Satyananda Ashram Italia

Scuola di Yoga

Satyananda Ashram Italia


  • Tributo di Sw. Niranjan a Sri Swami Satyananda 
  • Tributo di Sw. Satsangi a Sri Swami Satyananda 
  • Tributo delle Kanya e dei Batuk a Sri Swami Satyananda 
  • Bhakti è il Sentiero 
  • Nove Forme di Bhakti 
  • I Grandi Bhakta 
  • Sri Vijnana Bhairava Tantra

Tributo di Swami Niranjanananda
Al Suo Amato Guru Sri Swami Satyananda

Tratto da: Rikiapeeth Blog del 17 Febbraio 2010.

Rikia Pith – 22 Dicembre 2009
Ultimo Giorno della Shodashi Puja

Namo Narayana

A mezzanotte del 5 Dicembre Sri Swamiji è entrato in Mahasamadhi. Al momento del suo Mahasamadhi erano trascorsi vent’anni da quando era arrivato a Rikhia. Dovreste sapere, lui stesso lo aveva detto, che la sua vita era suddivisa in cicli di vent’anni. Nei primi vent’anni della vita ha vissuto nella sua casa e nei successivi vent’anni ha vissuto a Rishikesh, nell’ashram del suo guru, immergendosi nel seva (servizio disinteressato).
Nel terzo periodo di vent’anni si è stabilito a Munger e, seguendo il mandato del suo guru, ha fondato lo yoga come movimento a livello mondiale. Ha creato un monumento allo yoga a Munger e poi lo ha offerto come tributo ai piedi del suo guru, Swami Shivananda, dicendo: “Questo è stato il tuo mandato che ho portato a compimento. A te lo offro. Ora sono libero dal mandato del mio guru”. E così, dopo essere stato a Munger per vent’anni, se ne è andato.
Anche l’ultimo capitolo della sua vita è stato un periodo di vent’anni cha ha avuto inizio quando è arrivato a Rikhia nel 1989 e ha raggiunto il suo culmine nel 2009. A Rikhia si è dedicato a vivere la vita del sannyasa e gli insegnamenti del suo guru. Quindi Rikhia-pith è un altro monumento da lui creato e dedicato al suo guru.
Sri Swamiji ha sempre detto che, quando avrebbe dovuto lasciare il corpo, questo non sarebbe avvenuto in un ospedale circondato da discepoli e con tubi nel naso e nella bocca, ma in uno stato di meditazione. In una poesia dice:
Che io possa vagare sulle rive del Gange
Senza niente sul corpo
E senza nulla fra le mani
Con il nome di Shiva sulle labbra
E il pensiero della Devi e di Durga nella mente.
Che io non possa neanche sapere di esistere,
E, quando morirò,
Io non saprò nemmeno di morire.

Questo è precisamente ciò che ha raggiunto. Un siddha, un essere perfetto, nella vita lavora in base a dei sankalpa, delle risoluzioni e non secondo un volere o un desiderio personale. Nella vita di Sri Swamiji vediamo la forza del suo sankalpa shakti e ciò che egli ha realizzato per suo tramite: a partire da Munger ha tenuto alta nel mondo la bandiera dello yoga e della tradizione del Bihar Yoga por-tando onore al Bihar. Rikhia è divenuto poi il suo tapobhumi (luogo di austerità). Là ha eseguito ardui ed elevati sadhana vedici indicati per i paramahamsa sannyasin. Ha praticato panchagni sadhana insie-me ad altri sadhana. Ne siete stati tutti testimoni. Ha condotto una vita semplice, improntata allo stile di vita di un sannyasin. Il sannyasa è un mezzo per realizzare e arrendersi al guru e a Dio che dimorano in noi. A Rikhia Sri Swamiji ha adeguato e vissuto la sua vita secondo gli insegnamenti del suo guru ed ha anche ispirato gli altri a vivere gli insegnamenti di “servire, amare, dare”. Sri Swamiji ha trasformato il villaggio di Rikhia in Rikhiapith con mandato di diffondere questi messaggi fondamentali della vita spirituale.
Il messaggio fondamentale della vita spirituale è migliorare la qualità della vita. La qualità della vita migliora quando riusciamo ad uscire dal nostro guscio e a connetterci con le altre persone attraverso il servizio, l’amore e la condivisione. Queste sono le ispirazioni che lo stesso Sri Swamiji ha dato a Rikhia.
Oggi, i due eterni monumenti da lui creati, Munger e Rikhia, l’uno dedicato al mandato del guru e l’altro ai suoi insegnamenti, offrono il loro tributo alla visione Sri Swami Satyananda che è stato il discepolo prescelto del nostro Satguru, Sri Swami Shivananda.

A proposito di Ganga Darshan

Le persone chiedono che cosa accadrà dopo il Mahasamadhi di Sri Swamiji. Chiedono: “Ora che Sri Swamiji non è più presente, quale sarà il futuro dell’istituzione, dello yoga, di Munger, di Rikhia?”. Io ho una sola risposta a queste domande: Sri Swamiji ha lasciato Munger e il lavoro dello yoga nel 1988 e, per tutti questi anni, sono stato io ad occuparmi del mandato dello yoga e dello sviluppo di Ganga Darshan. Poi, nel 2008, ho passato l’incarico del movimento e della missione dello yoga a Swami Suryaprakash. Durante i venticinque anni del mio incarico e i due anni di quello di Swami Suryaprakash l’ashram ha continuato a crescere, a prosperare e a diffondere la visione e la missione per la quale Sri Swami Satyananda aveva fondato quel monumento dello yoga che è Ganga Darshan.
Ha creato Ganga Darshan perché questa era stata l’istruzione, il mandato che aveva ricevuto dal suo guru: “Diffondi il messaggio dello yoga da porta a porta e da sponda a sponda”. A Munger una volta disse: “Mi hai dato l’istruzione di diffondere lo yoga. Lavorerò per lo yoga, creerò un monumento dello yoga e, poiché si tratta del compimento del tuo mandato, dedicherò quel monumento a te. Io seguo il tuo mandato. Seguo il tuo ordine”.
Il mondo non ha visto una persona con una visione come quella di Swami Satyananda. Osservando la storia di molte istituzioni, vedia-mo che fanno un buon lavoro con delle buone intenzioni ma che non preparano il terreno per il futuro. Sri Swamiji ha abbandonato le re-sponsabilità di Munger e di Ganga Darshan ventisette anni fa. È di-ventato libero. Tuttavia, gli ulteriori sviluppi e i compimenti che nello yoga si sono avuti attraverso Ganga Darshan nel corso degli ultimi venticinque anni sono stati decisamente unici e senza confronti, e questa tendenza e questo ritmo continueranno. Il lavoro futuro dello yoga sarà ora guidato da Swami Suryaprakash con la benedizione, la guida e l’ispirazione di Swami Satsangi.

A proposito di Rikhiapith

Nel corso degli ultimi vent’anni Rikhiapith ha ricevuto le cure di Swami Satyasangananda che se ne è occupata efficientemente a tutti i livelli. C’erano sia la presenza fisica sia l’ispirazione di Sri Swamiji, ma l’intera gestione e lo sviluppo di Rikhia sono stati realizzati da Swami Satyasangananda.
Dopo aver fondato e dedicato Rikhiapith a Sri Swami Shivananda, Sri Swamiji ha nominato Swami Satsangi come Pithadishwari o acharya di questo luogo. Aveva visto le sue potenzialità nel proseguire verso livelli più elevati il lavoro che lui aveva cominciato. Avendo visto il suo impegno, la sua dedizione e la sua devozione, le ha dato l’iniziazione di Paramahamsa e oggi Swami Satyasangananda, Pithadishwari di Rikhiapith, è seduta di fronte a voi come Paramahamsa Satyasangananda.
Sarà lei a proseguire la visione datale dal nostro guru, Sri Swami Satyanandaji, di mantenere, diffondere e vivere gli insegnamenti di Sri Swami Shivananda di servire, amare e dare. Quindi, le persone di Rikhia Panchayat non dovrebbero mai pensare: “Che cosa ci acca-drà?”. Sri Swamiji ha organizzato tutto, non solo per avere cura delle persone ma ha anche provveduto ad insediare una persona che possa realizzare i suoi desideri e la sua visione. Quindi Rikhiapith non è rimasto orfano ma, con Swami Satsangi, è stato rafforzato.
Ora Swami Satsangi viaggerà in varie parti del paese e del mondo per portare il messaggio della vita spirituale ad aspiranti e ricercatori. Avete l’opportunità di vederla, di invitarla nella vostra città, nel vostro paese, nella vostra casa, nel vostro villaggio, ovunque desideriate invitarla affinché possa venire e portare la grazia del guru dove si reca.
Per quanto riguarda Munger e Rikhia il lavoro non si fermerà. Con la grazia e le benedizioni di Sri Swamiji questo lavoro proseguirà giorno dopo giorno e si espanderà sempre di più. Questa è la benedizione che il nostro guru aveva ricevuto e anche oggi ne facciamo esperienza nella forma della grazia di Dio. La missione di entrambi gli ashram continuerà a prosperare: essi continueranno a diffondere la visione yogica e spirituale di Sri Swami Shivananda e di Sri Swami Satyananda.

Il futuro

Rimane ancora un’altra domanda nella mente delle persone: “Che cosa farà ora Swami Niranjan?”. Sri Swamiji mi ha chiarito molto bene che quest’anno, il 2009, un capitolo della mia vita si sarebbe chiuso e se ne sarebbe aperto uno nuovo.
Nel marzo del 2009 mi ha istruito affinché terminassi la mia vita di parivrajaka (periodo in cui il sadhak viaggia e si sposta da un luogo all’altro), dandomi una chiara direzione riguardo la prossima fase della mia vita. Mi ha detto: “Termina la tua vita itinerante. Sono quarant’anni che viaggi e che vivi la vita di un parivrajaka. Hai viaggiato in questo paese e nel mondo. Hai viaggiato ogni mese e ogni anno. Hai portato il messaggio dello yoga distribuendo le benedizioni del nostro parampara (tradizione). Ora il capitolo che è rimasto aperto per questi quarant’anni della tua vita dovrebbe chiu-dersi e un nuovo capitolo deve avere inizio”. Mi ha detto: “Ora rimani fermo in un unico luogo e lavora per lo sviluppo dello yoga, per lo swadhyaya (studio e consapevolezza di se stessi), per il sadhana (pratica spirituale), per il samarpan (totale offerta di se stessi a Dio), per la tradizione del sannyasa e per il benessere delle persone”. Egli mi ha aperto il sentiero, ha rafforzato la mia volontà e mi ha guidato nella direzione che d’ora in poi percorrerò.
Le persone dicono: “Tu sei il successore di Swami Satyananda”. Questo è vero. Sono il suo successore, ma non per quanto riguarda l’istituzione. In un’istituzione gli amministratori cambiano e chiun-que può esserlo. Quando Sri Swamiji mi ha nominato come suo suc-cessore, non era per dirigere un’istituzione, non era per la carica, il potere o la posizione nel mondo dello yoga; non era per ricevere le ghirlande e gli elogi che arrivano con il nome e con la fama.
Il tipo di eredità che ho ricevuto dal mio guru è quella del sannyasa. Il suo impegno verso il sannyasa è ciò che ho ricevuto come eredità. La sua vita di sannyasa era completamente infusa dalla rinuncia, dalla fede, dall’abbandono di sé e dall’austerità. Quando mi ha nominato come suo successore, la sua intenzione era che io gli succedessi nel suo sannyasa, nel suo sankalpa, nella sua dedizione, nel suo credere, nella sua fede. Al fine di coltivare tutto questo mi ha liberato da ogni obbligo sociale ed istituzionale.
Io non sono un sannyasin di Munger o di Rikhia, sono un san-nyasin di Swami Satyananda. Non appartengo a Munger e non appartengo nemmeno a Rikhia. Queste cose sono arrivate molto tempo dopo che avevo dedicato la vita al mio guru. Quando sono nato egli mi ha tenuto in braccio. Quando avevo tre anni ha dichiarato che ero il successore del suo sannyasa, dei suoi sadhana spirituali e dei suoi raggiungimenti. Io ho un sankalpa: quello di realizzare, nel corso della mia vita, il retaggio che il guru mi ha dato.
Continuerò a spostarmi fra Munger e Rikhia ma non appartengo a nessuno di questi due luoghi. Sono un semplice sannyasin, discepolo di Swami Satyananda.
Oggi sono seduto davanti a voi non come acharya o insegnante, come socio o capo di un’istituzione ma come un sannyasin e chiedo le vostre preghiere in modo che possa essere il degno successore del sannyasa del mio guru.
Prego Sri Swamiji per la saggezza, la comprensione e la forza di vivere la vita e percorrere il sentiero sul quale egli, da sannyasin, ha camminato.
Con i vostri auguri sono sicuro di riuscire a coprire la distanza che Sri Swamiji mi ha detto di coprire. E la buona volontà che avete verso questo ashram, verso Sri Swami Satyananda, verso la sua opera, dovrebbe essere sostenuta e protetta. Continuate a sviluppare la vostra fede, il vostro credo, la vostra dedizione e l’abbandono del sé.
L’ispirazione e la forza spirituale di Sri Swamiji sono il fondamento della nostra vita e oggi invochiamo quella stessa forza ed ispirazione affinché discendano su di noi. Accogliamo Sri Swamiji affinché diventi colui che interiormente dimora nella nostra vita e offriamogli il trono sul quale si possa sedere dentro di noi come l’imperatore dei nostri cuori per poter essere sempre un tutt’uno con la sua presenza e la sua grazia.

Namo Narayana

Tributo di Swami Satyasangananda
Al Suo Amato Guru Sri Swami Satyananda

Tratto da: Rikiapeeth Blog del 17 Febbraio 2010.

Rikia Pith – 22 Dicembre 2009
Ultimo Giorno della Shodashi Puja

Namo Narayana

Siamo tutti qui riuniti per il culmine della Shodashi Puja (Puja di se-dici giorni) in onore del grande yogi Sri Swami Satyananda che è entrato in Mahasamadhi a mezzanotte del 5 dicembre. Non siamo qui per addolorarci ma per riconoscere il fatto che, anche se Sri Swamiji si è liberato del suo corpo, egli è ancora vivo tra noi per ispirarci e innalzarci verso l’esperienza di beatitudine ed estasi spirituale, trasformando così in esperienza spirituale anche la sua partenza da questo piano terreno.
Sì, certamente la domanda che emerge con forza e chiarezza dal profondo del suo Samadhi è: “Può la morte portare felicità, beatitudine, gioia ed estasi?”. Non avevo mai immaginato né sentito dire che l’esito della morte fosse l’estasi. Per tutti noi la morte è la realtà più temuta. Nessuno vuole morire. Tutti abbiamo paura della morte ed evitiamo anche di pensarci e di parlarne. Anche se la morte è l’unica certezza nella vita ci rifiutiamo di guardarla in faccia come se fosse un mostro che non vogliamo incontrare. Non importa se siete ricchi o poveri, potenti, eruditi, saggi o perfino rinuncianti e sannyasin realizzati, il pensiero della morte vi fa tremare di paura e di ansia. Anche le persone più grandi devono chinare la testa con atteggiamento di sottomissione davanti alla morte. Nessuno è risparmiato.
Questo è ciò che avevo visto e sentito dire in relazione alla morte fino a quando ho visto in prima persona l’evento del Samadhi di Sri Swami Satyananda. Egli ha invitato la propria morte. Posso dirvi, se non lo sapete già, che il mio guru aveva ricevuto il dono di iccha mrityu o morte per scelta. Aveva anche la conoscenza di kaya kalpa o totale ringiovanimento e metamorfosi del corpo. In altre parole, egli non doveva morire. Ha scelto di morire. Avrebbe potuto vivere ancora vent’anni nello stesso corpo se lo avesse voluto poiché ne aveva la possibilità. Naturalmente, in vero stile Swami Satyananda, ha scelto l’opzione più difficile perché, come tutti noi abbiamo visto e sappiamo di lui, non faceva mai nulla senza un mandato o uno scopo divino.
Se ricordate, Sri Swami Satyananda venne a Rikhia per lasciare il corpo. Questa destinazione, che è il terreno crematorio di Sati, fu scelto per lui per lasciare questo pianeta. Egli venne qui con un mandato. Il mandato non era di creare un ashram, di fare dei discepoli o di diventare famoso. Il mandato era di ricordare Dio con ogni respiro fino al suo ultimo respiro. Diceva spesso: “Sono venuto a Deoghar per abbandonare il mio corpo. Ho fatto molte richieste ma sono state tutte respinte poiché non vi sono biglietti di ritorno a disposizione. II giorno in cui mi sarà dato un biglietto di ritorno andrò subito via. Non siate attaccati al mio corpo fisico. Vedetemi interiormente”. Durante la Sat Chandi Mahayajna e Yoga Purnima di quest’anno, per ironia, coincidenza o intenzionalmente, il messaggio che ha inviato per mezzo delle kanya, quando hanno rappresentato il viaggio di Nachiketa a Yamaloka, descritto nella Kathopanishad, è stato: “Io non sono questo corpo, non sono questa mente, non sono i sensi; io sono il Sé Immortale”.
Ebbene, pare che la sua richiesta per un biglietto di ritorno sia fi-nalmente stata esaudita. Il 5 dicembre alle ore 22.00, erano trascorsi solo tre giorni da quando aveva parlato con tutti voi durante Marga-shirsha Purnima, quando avevamo celebrato la sua fortunata nascita, mi ha chiamato presso la sua dimora di Tulsi Kutir e mi ha detto: “È giunta l’ora che io me ne vada. Sto lasciando il piano terreno. Qua-lunque cosa io abbia fatto nella vita era diretta ed aveva uno scopo. Anche la mia morte ha uno scopo”.
Se ne è andato come uno yogi, seduto in padmasana e in medita-zione. Ciò che io ho visto è stata una cosa inimmaginabile; forse se ne parla soltanto nei libri. Certamente nessuno ha fatto una dipartita così nobile e così adatta alla grandezza della sua vita. Ha semplice-mente inspirato e, con un profondo respiro, ha ritirato i suoi prana dal corpo. Mi aveva detto: “Un secondo prima di lasciare questo corpo riceverò la conoscenza di tutti i vidya nell’universo e questo sarà il compimento di questa vita”. Lasciate che vi dica che dovremmo gioire e sentirci fieri del fatto che il nostro amato Gurudev abbia avuto successo poiché ha ricevuto ciò a cui aveva dedicato tutta la sua vita.
Era circa mezzanotte, durante ajeya muhurta, quando ha fatto la sua straordinaria dipartita e l’universo era pronto a riceverlo. Il mo-mento che aveva scelto dimostra semplicemente la sua profonda co-noscenza dell’universo, poiché a quell’ora la rete di connessione dell’universo si era separata per generare un’apertura attraverso cui il suo corpo causale sarebbe potuto passare liberamente attraverso tutti i loka. In altre parole, ha fatto un volo perfetto!
Sri Swamiji stesso, in un suo satsang a Rikhiapith, pubblicato su Yoga Vidya nel maggio del 2000, aveva detto: “Quando lascerò il corpo non partirò con un autobus governativo. Il mio volo sarà in un jet di prima classe, direttamente verso l’alto. Nessuna fermata, soltanto un unico volo diretto verso il luogo che io debbo raggiunge-re. Da Brihaspati loka a Shukra loka a Yamaloka a Bhairava loka e oltre; vi passerò attraverso con facilità e non mi fermerò da nessuna parte. Andrò avanti, direttamente verso la mia destinazione ed ho anche un biglietto di ritorno. Vi dico questo perché devo tornare qui di nuovo. Non voglio un regno; non voglio dei piaceri e delle comodità. Non voglio nemmeno la liberazione dalla nascita e dalla morte. Voglio semplicemente continuare a tornare per aiutare coloro che soffrono”.
Notate bene che il momento che ha scelto non era proprio l’ideale perché tutti i pianeti più potenti erano collocati in modo tale che, an-che se c’era un’apertura, era comunque una cosa rischiosa. Ma la sua purezza, la sua immensa fede, bhakti e l’assenza di ego lo hanno accompagnato, l’universo si è aperto per riceverlo a braccia aperte e le forze divine lo hanno scortato, assicurandogli sicurezza e benes-sere.
Io ero presente. Non so quali buoni karma abbia fatto per guada-gnare questo merito. È stata un’esperienza spirituale che mi ha donato quegli stati meditativi che si ottengono dopo arduo sforzo. L’intera visione, la percezione, la comprensione e l’esperienza che mi ha dato su un vassoio d’argento sono state quelle di swapna e sushupti. Io ero il drashta, testimone e spettatrice di un evento che passerà alla storia.
La fusione nello spirito di ogni cosa è uno stato che nessuno può descrivere ma che può essere sperimentato. Si sente una grande beatitudine, un’eterna pienezza di gioia, conoscenza ed amore. È come se una grande forza vi portasse fuori da voi stessi per testimoniare, osservare e sperimentare la gioia dell’esistenza. Questa è l’esperienza che mi ha sopraffatta. Immaginate: il temuto evento della morte invece di essere traumatico, mi ha portato l’estasi, la beatitudine e una totale comunione con il mio Guru. È stato meraviglioso e travolgente!
Questo non riguarda soltanto me; credo che quella notte e fino ad oggi Swami Satyananda sia percepito in ogni parte del pianeta. Non ho bisogno di provare l’efficacia delle mie parole. Siamo stati inon-dati di messaggi da persone conosciute e sconosciute e tutti dicono soltanto un’unica cosa: “Sentiamo gioia, beatitudine, estasi. Sentiamo ovunque la presenza di Swami Satyananda. Ovunque guardiamo, lo vediamo”.
In altre parole, Swami Satyananda è diventato onnipresente. Ha pervaso l’universo fino al livello atomico degli elementi. Ora, se de-siderate avere accesso a lui tutto ciò che dovete fare è di ricordarlo così come lo avete conosciuto, con il suo bel sorriso accattivante e i suoi occhi splendenti, con il suo spirito e senso dell’umorismo, con la sua compassione e la sua incantevole presenza.
Quindi, oltre al suo insegnarci la lezione della vita, il nostro amato Guru ci ha anche insegnato come morire e la grande verità è che la morte non va temuta, poiché può portare la felicità se si vive in modo corretto, così come ha fatto lui. È giunta l’ora che ognuno di noi prenda un sankalpa per percorrere il sentiero che lui ci ha mostrato ed emulare i suoi insegnamenti in modo che anche noi, al momento della morte, possiamo lasciare questo mondo come un posto migliore. Questo sarebbe l’omaggio più adatto a Sri Swami Satyananda.

Namo Narayana

Tributo delle Kanya e dei Batuk di Rikia Pith
Al Loro Amato Guru Sri Swami Satyananda

Tratto da: Rikiapeeth Blog del 17 Febbraio 2010.

Rikia Pith – 22 Dicembre 2009
Ultimo Giorno della Shodashi Puja

Namo Narayana

Oggi noi Kanya e Batuk siamo molto onorati di offrire questo tributo al grande yoghi che ha vissuto fra noi – il nostro amato Swami Satyananda.
Il 6 dicembre, quando la mattina presto abbiamo sentito cantare nell’Ashram la Bhagavad Gita, abbiamo capito che nella notte era successo qualcosa di importante.
Presto abbiamo saputo che Sri Swamiji era entrato in Mahasamadhi e alcuni di noi non hanno potuto trattenere le lacrime poiché questo significava che non avremmo mai più rivisto il suo sorriso radiante, il suo sguardo amorevole, i suoi occhi frizzanti e non avremmo mai più ascoltato le sue parole gentili.
Ma quando Sw. Satsangi e Sw. Niranjan sono venuti tra noi, ci hanno detto che Sri Swamiji sarebbe stato per sempre nei nostri cuori dandoci la forza di sorridere di nuovo. Dopotutto, è così che Paramahansaji avrebbe voluto vederci: forti, prodi, fiduciosi e coraggiosi.
Man mano che la notizia si diffondeva, le persone cominciavano ad affluire nell’ashram da tutte le parti del mondo. Penso che quel giorno il mondo intero sia venuto ai cancelli dell’Ashram. Anche noi Kanya e Batuk siamo venuti a dare l’addio al nostro amato Swa-miji. Abbiamo partecipato all’Abhishek di Sri Swamiji e abbiamo avuto il suo Darshan finale fra migliaia di persone. Sri Swamiji sembrava radioso come mai, così pieno di pace, calma e serenità. Anche in quel momento, quando ha lasciato il corpo, sembrava regale come un imperatore, pieno di grazia e bellezza. Ci ricorderemo per sempre di lui perché per sempre ha trovato un posto nel nostro cuore.
Ci siamo uniti fin dall’inizio ai sedici giorni di cerimonia della Shodashi Puja. Quale miglior tributo e onore avremmo potuto offrire a Sri Swamiji?
È grazie a lui che possiamo stare di fronte a voi con fiducia, grazia e disinvoltura ed essere in grado di parlarvi in questo modo. È grazie a lui che abbiamo imparato molte cose utili come la danza classica e quella moderna, l’inglese, la recitazione, il canto di testi sacri, l’uso del computer, …. e la lista sarebbe infinita.
Non potevamo immaginare che avremmo potuto fare tutto ciò, ma lui ha creduto in noi e noi abbiamo avuto fede in lui, così tutto questo è avvenuto naturalmente e facilmente.
Potete dire che tutta la nostra vita è stata trasformata. In effetti, noi kanya e batuk rispecchiamo al mondo il potere della grazia del Guru.
Prima che Sri Swamiji entrasse nella nostra vita non avevamo niente, non eravamo niente. Ha dato significato alla nostra esistenza e ha risvegliato il nostro vero e innato potenziale.
Ci ha dato fiducia in noi stessi, autostima, una meta e una direzione nella vita.
Ci ha tirato su da niente e ci ha fatto diventare Devi. Questa è la vera forza del Guru che noi abbiamo testimoniato nella nostra vita.
Noi kanya e batuk siamo tutti nati dopo che Sri Swamiji è venuto a vivere qui a Rikhia Panchayat, e siamo veramente benedetti ad es-sere stati adottati da Sri Swamiji. Ci sentiamo fieri di essere i suoi figli.
Rikhia una volta era un remoto e desolato panchayat. I nostri genitori ci raccontano di quando non c’erano cibo né vestiti né lavoro. Da quando Sri Swamiji è arrivato qui, c’è stata una trasformazione spettacolare a Rikhia. Da essere uno dei più poveri panchayat in uno dei più poveri stati dell’India, oggi possiamo vedere un panchayat dinamico e vibrante, pieno di pace, prosperità e abbondanza. Per grazia del guru c’è cibo da mangiare, scuole per studiare e un meraviglioso ashram per apprendere e crescere sotto l’influenza pacifica dei sannyasin e, soprattutto, con la speranza di un futuro migliore e brillante.
Sri Swamiji è sempre molto vicino a noi nei nostri cuori e nella nostra mente.
Ma lo sapete? Anche per le kanya e i batuk che vivono qui a Ri-khia Pith, il darshan del nostro amato Sri Swamiji è stato sempre un momento raro e prezioso.
Il 2 dicembre 2009, quando abbiamo celebrato l’ottantaseiesimo compleanno di Sw. Satyananda qui a Rikhiapith, siamo stati molto fortunati ad avere il suo ultimo darshan. Lo sapete che quel giorno Sri Swamiji ha parlato specificatamente con noi kanya e batuk e con i nostri genitori? Lui ci ha chiesto chi fosse nostro padre e noi kanya e batuk abbiamo risposto con un cuore straripante d’amore: “Tu, tu, tu sei nostro padre e sempre lo sarai”. Swamiji, come possiamo ringraziarti abbastanza per aver dato un senso alla nostra vita?
Siamo molto orgogliosi di aver conosciuto Sw. Satyananda e ci sentiamo molto onorati perché una persona così straordinaria è venuta a vivere nel nostro sconosciuto e remoto villaggio. E adesso Rikhia è diventata immortale perché qui si trova il Samadhi Sthal di Sri Swamiji. Tutta la sua vita è stata dedicata a migliorare l’umanità. Il suo stesso guru, Sw. Shiavananda, ha paragonato Sw. Satyananda a Nachiketa affermando: “Pochi possono avere un tale vayragya a quella giovane età. Sw. Satyananda è colmo delle qualità Nachiketa. Ogni lavoro che fa lo completerà in maniera perfetta. Egli ha svolto il lavoro di quattro persone senza mai lamentarsi; è un genio versatile, umile e semplice”.
Si dice che quando i grandi yogi come Paramahansa Satyananda abbandonano il corpo grossolano, divengono ancora più potenti e il loro potenziale spirituale è moltiplicato poiché non sono confinati dalle limitazioni del corpo. Il nostro amato Sri Swamiji è ora libero dalle catene del corpo grossolano e la sua presenza divina pervade tutta la creazione. Lui è ora onnipotente e onnipresente. Noi kanya e batuk sentiamo che Sri Swamiji è ancora presente fra noi per bene-dirci così come vive nei nostri cuori. Noi sentiamo la sua presenza dappertutto, nella brezza gentile e nel tiepido sole, nel cinguettio de-gli uccelli e nel passare delle nuvole, ovunque guardiamo lo vediamo.
Swamiji, ogni qualvolta vogliamo sentire la tua presenza guarde-remo su nel cielo e sapremo che sarai là a sorriderci e a riversare su tutti noi il tuo amore e la tua benedizione. Swamiji, con la tua bene-dizione non ci sarà niente che non possiamo raggiungere e niente che non possiamo superare. Per favore Swamiji, riversa le tue benedizioni per sempre su di noi.
Sappiamo che Sri Swami Satyananda ha amato Rikhia moltissi-mo, e si sentiva molto felice quando ci vedeva perché il suo volto si illuminava sempre con un meraviglioso sorriso. Nel 2007, durante la sacra Sat Chandi Puja, Sw. Satyananda ha dichiarato che Rikhia sarebbe stata conosciuta come Rikhiapith e ha nominato Sw. Satyasangananda come prima Pithadhishwari di Rikhiapith, dandole il sankalpa di assicurare che i tre fondamentali insegnamenti di Sw. Shivananda “Servi, Ama, Dona” siano applicati e vissuti qui a Rikhiapith. Egli ha anche detto: “Rikhiapith ha un futuro molto brillante perché io ne sono le fondamenta”. Oggi, con un guru come sakshi, noi kanya e batuk, che siamo i ragazzi molto fortunati di Rikhia Panchayat, esprimiamo il sankalpa di realizzare i sogni che Sri Swamiji ha avuto per noi e ci impegnamo ad essere sempre degni della grazia del guru e a valorizzare i due fiori che egli ha lasciato per noi: Swami Niranjanji e Swami Satsangi.

Jai Gurudev

Bhakti è il Sentiero

Tratto da: Swami Satyananda Saraswati, “Yoga”, Gennaio 2006, Shivananda Math, Munger, Bihar, India.

Il sentiero della bhakti è fra tutti i sentieri quello più importante, so-prattutto per coloro che desiderano avere il darshan di Dio, la vi-sione della realtà. La divinità è presente dentro ogni essere. Dio è più vicino a voi del vostro stesso prana, più vicino del vostro respiro, più vicino dei vostri pensieri. Se è così perché non riuscite a sentirLo e a vederLo?
Bhakti non è in relazione con la mente ma con il cuore e con le emozioni. Odiate o amate attraverso l’emozione. Il cuore, quel grande sentimento di commozione, esprime se stesso come bhakti. Io ho sempre avuto grande difficoltà a praticare bhakti. Cantavo, pregavo e praticavo japa, ma facevo tutte queste cose attraverso la mente. Volevo che il mio cuore fosse coinvolto nella bhakti ma non sapevo come fare perché non era allenato. Non mi ero mai affezionato a nessuno, non ho mai diretto il mio cuore verso nessuno, né l’ho mai dato a nessuno. Anche se lavoravo per lo yoga non era con il cuore ma con la mente. Incontravo le persone, ridevo e conversavo con loro, tutto attraverso la mente, quindi il mio cuore non era allenato.
Quando ho cercato di metterlo in funzione, il mio cuore è rimasto quieto dicendo: “Non so”. Così ho deciso di sviluppare una qualche forma di relazione con Dio. Sono arrivato alla conclusione che io so-no il servo di Dio, conosciuto come dasya bhava. Prima di questo pensavo di essere un bhakta, un devoto di Dio. Prima di questo pen-savo di essere un jignasu sadhaka, un ricercatore spirituale e prima ancora un moksha sadhaka, un ricercatore della liberazione. Ma ho scoperto quanto fossi stato in errore per tutto quel tempo. Una volta che scoprirete il vostro rapporto con Dio, la vita spirituale progredirà da sola.
Il primo barlume di bhakti è venuto da nostra madre, poi dalla fa-miglia sotto forma di attaccamento, affetto ed amicizia. Poi l’abbia-mo provato nel corso di una relazione romantica. Ogni amore e ogni attaccamento è una forma di bhakti, ma non si tratta di un amore pu-ro. L’amore puro non è associato al corpo, alla mente o all’anima. La causa fondamentale del vero amore è bhavana, l’intensità del sentimento. Quindi, cercate quel tipo di rapporto con Dio in cui i vostri sentimenti aderiscono fermamente a Lui. Scoprite qual è la cosa più speciale nel vostro atteggiamento verso Dio.
Prima dovete scoprire qual è la vostra natura interiore, poi qual è il vostro bhavana, poi qual è la forma manifesta di quel bhavana. Alcune persone provano dell’affetto, alcune l’amore romantico, alcune la dolcezza, alcune provano l’inimicizia. Il vostro rapporto con Dio potrebbe ruotare intorno a qualunque intenso sentimento che la vostra mentalità e la vostra personalità riesca ad accettare. Scoprite il vostro rapporto con Dio in base al vostro sentimento interiore. Pensate che qualunque cosa facciate è un servizio verso Dio. Questo dovrebbe essere il vostro bhavana. Dio è ovunque. Continuate a riflettere su Dio. Cantate sempre il nome di Dio.

Allenare le emozioni

È possibile trasformare le vostre emozioni e convertirle in bhakti soltanto quando queste sono allenate ad andare nella giusta direzione. Altrimenti la maggioranza delle persone è totalmente dissipata. Bisogna incanalare correttamente i sensi, la mente e le emozioni non allenate. Come? Un buon metodo è quello di aiutare le altre persone. La cosa migliore che possiate fare per aiutare le persone è di amarle con il cuore. Per aiutare mentalmente le persone non vi è panacea migliore dell’amore. L’amore è il vero principio di guarigione. Il vero amore consiste nell’amare qualcuno anche se parla di voi in modo negativo e vi danneggia. Il vero amore consiste nell’amare una persona nonostante il suo odio verso di voi. Questo amore non è soltanto emotivo; deve essere concreto. Non mi interessa se non avete simpatia per me; vi aiuterò lo stesso. Il vero amore non pone alcuna condizione.
L’amore come espressione di compassione per ogni essere è il più difficile da praticare. Amore significa sacrificio. Il vero amore consiste nel dare, non nel prendere né nel ricevere. È un atto incondizionato di dare e dare e dare. Pochissime persone sanno come amare. La cosa più difficile è amare il proprio vicino perché lui potrebbe essere colui che vi crea continuamente dei problemi. L’amore non consiste nell’essere emotivi e passionali; è un’espressione di purezza che si manifesta quando diventate molto forti all’interno del vostro cuore.
Preparate voi stessi all’amore aiutando gli altri nelle piccole cose, con piccoli atti di gentilezza, facendo delle buone azioni verso gli altri. Questo è l’allenamento elementare all’amore. Quando aiutate gli altri non create del karma. Se vi è soltanto affetto disinteressato non possono esserci dei turbamenti emotivi e fiorisce il non attaccamento. Quando servite gli altri in modo disinteressato, quando fate del bene agli altri senza nessun secondo fine, allora non rimanete impigliati nel ciclo del karma.
Il servizio disinteressato sarà la filosofia sociale del ventunesimo secolo, quando ognuno penserà agli altri. Un buon karma consiste nel nutrire chi ha fame, nell’aiutare una persona povera, nel rendere felice qualcuno. È un atto che aiuta qualcuno fisicamente, mentalmente, spiritualmente, economicamente o in qualsiasi altro modo. Penso sempre agli altri in modo positivo poiché questo mi aiuta. Se penso a qualcuno in modo negativo, questo crea un cattivo karma che cambia le secrezioni chimiche nel mio corpo fisico, e io non voglio questo. Pensare bene o in modo positivo degli altri aiuta loro e infine aiuta anche voi.

Bhakti nel ventunesimo secolo

La nota dominante nel ventunesimo secolo sarà la bhakti. Il movi-mento della bhakti ci travolgerà. Lo yoga è stato responsabile per aver indirizzato le persone dal mondo materiale verso quello trascendentale. Il movimento dello yoga ha aperto ovunque la porta al risveglio spirituale. Se lo yoga non fosse risorto, l’umanità non si sarebbe mai rivolta alla spiritualità. Lo yoga ha completato la sua missione con successo. L’hatha yoga, le asana, il pranayama, i mudra, i bandha e le altre pratiche di yoga si sono dimostrati utili per portare l’umanità verso il sentiero della bhakti. Lo yoga è diventato il pretesto, la scusa più funzionale.
Ma il ventunesimo secolo appartiene al kirtan e alla bhakti. Sarà pieno di sankirtan. Il suono di serate dedicate al sankirtan risuonerà nell’atmosfera. Noti cantanti e musicisti si dedicheranno al canto dei kirtan perché non è possibile trovare altrove la gioia e l’estasi che derivano dalla musica devozionale. In questo modo saranno realizzati due obbiettivi. Prima migliorerà il livello della musica. Poi, coloro che trovano molto difficile il sentiero spirituale, attraverso la bhakti lo troveranno facile. Quindi, chi fra di voi riesce a cantare ed ha una famiglia, deve cantare i kirtan. La danza, la musica e il sankirtan domineranno questo secolo. Vi saranno dei kirtan metropolitani, dei kirtan da crociera, dei kirtan da foresta, da montagna e, naturalmente, dei kirtan per i templi.
Cantate il nome di Dio, ascoltate il Suo nome, scrivete il Suo no-me, disegnate la Sua immagine, parlate di Lui, abitate con delle per-sone che parlano di Dio. Questo non vi renderà solo liberi dalle ten-sioni, dall’alta pressione sanguigna e via di seguito, ma vi renderà immensamente felici, una sorta di felicità che non vi potete immagi-nare, che non può provenire da nessun altra cosa in questo mondo. Lo scopo di cantare il nome di Dio è quello di inebriarsi del divino, dell’estasi divina.

Vuotate il vostro cuore

La bhakti è una scienza che porta ad una trasformazione nella consa-pevolezza alla stregua di un cambiamento chimico. La bhakti causa una metamorfosi nei pensieri di una persona, nelle sue azioni e nella sua mente così come nelle sue reazioni, nelle sue risposte e nello stile di vita. Questi cambiamenti possono essere visti e sperimentati. Tutti coloro che hanno raggiunto l’ultimo stadio di bhakti come Mirabai, Kabir e Chaitanya Mahaprabhu ci hanno raccontato una comune verità: che la bhakti è energia divina, amore trascendentale. Non è la normale emozione dell’amore; è l’amore supremo. Quando la mente è completamente e incondizionatamente fusa con qualcosa, diventa un tutt’uno con l’oggetto dell’amore. Quando rivolgete l’amore verso Dio, la mente inizia a perdere se stessa. Diventa lenta-mente una sola cosa con Dio e l’abisso tra il devoto e Dio inizia a diminuire.
La bhakti è l’unico sadhana che sia libero da ostacoli. La bhakti è ispirata e sostenuta da Dio stesso. Si raggiunge soltanto attraverso la grazia di Dio. Quindi, se la bhakti è un dono di Dio, un Suo deside-rio, come possono esserci degli ostacoli? Questa è la mia esperienza personale e sono gli insegnamenti di tutti i saggi, delle grandi anime, delle scritture e dei libri sacri. Bhakti è l’unico sadhana che è semplice, facile, senza pericoli, senza effetti collaterali, rischi o possibilità da andare fuori strada.
La bhakti è un sentiero a nove tappe, ma quello che io intendo con bhakti è semplicemente unire la vostra mente a Dio. Quando la mente è legata ad un uomo o ad una donna si tratta di passione. Quando è attaccata al denaro si tratta di avidità. Ma quando fissate la mente su Dio è bhakti. Io vi consiglio di rivolgere tutti i vostri sentimenti e i vostri attaccamenti, che ora scorrono in varie direzioni, verso un unico punto focale: Dio. Raccogliete le vostre emozioni da tutte le altre relazioni e dirigetele verso Dio. Lasciatevi ogni cosa alle spalle e vuotate il vostro cuore.
Ricordate che se volete conoscere ciò che sta oltre il nome e la forma, oltre i sensi e l’intelletto, il sentiero più semplice è quello di pensare agli altri. Se aiutate i vostri fratelli, anche solo un po’, Dio riverserà certamente la Sua grazia su di voi, perché adorare gli altri è adorare Dio.

Nove Forme di Bhakti

Tratto da: Calendario 2010, Shivananda Math, Rikhia Pith, India.

KIRTANAM

Kirtanam è il canto del nome del guru o della divinità con amore e devozione. Riempie tutto il nostro essere e ci rende capaci di aprire il nostro cuore e di liberarci dalle inibizioni e dalle preoccupazioni del mondo. Nel kirtan danzare e cantare con grande gioia eleva le nostre emozioni. Non dovrebbe esserci coinvolgimento dell’ego, poiché cantiamo solo per Lui, e la musica viene sentita interiormente, non esternamente. Il kirtan viene dal cuore e non dalla mente maliziosa. Alcuni bhakta hanno dedicato tutta la vita a questa forma di devozione che agisce come un procedimento di pulizia che alla fine purifica la mente liberando le tensioni e le emozioni represse.

SMARANAM

Smarana è il ricordo continuo del divino in qualunque forma, in par-ticolare quella del proprio guru. Significa ricordarsi di Lui con ogni respiro. Ogni minuto è colmato con il Suo ricordo; ogni azione e pensiero sono dedicati a Lui. La sua presenza è sempre percepita nel vostro cuore mentre Egli guida e dirige il corso della vostra vita. Lui vi aiuta a superare tutti i vostri problemi e debolezze poiché ne siete sempre consapevoli. La pratica continua di japa aiuta molto ad espandere la propria consapevolezza del divino. Alcune persone ten-gono un piccolo mala che utilizzano specificamente per questo scopo. In ogni momento libero praticano japa sul suo nome o magari sul loro mantra. Questo induce rilassamento e libera dalla tensione. In realtà alcune persone praticano smarana perfino durante il sonno e sono consapevoli del divino per tutta la notte.

PADASEVANAM

Padasevanam è il servizio al guru o al divino ed è anche conosciuto come karma yoga. Il tipo di lavoro non è importante: pulire i bagni o gestire la cucina è indifferente. L’ego non dovrebbe comparire in al-cun modo, sebbene spesso lo faccia. Questo lavoro è per uno scopo molto più elevato e non per un vantaggio personale o per fini egoistici. Nel karma yoga le azioni sono compiute solo per Lui. Il lavoro svolto seriamente e al meglio delle proprie capacità, senza alcuna aspettativa personale, è perfezione. Nulla è mai troppo o troppo poco. Tutta la giornata è in realtà trascorsa in meditazione, dato che il guru è sempre nel proprio cuore e nella mente. Egli lavora attraverso di noi, tenendo la nostra mente focalizzata. Tutta la nostra energia è indirizzata ad eseguire i nostri doveri quotidiani al suo comando. L’unico desiderio di un karma yogi è compiacere il guru e sforzarsi di raggiungere la perfezione in ogni azione.

ARCHANAM

Anche archanam, le celebrazioni e le offerte rituali, sono molto po-tenti quando sono eseguiti col pensiero del divino o del guru nel cuore. Quando i devoti vengono al nostro ashram per vedere Swamiji, portano sempre in dono dolci, frutti, fiori, denaro e altro ancora da deporre ai suoi piedi. Tutte queste cose sono note come offerte e sono molto più importanti dei doni normali. Sebbene Swamiji non ne abbia realmente bisogno, le accetta per il beneficio del devoto. È un privilegio per il devoto dare qualcosa per uno scopo più elevato. Molte persone visitano anche i templi e fanno delle offerte alla divinità che presiede il tempio. Alcuni eseguono varie puja o riti religiosi verso le statue, altri lavano i piedi ai santi o al loro guru e poi ne bevono l’acqua. Tutte queste forme di adorazione hanno differenti scopi e benefici, ma hanno una cosa in comune. Ognuna viene eseguita per amore di Dio o del guru, ed è la grazia divina che ci permette di ricevere ashirvaad, o benedizioni, e di farne esperienza.

VANDANAM

Vandanam è l’adorazione mentale di ogni persona e cosa come forma della divinità. Consiste nel vedere e sentire Dio in tutti e in ogni cosa. La persona di continuo si inchina mentalmente davanti a tutte le cose e a tutte le meraviglie della natura, vedendo la potenza di Dio ovunque. La sua energia permea tutto il cosmo; Egli è il cosmo. Bianchi o neri, siamo tutti uguali agli occhi di Dio. È solo la nostra mente illusoria che ci fa credere diversamente. Siamo tutti uno, siamo tutti manifestazioni di Dio.

DAASYAM

Daasyam consiste nell’essere il servo del guru o di Dio. Tutte le azioni si svolgono al comando del guru. Il devoto obbedisce e lavora per lui come un servo, facendo solo quello che egli dice e nel modo in cui richiede di farlo, proprio come Hanuman serviva il Signore Rama. Hanuman obbediva solo ai comandi del Signore Rama ed ese-guiva tutte le sue azioni solo per amore di Rama. La pratica di daasyam aiuta moltissimo a ridurre il proprio ego.

SAKHYAM

Sakhyam è l’atteggiamento di amicizia verso Dio e il guru, come nella relazione di Sri Krishna col suo discepolo Arjuna. Quando erano sul campo di battaglia, Sri Krishna era come un amico per Arjuna, e gli spiegava la vita e come procedere lungo il sentiero divino della realizzazione. Arjuna aveva il più grande amore e rispetto per il Signore Krishna e non dimenticò mai le sue grandi e divine qualità. Ciò nondimeno riusciva ad essere molto aperto con Lui e a confidargli tutti i suoi problemi più intimi, dato che aveva piena fede nel Signore e nelle sue parole di saggezza. Poiché Arjuna aveva questo tipo di relazione col guru, fu capace di superare tutti gli ostacoli. In alcune relazioni fra guru e discepolo, il guru è come l’amico e il discepolo si sente libero di discutere apertamente con lui di tutti i suoi problemi ed esperienze. Il discepolo, naturalmente, non deve mai dimenticare il potere e la grandezza del suo guru e deve sempre mantenere una forte devozione e rispetto per lui. Questa relazione non dovrebbe essere paragonata ad una normale amicizia.

ATMA NIVEDANAM

Atma Nivedanam è la resa totale. È la più difficile forma di bhakti; conduce alla perfetta unione col guru o col divino. Quando i due di-ventano uno, la volontà del guru è la volontà del discepolo. Il disce-polo cessa di usare la sua mente, in quanto diventa lo strumento divino del guru e fa la volontà di Dio. Non desidera più nulla per se stesso poiché la sua mente, il suo corpo e la sua anima appartengono al guru. Il discepolo è liberato dal suo ego limitato e i suoi desideri sono i desideri del guru, fa esperienza di totale beatitudine ed è per sempre unito al guru. Ogni sua azione esprime la legge divina.

I Grandi Bhakta

Tratto da: Calendario 2010, Shivananda Math, Rikhia Pith, India.

TULSIDAS

Durante la sua vita, Tulsidas scrisse ventidue opere diverse e, sebbe-ne fosse uno studioso di sanscrito, è rinomato come un poeta hindi. Il Ramacharitamanas, un poema epico dedicato a Rama, era la versione Awadhi del Ramayan di Valmiki. Tulsidas credeva in un Dio supremo personale, che possedeva tutte le qualità benevole (sa-guna), come anche nel Brahman impersonale di Shankaracharya, privo di qualità (nirguna). Tulsidas credeva che una volta il Signore stesso avesse assunto la forma umana incarnandosi come Rama per benedire l’umanità. Il Signore va avvicinato con fede (bhakti) e ab-bandono di sé nell’amore perfetto, e tutte le azioni vanno purificate dall’interesse personale nella Sua contemplazione. Dimostrate amore a tutte le creature e sarete felici, perché quando amate tutte le cose, amate il Signore, poiché Egli è in tutto.

MIRABAI

Da bambina Mira s’innamorò profondamente di una statuetta di Kri-shna donata da un santo venuto in visita: era inconsolabile fino a quando non ne entrò in possesso e probabilmente la tenne per tutta la vita. Sua madre sosteneva le tendenze religiose di Mira. Il matrimonio di Mira fu combinato tradizionalmente, in tenera età, col principe Bhoj Raj, il figlio maggiore di Rana Sanga di Chittorgarh. La sua nuova famiglia non approvava la sua reverenza e la sua devozione quando asseriva di essere effettivamente sposata solo con Krishna e si rifiutava di adorare la divinità della famiglia. La devozione di Mira per Krishna fu inizialmente un fatto privato, ma ad un certo punto traboccò in un’estasi che la portò a fondersi completamente nel divino. Una volta, nel pieno dell’estasi, il suo corpo si fuse nella luce e lei, scomparendo nella statua di Krishna, lasciò il piano materiale. Tale fu l’intensità della sua bhakti.

CHAITANYA MAHAPRABHU

In gioventù Chaitanya Mahaprabhu era essenzialmente conosciuto come un erudito, la cui cultura ed abilità nel disquisire non erano se-conde a nessuno nella sua regione. Vi sono numerosi racconti che descrivono l’attrazione di Chaitanya per il canto dei nomi di Krishna fin dalla sua tenera età. Mentre era in viaggio verso Gaya per eseguire la cerimonia shraddha per il padre defunto, Chaitanya incontrò il suo guru, da cui ricevette l’iniziazione col Gopala Krishna mantra. Chaitanya viaggiò in lungo e in largo per tutta l’India per molti anni, cantando continuamente i nomi divini di Krishna. Trascorse gli ultimi ventiquattro anni della sua vita a Puri, in Orissa. Fu durante questi anni che Chaitanya Mahaprabhu si immerse profondamente in vari stati di amore divino (samadhi) manifestando stati di estasi divina (bhakti).

Sri Vijnana Bhairava Tantra

Tratto da: Sw. Satyasangananda Saraswati, “Vijnana Bhairava Tantra”, Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India.

Come scegliere l’oggetto di dharana

Ci sono centinaia e migliaia di simboli, mantra, oggetti e idee tra cui scegliere, ma prima ci sono due punti importanti da considerare. Il primo è che l’oggetto scelto deve essere uno da cui vi sentite attratti naturalmente, il secondo che dovete essere in grado di concettualiz-zarlo facilmente. In termini di evoluzione umana, non ci sono due persone uguali. Ciò che può essere concettualizzato facilmente da uno può essere difficoltoso per un altro. Per esempio, ci sono persone che non possono concettualizzare un pensiero astratto o un’idea e hanno bisogno di qualcosa di più tangibile, mentre altri non possono concettualizzare una forma oggettiva e trovano più semplice focalizzarsi su un’idea astratta, come un Dio senza forma e senza nome.
In questo senso il Tantra non è diverso dal Vedanta, ma il Tantra tiene conto che la maggior parte delle persone non è in grado di con-cettualizzare qualcosa senza forma, il vuoto o il nulla. Per questa ra-gione è stato introdotto il concetto di simbolo per avere un punto di riferimento. È necessario dirigere la consapevolezza volontariamente, piuttosto che permetterle di muoversi involontariamente. Attualmente la mente è dispersa, dissipata e le manca una direzione. Per questo motivo i pensieri, le azioni, le parole e le emozioni, i quattro aspetti della personalità che costituiscono il sé esteriore, sono sempre in disarmonia. Per armonizzarli è essenziale che la consapevolezza sia focalizzata e allineata oltre che stabile ed equilibrata. Non dovrebbe essere vaga e capricciosa.
Riguardo al concetto di simbolo e alla sua necessità in dharana, il punto non è se la realtà ultima o Dio debbano essere percepiti con o senza forma. La domanda è: che cosa deve fare una persona se non è in grado di concepire qualcosa senza forma? Deve abbandonare l’idea di far evolvere la propria coscienza oppure c’è per lui un’altra possibilità? Nei primi sloka di VBT, Shiva dice che la forma è solo un aiuto per l’aspirante. Tramite l’oggetto non si propone di percepire la coscienza suprema o la realtà ultima, ma è ugualmente un aiuto necessario e valido. (VBT sl. 9-10)
In effetti, gli aspiranti non dovrebbero cadere nella trappola di tentare di stabilire se la forma o il senza forma è l’obiettivo. Questo punto andrebbe ignorato del tutto e, invece, bisognerebbe fare dei tentativi notevoli per focalizzare la consapevolezza e dirigerla verso i centri più elevati nel corpo fisico. Anche se si fosse in grado di stabilire se la forma o il senza forma siano reali, sarebbe solo un esercizio di logica imparato dai libri o da altre persone. Dopo aver raggiunto dharana, si conosceranno tutte le risposte e non ci sarà bisogno di chiedere a nessuno, perché l’esperienza individuale sarà la guida.

Non è una questione religiosa

Per perfezionare il sadhana dovete rivolgere maggiore attenzione alla pratica di dharana. Il concetto di Dio non gioca alcuna parte in questo processo. Sia che crediate o no in Dio, sia che il vostro Dio sia alto o basso, chiaro o scuro, maschio o femmina, con una forma o senza forma, questi fattori non sono per niente importanti per la pratica di dharana. Quando imparate a guidare un’auto, non è importante conoscere il suo costruttore. Non sono importanti né l’aspetto né il modo di agire del signor Ford della Ford Motors. Per guidare con successo la vostra auto dovete conoscere queste parti: la frizione, i freni, l’acceleratore e come funzionano.
Similmente, non dovete preoccuparvi di chi crea la coscienza du-rante la meditazione; dovete semplicemente conoscere la natura e il comportamento della coscienza così da poterla dirigere per l’auto-conoscenza e l’illuminazione. In tutto il testo degli Yoga Sutra, che tratta della scienza della mente, il saggio Patanjali non parla nemmeno di Dio. Analogamente, in VBT l’enfasi è sui metodi pratici per focalizzare la mente e non su alcuna forma o filosofia di Dio. Per allenare la mente e la consapevolezza non importa se credete o no in Dio. Potete negare Dio, ma non potete negare la mente, chetana o consapevolezza. La mente, e non Dio, è l’argomento di VBT e di tutti i testi di tantra e yoga.
Per questo il simbolo per dharana può essere qualsiasi cosa. Non deve necessariamente essere tratto dall’iconografia religiosa. Natu-ralmente, è vero che certi simboli sono catalizzatori più potenti per focalizzare la consapevolezza poiché sono stati presi dall’inconscio collettivo e corrispondono agli archetipi presenti nell’uomo. Tuttavia, potete scegliere qualsiasi simbolo verso cui la mente è spontaneamente attratta e questo sarà efficace. Idealmente, tuttavia, il simbolo è scelto secondo il temperamento psichico e l’inclinazione dell’aspirante ed è sempre raccomandabile riceverlo da una persona illuminata o da qualcuno esperto in questa scienza. Ad ogni modo, una volta che il simbolo è deciso non dovrebbe essere cambiato poiché questo potrebbe destabilizzare la coscienza interiore e causare squilibrio.

La scienza d’oggi

Atma chintan, o pensiero riflessivo, eleva la consapevolezza, poiché anche questo è una forma di dharana che viene praticata in jnana yo-ga. Anche prestare attenzione filosofica a qualcosa è dharana. Le maggiori scoperte dell’umanità sono state possibili solo attraverso questi mezzi. Le mele cadono dagli alberi ogni giorno, ma solo Newton dedusse la legge di gravità quando ne vide cadere una, poiché potè rivolgere una forma di attenzione filosofica a quell’evento. Ogni giorno vi fate il bagno nella vasca ma, a differenza di Archimede, non avete potuto scoprire il principio del galleggiamento. Riuscite ad immaginare quanto doveva essere focalizzata la consapevolezza dell’uomo che donò l’elettricità al mondo?
Dharana sviluppa questa qualità di consapevolezza. Qualsiasi grande artista, musicista, matematico, scienziato, uomo d’affari, sportivo, politico, statista, siddha o santo ottiene la perfezione nel suo campo solo perché è esperto in dharana. I grandi risultati non sarebbero stati possibili se tutti loro fossero stati in grado di focalizzare la loro consapevolezza nei campi che hanno scelto. Senza concentrazione e mente focalizzata non è nemmeno possibile adempiere ai compiti quotidiani. Come si può allora raggiungere il grande compito dell’illuminazione senza una concentrazione stabile e prolungata?
Non importa quale sia il vostro credo religioso, sociale o politico. Non ha importanza a quale paese appartenete o se siete maschio o femmina, giovane o vecchio, istruito o non istruito. Non importa neppure se siete buono o cattivo, importante o insignificante. La pratica di dharana è utile a tutti, indipendentemente dal loro stato nella vita. Qualsiasi successo si possa ottenere, sia materiale, emozionale, professionale o spirituale, dipende dall’abilità di concentrare la mente sul compito che si sta svolgendo. Questo sistema di allenamento mentale, così come è descritto nel tantra e nello yoga, non è una dottrina religiosa. È la scienza d’oggi, sebbene sia stata rivelata molto tempo fa dai rishi e muni. Vi immaginate il livello di evoluzione raggiunto dalla società in cui gli uomini e le donne descrivevano il lavoro del corpo umano, della mente e della coscienza con tale sorprendente chiarezza e precisione?
Lo yoga e il tantra non sono religioni, dice Swami Satyananda. Sono scienze che influenzano tutte le dimensioni dell’uomo: fisica, mentale, psichica e spirituale. Essi contengono sistemi di pratiche e di conoscenza interiore altamente evoluti, veramente potenti e atti-nenti ai nostri bisogni, e possono risolvere tutti i problemi che fron-teggiamo oggi, siano essi correlati a malattie fisiche, stress mentali, depressione, squilibrio emozionale, mancanza di fiducia e molti altri malanni cui siamo soggetti mentre simultaneamente attivano l’evo-lu¬zione della coscienza.

Applicazioni terapeutiche di dharana

Avete mai paragonato il comportamento di una mente agitata e irre-quieta con quello di una mente focalizzata e concentrata? Provate ad immaginare un pendolo che oscilla freneticamente a destra e a sini-stra e poi gradualmente si stabilizza al centro senza più muoversi. Mentre il pendolo oscilla c’è un’intensa attività così come c’è un costante movimento nella mente agitata e irrequieta. Quando il pen-dolo si ferma c’è immobilità, proprio come quando la mente tranquilla sperimenta il vuoto, il nulla o shunya. Questo stato di vuoto e di tranquillità è conosciuto come turiya, in cui si riversa la conoscenza trascendentale portando all’illuminazione.
Dharana è importante non solo perché conduce a questa esperien-za ma anche perché prepara l’aspirante a riceverla. Sebbene l’esperienza trascendentale avvenga oltre il corpo, i suoi effetti si sentono nel corpo in modo molto intenso. I diversi organi del corpo sono influenzati da questa esperienza poiché filtra ad ogni livello. Perciò, la pratica di dharana influenza tutti i livelli del nostro essere: fisico, mentale, emozionale, psichico così come spirituale. Rimuove i blocchi e gli ostacoli da ogni livello così che l’esperienza della co-scienza di turiya possa rivelarsi. Grazie a questo dalla pratica si può trarre anche un senso di benessere, dinamismo, fiducia e immenso potere interiore.
Perciò possiamo dire che dharana è molto importante per la nostra evoluzione spirituale così come per il nostro benessere globale. In questo senso, la pratica di dharana può essere considerata anche come una forma di terapia fisica e mentale. In Australia e in America dharana è già stata applicata con successo per il trattamento di malattie gravi come il cancro e l’AIDS. Ai pazienti fu chiesto di focalizzare la loro attenzione, attraverso un processo di visualizzazione, sulle cellule malate distruggendole e rimpiazzandole con cellule sane, più o meno nello stesso modo in cui un esercito ne distrugge e ne annienta un altro.
Dharana è una terapia anche a livello mentale poiché imbriglia, focalizza, fortifica, dirige e infine libera la mente. Swami Satyananda afferma che dobbiamo sempre essere amici della mente. Questo significa che non bisogna mai opporsi o sopprimere la mente. Naturalmente ci chiediamo come sia possibile vivere nella società senza opporsi alla mente che ci può suggerire qualsiasi cosa. Per esempio, se sopraggiunge il pensiero di ferire qualcuno con parole o azioni dure, dovremmo sopprimerlo o esprimerlo? Swami Satyananada dice che non dovremmo fare niente di tutto questo; dovremmo invece imparare a imbrigliare la mente attraverso dharana.
Attraverso questa pratica la mente viene distolta dalle negatività verso esperienze ed espressioni positive. Non è questa una terapia per la mente? L’angoscia che la mente affronta a causa delle idee negative è eliminata senza scontro, repressione o espressione. Oggi parliamo di armonia, fratellanza e pace, ma queste espressioni positive sono possibili solo se la mente viene trasformata. Le qualità negative della mente causano separazione, dolore e afflizione; non vi è alcuna sensazione di unità. Ogni individuo si sente separato dagli altri. Attraverso dharana la mente supera queste barriere che separano gli uomini fra loro. Questo ci dona una prospettiva e una visione delle cose più equilibrata e ci consente di essere più in armonia col nostro ambiente e con noi stessi.

Trasformare la struttura genetica

La maggior parte delle malattie che dilagano nel mondo il giorno d’oggi sono causate da difetti genetici ereditati dai genitori, non da virus o batteri. Questi difetti sono profondamente codificati nel DNA, e nessuna medicina può correggerli. La scienza medica non ha trovato alcuna cura per molte malattie del metabolismo, come diabete, artrite, sclerosi multipla, insufficienza cardiaca, cancro e aids. Al massimo può fornire rimedi temporanei, ma nessuna soluzione definitiva.
Tuttavia, i difetti genetici possono essere influenzati, modificati e corretti da un pensiero, un’idea, un sentimento o un’emozione. Un sentimento profondo può alterare la struttura genetica in un modo tale che nessuna medicina può fare. Per questo motivo le pratiche di dharana sono inestimabili per l’umanità, poiché dharana può agire dove la medicina fallisce. Questo fu compreso molto tempo fa dai veggenti tantrici e vedici, che modificarono completamente la struttura del loro DNA utilizzando proprio queste pratiche di dha-rana e dhyana.
Questo è un punto estremamente importante per il benessere dell’umanità perché è qui che risiede l’origine dei nostri problemi. Le persone di tutto il mondo soffrono a causa di malattie e disarmo-nie e nonostante i progressi della scienza moderna, non sono state trovate risposte. Ora è il momento di cercare la risposta interiormente. Abbiamo il potere di correggere tutti i nostri difetti genetici e metabolici. È solo che nessuno ci ha mai insegnato come accedere ad esso. Questo potere è svelato attraverso la pratica di dharana. Pertanto dharana è importante non solo per l’esperienza spirituale ma anche per la vita di ogni giorno, così che possiamo diventare individui sani, felici ed equilibrati.
Con il processo di dharana si deve generare una trasformazione completa della struttura genetica per convertire la consapevolezza terrena e grossolana in consapevolezza spirituale. La sola differenza è che questa trasformazione avviene in una dimensione molto più sottile di quella fisica. Quando si perfeziona dharana, la struttura genetica, che prima era influenzata solo sul piano fisico, riceve l’influenza della pratica anche a livello pranico, mentale, intuitivo e spirituale. Perciò l’intero essere viene trasformato dalla pratica e l’individuo può diventare anche una persona completamente diversa.
In epoca recente abbiamo esempi come Ramakrishna Parama-hamsa, Swami Vivekananda, Swami Shivananda, Swami Satyanana-da, Anandamayi Ma e Sai Baba di Shirdi. Anche nella storia vedica abbiamo splendidi esempi di numerosi rishi e muni che svilupparono una grande abilità fisica, mentale, intuitiva e spirituale attraverso la padronanza di dharana, dhyana e samadhi.

Commentario

9. L’aspetto sakara di Bhairava

Tadasaaratayaa devi vijneyam shakrajaalavat;
Maayaasvapnopamam chaiva gandharvanagarabhramam. (9)

Traduzione letterale
Tat: quello; Asaaratayaa: inconsistente; Devi: O Devi; Vijneyam: sapere; Jaalavat: come la magica rete; Shakra: Indra; Maaya svapna upamam: illusorio, simile al sogno; Chaiva: ed anche; Gandharva: musicista celeste; Nagara: città; Bhramam: illusione.

Traduzione
O Devi, l’aspetto sakara di Bhairava è inconsistente e di nessun valore spirituale, come la rete illusoria di Indra e come l’illusione dei musicisti celesti.

Commento

Questo è uno sloka molto importante nel contesto filosofico poiché sgretola alla base sakara e di conseguenza rivaluta nirakara. Questa è l’essenza del Vedanta, una filosofia che cerca di definire la trascendenza con la massima onestà e sincerità. Vedanta significa “la fine della conoscenza” e a questo riguardo la sua asserzione finale è: “Neti, neti”, non questo, non questo. Perciò è stato apertamente discusso che la realtà suprema è senza forma, o nirakara. Con la descrizione dell’aspetto di sakara come illusorio e privo di sostanza, questo testo ripete le asserzioni del Vedanta, dimostrandone la somiglianza dei principi.
Indra è il Signore dei deva che governa i cieli. Appare in prima fila nel pantheon vedico ed era invocato e venerato in tutti gli inni dei Veda. I Gandharva sono i musicisti celesti che risiedono in paradiso. Con la loro conoscenza musicale, creano la magica ebbrezza e beatitudine perpetua nelle sfere del paradiso, per questo sono molto corteggiati dai deva e dai loro opposti, i daitya. I deva e i daitya sono esperti nel creare maya, o effetto illusorio sulla mente. Per questo motivo coloro che risiedono in paradiso sono soddisfatti e contenti di sé.
Le comuni cause di sofferenza per gli uomini, come malattia, vecchiaia, morte, preoccupazione, ansia e infelicità, sono sconosciute a coloro che risiedono in paradiso. Ma la beatitudine paradisiaca di cui godono è anch’essa illusoria perché non dura per sempre. Si dice che coloro che vivono secondo il dharma ottengono il paradiso tramite le loro azioni meritevoli. Tuttavia, quando la loro parte di merito si esaurisce, l’anima ritorna al samsara, o ciclo di nascita e morte. Il paradiso è solo per il godimento dei meriti che una persona ha guadagnato durante la sua vita terrena. In paradiso non è possibile ottenere altri meriti.
Questo sloka afferma decisamente che sakara non ha valore spiri-tuale; piuttosto, l’associazione con la forma vi rende illusi riguardo la natura reale di bhairava. Fino a quando sarete sotto l’influenza di sakara, o forma, non sarà possibile sperimentare la trascendenza. Cosa significa tutto questo in relazione a tutte le puja – celebrazioni – e dharana – concentrazione sul simbolo – che abbiamo fatto nel corso degli anni? Significa che tutti questi sadhana non hanno valore spirituale e che abbiamo illuso noi stessi? La risposta è sì e no.
Sakara sadhana potrebbe non avere valore spirituale nel senso de-finitivo, ma non è possibile raggiungere nirakara, o ciò che ha valore spirituale, senza passare attraverso sakara. Sakara è una pre-parazione che insegna i mezzi che sono necessari per affrontare le onde della beatitudine spirituale. Tutto quello che avete fatto sino ad ora è una preparazione per il grande salto evolutivo. È peraltro vero che senza questa preparazione non è possibile nemmeno pensare di poter fare questo salto perché cadreste sicuramente negli abissi.
Dopo aver messo in guardia il sadhaka circa i limiti di sakara all’inizio di questo discorso, Bhairava descrive il tipo di sadhaka per il quale il sakara sadhana sarà utile. Successivamente propone i me-todi per realizzare la realtà senza forma, che è la base per l’esperienza spirituale. Questo testo offre molti metodi per raggiungere il punto più elevato di consapevolezza, non solo gli strumenti di mantra, yantra e mandala. Dopo tutto, se state viaggiando da un posto freddo ad uno caldo, ad un certo punto del vostro viaggio dovrete abbandonare i vostri indumenti di lana. Ma solo perché nel corso del vostro viaggio li avete abbandonati non significa che erano inutili, dal momento che all’inizio ne avevate bisogno. Senza quei vestiti caldi vi sareste potuti ammalare e non sareste stati in grado di completare il vostro viaggio. Vi hanno protetto sino a quando avete raggiunto il punto in cui potevate conti-nuare anche senza.
Inoltre, in questa affermazione vi è un più profondo significato. Una volta avvisato riguardo la natura illusoria di sakara (ciò che ha forma), il sadhaka dovrebbe capire che alla fine dovrà perfezionare la capacità di ricreare quello stesso oggetto utilizzato per la pratica con sakara anche in assenza dell’oggetto stesso. In altre parole, dovrà trascendere l’oggetto fatto d’argilla, di pietra o metallo poiché la sua natura è finita, essendo soggetto al decadimento, ed invece dovrà realizzare la realtà infinita di quello stesso oggetto attraverso dharana e dhyana.
Così, quando Bhairava parla di sakara come illusorio e di nessun valore spirituale, in effetti significa che le esperienze che avete in relazione all’oggetto non hanno valore spirituale sino a quando appartengono al regno mentale e psichico, che è in relazione con i livelli del conscio e dell’inconscio. Solamente quando siete in grado di trascendere l’oggetto fatto di argilla e di sostituirlo con uno fatto di energia e poi di coscienza, riuscirete a raggiungere la sfera dello spirito. Swami Shivananda, nel suo libro “Mind: Its Mysteries and Control”, in cui descrive con estrema chiarezza e precisione questo processo ingannevole, afferma che qualsiasi oggetto si veda esternamente, questo ha la propria immagine nella mente.