Satyananda Ashram Italia

Scuola di Yoga

Satyananda Ashram Italia


  • Yajna 
  • Yoga Sutra di Patanjali 
  • Panchatattwa – I Cinque Elementi 
  • Gli Effetti Psicologici della Meditazione 

Yajna  

dagli Insegnamenti di Swami Satyananda Saraswati – Tratto da: Sw. Sivananda Saraswati, Sw. Satyananda Saraswati, “Yajna”, Sivananda Math, Munger, Bihar, India – quarta parte.

Panchagni Sadhana

Panchagni significa cinque fuochi e il panchagni sadhana consiste nel resistere a cinque fuochi. È un rito di purificazione noto come prayaschitta. Nel panchagni sadhana ci sono tre componenti. Per prima cosa si resiste ai cinque fuochi esterni; si accendono quattro fuochi, uno in ciascuna delle quattro direzioni, e il quinto fuoco è il sole, al di sopra. Poi si resiste ai cinque fuochi che si scatenano inte-riormente. Questi sono kama (passione), krodha (rabbia), lobha (brama), moha (attaccamento) e matsarya (gelosia). Questo stadio è conosciuto anche come Pashupati vrata, un sacro voto assunto per diventare padroni della natura animale. Poi seguono le cinque medi-tazioni sul fuoco.
Panchagni è praticato durante Uttarayana, quando il sole è nell’emisfero settentrionale, da Makar Sankranti (metà gennaio) a Karka Sankranti (metà luglio). Ci sono due sentieri per la liberazio-ne, conosciuti come settentrionale e meridionale. Panchagni è prati-cato durante il percorso settentrionale di luce e luminosità, che è il sentiero da seguire per la liberazione dell’anima. Dopodiché, l’anima può assumere qualunque forma sceglie. Così, attraverso questa austerità si può ottenere l’immortalità. Il sentiero meridionale segue il ciclo di nascita e morte e costringe l’anima nella morsa del destino.
Il voto di panchagni può essere intrapreso per dodici anni, nove anni, tre anni o un anno. La padronanza sugli elementi sia nella loro forma fisica sia metafisica è uno dei requisiti per questa pratica. Sono richieste anche devozione pura e inflessibile, capacità di resistenza e una buona dose di energia. Dopo aver portato a termine il voto, i meriti guadagnati sono donati agli altri in forma di grazia e benedizioni. Questa è la suprema forma di donazione che porta alla meditazione spontanea e ininterrotta. In questo stato colui che medita e l’oggetto della meditazione si fondono uno nell’altro.
Nel 1990 intrapresi il voto di Panchagni per nove anni, subito do-po essere arrivato a Rikhia. Nel primo anno sopportai tutti i giorni un fuoco acceso e cinque fuochi durante Purnima (plenilunio) e Amavasya (luna nera). Il secondo anno, restarono accesi due fuochi tutti i giorni e cinque fuochi per Purnima e Amavasya. In questo modo ogni anno si aggiungeva un fuoco e nel quinto anno tutti e cinque i fuochi erano ossequiati tutto il giorno.
L’effettivo Panchagni sadhana è praticato solo per sei mesi l’anno, dall’alba al tramonto, ma il fuoco è mantenuto acceso per tutto l’anno. Durante il Panchagni sadhana potete fare japa, recitare, cantare bhajan o persino fumare la hukka. Ciò che è importante è rimanere seduti al centro dei fuochi. Durante i primi giorni è indispensabile preparare una bhasma di ceneri speciali da spalmare sul corpo per proteggerlo, ma successivamente non è più necessario. Informazioni riguardo questo sadhana sono date in importanti libri specifici. È un sadhana di penitenza intrapreso per lavare via il karma accumulato durante la fase di missione di sannyasin. Quando uno diventa discepolo, non è né per denaro né per accrescere la tribù dei discepoli. Un ricercatore spirituale abbandona tutto per Dio, tuttavia durante gli anni della sua ricerca spirituale egli accumula del karma, benché il karma acquistato stando in casa come capofamiglia ed il karma accumulato durante le giornate da discepolo in un ashram siano diversi. Come indicato dal mio guru, Swami Sivananda, rimasi nel suo ashram a Rishikesh per dodici anni, poi lo lasciai per Munger dove la ruota del karma si mise in moto con grande impeto. Fu come entrare e vivere in una camera piena di fuliggine. Sporcarsi di fuliggine era inevitabile. Lavoravo senza desiderio e pensavo che stavo svolgendo nishkama seva o guru seva, tuttavia non potei evitare le ingiurie del karma. Il mondo dell’azione è il mondo di maya, e maya porrà il suo marchio su ognuno senza eccezione. Perciò un sannyasin deve intraprendere Panchagni sadhana per annullare il karma della sua vita di missione.
L’età per il sadhana è da otto a trenta anni. Che sadhana farà una persona di settant’anni? Io ho fatto come Dio mi ha ispirato. La rivelazione non venne dalla mia mente ma dal mio essere più profondo, e ciò avvenne perché io lo ascoltavo. Ho sentito la voce con le mie orecchie. Ora trovo difficile credere che io ho praticato Panchagni; è stato possibile solo con la grazia di Dio.
Panchagni è una penitenza molto difficile per la quale non avevo alcuna esperienza. Ero in apprensione perché non tolleravo il calore e pensavo che mi sarei disidratato e ammalato. Ma in qualche modo sono sopravvissuto grazie alle benedizioni di Tulsi. Io pregai Tulsi per una buona salute all’inizio del mio Panchagni sadhana e lei mi fece il favore. Le mie pratiche spirituali continuarono senza interru-zione. Non soffrii nessuna disidratazione, nessuna malattia e fui in grado di restare seduto per otto ore di fila senza alcun dolore.
Panchagni è stato un tapas di cinque anni. Ho affrontato i cinque fuochi dall’alba al tramonto, dal 14 gennaio al 15 luglio, dal solstizio del Capricorno al solstizio del Cancro. C’era un fuoco al nord, uno al sud, uno ad est, uno ad ovest, e il quinto fuoco era il sole sopra di me. Un giorno la temperatura arrivò a novanta gradi centigradi. Riuscite ad immaginare quanto fosse caldo? La temperatura normale era cinquanta gradi. Talvolta saliva a sessanta gradi, quando soffiava il vento caldo.
Il mattino, quando accendevo il fuoco, mi cospargevo il corpo di bhasma, cenere sacra. La bhasma intensificava la sensazione di calore, insieme alla sensazione di beatitudine. Quando il vento sollevava le scintille, tutto il mio corpo ne sarebbe stato segnato, perciò mettevo la bhasma per proteggerlo. Preparavo una bhasma speciale, chiamata mahabhasma, come prescritto nel Devi Bhagavat Purana, fatta con ghi di mucca lavorato undici volte con molte erbe, miele ed altre sostanze aggiunte. La applicavo la mattina. Non usavo olio e mangiavo una volta al giorno. Per tutta la giornata bevevo latte di cocco fresco per prevenire la disidratazione.
Durante Panchagni, Bholenath sedeva con me io cospargevo il suo corpo con la mahabhasma. Bholenath era un cane alsaziano col pedigree, una razza che durante l’estate è tenuta in stanze con l’aria condizionata, ma lui viveva con me, entro il raggio di calore del Panchagni, beveva l’acqua una volta al giorno e urinava una volta al giorno. Anch’io urinavo una volta al giorno, come se tutti i fluidi del corpo si prosciugassero per l’intenso calore.
Solo chi ha resistito ai cinque fuochi interiori può resistere ai cinque fuochi esterni. Evitare questi fuochi ed affrontare questi fuochi sono due cose diverse. Io non li evitai, li affrontai. I cinque fuochi interiori sono passione, rabbia, avidità, attaccamento e gelosia. Questi cinque fuochi prosciugano l’essere interiore di una persona. Dio è molto gentile con me, mi ha dato un corpo forte e sano e una mente stabile. Mi ha aiutato per tutto il tempo ed anche ora mi aiuta. Io Lo ringrazio utilizzando questo mezzo solo per ricordarLo.
Dopo sei anni il fuoco fu trasferito ad un altare speciale dove fu ricoperto di cenere ma mantenuto vivo e ardente. Questo fuoco che ardeva sotto la cenere e rappresentava i cinque fuochi interiori, fu custodito per due anni. Ciò fu seguito dal rito del fuoco col mantra per l’ultimo anno, dopodiché fu fatta l’offerta finale o purnahuti. Il mio voto di Panchagni culminò nel 1998. Il Panchagni arde ancora nel Paramahamsa Alakh Bara ed è venerato quotidianamente all’alba e al tramonto con erbe aromatiche.

Sacrificio

La tradizione del sacrificio è universale e proviene dall’antichità. Il sacrificio esiste in ogni religione di cultura vedica, eccetto Buddismo e Giainismo. Esiste anche nel Cristianesimo, nell’Islam e nell’Ebraismo. I Veda citano il sacrificio di animali e di esseri umani. Narmedha e Ashwamedha sono due grandi cerimonie sacrificali tenute nei tempi antichi. Gli Ebrei celebrano la Pasqua ebraica e, nella Bibbia, Dio ordinò ad Isacco di sacrificare il proprio figlio. Ma prima che potesse completare il sacrificio, Dio gli disse: “Sacrifica un agnello al posto suo”. Questa è una tradizione molto antica penetrata profondamente nella società. In sanscrito, la parola che indica il sacrificio è bali vaishvadeva, ed è un aspetto molto importante del culto tantrico tra gli Shakta.
Ci sono molte forme di sacrificio praticate nelle culture primitive. Ci sono comunità che sacrificano agnelli, piccioni, bufali, capre e maiali. Buddha mise in discussione il sacrificio di animali, come anche fecero i rishi e i muni. Tuttavia, questa tradizione continua ancora perché la cultura indiana ritiene che se una comunità crede in qualcosa, glielo si lascia fare. Benché io non sia d’accordo con la vostra credenza di sacrificare un agnello o una capra, sia come sannyasin che come seguace del dharma vedico, non mi opporrò. Questo è lo spirito del dharma vedico; noi non censuriamo la fede di nessuna setta particolare.
Ho letto le interpretazioni sociologiche, ma anch’esse non sono esatte. Nella nostra società, la tradizione del sacrificio è sicuramente un’espressione di fede spirituale. Persino i vegetariani totali fanno offerte sacrificali nelle loro case. È molto difficile sradicare questa cultura. Da quando sono giunto in questo villaggio, ho scoperto che qui le persone praticano sacrifici. Io non mi oppongo, ma neanche lo sostengo, e gli abitanti del villaggio lo sanno. Se vogliono fare un’offerta io dico: “Fate pure, che differenza fa?”, ma non do mai la mia approvazione su questo argomento. Essi pregano per l’appagamento di un desiderio e dicono: “Se questo desiderio sarà appagato, allora offriremo una capra”. Io non posso spezzare la loro fede, ma personalmente non ci credo.
Ci sono state molte dispute riguardo ai sacrifici; persino i rishi e i muni si sono scontrati l’uno con l’altro su questo tema. Il Signore Buddha si opponeva strenuamente. Precedentemente, i sacrifici ani-mali si facevano al termine di ogni cerimonia del fuoco. Questa abi-tudine, ormai, è quasi obsoleta, ma ancora continua in alcune zone. Nella valle di Kumaon, dove sono nato, ogni anno si celebra una grande festa per Nanda Devi. In tale occasione si sacrificano bufali e capre e il prasad di questa carne è distribuito in ogni casa. In quella giornata si vende carne di capra in tutta la città.
Qui, durante le feste, quando si fanno offerte sacrificali, gli abitanti del villaggio offrono bali. Queste offerte si fanno spesso, per esempio, quando nasce un bambino, quando c’è un matrimonio, per Holi o Diwali. Gli abitanti del villaggio di solito portano questo prasad per Bholenath. È considerato maha prasad. Così, sebbene queste popolazioni siano vegetariane, essi fanno ancora dei sacrifici. Benché né lo condoni né lo rifiuti, io non capisco perché si debba versare del sangue per compiacere Dio.

Ho letto i Veda e tutti i libri della tradizione mussulmana, cristiana ed ebrea. Ho letto riguardo tutta la tradizione del sacrificio, ma ancora non ne comprendo la logica. Può mai essere possibile che Dio si compiaccia ed il suo cuore si intenerisca alla vista del sangue? Non penso serva a niente sacrificare animali o esseri umani. È l’ego che deve essere sacrificato. L’ego è l’animale che dice: “Io, io, io” ogni momento. L’animale che deve essere sacrificato è la capra chiamata ego. Il vero sacrificio è la resa del proprio ego. Il sacrificio di una capra o un agnello rappresenta l’ego. Il sacrificio dell’ego è importantissimo perché è la barriera tra me e Lui. Ciò è descritto nel seguente verso: “Maina, l’uccello che canta «Non me, non me», ottiene la ricompensa, mentre la capra che dice «Me, me, me», viene macellata”.
Nella vita spirituale è la natura animale che deve essere sacrificata – brama, rabbia, gelosia, ecc. Se volete condurre una vita spirituale dovete offrire come sacrificio questi aspetti. Questo è il senso completo del sacrificio. Sacrificio spirituale significa rinunciare alle tendenze animali intrinseche alla propria natura. Fin quando non sacrificate l’animale dentro di voi, lo scopo della vita spirituale non sarà perseguito.

La Yajna Rigenera la Natura

C’è un lato misterioso nell’uomo, una dimensione di suono, luce ed immagine che comunica con la natura, ogni momento e ad ogni livello. Se volete essere totalmente in sintonia con la natura, dovete collegarvi con quella dimensione. La natura non è statica; il movimento è proprio della natura. La parola sanscrita per natura è prakriti. Pra è un prefisso che denota costanza o intensità e kriti significa creazione e movimento. Tramite il movimento costante di questa grande energia conosciuta come prakriti, si diffonde una sorta di spandan, o vibrazione, che è percepita come suono, vista come luce e colore e toccata come forma.
Natura non significa semplicemente montagne e fiumi, piante, uccelli e animali; questa è la sua forma manifesta. Ma c’è anche una forma della natura non manifesta, che è sia macrocosmica sia microcosmica. Nella sua forma microcosmica, la natura non manifesta è intrappolata entro la materia; nella sua forma macro-cosmica essa è le varie forme di energia che abbondano nell’universo, sia materiali che non materiali.
Il principio basilare della yajna, che può essere rintracciato nell’essenza della filosofia tantrica e vedica, è l’idea profonda che l’uomo è un microcosmo del macrocosmo che è l’universo. Tutte le entità formate che si trovano nell’universo sono le stesse che si tro-vano anche qui nel corpo umano e viceversa; così ogni essere umano è uguale all’intero universo.
Sia l’uomo sia l’universo sono controllati dal sole e dalla luna. Agni e soma tattwa sostengono l’universo, ed anche nel corpo umano controllano le nostre attività fisiologiche e psicologiche tramite il fluire armonioso di ida e pingala. Perciò, essi sono chiamati Agnishomoyama, il nobile concetto di sostentamento. L’esperienza dell’energia, sia microcosmica sia macrocosmica, ha bisogno di essere risvegliata all’interno di ciascun individuo se desideriamo elevarci oltre l’esperienza terrena grossolana ed entrare nei regni più sottili di quella grande forza che è prakriti. La yajna ha lo scopo di stabilire questa esperienza. Poiché i riti e i rituali della yajna aderiscono rigorosamente alle leggi di natura e non si oppongono loro in alcun modo, essa è assolutamente efficace nel raggiungere tale scopo.
La yajna usa il principio del suono tramite l’intonazione costante di mantra, che crea un potente campo di energia per la discesa di una forza magnetica che è la divinità del mantra. Luce, forma e colore contribuiscono magnificamente a costruire l’ambiente affinché questa energia sottile si manifesti in una festa per i sensi! Quindi la parte più importante di una yajna è il mantra (suono). Questo, più della meccanica del rituale, rende la yajna efficace. È tramite il mantra che si venera l’essere perfetto o divinità della yajna. È il mantra che risveglia e comunica il potere della divinità prescelta.
La yajna ripristina l’equilibrio nella natura. Le sostanze offerte durante la yajna provengono tutte dalla natura senza la minima trac-cia di elementi chimici, tossici o artificiali. L’acqua è portata dalla sorgente più pura di tutti fiumi in India e le erbe e i cereali offerti non sono scelti a caso, ma sono quelli specificamente prescritti per quella particolare yajna. Oggi, ancora più di prima, è diventato assolutamente essenziale ripristinare l’equilibrio in natura, poiché la natura viene spogliata e privata della sua dignità dalla civiltà moderna. Oggi dobbiamo ricorrere all’invocazione delle forze divine per farle discendere e riempire i nostri cuori di pace così che l’agitazione, la disarmonia e lo squilibrio scompaiano e la nostra vita possa prosperare.
L’armonia è possibile solo se la natura è felice. Se la natura è malata, sofferente e disturbata dalle azioni che le si oppongono e di-struggono il suo equilibrio, ciò sicuramente ricadrà su di noi, ed è quello che sperimentiamo il giorno d’oggi. L’aria è malata, l’acqua è impura, le piogge non arrivano nel periodo giusto, il caldo è eccessivo, gli inverni sono rigidi. Insetti, mosche e zanzare aumentano rapidamente, malattie virulente si diffondono senza alcun controllo. In breve, l’armonia è disturbata. La yajna rende la natura felice e questa felicità, a sua volta, è comunicata all’ambiente e alle persone che lo abitano. Il Tantra descrive la yajnasthanam come un luogo dove il cuore si colma spontane-amente di pace e si armonizza totalmente con la natura o prakriti. È in questi momenti pacifici di armonia ed equilibrio che l’universo, e di conseguenza l’uomo, ringiovaniscono e si rigenerano. In tal modo la yajna serve come antidoto agli effetti dell’inquinamento diffuso ampiamente intorno a noi, nell’aria, nell’acqua, con i rumori e la luminosità, o persino all’inquinamento del pensiero che ci sta invadendo da ogni parte.
Nel 21° secolo, quando siamo circondati da prodotti artificiali che possono servire bene al loro scopo, ma ci hanno estraniato dalla natura che ci crea, nutre e sostiene, solo questa semplice cerimonia della yajna può ancora una volta plasmare il legame tra noi e Madre Natura. La yajna è un’antica pratica celata nell’antichità ma importante per l’uomo moderno come lo era per rishi e muni dell’era vedica, che concepirono lo spirito della yajna per esprimere il loro amore, rispetto e riverenza per Madre Natura.

Origine della Yajna

Nel corso del tempo, il fuoco è stato venerato come simbolo dello spirito. Il primo mantra nel più antico testo scritto dell’antica civiltà vedica, il Rig Veda, è rivolto ad Agni, il fuoco: “Agnimide purohitam yajnasya devam ritvijam; hotharam ratna dhatamam” – “Offro la mia umile preghiera ad Agni, che è il Divino Assoluto, colui che risveglia l’energia interiore e che dona prosperità”.
Nelle antiche scritture vediche, Agni è il messaggero tra le perso-ne e Dio. Agni rappresenta ugualmente il fuoco del sole, del fulmine e della fiamma che l’umanità accende a scopo rituale. Come personificazione divina del fuoco del sacrificio, Agni è la bocca degli dei, colui che porta l’offerta ed il messaggero tra l’umano e il divino. Il fuoco sacro agisce come connessione tra la coscienza dell’uomo e la coscienza cosmica. Il fuoco sacro ha la capacità di trasformare le offerte materiali in elementi psichici, come offerte ai devata, o esseri illuminati, che presiedono alla yajna.
La yajna invoca e propizia vari devata o energie divine utilizzando il fuoco, il simbolo di Agni, come mezzo per ottenere benefici vari e benessere generale. Il sole (Surya) era il grande corpo luminoso nel cielo, che dava luce e calore al mondo ed era la fonte della vita sulla terra e del suo sostentamento (Pushan). Perciò le popolazioni iniziarono a pregare Surya la mattina e la sera. La notte essi dipendevano dal fuoco (Agni) per il calore e la luce. Gradualmente, si stabilì il legame tra Surya, l’amico celeste di tutti gli esseri, ed Agni, che vive tra gli uomini sulla terra. Esso era concepito come diversi aspetti dell’unica divinità suprema e luminosa che risiede anche in tutti gli esseri come calore vitale ed assimila tutte le offerte di cibo versate in jatharagni (fuoco nello stomaco), che digerisce tutto il cibo.
Si osservò che il sole, con il suo calore, faceva evaporare le acque, i vapori salivano in cielo per formare le nubi, ritornavano come pioggia, e la terra produceva la vegetazione – una circolazione tra il cielo e la terra. Si osservò anche che quando il fuoco bruciava, il fumo saliva al cielo, lasciando soltanto cenere, ed anche l’acqua scaldata nei recipienti saliva al cielo sotto forma di vapore. Così nacque l’idea che le offerte materiali ai devata nel cielo potevano essere fatte tramite il fuoco. Anche il fuoco aveva il suo devata in Agni, e tutti i devata erano interconnessi. Se si facevano offerte ad Agni, egli le avrebbe portate a Surya e alle altre divinità nel cielo.
La yajna iniziale fu quella dell’essere divino che ha sacrificato se stesso per diventare l’universo. L’antico inno vedico Purusha Sukta racconta la trasformazione dell’essere eterno, infinito, nel mondo materiale finito e conoscibile, dando inizio all’eterno ciclo della creazione. Perciò lo spirito di sacrificio fu riconosciuto come fonte della creazione, cuore di tutte le forze creative. Questa yajna fu chiamata sarvahut, l’offerta di tutto. Purusha era l’oggetto della ve-nerazione e Brahma, che è l’aspetto creativo di Purusha, la eseguì. I sacerdoti erano i deva, i sensi di Purusha. Brahma era l’animale del sacrificio. L’altare era tutta la natura, il fuoco era il cuore di Purusha.
Purusha sacrificò se stesso per dare origine alla creazione. Questo è un messaggio d’amore: Purusha aveva consumato se stesso nel fuoco del sacrificio per creare tutti i mondi. Dalla sua mente emerse la luna, dai suoi occhi il sole, dalla sua bocca Indra ed Agni, e dal suo respiro (prana) emerse il respiro cosmico, Vayu. L’atmosfera emerse dal suo ombelico, la sfera di luce (divya loka) dalla sua testa, la terra dai suoi piedi, le direzioni dalle sue orecchie. I deva crearono tutte le sfere o loka dal suo corpo cosmico. In tal modo gli dei venerarono il dio degli dei attraverso il sacrificio. Il sacrificio originale, la yajna originale, divenne la legge della vita.
La parola è l’offerta di Dio a tutti gli esseri; è il suo auto-sacrificarsi per noi. Perciò è nostro dovere contraccambiare offrendo sacrifici come ringraziamento. La dinamica essenziale dell’universo è quella di un perpetuo rito di sacrificio. Ogni entità vivente è obbligata a divorare altre forme di vita per sopravvivere. Ciò che viene divorato è la vittima sacrificale e chi divora è colui che esegue il sacrificio. Questa trasformazione di vita nella vita è la reale natura dell’esistenza. Tutti gli esseri della creazione praticano yajna: il sole, la luna e le stelle, gli animali, i pesci, insetti e uccelli, gli alberi, l’erba e i fiori, tutti sono all’interno di un processo continuo di servizio e sacrificio.
Tutta l’esistenza si può ridurre ad una dicotomia di due fattori: il cibo (annam) e chi lo mangia (annada). Ogni essere mangia un altro e a sua volta diviene cibo per qualche altro essere. Il rapporto simbiotico è particolarmente visibile nel fuoco, che cresce immediatamente quando è alimentato e muore non appena l’alimento si consuma. Tutti gli aspetti della combustione o digestione sono forme sottili di fuoco (vaishvanara agni). Noi facciamo le nostre offerte nel braciere del nostro addome; queste offerte si trasformano nei nutrienti che alimentano gli organi, mettendoli in condizione di servire il corpo così che esso possa continuare le attività della vita e onorare l’anima interiormente. Perciò la vita è un processo di yajna – servizio e sacrificio per raggiungere lo yoga finale – l’unione con la coscienza suprema.

Simbologia nella Yajna

I Veda sono la fonte originale d’informazione riguardo la yajna. Il culto vedico del fuoco è estremamente dettagliato e complicato e i suoi simboli e significati sono leggibili a molti livelli. In una yajna ci sono molti aspetti. Per esempio, la scelta del periodo è importante astrologicamente e la geometria è molto importante e rigorosa. Ci sono centinaia di piccoli dettagli nelle preparazioni, nelle offerte, decorazioni e nello svolgimento, oltre l’adeguata pulizia e manipolazione di tutto ciò che è coinvolto, incluse le ceneri. Tramite i rituali di purificazione, consacrazione e invocazione, l’intera yajnashala diviene la rappresentazione simbolica dell’universo; anche i pilastri sono adorati come l’energia di supporto dell’universo. I demoni, gli aspetti negativi, hanno anch’essi spazio nella creazione divina, e sono adorati e si offre loro anche cibo di loro gradimento.
Nella yajna si usano vari simboli e azioni per reindirizzare i nostri sensi ed elevare le nostre emozioni sattwiche. L’inizio della cerimonia è un’invocazione di arresa in cui si offre la luce al divino. Una lampada è fatta ondeggiare in una serie di movimenti a forma di Om, equilibrando tutti gli aspetti della natura e simboleggiando la conoscenza di Dio. Si suona una campana per rappresentare il suono interiore. L’acqua offerta rappresenta il nettare divino dell’immortalità. Il suono della conch (conchiglia a forma di corno) è Om, il suono primordiale.
Agni è invocato con l’accensione del fuoco fisico. Il legno (sa-midha o samit) usato per nutrire il fuoco, rappresenta le qualità che non sono necessarie o appropriate. Il fuoco è alimentato dal ghi, che simboleggia chiarezza mentale, abbondanza e ricchezza spirituale. Le erbe offerte rappresentano la beatitudine che si libera in ogni azione. Il fuoco è reso consapevole con i mantra e le offerte all’ishta devata sono fatte nel fuoco. Ciascuno dei mantra cantati è un nome di Dio. Si fanno offerte e si invocano con riverenza i diversi aspetti di Dio.
Al termine della yajna si fanno i ringraziamenti per tutte le numerose cose che sono state sacrificate per fare il sankalpa del rituale. Si intonano i mantra per chiedere perdono per eventuali errori compiuti. Tutti ricevono le benedizioni per la loro parte in questo antichissimo rituale di adorazione del divino. Al termine della cerimonia la luce è mostrata a tutti e può essere assorbita per riempire il cuore e la mente. Seguono una preghiera silenziosa al guru e alla madre terra e il canto gioioso dell’arati al signore dell’universo.
In una yajna spesso si cantano mantra di invocazione per accom-pagnare i vari gesti delle mani chiamati mudra e nyasa. Questi gesti hanno un effetto sottile sulla vibrazione energetica, sia internamente sia esternamente, ampliando l’effetto del mantra. I mudra si eseguono nelle varie fasi, nel momento dell’invocazione e con offerte specifiche. Ci sono diversi mudra importanti per ciascuna divinità. La pratica di nyasa consiste nel porre le dita e il palmo della mano su varie parti del corpo mentre si cantano determinati mantra. Lo scopo è preparare il corpo fisico per ricevere, o risvegliare, la presenza divina.
L’atto di offrire è chiamato ahuti o oblazione. Con ciascuna offerta si pronuncia la parola swaha (io offro). Swaha è anche il nome della sposa di Agni. Onorare la sua sposa equivale ad onorare lui, nel modo più elevato. Tutte le oblazioni rituali offerte nel fuoco sacro si fanno con questo mantra; swa significa “se stesso”, e ha significa “offrire”. L’implicazione è l’offerta di se stessi per il bene degli altri; le offerte sono considerate come sostitute di se stessi. Si rinasce attraverso l’atto del sacrificio, si brucia il vecchio essere ed emerge un essere nuovo, divino, consacrato all’altruismo. Così la yajna è effettivamente un rito di trasformazione.
Il fuoco rappresenta Dio o la verità. Nel fuoco si offre il cibo sa-crificale, il samagri (una mistura di semi, piante, resine, cereali, ecc.). La mescolanza rappresenta i nostri samskara terreni come l’attaccamento, l’avidità, la violenza, ecc. che ci vincolano alla nostra natura inferiore e ci intrappolano in pensieri e desideri egocentrici. Noi offriamo i semi di tutte le azioni future nel fuoco della conoscenza del sé affinché siano completamente consumati. Il rito del fuoco purifica l’elemento fuoco nel corpo e purifica anche la coscienza amplificando i mantra. I nostri sensi ed i loro oggetti sono collettivamente offerti nel fuoco dell’autocontrollo (tapas) e della purificazione. I sensi sono offerti nello yoga dell’autocontrollo, il significato supremo della yajna. Il fuoco della yajna purifica la negatività; perciò si offrono ego, gelosia, odio, vizi, ignoranza, superstizione ed altri aspetti ignobili del sé.
Simbolicamente, offriamo tutta la nostra vita nel fuoco della purificazione e del sacrificio. Mentre un determinato numero di persone offrirà realmente samagri, ciascuno di noi può partecipare ugualmente al rituale secondo il grado del proprio sankalpa, consapevolezza e resa. Le offerte sono sostanze che sostengono la vita e si offre sempre la miglior qualità disponibile. Molte delle offerte sono antisettici e aromi naturali. Mentre bruciano, i loro vapori pervadono l’atmosfera, distruggendo gli inquinanti e purificando l’ambiente nel raggio di chilometri. Le vibrazioni dei mantra aumentano l’effetto benefico di questi vapori. Questo rituale non è benefico solo per l’ambiente esterno, anche i partecipanti alla yajna ne beneficiano poiché la purificazione avviene nell’ambiente interiore di ogni individuo in quanto i vapori ed i mantra permeano l’entità fisica, mentale, emozionale e spirituale.
La forma esteriore di qualsiasi rito ha un corrispondente rito interiore. Nella yajna, Agni è la scintilla divina dentro l’essere umano, lo spirito o anima. Il ghi, o burro chiarificato, che si offre ad Agni è simbolo della mente. L’annam, il cibo sacrificale, simbolizza il corpo fisico che è lo stato trasformato di annam. Una volta che si invoca la scintilla divina di Agni, le energie latenti, o poteri divini celati all’interno dell’uomo, si risvegliano per condividere i frutti del sacrificio e assistere alla purificazione, trasformazione e risveglio spirituale dell’individuo.
La yajna ci connette con i devata, le forze cosmiche illuminate e nascoste. Le divinità non sono solo forze della natura, ma anche for-ze o energie che esistono nel corpo fisico ed aiutano lo sviluppo spi-rituale individuale. Tramite la yajna noi contattiamo i devata interiori. Ci prepariamo per questo rito lavandoci e indossando abiti puliti. I mantra inducono onde di energia nel corpo sottile che purificano gli elementi sottili del corpo, della mente e dell’ambiente, risvegliando in tal modo le energie divine latenti. Con l’aiuto di suono, forma, ritmo, gesti, fiori, luce, incenso e offerte, la mente è allontanata dalle sue preoccupazioni materiali verso un mondo di bellezza divina.
Secondo la mistica del Rig Veda, un essere umano esegue un’azione solo grazie all’assistenza dei devata. Il contributo umano ad ogni azione è minimo. I grandi rishi vedici ottennero l’ispirazione dai piani superiori e il loro principale contributo consiste nell’aver trascritto i versi rivelati con metrica o ritmi appropriati. Yajna non è una semplice regola o un rituale, è una qualsiasi attività che riconosce la collaborazione tra deva ed esseri umani. Un rishi è conscio della mano divina nell’esecuzione di ogni attività e del ruolo del devata, specialmente di Agni, così da richiedergli di eseguire la yajna al posto suo.
Lo spirito della yajna è amore, sacrificio e servizio. La yajna è un dono del creatore ed un modo per onorare il creatore. È un simbolo della vita e di tutti i processi della vita. È un simbolo della creazione e un metodo per onorare la creazione. È la scienza esoterica della vita. Il significato, il valore e lo spirito reale della yajna è l’unità di Dio con l’umanità. Tutto questo è ciò che riguarda la nostra vita – l’unità col divino.

Aspetti della Yajna

Nel mondo fisico ci sono due sistemi energetici di base: calore e suono. La yajna utilizza queste due forme di energia nel fuoco della yajna e nel suono dei mantra. Bruciare sostanze pure nel fuoco della yajna è un metodo per trasformare la materia in energia ed espandere le sue proprietà sottili e positive nell’atmosfera. Il canto dei mantra durante questo procedimento trasmette vibrazioni pure ed aiuta a trasmettere le onde di energia nell’ambiente circostante mentre si fanno le offerte.
Le varie sostanze offerte nella yajna comprendono legno e sama-gri. Il legno deve essere secco e senza polvere, insetti e vermi. Il le-gno, secondo le dimensioni dell’agnikunda, o braciere, è tagliato in bastoncini di varie lunghezze, chiamati samidha. Il tipo di legno scelto per l’offerta dipende dallo scopo per cui si tiene la yajna. I dieci tipi di legno usati in una yajna sono: sandalo, agar (legno di aloe) e tagar (valeriana indiana), deodar (cedro himalayano), mango, dhak o palash (fiamma della foresta), bilva o bael (legno di melo), pipal (albero sacro del fico), bargad (banyan), shami (albero spugna) e gular (fico selvatico).
L’havan samagri è disponibile in commercio in forma di polvere, e comprende segatura di sandalo e pino, trucioli di agar (legno di aloe) e tagar (valeriana indiana), kapurkachari, guggal (gomma, be-dellium indiano) nagarmotha (cyperus), balchhaar (nardo, giacinto) o jatamansi (nardo indiano), narkachura, jayphala (noce moscata) in foglie, cardamomo, chiodi di garofano e cannella. In aggiunta, si possono offrire le seguenti categorie di sostanze:
1. Sostanze profumate come sandalo, zafferano, muschio, cardamo-mo, canfora, agar, tagar, jayphala e javitri (macis).
2. Sostanze commestibili che siano pure e naturali come burro chia-rificato, latte, frutta, riso, riso soffiato, grano, orzo, semi di sesa-mo, piselli, ceci e lenticchie.
3. Sostanze dolci, come miele, zucchero e uva passa.
4. Erbe medicinali usate secondo requisiti specifici, come somarata (ephedra), giloya (tinosporia cordifolia), brahmi (gotu kola, ombelico di Venere indiano), shankhpushpi (canscora decussata), nagkesar (zafferano del cobra), mulhati (liquirizia), sandalo rosso, baheda (belleric myrobalan), sonth (zenzero secco) e harad (myrobalan giallo, galla indiana).
L’havan kunda è la cavità in cui si accende il fuoco della yajna. Questa kunda ha la forma di una piramide capovolta con il fuoco che arde nel centro. La forma di piramide della kunda è responsabile anche delle energie che da essa emanano. Si sa che la piramide genera e accumula potenti campi energetici che possiedono proprietà antibatteriche. La forma di piramide capovolta della havan kunda permette la generazione controllata di energia e una trasmissione multidirezionale nell’atmosfera circostante.
La dimensione della havan kunda varia secondo il tipo di yajna che si deve tenere. Per un agnihotra quotidiano si usa un piccolo re-cipiente di rame che è un eccellente conduttore di calore ed elettricità. Le dimensioni del recipiente di rame per l’agnihotra quotidiano sono cm. 14.5 x 14.5 alla sommità, cm. 5.25 x 5.25 alla base e cm. 6.5 di altezza, con tre piccoli gradini a scalare lungo le pareti. Per le yajna su larga scala, le dimensioni aumentano in proporzione. Questi kunda sono fatti anche con combinazioni particolari di argilla. Oltre la forma piramidale, per la costruzione si possono utilizzare altre forme geometriche, secondo il tipo di energia che si deve invocare con quella specifica yajna.
Studi sperimentali hanno mostrato che l’incidenza di disturbi fisici si riduce nelle case e nelle comunità dove si praticano agnihotra e yajna. Gli odori sgradevoli sono eliminati dall’aria e sostituiti da una fragranza piacevole e calmante. Il fumo curativo della yajna purifica l’atmosfera e previene la crescita di organismi patogeni. Nei paesi dell’Europa orientale si è scoperto che i fumi del burro chiarificato diminuiscono gli effetti delle radiazioni atomiche nell’atmosfera. Il fumo della yajna elimina anche gli insetti dannosi dall’ambiente circostante e stimola la salute delle piante e degli alberi. La pratica di agnihotra o yajna al centro di una fattoria, un frutteto o un’area agricola e la distribuzione delle ceneri della yajna intorno alle piante e nei campi aiuta a migliorare la produttività delle piante e mantiene un equilibrio ecologico. La bhasma o cenere che rimane al termine della yajna purifica e pulisce l’acqua, rendendola idonea ad essere bevuta.
Nei sistemi tradizionali di guarigione, le medicine sono assunte oralmente o iniettate direttamente nel sangue. Benché questi metodi possano essere efficaci, hanno anche diverse controindicazioni. Nella yajna, invece, le erbe medicinali sono vaporizzate offrendole nel fuoco sacro, e quindi entrano nel corpo in forma gassosa attraverso il naso, i polmoni e i pori della pelle. Questo è il metodo di trattamento più veloce, semplice, sicuro, meno pesante e più efficace, ed assicura che il rimedio raggiunge ogni cellula del corpo. Inoltre, poiché il corpo e la mente sono direttamente collegati con l’atmosfera, la condizione fisica e mentale è influenzata direttamente dal campo energetico positivo che emana dalla yajna.

Un semplice agnihotra
La pratica regolare di agnihotra, una piccola forma di yajna, può es-sere integrata come una pratica nella vita quotidiana individuale. Questo procedimento è molto semplice, economico, richiede solo alcuni minuti di esecuzione e, tuttavia, è molto efficace e benefico. La pratica di agnihotra può essere intrapresa da chiunque, a prescindere da nazionalità, razza, religione, sesso, età, casta o credo. Il momento migliore per praticare è all’alba e/o al tramonto. In quelle case dove si pratica quotidianamente agnihotra si stabilisce un ciclo benefico. La preparazione per un semplice agnihotra è la seguente.
Cinque o dieci minuti prima dell’alba mettete alcune forme di sterco di vacca secco vicino all’agnihotra kunda e sminuzzatele. Po-nete due cucchiaini di riso in un piattino e spruzzatele con alcune gocce di burro chiarificato. Suddividete i chicchi di riso in due parti. Quindi prendete un pezzo di sterco di vacca e ponetelo alla base del focolare. Poi mettete un pezzo di canfora o un pezzo di cotone intriso di burro chiarificato sopra il pezzo di sterco. Sistemate intorno, con cura, i rimanenti pezzi di sterco, lasciando un piccolo spazio vuoto al centro per sistemare le offerte. Accendete il fuoco con un fiammifero e soffiate sulle fiamme, se necessario, fino a quando tutti i pezzi di sterco di vacca sono completamente accesi.
Esattamente nel momento in cui il sole sorge, intonate il primo mantra: Om Suryaya Swaha, ed offrite al fuoco una parte dei chicchi di riso con la parola Swaha. Poi recitate una volta il Gayatri Mantra per completare la prima oblazione. Ripetete il procedimento mentre offrite al fuoco il rimanente riso. Concentratevi sul fuoco finché le offerte sono completamente bruciate. Così l’agnihotra del mattino è completata.
La sera, prima del tramonto, eliminate con cura le ceneri del rito del mattino e ponetele in un sacchetto o scatola speciale, utilizzati solo per questo scopo. Ripetete lo stesso procedimento del mattino, cambiando solo i mantra. Esattamente al tramonto, ripetete il primo mantra: Om Agnaye Swaha, ed offrite la prima parte dei chicchi di riso con la parola Swaha. Poi recitate una volta il Mahamritunjaya Mantra per completare l’offerta. Ripetete il procedimento mentre offrite al fuoco il restante riso. Concentratevi sul fuoco finché le offerte sono completamente bruciate. Questo conclude l’agnihotra serale.

Saluti al Signore della Yajna

Il Vishnu Sahasranama è un inno o stotra particolare in cui si men-zionano i mille nomi o glorie del Signore Supremo Vishnu o Narayana. Dal nome 971 al 982, troviamo diversi nomi che denotano i ruoli e la rappresentazione divina del Signore Supremo nel processo della yajna. Dall’inizio dei tempi e dalla creazione, il Suo essere trascendentale è stato realizzato e salutato come:

Om Yajnaaya Namah

Salutiamo Colui la cui vera natura è yajna,
che è la forma del sacrificio

In questo verso il termine yajna indica ciò che è intrapreso con puro spirito di dedizione totale, in completa cooperazione con gli altri, per il benessere di tutte le creature e del mondo. Ovunque vi sia tale sforzo cooperativo con altruismo totale, c’è il Signore in azione at-traverso le Sue creature.

Om Yajnapataye Namah

Salutiamo il Signore della yajna

Colui che ha sovranità su tutte le yajna serve anche come loro protettore supremo. Nella Bhagavad Gita (9:24), il Signore Krishna proclama: “Io sono colui che gode della yajna ed anche il Suo Signore”.

Om Yajvane Namah

Salutiamo colui che esegue la yajna

Colui che mantiene il vero spirito della yajna in tutte le sue azioni divine.

Om Yajnaangaaya Namah

Salutiamo l’Uno le cui membra e parti formano
tutte le sfaccettature della yajna

Nell’Harivamsa ci viene detto che tutti gli aspetti rituali della yajna sono le parti proprie del Signore. Egli è l’incarnazione totale della yajna.

Om Yajnavaahanaaya Namah

Salutiamo il veicolo e il sostegno della yajna

Colui che diffonde la yajna e permette anche a tutti i devoti di prati-care la yajna per raggiungerLo. Colui che svolge la yajna seguendo completamente ed esattamente le istruzioni vediche.

Om Yajnabhrite Namah

Salutiamo il governatore, il sostenitore e protettore della yajna

Lui che ci aiuta a portare a termine con successo la yajna, così come a compiere tutte le nostre azioni buone, coscienziose e altruistiche, che sono anch’esse yajna.

Om Yajnakrite Namah

Salutiamo colui che esegue la yajna

Questo termine si riferisce alle yajna della creazione e della dissolu-zione. Il Signore diede origine alla creazione come un atto di yajna, e alla fine deve intraprendere anche la dissoluzione totale come una forma di yajna. Questo nome può anche essere interpretato come “colui che esegue le yajna del virtuoso e distrugge le yajna del mal-vagio”.
Om Yajnine Namah

Salutiamo il padrone e lo scopo della yajna

come opposto all’insieme delle sue componenti. Lui è l’intero di cui i rituali e coloro che fanno i sacrifici sono solo delle parti. Ogni azione in ogni yajna è dedicata a Lui solo, come espressione di rispetto e riverenza.

Om Yajnabhuje Namah

Salutiamo colui che gode della yajna

e ne è anche il protettore. Tutto ciò che è offerto nel sacro fuoco du-rante una yajna, anche se con un’invocazione ad una qualsiasi divinità, giunge a Lui solo, poiché tutte le divinità non sono altro che Narayana in diverse forme.

Om Yajnasaadhanaaya Namah

Salutiamo l’Uno cui ci si avvicina tramite la yajna

Con la pratica regolare della yajna si può raggiungere il Signore Su-premo. Lui è sia la pratica che lo scopo della yajna. Solo con la Sua grazia ogni yajna intrapresa correttamente e con sincerità ottiene straordinario successo.

Om Yajnaantakrite Namah

Salutiamo Colui che dona i risultati o i frutti della yajna

Al termine della yajna la componente finale è purnahuti, o offerta totale, quando il Signore viene invocato con reverenza e sincerità. Senza questa preghiera, la yajna non è mai completa.

Om Yajnaguhyaaya Namah

Salutiamo Colui che è il segreto della yajna

L’aspetto sottile o nascosto della yajna è l’offerta della conoscenza. La conoscenza suprema che può essere offerta nel sacro fuoco è quella del Sé Supremo, o coscienza superiore. Questo tipo di yajna soggettiva è chiamata jnana yajna o Brahma yajna.

Yoga Sutra di Patanjali

Tratto da: Sw. Satyananda Saraswati, “Four Chapters on Freedom – Commentary on Yoga Sutras of Patanjali”, Edizioni Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India.

II Capitolo: Sadhana Pada

Sutra 12: Karmashaya e reincarnazione

Kleshamulah karmashayo dristadristajanmavedaniyah

Klesha: afflizione; mulah: radice; karma: azione; ashayo: deposito; dristha: visto, presente; adristha: non visto, futuro; janma: nascita; vedaniyah: fare esperienza

Questo deposito di karma, che è la causa originaria delle afflizioni, viene sperimentato nelle nascite presenti e future

In questo sutra si fa riferimento alle leggi del karma e della reincar-nazione. Si dice che le nascite passate, presenti e future, sono lo specchio delle nostre afflizioni. Questo significa che i karma provengono dalle afflizioni, dunque gli uni non possono sussistere senza le altre. Così le afflizioni preesistenti continuano ad agire nell’incarnazione presente e nelle future. Questo perché ogni indivi-duo deve passare attraverso gli effetti dei propri karma passati. Se si vogliono annullare i karma, è essenziale ritornare alla loro sorgente, ossia ai cinque tipi di afflizioni. È un processo biunivoco: i karma causano i klesha e i klesha danno luogo a nuovi karma. Con i nuovi karma si accumulano nuovi samskara i quali a loro volta rinforzano la causa delle afflizioni.

Sutra 13: I frutti del karmashaya

Sati mule tadvipako jatyayurbhogah

Sati mule: finché la radice è lì; tat: di quello; vipakah: che sviluppa; jati: nascita, ambiente; ayuh: durata della vita; bhogah: esperienza
Finché la radice del karmashaya è presente, si sviluppa e dà origine alla nascita, alla classe sociale, alla durata della vita e all’esperienza

Finché la radice è presente, l’albero deve prosperare e, se la sua cre-scita non è disturbata, deve anche dare dei frutti. Questa vita è l’albero e le afflizioni sono le radici. Se si tagliano le radici, ossia se si superano le quintuplici afflizioni, il grande albero della vita deperirà naturalmente e non produrrà alcun frutto. Ora, la vita non è che nascita, durata e vari tipi di esperienza. Le esperienze sono di tre tipi ossia: piacevoli, spiacevoli e miste. La durata della vita può essere lunga o corta. La nascita in un particolare paese, in una certa società o in una certa famiglia si chiama jati. Questi tre elementi sono i frutti del karmashaya.
Dato che ogni frutto è collegato al suo albero e tutti gli alberi alle loro radici, così i tre elementi suddetti sono collegati alla vita che è il risultato dei karma passati. Allo stesso modo, karmashaya dipende dalle radici delle afflizioni. Se non si vuole che l’albero fruttifichi, allora deve essere distrutto, cioè bisogna tagliare le afflizioni. Coloro che conoscono la teoria della reincarnazione hanno detto che tutto quello che facciamo lascia una traccia. L’insieme di queste impressioni si chiama karmashaya.
Gli studiosi di fisiologia conoscono bene le diverse attività del cervello; essi dicono che la capacità di ricordare il passato è dovuta alle impressioni passate che risiedono nel cervello; le impressioni non si cancellano e danno origine alla memoria. Così non c’è alcuna attività del corpo che non venga registrata. Il karmashaya si potrebbe chiamare “il film microcosmico delle azioni passate”. Qualche volta appare sullo schermo e qualche volta rimane occultato in profondità.
Il karmashaya implica tre divisioni. La prima costituisce le im-pressioni e i samskara accumulati: sono chiamate impressioni immagazzinate. La seconda costituisce il deposito da cui vi è un regolare rifornimento che dà origine a nuovi karma; questa divisione rappresenta il karma attuale e con il tempo tutto ritorna alla prima divisione. La terza divisione include le impressioni che si manifestano in questa vita e che provengono dalla riserva delle impressioni. Tutto questo è conosciuto con il nome di prarabdha, il destino. I loro frutti sono vissuti nelle nascite presenti e future. Tutte le azioni che compiamo costituiscono quello che si chiama il karma corrente. Le impressioni si aggiungono alla riserva delle impressioni del karmashaya e da lì nascono i nuovi karma.
Le tre divisioni del karmashaya fanno parte del corpo causale, che si conosce nel Vedanta con il nome di karana sharira. È uno dei veicoli sottili della coscienza che si trova al di là di manomayakosha. Il karana sharira trova la sua manifestazione nella vita presente e nella futura; si potrebbe paragonarlo ad un contadino che va nel suo granaio per prendere un sacco di grano di cui ha bisogno. È la prima divisione del karmashaya. Poi si avvia verso il suo campo per seminare il grano. La semina rappresenta il karma attuale. Dopo qualche mese egli miete il suo raccolto: questo si chiama vipaka, fruttificazione o maturazione. Dopo la mietitura, una parte del raccolto viene di nuovo stivata nel granaio. La stessa cosa riguarda il karma: il karmashaya è la riserva assopita dei karma che attendono il momento di produrre i propri effetti. Fino a quel punto, essi dimorano allo stato latente.
Partendo da questa teoria, possiamo comprendere logicamente il processo della reincarnazione. Sarebbe illogico credere che le im-pressioni dei karma siano distrutte con la morte fisica. È assurdo ed impossibile pensare ad una causa senza effetto e ad un effetto senza causa. Secondo la teoria della trasmigrazione, non è il corpo che tra-smigra e nemmeno la mente, ma soltanto le impressioni delle nostre azioni passate. Nel Vedanta karana sharira è la dimensione assopita dei karma, che si sposta da un corpo all’altro. Non si tratta di elementi fisici. Dobbiamo accettare l’idea che qualcosa persiste dopo che il cadavere è stato bruciato o sotterrato e quello che sopravvive non è altro che karana sharira. Esso è radicato nelle afflizioni. Non è sufficiente abbattere un albero e distruggerlo, bisogna distruggere le sue radici. Così non è il corpo, ma karana sharira, e in particolare le sue radici, ossia le afflizioni, che devono essere eliminate.
Finché sussistono le afflizioni, il karmashaya produrrà certa-mente i suoi effetti. Per sapere che c’è la reincarnazione ci sono solo due metodi: il primo lo conoscete, si tratta delle pratiche di yoga, in modo particolare quelle che sviluppano i poteri psichici. L’altro metodo è l’epistemologia logica ed un’analisi imparziale della legge naturale di causa ed effetto.

Sutra 14: I frutti dipendono dai meriti passati

Te hladaparitapaphalah punyapunyahetutvat

Te: essi; hlada: gioia; paritapa: dolore; phalah: frutti; punya: meri-to; apunya: demerito; hetutvat: a causa di

Essi (la nascita, ecc.) hanno felicità o sofferenza dato che i loro frutti dipendono dal merito o dal demerito

Noi fruiamo di due tipi di frutti del karma passato, secondo che essi implichino meriti o demeriti. I meriti danno luogo alla gioia e alla felicità, i demeriti alla sofferenza: questo si esprime con la nascita, la durata della vita o con i diversi tipi di esperienza. Felicità e sofferenza non dipendono solo dalle condizioni finanziarie e sociali. Felicità e sofferenza dipendono dal tipo di azioni che si sono compiute nel passato. Un’azione di merito darà luogo alla felicità, altrimenti causerà sofferenza.
Non è necessario stabilire che cos’è il merito, punya o virtù, e il demerito, apunya o vizio. L’ortodossia religiosa sentenzia senza sfumature sul bene e sul male e non si sofferma a descrivere gli aspetti positivi e negativi della virtù e del vizio. Dobbiamo comprendere questi due elementi in modo scientifico, in conformità con la legge morale universale. Essa è universale nella sua azione ed applicazione. Gli effetti del karma scattano matematicamente e così le azioni passate danno frutti diversi sotto forma di nascita, durata della vita ed esperienze che possono essere sorgente di gioia o di tristezza.
Come una foto dipende dal tipo di carta, dalla qualità dell’esposizione, ecc, così le nostre esperienze dipendono dalle no-stre azioni passate, buone o cattive.

Panchatattwa – i Cinque Elementi

Tratto da: Sw. Satyasangananda Saraswati, “Tattwa Shuddhi”, Edizioni Satyananda Ashram Italia.

Il tantra stabilisce che l’intera materia è composta da una combina-zione di cinque tattwa o bhuta, cioè elementi. Lo “Shiva Swarodaya” spiega che “la Creazione avviene attraverso i tattwa e da essi è mantenuta”. Nel Tantraraja Tantra, Shakti chiede a Shiva: “Dove esistono tutti i tattwa, nel corpo o fuori di esso?”. Shiva risponde che i tattwa permeano l’intero corpo e la mente. Ogni cosa che si fa e si pensa è sotto l’influenza di questi tattwa. Perciò nello yoga è necessario conoscere come si comportano i tattwa ed in quale modo essi possono essere controllati e utilizzati. I cinque tattwa sono conosciuti come “akasha” o etere, “vayu” o aria, “agni” o fuoco, “apas” o acqua, “prithvi” o terra. Tuttavia questi tattwa non devono essere confusi con gli elementi fisici o chimici. Prithvi non è la terra che vediamo intorno a noi. Apas non è l’acqua che beviamo o in cui ci bagniamo. Agni non è il fuoco che accendiamo per scaldarci e così via. Essi sono piuttosto da considerare come una conseguenza di emanazioni di luce e suono, create da diverse vibrazioni di energia o prana.
La scienza dell’astrologia ha verificato che i primi quattro di questi elementi hanno una grande influenza sulla nostra personalità, sulla mente, sulle emozioni e sul destino, ma ha omesso di includere l’elemento più sottile ed importante, cioè l’etere, che è responsabile dell’esperienza spirituale. Tuttavia la scienza tantrica e yogica, che ha esaminato i tattwa più dettagliatamente, ha chiaramente affermato che l’uomo è composto di questi cinque tattwa ed è continuamente soggetto alla loro influenza.
I testi tantrici menzionano una scienza completa dei tattwa secondo la quale il praticante può non solo predire il futuro, ma anche controllare i risultati derivanti dalle sue azioni durante l’intera giornata. Naturalmente questo non dovrà essere lo scopo per il quale ci sforziamo di giungere a questa conoscenza. Si tratta solo di indicare l’intima connessione fra i tattwa e l’intera struttura della nostra vita, in modo che ci sia persino possibile modificare il nostro destino attraverso “tattwa gyana”, cioè la conoscenza degli elementi. Questi cinque tattwa fanno parte di una serie coerente nella quale ogni tattwa deriva da quello che lo precede. Il primo a svilupparsi è akasha che è materia indifferenziata contenente un’infinita quantità di energia potenziale. Perciò akasha è lo stato sottile nel quale sia l’energia che la materia esistono nel loro stato potenziale latente in seno alla coscienza.
Quando l’energia insita nelle particelle di akasha comincia a vibrare, si crea un movimento ed emerge vayu tattwa sotto forma di aria. Le particelle di vayu hanno la più grande libertà di movimento e quindi vayu tattwa è considerato un moto onnipervadente. A causa dell’eccessivo movimento di energia in vayu si genera del calore, che è la causa dell’emergere del successivo tattwa, agni. In agni tattwa il movimento di energia è inferiore a quello di vayu. Questa diminuzione di moto permette ad agni tattwa di dissipare parte del suo calore radiante, e quindi di raffreddarsi creando apas tattwa o acqua. Con la nascita di apas tattwa la completa libertà di movimento di vayu tattwa e la parziale libertà di movimento di agni tattwa vengono meno; le particelle sono confinate entro uno spazio ben determinato, muovendosi solo entro un campo limitato. L’ultimo tattwa, prithvi, si sviluppa da un’ulteriore diminuzione della vibrazione di energia, che fa sì che apas si solidifichi diventando prithvi. Qui viene meno anche la limitata libertà di movimento di apas. Ogni particella di prithvi ha il proprio posto e qualunque vibrazione è confinata entro lo spazio che essa occupa.

Creazione della materia

Per poter creare la materia, questi cinque elementi subiscono un processo di permutazione e di combinazione, che è un complicato processo della natura. Ciascun elemento si divide in due parti uguali. La seconda parte di ciascun elemento si divide ulteriormente in quattro parti uguali (cioè un ottavo dell’intero). Poi la prima parte (metà dell’elemento) si combina con un ottavo di ciascuno degli altri quattro elementi per formare la materia, cioè metà dell’etere si combina con un ottavo di ciascuno degli altri quattro elementi ed un processo analogo avviene per ciascuno degli elementi.
Ciò è conosciuto come il processo della quintuplicazione e, dopo questo, avviene la permutazione e la combinazione. Questo processo di conversione degli elementi sottili in materia grossolana è denominato “panchikara” ed è responsabile del corpo fisico e dell’intero universo. È stato affermato che nel corpo fisico questi elementi sono presenti nel rapporto 5:4:3:2:1. Prithvi occupa la maggior parte del corpo, ed è seguita rispettivamente da acqua, fuoco, aria ed etere, in proporzioni minori. Queste proporzioni determinano la nostra capacità fisica, mentale e spirituale indivi-duale. Differenti permutazioni e combinazioni generano risultati differenti. A scopo esplicativo possiamo dire che se sottraessimo o aggiungessimo qualcuno degli ingredienti essenziali che si combinano per formare un uomo, e modificassimo leggermente la loro permutazione e combinazione, il risultato potrebbe essere una scimmia, un elefante o una capra, chissà. Le combinazioni e le proporzioni esatte della materia esistente sono note solo alla Natura e questo è rimasto uno dei suoi segreti. Se fossimo in grado di rivelare questo segreto, ben presto la materia verrebbe composta e distrutta in un laboratorio su ordine di uno scienziato.
Questo non è difficile da credere. Il processo di telefoto o di tra-smissione via satellite è basato sullo stesso principio. La trasmissione degli avvenimenti da un paese all’altro avviene non nella forma di fotografie, ma nella forma di onde sonore e onde luminose. Successivamente, queste onde sono rimesse insieme per riprodurre l’imma¬gine esatta che è stata trasmessa. Forse fra breve sarà possibile fare lo stesso con oggetti animati ed inanimati.
Per esempio, se doveste viaggiare dalla terra a Giove (che è lontano molti anni luce), sareste prima trasformati in onde luminose e sonore e, dopo essere giunti a destinazione, ricomposti nella vostra forma originaria. Suona strano, ma se riuscite ad afferrare il concetto, vi sarà facile capire esattamente di che cosa è composto il vostro corpo e come si è condensato nella forma che percepite.
Nello schema dell’evoluzione, questi cinque tattwa ebbero ori-gine da tamas che prevalse sui tanmatra. Un tanmatra è una qualità astratta tramite cui è percepito il tattwa. Quindi akasha è percepito tramite il tanmatra “shabda” (suono), vayu tramite il tanmatra “sparsha” (tatto o sensazione), agni tramite il tanmatra “rupa” (forma o visione), apas tramite il tanmatra “rasa” (sapore) e prithvi tramite il tanmatra “gandha” (odore). Questi tanmatra, o principi d’origine della percezione sensoriale, sono collegati in modo complesso con i sensi, o indriya, attraverso i quali essi percepiscono ed agiscono. Vi sono due tipi di indriya: “gyanendriya” (organi di percezione) e “karmendriya” (organi di azione). Tuttavia gli indriya non sono sufficienti di per se stessi, ma dipendono da sankalpa/vikalpa (scelta e rifiuto), qualità della mente. Inoltre, le sensazioni prodotte tramite gli indriya sono anche soggette ad ahamkara, che le identifica come esperienza personale, e a buddhi, che ha cognizione di tutte le esperienze.
Tutti i tattwa devono perciò essere considerati come un’estensione della pura coscienza e non come singole entità esistenti separata¬mente. Occorre ricordare che nel corso dell’evoluzione gli stati sottili danno origine a stati più grossolani e che ogni stato più grossolano ha come propria causa l’elemento che lo precede. La causa è così una parte essenziale dell’effetto.
Akasha tattwa, che si sviluppa dal tanmatra di akasha, non contiene le qualità degli altri quattro tattwa, perché essi sono più grossolani. Da akasha si sviluppa vayu, che è composto dal tanmatra sia di akasha che di vayu. Da vayu nasce agni tattwa, che contiene i tanmatra di akasha, vayu e agni. Da agni si sviluppa poi apas, che contiene i tanmatra di akasha, vayu, agni e apas. Nell’ultimo tattwa, che è prithvi, sono combinate le qualità dei cinque tattwa.
Si può così costatare che le qualità attribuite ai tattwa sono mescolate e, sebbene ogni tattwa abbia una caratteristica predominante, esso assorbe anche una parte delle qualità del tattwa da cui si è sviluppato. L’etere ha la qualità del suono, l’aria ha la qualità sia del suono che del tatto, benché il tatto sia predominante. Agni ha la forma come qualità predominante, con tracce di suono e di tatto. Apas ha il gusto che predomina, ma ha anche le qualità del suono, del tatto e della forma. In prithvi, benché la qualità predominante sia l’olfatto, sono presenti anche il suono, il tatto, la forma ed il gusto. Perciò è facile costatare che prithvi, a causa della sua vasta gamma di percezioni sensoriali, è il tattwa più grossolano da percepire, e l’etere, che ha solo il suono come veicolo, è il più sottile. Questi cinque tattwa che compongono l’intera materia nel nostro corpo, sono stati ridotti alla loro forma più grossolana quando eravamo nel grembo materno. La loro grossolanità deve essere raffinata, così come il petrolio deve essere raffinato per diventare benzina. Lo scopo di tattwa shuddhi è di permettere questa purificazione, in modo che la grossolanità dei tattwa si trasformi nelle esperienze connesse ai tattwa più sottili. Così, come uno scienziato è in grado di osservare la più minuscola forma di vita al microscopio, allo stesso modo in tattwa shuddhi l’aspirante è condotto in un mondo in cui la materia è percepita non nella sua forma densa, ma come coscienza.
Nei Raja Yoga Sutra di Patanjali si afferma che ogni tattwa ha cinque caratteristiche e, per poter conseguire la padronanza sui tatt-wa, l’aspirante deve praticare “samyama” (una combinazione spon-tanea di concentrazione, meditazione e samadhi) su tali caratteristi-che. Patanjali ha definito questo processo “bhuta jaya” o padronanza degli elementi. La prima caratteristica di questi cinque tattwa è la forma grossolana, che è connessa alle esperienze ottenute attraverso i sensi come il suono, il tatto, la forma, il gusto e l’olfatto. La seconda caratteristica è la qualità degli elementi. Per esempio, la solidità della terra, lo stato liquido dell’acqua, il calore del fuoco, il movimento e la vibrazione dell’aria e il vuoto o la spaziosità dell’etere. La terza è l’aspetto sottile, che è legato alle sottigliezze dei tanmatra. Proprio come vi è la sfera grossolana delle percezioni sensoriali, vi è uno stato più sottile nel quale si fa esperienza dei tattwa come suoni sottili, tatto sottile, forma sottile, gusto sottile e odorato sottile. Queste forme sottili sono spesso definite visioni psichiche e sono gli stati super sensibili della percezione sensoriale.
Il quarto aspetto dei tattwa è connesso ai tre guna: sattwa, rajas e tamas. Questi tre guna, che rappresentano la radiosità, l’attività e l’inerzia sono parte integrante dei cinque tattwa. Di conseguenza akasha, nonché vayu, agni, apas e prithvi, sono considerati essere presenti nel corpo nei loro stati sattwico, rajasico e tamasico. Per poter giungere all’esperienza spirituale, l’aspirante deve soggiogare gli stati tamasico e rajasico dei tattwa e trasformarli nella radiosità di sattwa. Questo è ciò che consente di fare la pratica di tattwa shuddhi.
Il quinto aspetto dei tattwa è conosciuto come “arthatattwa” e in-dica lo scopo dei tattwa. Le scritture asseriscono unanimemente che i tattwa sono stati creati per la gioia della coscienza e per la sua liberazione dalla materia. Le altre caratteristiche conosciute di questi cinque tattwa sono “shabda” (suono), “varna” (colore) e “rupa” (forma), create dal movimento dell’energia all’interno dei tattwa. I diversi colori dei tattwa indicano la frequenza vibrazionale dell’energia in ciascun tattwa. Dato che non vi è praticamente alcuna vibrazione in akasha, il suo colore è il nero. Vayu vibra alla frequenza della luce blu, agni alla frequenza della luce rossa, apas come luce bianca e prithvi come luce gialla. L’altra manifestazione dell’energia, che è il suono, è caratterizzata dal bija mantra dei tattwa. Il bija mantra di akasha è Ham; quello di vayu è Yam, di agni Ram, di apas Vam e di prithvi Lam. Suono e luce insieme si combinano per dare forma all’energia e perciò akasha è percepito con una forma circolare, vayu come un esagono, agni come un triangolo rovesciato, apas come una luna crescente e prithvi come un quadrato giallo.
Ricerche recenti sulla cinetica hanno dimostrato che la luce, il suono e la forma corrispondono a stadi diversi della manifestazione dell’energia. Per verificare ciò, è stato pronunciato correttamente un mantra in un tonoscopio che ha riprodotto il mantra nella sua forma visiva. I mantra dei tattwa hanno le loro forme e colori corrispondenti, e uno può essere sostituito all’altro come base per la meditazione.

Cosa accade dopo la morte

Questi tattwa esistono nel regno collettivo e universale, oltre che nel regno individuale. Il regno cosmico è quello in cui la creazione si compie eternamente e il regno individuale è quello in cui i tattwa sono imprigionati nella materia. Quando la materia si decompone o si disintegra, questi tattwa individuali ritornano al regno universale e si mescolano con le rispettive controparti cosmiche. Al momento della morte, i tattwa individuali che compongono il corpo e la mente, ritornano alla loro sorgente. Quindi akasha ritorna ad akasha, vayu a vayu, agni ad agni, apas ad apas, prithvi a prithvi, in attesa di una nuova creazione in altre forme di materia. Infine, in un’analisi dei tattwa, è importante specificare che questi tattwa giocano il loro ruolo solo al comando del “principio d’intelligenza”, cioè della coscienza. Senza coscienza questi tattwa sono immobili e assopiti.

Gli Effetti Psicologici della Meditazione

Tratto da: Sw. Satyananda Saraswati, “Meditations from the Tantras”, Edizioni Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India.

La meditazione è il modo più efficace per controllare processi fisio-logici e reazioni fisiologiche dovute a eventi psicologici. Uno dei più profondi cambiamenti che avvengono nel corpo durante la meditazione è il rallentamento del metabolismo, della velocità quindi che ha il corpo di assimilare ed eliminare, poiché vi è una netta riduzione del consumo di ossigeno e dell’eliminazione di anidride carbonica. Attraverso esperimenti si è potuto constatare una riduzione del 20% del consumo di ossigeno, e questo è dovuto a un rallentamento del respiro. La riduzione dell’attività metabolica è dovuta al controllo sul sistema nervoso involontario che si sviluppa durante la meditazione.
La meditazione ha una notevole influenza sulla pressione sangui-gna che diminuisce durante e dopo la pratica, e quindi è particolar-mente raccomandata per coloro che soffrono di elevata pressione ar-teriosa; anche il battito cardiaco riduce la sua frequenza. Un’altra interessante scoperta relativa alla circolazione è che durante la meditazione il flusso del sangue aumenta. Questo è dovuto all’attività del sistema nervoso autonomo e in particolare del sistema nervoso simpatico. Una delle funzioni di questo sistema è di restringere i vasi sanguigni e controllare così il flusso sanguigno: più elevato è il restringimento, minore è la circolazione. Durante la meditazione l’attività del sistema simpatico si riduce e la contrazione dei vasi sanguigni diminuisce automaticamente permettendo così un maggior flusso di sangue, con grande beneficio per colui che medita. Consideriamo per esempio la produzione di acido lattico, una sostanza prodotta principalmente nei muscoli in mancanza di ossigeno e nei periodi di intensa attività, quando i muscoli svolgono un lavoro prolungato. Possiamo chiamarlo debito di energia in quanto i muscoli spendono più energia di quanto il flusso di ossigeno che li alimenta possa loro permettere. L’acido lattico viene prodotto proprio da una richiesta extra di energia. Durante i periodi di riposo l’acido lattico si scompone in altre sostanze in quanto nei muscoli vi è una sufficiente quantità di ossigeno. Nella meditazione il maggiore flusso di sangue assicura una maggiore quantità di ossigeno nei muscoli e quindi l’acido lattico viene rimosso in modo più veloce ed efficace. Durante la meditazione il consumo di ossigeno diminuisce e aumenta la quantità di ossigeno disponibile per eliminare l’acido lattico nei muscoli. Nello stesso tempo durante l’attività metabolica si riduce la richiesta di ossigeno nelle cellule. La produzione di acido lattico è stimolata dal sistema nervoso simpatico; l’inibizione del sistema nervoso simpatico durante la meditazione riduce automaticamente la produzione di acido lattico.

Il meccanismo di difesa del corpo di attacco o fuga

Il meccanismo di attacco o fuga relativo alle difese del corpo è costituito dal sistema nervoso simpatico e dalle ghiandole surrenali; questi due sistemi sono complementari tra di loro. Durante i momenti di stress, di pericolo o di paura, le ghiandole surrenali secernono un ormone chiamato adrenalina che prepara il corpo alla lotta o alla fuga, rende il corpo più efficiente, aumenta il ritmo cardiaco e quello respiratorio, migliora la vista, l’udito, ecc; inoltre inibisce le funzioni digestive in modo che tutta l’energia disponibile possa essere utilizzata per affrontare l’imminente situazione di pericolo. Questo sistema è una reazione a immediati e brevi momenti di pericolo. Quando ciò che ci minaccia ha un’intensità più prolungata nel tempo, interviene il sistema nervoso simpatico, mantenendo il corpo ai più alti livelli di tensione. Successivamente, quando ciò che ci minaccia scompare, le funzioni del corpo ritornano al loro normale livello di attività.
Tuttavia, lo stile di vita moderno, stressante e competitivo, è tale che molte persone vivono quasi continuamente in uno stato elevato di preparazione per l’attacco o la fuga. Potrebbe essere per timore del capoufficio, per paura di perdere il rispetto degli amici e dei vicini, per paura di non avere denaro a sufficienza, ecc. In queste condizioni l’individuo è sempre teso, soggetto a variazioni di umore, in un continuo stato di insoddisfazione e di generale infelicità; anche il corpo perde la sua capacità di resistere alla malattia.
Nel corso della loro vita, molte persone pensano e affermano di essere rilassate. Per alcuni questo può anche essere vero, ma per molti i test scientifici dimostrano che vivono quasi sempre in uno stato di tensione inconsapevole. Di fronte a varie situazioni, anche a quelle più irrilevanti, le persone reagiscono tendendo i muscoli, sbattendo le palpebre, mangiandosi le unghie o qualcos’altro. Queste reazioni compensatorie sono abituali a tal punto da non essere consapevoli di svolgerle e rappresentano il sintomo di malattie psicosomatiche. Quando una persona manifesta queste tensioni, che lo sappia o no, si sta preparando per la lotta o la fuga, la reazione per la quale il sistema nervoso simpatico e le ghiandole surrenali sono predisposti. Queste azioni sono apparentemente innocue, ma indicano un cambiamento del ritmo cardiaco, della pressione del sangue, ecc. all’interno del corpo. Questi stimoli prolungati del sistema simpatico e dell’adrenalina possono condurre alle cosiddette “malattie da civilizzazione”, come l’ipertensione, il diabete, la trombosi coronaria, l’ulcera peptica e duodenale, alle malattie della pelle, dei muscoli, della schiena e ad altre numerose indisposizioni unite ad un vasto numero di malattie mentali.
Il metodo sicuro per combattere, prevenire e curare queste indisposizioni è rilassare completamente corpo e mente ogni giorno. Dormire è certamente il modo migliore, ma molte persone sono così tese che non riescono a rilassarsi neanche nel sonno perché cercano di risolvere i loro problemi quotidiani anche quando dormono. Di conseguenza il sonno è generalmente insufficiente a rilassare, equilibrare e a sradicare gli effetti dannosi di un’eccessiva attività del sistema simpatico e dell’adrenalina. È solo durante un profondo rilassamento che i processi corporei possono tornare al loro normale livello di attività. La meditazione può essere considerata l’azione corrispondente a controbilanciare l’attività del sistema nervoso simpatico e delle ghiandole surrenali. È una panacea per la vita moderna. È il metodo sicuro per ottenere una salute ottimale del si-stema corpo/mente nel suo complesso.
Non dobbiamo solo imparare a rilassarci, ma dobbiamo anche cambiare la nostra risposta all’ambiente. La felicità di ogni persona dipende dall’armonizzazione e dall’integrazione con l’ambiente e-sterno. Il sistema corpo/mente deve essere riprogrammato affinché l’adrenalina non schizzi nel sangue in ogni situazione e la reazione a ciò che ci accade sia diversa, in modo che l’individuo possa rilassarsi, essere felice e cominciare ad innalzare il suo livello di consapevolezza.
Affinché il lettore possa apprezzare l’importanza del cambiamento della mente, riportiamo una breve spiegazione dei meccanismi del cervello per quanto riguarda ciò che ci porta alla tensione o al rilassamento. Una parte importante del cervello è il sistema limbico. Questo sistema è situato in cima al tronco encefalico e ha la funzione di confrontare e analizzare le informazioni che provengono dagli organi di senso con quelle già presenti registrate in precedenti esperienze nella vita (la nostra memoria). Il sistema limbico rafforza inoltre le risposte emozionali nei confronti dei dati ricevuti che non si armonizzano con i precedenti condizionamenti o memorie. Quindi, se accade qualcosa di diverso da quanto ci aspettavamo o differente dalle nostre esperienze precedenti, il sistema limbico crea immediatamente una reazione emozionale tipo ansia, rabbia, ecc. Questo dà l’avvio all’attività delle ghiandole surrenali che rilasciano nel sangue l’adrenalina, provocando tensioni in tutto il corpo, una maggiore frequenza cardiaca e respiratoria, ecc. Molte persone passano gran parte della loro vita in queste condizioni e questa tensione così prolungata conduce ad ogni tipo di malattia.
Nello stesso tempo una parte del sistema limbico, chiamata regione settale, agisce in direzione opposta: riduce le risposte emozionali, libera dalle tensioni e crea rilassamento nel corpo e nella mente. Attraverso la meditazione possiamo far sì che questa parte del sistema limbico operi per la maggior parte o addirittura per tutta la durata della vita. Così possiamo vivere una vita di rilassamento, non di pigrizia, godere maggiormente la vita, essere più efficienti sul lavoro ed essere liberi da malattie. Se si vuole una vita felice e rilassata bisogna cambiare la propria mente, non il mondo o le altre persone. Una vita felice e salutare passa attraverso un cambiamento della mente e delle sue reazioni al mondo esterno. Potremmo passare la vita intera a cercare la felicità nel mondo esterno, ma se non cambiamo il nostro programma mentale non la troveremo mai; è come cercare la coppa d’oro alla fine dell’arcobaleno. Se vogliamo una vita sana e libera da disturbi e malattie è necessario riprogrammare la propria mente e meditare, è necessario modificare il programma mentale prodotto nel cervello da un concetto di vita sbagliato, poiché è questa la causa dell’infelicità.