccamento alla vita

Abhinivesha è il desiderio per la vita che si sostiene con la sua stessa forza e domina anche la persona colta

Anche l’erudito teme la morte e ha un desiderio ugualmente forte per la vita. Questo è vero per i filosofi, i pensatori ed i profani e si può osservare in tutti, quindi è definito svarasavahi: è una forza naturale, inerente a tutti, associata ad ogni incarnazione. Vidushah significa letterati o saggi; anche loro non ne sono liberi. Nell’infanzia questa forza è latente; nella vecchiaia, quando si vedono morire gli altri, si manifesta in modo alterno; a un certo punto potrebbe sorgere inaspettatamente; succede tra i 35 e i 45 anni e si rinforza nell’ultima parte della vita, quando la paura della morte aumenta. Bisogna ricordarsi che questo è uno dei klesha più dominanti. Il processo di involuzione è esattamente il contrario di quello di evoluzione che comincia con abhinivesha, poi dwesha, poi raga, poi asmita, poi avidya e alla fine vidya. In questo modo si deve tornare indietro. Nel superare i klesha, si deve cominciare con abhinivesha e procedere verso avidya.
Abhinivesha è una verità universale che si può riscontrare in una creatura ordinaria, in un insetto, in una scimmia o in un uccello, nei ricchi e nei poveri, tra gli istruiti e gli analfabeti. Questo klesha può essere presente allo stato latente, potenziale o manifesto; per esempio è latente nei sannyasin e sul punto di sparire in coloro che hanno raggiunto viveka, ma nella maggior parte delle persone lo troverete molto attivo a tal punto che se una persona si ammala, tutti sono presi dal panico; questo panico è dovuto ad abhinivesha.
Nelle scritture Indù si dice che abhinivesha è dovuto all’attaccamento al corpo. Se l’attaccamento passa dallo stato attivo allo stato latente, allora la paura della morte si può ridurre al minimo.

Sutra 10: I klesha possono essere ridotti

Te pratiprasavaheyah suksmah

Te: essi (i klesha); pratiprasava: involuzione; heyah: riducibile; suksmah: sottile

Questi klesha, quando sono sottili, si riducono con l’involuzione

Sutra 11: Con la meditazione

Dhyanaheyastadvrittayah

Dhyana: meditazione; heyah: riducibile; tadvrittayah: le loro modificazioni

Le modificazioni dei klesha si riducono con la meditazione

In realtà questo undicesimo sutra sarebbe dovuto essere prima del decimo. I cinque klesha possiedono quattro stadi ciascuno, ossia lo stadio latente, quello attenuato, l’alternato e l’attivo. Si potrebbe pa-ragonare tutto questo ad un torrente: mano a mano che scende giù per la montagna diventa sempre più ampio e quando il fiume sfocia in mare è molto esteso. Allo stesso modo i klesha aumentano la loro forza come un fiume. In principio i klesha sono latenti, ma poco a poco diventano sempre più attivi.

È possibile comprendere i klesha osservando semplicemente la propria mente. Essi non risiedono soltanto nel subconscio, ma anche nel conscio. Dal loro stato attivo bisogna portarli allo stato flut-tuante, quindi allo stato attenuato ed in fine allo stato latente. Per prima cosa la forma attenuata deve essere ridotta alla condizione di inattività. Questo è molto importante ed è quindi il primo passo da fare.
Gli stadi dei vari klesha sono impercettibili a livello conscio e sub-conscio. Tutti possono essere portati alla forma latente partendo dalla forma attenuata. Così, meditando sui differenti stadi dei klesha, si giunge alla fine ad annullarli. Questo comprende sia il processo di evoluzione quanto quello di involuzione. Da avidya ad abhinivesha abbiamo il processo di evoluzione mentre da abhinivesha ad avidya abbiamo il processo di involuzione. Ci sono stadi intermedi in ciascuno dei due processi, come quello sottile, attivo, ecc.
Non possiamo vedere i klesha a meno che non siamo molto atten-ti. Per esempio, possiamo affermare di non aver paura della morte, ma questo non è possibile poiché si dice che solo dopo aver ottenuto dharmamegha samadhi i germi dei klesha sono completamente bru-ciati, non prima. Così, fino a quando non si raggiunge lo stato di kaivalya c’è la possibilità che i germi dei klesha divengano di nuovo attivi. Un ricercatore spirituale potrebbe credere di essersi definitivamente liberato dalle vritti, se per molto tempo queste non lo disturbano. Potrebbe pensare di aver finito coi samskara e con tutti i klesha, ma improvvisamente, un giorno, potrebbe ritrovarseli davanti. Questo smacco inatteso è causato dalla presenza dei germi dei klesha nella mente.
Come sapete, tutto passa attraverso tre stati: nel primo, chiamato lo stato latente, c’è la potenzialità della produzione, ma non la produzione stessa. Quando c’è produzione si parla di stato attivo. Quando il germe diventa incapace di produrre alcunché, si definisce secco, finito. Per arrivare a bruciare i germi dei klesha bisogna comprendere tutto il processo di involuzione, non solo sul piano intellettuale, ma anche sul piano dell’azione, perchè abhinivesha deve ridursi a dvesha, e tutti e due devono risolversi in raga, e tutti e tre in asmita e alla fine tutti e quattro si risolvono di nuovo in avidya.
Così il ricercatore deve abbattere totalmente l’albero dei klesha dalla cima alla base, ma la cosa strana a proposito di quest’albero è che la base è in alto e la cima in basso: questo non è un passo che riguarda l’intelletto. A questo scopo deve essere utilizzata tutta la disciplina dello yoga, compresi yama, niyama e kriya yoga. Per ridurre le manifestazioni dei klesha, dhyana include l’osservazione. Bisogna essere capaci di osservare i klesha attraverso un procedimento di dhyana in cui non si medita solo sull’Istha, ma si diviene in grado di vedere le diverse fasi delle espressioni mentali che avvengono a livello interiore. Nella pratica di antar mouna, quando le vritti attive si manifestano, dovete reprimerle. Quando praticate l’osservazione in questo modo, allora dovete osservare tutti i pensieri, buoni o cattivi che siano. Quando i klesha sono portati ad una situazione latente il ricercatore deve iniziare il pro-cesso di viveka, il metodo razionale del raja yoga, o il metodo del kriya yoga. Se applicate viveka quando i klesha sono attivi, rischiate di fallire, perché viveka ha bisogno di una certa preparazione mentale.
Questa forma di dhyana non è in relazione alla concentrazione ma ad antar mouna, l’osservazione della modificazione attiva dei klesha. Per l’osservatore attento, le vritti attive ritornano allo stato attenuato, poi allo stato sottile; così con la pratica della meditazione i ricercatori spirituali diventano sempre più calmi. La mente irrequieta, agitata può essere pacificata con la meditazione e il kriya yoga non perché la persona si libera dalle vasana, ma perché si iniziano a dominare i klesha, rendendo il ricercatore spirituale pacifico e tranquillo. Attraverso la meditazione si possono superare le tensioni create dai klesha. È solo allora che si deve introdurre viveka. Con un approccio razionale si può identificare la causa dei klesha ed eliminarla. Si potrebbe scoprire che si ha una forma di attaccamento per la propria madre o per i propri figli oppure che si vuole raggiungere il successo in un determinato campo. Attraverso questo procedimento, una volta identificata la causa, soffermandocisi sopra bisogna cercare di rimuoverla, anche se è molto difficile. Il kriya yoga in questo caso è un aiuto efficace.
Se il processo di ricerca della causa è cominciato con gyana yoga, allora è un valido processo intellettuale; arriverete ad una conoscenza completa, ma è molto raro. Il decimo sutra indica una via. Il praticante serio dovrà ritirarsi in solitudine, per un periodo di tempo, per identificare i germi dei klesha nella loro forma manifesta, così da superarli o eliminarli. Rimanendo in isolamento e tornando poi nuovamente nel mondo, i klesha possono essere eliminati. Solo allora si potrà applicare viveka, in modo che i germi vengano completamente consumati.
I klesha nella loro forma sottile sono esclusivamente psichici. Tutta la nostra esistenza ne è impregnata. Il processo per eliminarli è doppio, attraverso dhyana e viveka. Dhyana è un metodo del raja yoga, viveka del gyana yoga. Karma yoga e bhakti yoga dovranno essere praticati simultaneamente poiché a volte, l’esplosione della pressione è così grande che vi assale di sorpresa. Potreste non essere in grado di ritirarvi dal mondo ancora una volta, così il karma yoga e il bhakti yoga vi saranno di grande aiuto: sono le boe di salvataggio per coloro che vogliono immergersi nell’oceano della realizzazione. È molto difficile osservare i klesha sottili e comprendere se la loro presenza è dovuta al fatto che appartengono alla vostra natura interiore. In un sutra successivo si afferma che queste ostruzioni o impedimenti devono essere eliminati.

Antah Karana – la Mente Individuale

Tratto da: Sw. Satyasangananda Saraswati, “Tattwa Shuddhi”, Edizioni Satyananda Ashram Italia.

Antah karana è la combinazione di due parole sanscrite. “Antah” si-gnifica interiore e “karana” utensile o strumento. Antah karana è perciò l’utensile o strumento interiore dell’uomo. Esso include quattro facoltà: “buddhi” (intelletto), “ahamkara” (ego), “manas” (pensiero/contropensiero) e “chitta” (memoria). Secondo il tantra e lo yoga, questi quattro principi costituiscono il mezzo attraverso il quale agisce la coscienza.
L’antah karana distingue l’uomo dal regno vegetale, animale e minerale. In queste forme di vita inferiori, l’antah karana esiste in uno stato embrionale assopito e tamasico. Queste creazioni della na-tura non operano a livello dell’intelletto, della discriminazione, del pensiero o dell’ego, ma a livello di puro istinto. Per esempio, un cane preferisce istintivamente la carne ai vegetali. Esso non distingue consapevolmente l’una dagli altri; è un processo istintivo naturale che governa il suo corpo.
Ma nel caso dell’uomo, questa facoltà si è gradualmente evoluta fino alla sua attuale capacità. L’uomo è risultato vittorioso sopra tutte le altre forme di vita grazie alla forza di questa facoltà interiore che gli ha dato il potere di ragionare, pensare, programmare, ricordare e agire.
Tuttavia la supremazia intellettuale dell’uomo non completa in alcun modo tutto il potenziale dell’antah karana. Essa non è che un barlume del potere che questo contiene. Se l’azione di questo stru-mento raggiunge la sua completa capacità, l’uomo può non solo controllare le creazioni inferiori della natura, ma anche le forze latenti entro se stesso, che hanno l’intrinseco potere di creare, mantenere e distruggere. Egli diverrebbe così un co-creatore, uno strumento, tutt’uno con la natura, replicandone i processi cosmici. Gli yogi che hanno raggiunto questa capacità, hanno realizzato tale rara impresa esplorando i misteri di questo strumento interiore, l’antah karana.
La coscienza dell’uomo, agendo attraverso l’antah karana, inter-preta, classifica, ipotizza, percepisce e ha cognizione di tutti i dati connessi alle esperienze passate, presenti e future. Ogni cosa che sentiamo, vediamo, facciamo o diciamo, è parte di ciò che vi è stato immagazzinato. Vi è una parte dell’antah karana che ha conoscenza non solo di questa vita e delle esperienze ad essa collegate, ma dell’intero universo e del cosmo.
Tuttavia, a causa della grossolanità della nostra consapevolezza, l’intero potenziale di conoscenza rimane assopito e non manifesto, e resterà tale se non iniziamo ad affinare l’antah karana. L’affinamento dell’antah karana comporta la sua sintonizzazione con le alte frequenze di pura energia e coscienza, cosicché diveniamo consapevoli che, in realtà, ciò che stiamo affinando è una creazione di quella stessa energia e coscienza.
Oggi l’evoluzione fisica dell’uomo è completa. Egli può diventare più alto o più basso, più magro o più grasso, ma il successivo stadio di evoluzione appartiene al regno della coscienza. Sri Aurobindo parla di una “razza superumana”, quando l’uomo avrà acquisito questo stato di mente superiore. Il termine “razza superumana” implica lo sviluppo dell’uomo al suo zenit dal punto di vista mentale, emotivo, razionale e soprattutto spirituale. Attualmente, queste facoltà in noi sono solo allo stadio germinale e stiamo ancora lottando con le loro complessità. Gran parte del successo che possiamo avere in questo campo dipende dalla nostra capacità di purificare, illuminare e unificare le funzioni dell’antah karana.
L’antah karana agisce come un sensibilissimo trasmettitore che riceve e trasmette impressioni. La chiarezza e la precisione con cui esso compie questa funzione dipendono interamente da quanto il nostro strumento si è affinato. Se esso è sintonizzato con le vibrazioni grossolane, questo è quanto rifletterà il trasmettitore. Se però esso è sintonizzato con le vibrazioni cosmiche più sottili, allora non solo potremo scoprire i misteri che si celano dietro la nostra esistenza, ma anche l’enigma che sta alla base dell’intero cosmo.
L’uomo non è un’entità a sé stante, sospesa tra causa ed effetto. È piuttosto una parte integrante del piano cosmico che prevede un ruolo per ognuna delle particelle della creazione. L’antah karana ha una parte vitale nella nostra ricerca per comprendere questo ruolo.
Questo strumento, infinitamente sottile, è ciò che noi stessi ab-biamo costruito tramite il sottile senso dell’immaginazione durante il nostro viaggio attraverso il susseguirsi di molte incarnazioni. Esso contiene quindi le impressioni che ci portiamo dietro vita dopo vita. Come uno strumento musicale, l’antah karana è sufficientemente sensibile da captare le vibrazioni più sottili, cosa che continua a fare, indipendentemente dalla nostra consapevolezza. Possiamo anche non essere consapevoli di alcune impressioni che si stanno formando in noi, ma il nostro antah karana rimane vigile in ogni momento.
È il nostro antah karana a decidere il corso delle nostre azioni, secondo l’esperienza e le conoscenze passate. Ciò che è registrato in esso è una parte che può non esserci mai rivelata, a meno che non si consegua la chiarezza della consapevolezza cosmica e l’udito e la vista interiori che sono in grado di percepire le sottili vibrazioni del suono e della visione cosmica. Perciò dobbiamo non solo scoprire ciò che è immagazzinato nell’antah karana, ma anche imparare a controllarlo, e il tantra è l’unica scienza che ci ha dato una risposta in proposito. Antah karana è lo strumento attraverso cui la coscienza prende parte al gioco cosmico o “lila”. La coscienza è la stessa in ognuno di noi – pura, risplendente e radiante. Il modo in cui si esprime dipende dalla precisione, chiarezza e percezione del mezzo con cui partecipa al gioco. La stessa idea, lo stesso pensiero, la stessa azione possono venire a due persone diverse, ma l’interpretazione, la realizzazione e i risultati finali dipenderanno interamente dal livello di mente, intelletto ed ego di ciascuna delle due.

Dimensioni della mente

Nello yoga, la mente è classificata in quattro stadi: “jagriti” (con-scia), “swapna” (subconscia), “sushupti” (inconscia) e “turiya” (tra-scendentale). Nello yoga si parla quindi di quattro aspetti della men-te, in contrasto con la moderna psicologia che si è limitata a tre sole forme di consapevolezza: conscia, subconscia e inconscia.
L’antah karana funziona attraverso i regni del conscio, del sub-conscio e dell’inconscio, creando esperienze grossolane, sottili e causali. Poiché l’antah karana si è sviluppato da una combinazione dei tre guna, sattwa, rajas e tamas, la qualità dell’esperienza è in gran parte determinata dall’influenza pervasiva di questi principi cosmici. Manas, chitta, buddhi e ahamkara si comportano differentemente sotto l’influenza di sattwa rispetto a rajas e tamas, manifestandosi così in modi diversi nei tre stati di consapevolezza.
Manas e chitta, essendo parte della consapevolezza conscia e subconscia, dominano le azioni e i pensieri nello stato di jagriti e swapna. Buddhi e ahamkara sono presenti in vari gradi di sottigliezza nello stato di jagriti, swapna e sushupti. Tuttavia, dato che queste facoltà si sono sviluppate l’una dall’altra e dal medesimo principio di shakti, la loro reciproca interdipendenza e interferenza sono inevitabili.
È evidente che in questi tre stati di coscienza l’antah karana è sotto l’influsso dei tre guna, modificandosi secondo il guna che è predominante in ogni particolare momento. Però nel quarto stadio, turiya o consapevolezza trascendentale, i guna cessano di esercitare qualsiasi influsso e quindi la consapevolezza è trasportata oltre le fluttuazioni dell’antah karana esistenti nei tre stati precedenti. Ciò si ottiene solo sviluppando la piena capacità dell’antah karana mediante il sadhana.
Nella pratica di tattwa shuddhi è reso chiaro il ruolo dell’antah karana. L’aspirante può rendersi conto di come opera questo potente mezzo e di quale sia il metodo per dirigerne l’intera forza verso la realizzazione spirituale.

Buddhi

Buddhi, anche conosciuto come “mahat” o grande principio, è definito come la facoltà che più si avvicina alla pura coscienza. Quando buddhi è diretto verso il godimento del piacere dei sensi, causa la schiavitù dell’anima, ma quando è dotato di imparzialità l’anima si volge verso la liberazione. Nella vita quotidiana è buddhi che ci stimola ad agire secondo il nostro dharma (vocazione). Qualsiasi atto giudicato con precisione ed esattezza è a causa del potere e dell’influenza di buddhi o intelletto superiore.
Ad un livello più alto, buddhi si esprime attraverso prajna (intuito) e vairagya (non-attaccamento). Benché queste qualità sublimi siano inerenti a buddhi, esse sono spesso alterate sotto l’influsso di maya e a causa della sua associazione con l’ego, i sensi ed i tre guna.
Le caratteristiche sattwiche di buddhi sono la saggezza, il non-attaccamento, il ragionamento, la pazienza, la serenità, l’autocontrollo, il discernimento e la contemplazione. Nello stato sattwico, buddhi è senza oscillazioni ed assume il ruolo di “sakshi” (il testimone). Con l’influenza di rajas, sorgono i difetti. Di conseguenza buddhi non è più in grado di discernere e le decisioni sono spesso inquinate da una falsa conoscenza e da avidya, o ignoranza. Le caratteristiche tamasiche di buddhi cadono sotto l’influsso dell’ego ed è offuscato da false informazioni e falsi giudizi.
Nella pratica di tattwa shuddhi meditiamo sulla natura sattvica di buddhi in modo che siano eliminate le tendenze tamasiche e rajasiche che non appartengono alla sua vera natura e che impediscono all’aspetto sattwico di buddhi di operare. In tal modo viene accentuata l’esperienza di essere un testimone silenzioso o sakshi.

Ahamkara

“Aham” è “io” e “ahamkara” è l’ego o quello che fa esperienza “del senso dell’io”. L’esistenza unificata e l’unione a tutti i livelli è lace-rata dalla nascita dell’ego e l’individuo percepisce la propria separazione dal resto della creazione. Nell’ego è contenuto il germe dell’individualità e pertanto ne deriva un processo di identificazione e attaccamento agli oggetti e alle persone. Ahamkara pervade ogni singolo poro del nostro essere. Il suo manifestarsi è estremamente sottile e si è così irretiti nella sua trama che si rimane attaccati ad essa vita dopo vita.
Ahamkara, o ego, forma il nucleo dell’esistenza all’interno dell’individuo. È solo a causa dell’ego che abbiamo rapporto con le cose intorno a noi. Se non ci fosse l’ego, saremmo come una pianta o un vegetale che non ha conoscenza della propria esistenza. Questo è il paradosso della creazione, e cioè che da un lato l’ego ci lega al piano dell’esperienza oggettiva e dall’altro esiste come nucleo che si deve far esplodere per risvegliare l’esistenza unificata.
Nello stato cosciente, o jagriti, l’ego opera attraverso il corpo grossolano, cioè i sensi e la mente pensante. Nello stato subconscio, o swapna, l’ego opera attraverso il corpo astrale e il sogno. Quando siamo immersi in un sonno profondo, sushupti, l’ego si ritira allo stato di seme nel corpo causale, ma nella meditazione esso assume la forma di consapevolezza interiore. Ahamkara è così profondamente radicato che rimane persino attraverso gli stadi di savikalpa samadhi.
Le funzioni di ahamkara sono influenzate dalle tre qualità di satt-wa, rajas e tamas. L’ahamkara sattwico è responsabile della nozione di “io sono” e agisce come catalizzatore nel processo di realizzazione del sé. Ahamkara smuove i samskara o impressioni latenti dal subconscio, ma sotto l’influsso di sattwa, o equilibrio, esso allontana temporaneamente questa funzione.
L’ahamkara rajasico è una forza dinamica che suscita il “senso dell’io” nell’individuo, causando intensa attività e inquietudine; alla fine porta alla dissipazione del pensiero e dell’azione. L’ahamkara tamasico intensifica i samskara dolorosi e negativi, provocando così dubbio, apprensione, paura e temporeggiamento.
Ahamkara può essere considerato la sorgente sia della limitazione che della liberazione di “jiva” o anima individuale. Nonostante stia con jiva per molto tempo lungo il viaggio della vita, attraverso il sadhana è gradualmente capace di purificare le sue forze negative. Con la pratica di tattwa shuddhi diventiamo maggiormente consapevoli della sottigliezza dell’ego, facilitandone così la disidentificazione dalle sue funzioni inferiori.

Manas e chitta

Manas e chitta rappresentano la mente esteriore e la sostanza mentale, cioè la sostanza che appare nello stato di veglia e di sonno. “Chitta” è la sede di tutte le esperienze nella forma di samskara, archetipi e memoria. “Manas”, o pensiero/contropensiero, è il suo veicolo o mezzo di espressione. Manas e chitta non funzionano semplicemente da soli, ma sono guidati dal ragionamento logico di buddhi e dalle tendenze assertive di ahamkara.
La qualità intrinseca di manas è di essere dominata da rajoguna. Essa è eternamente turbata e diversificata. Proprio come fa un bam-bino che prende un giocattolo ma presto lo lascia per un altro, così manas ha la tendenza a saltare continuamente da un pensiero all’altro.
La tendenza rajasica si muta in uno stato di tamas quando manas subisce l’influsso di ahamkara, e si trasforma in uno stato di equili-brio o sattwa quando esso subisce l’influsso di buddhi. Perciò ahamkara e buddhi operano attraverso manas, attingendo dal conte-nuto delle impressioni passate accumulate in chitta per creare un’esperienza di felicità o infelicità, dolore o piacere.
L’attività di manas cambia costantemente sotto l’influsso dei tre guna. Nello stato di sattwa, manas diventa stabile, unidirezionale e concentrata. Manas influenzata da rajas attiva i sensi e squilibra l’intelletto. Manas tamasica rende l’intelletto e i sensi pigri e inattivi.
Chitta è talvolta interpretata come mente o intelletto superiore, ma qui ci occupiamo solo della sua funzione come memoria. Sotto l’influsso di sattwa, le impressioni sensoriali contenute in chitta re-cedono e in tal modo la coscienza rimane indisturbata. Attraverso l’influsso di rajoguna, i samskara rajasici vengono risvegliati in chitta sotto forma di “vikalpa” (immaginazione) e “viparyaya” (falsa conoscenza). In questa condizione chitta contiene entrambi i tipi di samskara di conoscenza e ignoranza, parzialità e imparzialità.
Quando tamas influenza chitta, scaturiscono dei samskara indesi-derati e perciò l’individuo è turbato dai vasana (desideri profonda-mente radicati) che respingono tutti i buoni samskara nell’oscurità. I samskara irrilevanti possono essere eliminati solo mediante il processo di riflessione, dharana e dhyana. Il perfezionamento della pratica di tattwa shuddhi conduce l’aspirante alla concentrazione unidirezionale e alla meditazione, in tal modo la consapevolezza diventa libera di riflettere sulla natura dei tattwa.
Dobbiamo comprendere che la strada principale per conseguire la realizzazione del sé passa attraverso l’antah karana. Per ottenere il pieno controllo sulla direzione del suo sviluppo è necessario rivol-gersi al sadhana tantrico e yogico. Nella pratica di tattwa shuddhi usiamo le forze latenti dell’antah karana per distogliere la consapevolezza dall’esperienza grossolana, dirigendola verso un’esperienza superiore.

Scienza e Meditazione

Tratto da: Sw. Satyananda Saraswati, “Meditations from the Tantras”, Edizioni Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India.

È gratificante scoprire che scienza e yoga, che sino a poco tempo fa sembravano diametralmente opposte l’una dall’altra, si stanno ora avvicinando. La scienza comincia a studiare e a utilizzare le tec-niche yoga e lo yoga si esprime sempre più in termini scientifici utilizzando conoscenze scientifiche. La scienza non si occupa più totalmente degli aspetti materiali dell’esistenza e si avvicina sempre più ad indagare sugli aspetti spirituali o non materialistici dell’esistenza. La scienza, mostrando ai moderni intellettuali gli effetti fisici associati ai fenomeni spirituali, aprirà certamente molte menti alla verità e alle possibilità della religione, dello yoga e di altri sentieri o metodi spirituali di esplorazione mentale.
Alla fine del XIX secolo, molti eminenti scienziati conclusero che il loro sapere era così elevato che non vi era più nulla da scopri-re, da apprendere, da indagare. Poi Einstein, Freud e altri scienziati di ampie vedute dimostrarono con i loro studi che vi era ancora veramente molto da conoscere e da scoprire nell’universo. Così gli scienziati moderni sono molto consapevoli delle possibilità loro offerte nel campo della ricerca ed evitano di compiacersi troppo dei risultati fin qui raggiunti. Per questo vi sono molti progetti di ricerca che attualmente sono rivolti a studiare e ad indagare sui fenomeni relativi alle esperienze spirituali. In effetti è strano che la scienza non abbia rivolto prima la propria attenzione a questo settore, considerando il fatto che già più di settant’anni fa Freud pubblicava le conclusioni delle sue ricerche sulla parte inferiore della mente inconscia e che geni e santi in varie epoche hanno messo in evidenza la possibilità di portare ai più alti livelli la consa-pevolezza della mente.
Uno dei campi di ricerca più interessanti della scienza moderna è lo studio delle manifestazioni fisiche della meditazione. Questi studi sono solo all’inizio ma gettano già molta luce sull’utilità della meditazione in relazione ai suoi benefici fisiologici, psicologici e spirituali. Vi è più di una possibilità che la scienza in futuro possa aiutare notevolmente le persone a intraprendere il cammino spirituale. Già oggigiorno si utilizzano strumenti come il biofeedback per arrivare ai più elevati stadi di meditazione. Moderne forme di psicologia sono particolarmente interessate alla crescita spirituale di una persona tanto quanto sono interessate alla sua salute psicologica. Ne è un notevole esempio la psicosintesi che in effetti si pone gli stessi obbiettivi dello yoga, cioè l’integrazione della totalità dell’essere dell’individuo e la sua autorealizzazione finale.
La scienza e lo yoga si stanno avvicinando o hanno già raggiunto un terreno comune. Le moderne idee nel campo della psicologia sono sorprendentemente simili alle idee yogiche proposte migliaia di anni fa nella forma della filosofia Samkhya. Nello yoga è la natura totale della persona che è importante. Questo significa che si sviluppano allo stesso modo gli aspetti fisici, mentali, emozionali, psichici e spirituali dell’uomo. Possiamo dire che attraverso lo yoga tutte le facoltà dormienti di ogni individuo sono risvegliate. Questo è il vero sentiero spirituale in cui tutti questi aspetti sono integrati per fare dell’uomo un essere totale.
La psicologia in generale (vi sono eccezioni come la psicosintesi elaborata da Roberto Assagioli nel 1910) sino quasi ai giorni nostri si è interessata solo ad alcuni aspetti limitati dell’essere umano, ignorando altre influenze nella vita di un individuo. Per esempio Freud, il padre della psicologia occidentale, affermò che il motivo fondamentale della vita nell’uomo era la soddisfazione sessuale e l’auto-preservazione. Questo è un modo quantomeno limitato di vedere l’aspetto psicologico dell’essere umano e le sue aspirazioni. Ancora oggi vi sono molti psicologi che credono in questo. Jung era molto più progressista nelle sue idee, egli era convinto che vi sono notevoli influenze e aspetti nella vita dell’uomo di cui molte persone non sono consapevoli. Tutte le considerazioni psicologiche sull’uomo hanno avuto la tendenza a trattarlo separatamente dal suo ambiente e da tutte quelle cose che possono influenzare il sue essere come gli aspetti spirituali dell’esistenza. In questo modo la psicologia non ha mai potuto dare una ragionevole spiegazione di cos’è l’uomo. Di conseguenza tutte le terapie psicologiche che hanno avuto origine dalle teorie della psicologia non hanno avuto molto successo. In qualche modo hanno aiutato l’uomo, ma non potevano condurlo alla felicità o all’evolu¬zione del proprio essere.
Jung fu probabilmente lo psicologo che più di ogni altro aiutò la psicologia ad adottare un atteggiamento olistico, universale nei con-fronti dell’esistenza umana. Le sue idee però sono state prese in considerazione su vasta scala da altri psicologi solo di recente. In parte dai suoi insegnamenti, varie scuole moderne di pensiero hanno direttamente o indirettamente sviluppato forme di psicologia che vedono l’uomo come un essere multidimensionale; queste sono tutte in sintonia con il pensiero yogico e mettono in evidenza l’importanza di prendere in considerazione tutti gli aspetti dell’esistenza dell’uomo, sia quelli oggettivi sia quelli soggettivi. Se viene omessa una parte dell’esistenza, come il suo aspetto spirituale, si ha una raffigurazione dell’uomo solamente parziale.
Tutte le moderne forme di psicologia sono molto interessate al fiorire del potenziale di ogni individuo, potenziale che possiamo de-finire autorealizzazione: è il progressivo svelarsi delle innate capacità di ogni singola persona. In questo consiste lo yoga, riferendosi all’autorealizzazione in tutte le sfere dell’essere o alla consapevolezza della propria natura interiore e alle sue espressioni. Lo scopo ultimo dello yoga è l’autorealizzazione, in cui l’individuo manifesta al suo massimo il proprio potenziale, in cui è in perfetta armonia con l’ambiente che lo circonda. Nella moderna psicologia colui che si è autorealizzato è esattamente lo stesso tipo di persona, una persona cioè che ha espresso le sue potenzialità latenti, le sue innate capacità e non reagisce più in contrasto con la propria personalità e con l’ambiente, armonizzandosi pienamente con se stesso e con l’ambiente esterno. Sia la psicologia moderna che lo yoga insistono sull’importanza dell’evoluzione, di una continua e progressiva crescita di ogni individuo da una “minore totalità” ad una “maggiore totalità”.
Lo scopo finale a cui mira lo yoga è l’unione con l’esistenza, con Dio, con la suprema coscienza; gli psicologi da parte loro non hanno ancora stabilito questo come meta finale, ma chissà, potrebbero af-fermarlo in un prossimo futuro. Alcune scuole tuttavia, come la psi-cosintesi, hanno affermato che l’autorealizzazione è lo scopo finale della vita.
In passato la psicologia tendeva a supporre che un uomo è psico-logicamente limitato da necessità e motivazioni fisse. Si supponeva quindi che un uomo dovesse soddisfare queste pulsioni in una ripeti-zione infinita. Tuttavia, questa continua soddisfazione dei bisogni essenziali, sebbene necessari, rimuove tensioni e frustrazioni solo per breve tempo. Non è la strada che permette all’individuo di eliminare completamente le tensioni radicate nella sua esistenza. La moderna psicologia e lo yoga enfatizzano l’importanza della trascendenza, la crescita globale di un individuo in modo da non mantenere lo stesso modello di vita. Egli dovrebbe cercare assiduamente le forme di appagamento più elevate. Lo scopo di una più elevata aspirazione è giustificato dal fatto che nuove aspirazioni portano più gioia e più beatitudine delle precedenti. In questo modo l’evoluzione individuale lascia le forme inferiori delle pulsioni perché sono meno soddisfacenti. Lo yoga ha sempre affermato questo e la moderna psicologia in questo contesto è sempre più d’accordo.
I moderni psicologi hanno cominciato a interessarsi molto alla meditazione e hanno iniziato a svolgere delle ricerche in questa direzione. Non solo hanno eseguito esperimenti scientifici, ma hanno anche cominciato a interessarsi ai testi antichi sulla meditazione per migliorare la loro conoscenza sulle sue applicazioni e sulla sua utilità. Hanno persino sperimentato la meditazione su se stessi vivendo momenti che li hanno portati oltre la loro intellettualità scientifica.
La comprensione ottenuta grazie anche alla meditazione è stata tale che gli psicologi hanno cominciato a riconsiderare e quindi a modificare la loro definizione sul normale essere umano. Essi hanno affermato che fin dalla nascita la maggior parte delle persone sono soggette a una costante classificazione. In altre parole, vi è una sorta di indottrinamento dove una cosa è buona o cattiva, dove si è bianchi o neri, Cristiani, Mussulmani o Indù, oppure intelligenti o stupidi e così via. Non c’è via di mezzo, amiamo o odiamo. Rimaniamo completamente coinvolti in queste categorizzazioni verbali che ci impediscono di vedere il mondo quale è realmente; è come se le persone diventassero automi.
Molti psicologi hanno dichiarato che una delle mete della psicologia è de-automatizzare le persone.
I moderni pensatori, soprattutto gli psicologi, sono convinti degli effetti dannosi che il nostro modo di vivere rapido e competitivo può avere sulla mente. È senza dubbio reale il fatto che vi siano sempre più malattie e problemi di carattere mentale e psicologico. Gli psicologi si stanno rendendo conto che l’individuo deve avere una mente capace di affrontare un bombardamento sempre più intenso di segnali e di informazioni esterne, e molti hanno capito che ogni individuo deve diventare il consulente psicologico di se stesso. La meditazione è il metodo più raccomandato e adottato, è la via universale per rimuovere o prevenire le preoccupazioni eccessive, i conflitti, le tensioni ed è pure la via più sicura per arrivare alla positività e all’appagamento nella vita. Finalmente si è arrivati a comprendere che la meditazione non è né una forma di sonno né uno stato ipnotico. In questo contesto la psicologia prende in considerazione solo coloro che siedono a meditare regolarmente, per un certo periodo di tempo. Il fatto che alcune persone più evolute vivono in un continuo stato meditativo, sia quando dormono sia quando sono svegli, dimostra che la meditazione va ben oltre il sonno e lo stato ipnotico.
Sempre più gli psicologi consigliano di praticare la meditazione in modo che ognuno possa osservare il proprio funzionamento interiore, divenendo consapevoli della super attività a cui sono sottoposti i diversi organi del proprio corpo e il cervello; in questo modo si può agire in modo da correggere qualsiasi sovrastimolazione o non corretto funzionamento. Questo è il metodo migliore per curare una malattia: fermarsi prima che si manifesti. Mezz’ora di meditazione ogni mattina aiuta a portare quiete e quindi a migliorare anche le attività esterne. La capacità di svolgere il nostro lavoro e le attività quotidiane dipende totalmente dal nostro essere interiore; se questo non è in armonia, anche la nostra interazione con l’ambiente esterno potrebbe non essere armoniosa ed equilibrata. La meditazione è il modo più sicuro per annullare il pessimismo, la depressione e le tensioni, tutti quegli stati della mente che la maggior parte delle persone accetta come normali aspetti della vita. Oggi anche gli psicologi sono convinti di questo, sono proprio i pensatori più moderni e progressisti nel campo della psicologia che mettono in evidenza queste idee. Co-minciano a credere, come lo yoga, che il normale stato dell’uomo dovrebbe essere una continua espressione di gioia. La meditazione può essere “utilizzata” per controllare il nostro umore e per eliminare gli stati negativi sostituendoli con stati di benessere.
Uno dei più grandi problemi dell’uomo è la sua incapacità di adattarsi al cambiamento. Cento anni fa e oltre e ancor oggi nei paesi dove non vi è ancora una tecnologia sviluppata, questo problema non sussisteva, in quanto i cambiamenti erano molto più lenti e non repentini come accade oggigiorno. Tuttavia, le società tecnologicamente più avanzate vivono in un continuo stato di cambiamento. I cambiamenti avvengono più velocemente di quanto la mente posa adattarsi ad essi. Il risultato è un disordine mentale che in misura maggiore o minore coinvolge ogni persona. La psicologia riconosce il problema e considera la meditazione un modo sicuro per sviluppare la capacità di affrontare il cambiamento.
La psicologia ha sempre riconosciuto il bisogno di comprendere il grande lavoro interno della mente inconscia e ha sempre cercato di occuparsi delle parti dell’inconscio che contengono i nostri complessi, le nostre fobie. Questo è certamente necessario per eliminare quei conflitti profondamente radicati che tendono a dominare la nostra vita. Il metodo usato dallo yoga, e sempre più dai moderni sistemi della psicologia, è la meditazione. Nello stesso tempo è importante esplorare le vaste regioni della mente, l’inconscio più elevato, per usare un termine psicologico, in cui sono contenute le nostre capacità e potenzialità interiori nascoste. Molte persone hanno un’autentica vocazione nella propria vita, un’attitudine naturale a fare certe cose, ma siccome non lo sanno, non le fanno mai. In un certo senso siamo in uno stato di continua frustrazione.
Se potessimo esprimere questo potenziale cominceremmo a vivere una vita felice e creativa. Questo metodo passa attraverso la meditazione. In questo modo possiamo scoprire il nostro essere interiore e cominciare quindi a comprendere la sua natura innata. Possiamo cominciare a fare ciò verso cui siamo più portati.