Satyananda Ashram Italia

Scuola di Yoga

Satyananda Ashram Italia


  • Visita a Trayambakeshwar
  • Il Completamento del Primo Capitolo della Mia Vita 
  • Impressioni ed Esperienze nell’Ashram a Rikhia e Munger 
  • Bhakti Yoga 
  • Hatha Yoga Pradipika 
  • Un Invito alla Sat Chandi Mahajana e Yoga Purnima

Visita a Trayambakeshwar e a Rishikesh

Shodashi Anushthan e Shraddhanjali Saptah

Tratto da: www.yogavision.net, Living Yoga With Swami Niranjan

Il 2 gennaio 2010 io e Swami Satsangi abbiamo visitato Trayambakeshwar, dove Shiva è rappresentato con tre facce, quelle di Creatore, Preservatore e Distruttore. Perciò è chiamato Trayambakeswar. Questa forma di Shiva che rappresenta Brahma, Vishnu e Rudra, era l’ishta deva di Sri Swamiji. Al tempio abbiamo condotto due puja molto speciali, con un effetto calmante, pacifico e di incoraggiamento. La sensazione era quella di benevolenza e grazia che discendevano in un bellissimo ambiente. La prima puja è stata condotta nel recinto esterno del tempio, la seconda all’interno del sancta sanctorum in cui si trova il lingam. Si potevano sentire la pace, la felicità e l’appagamento che emanavano da quel luogo.
Siamo andati al goshala, la stalla, a Neel Parvat, Juna Akhara, dove nel 1989 Sri Swamiji aveva vissuto durante Chaturmas e praticato i suoi sadhana. È in questo luogo che gli era stata rivelata Rikhia. Nella stalla, un sannyasin aveva acceso un piccolo lume e posto una bella foto di Sri Swamiji. Era tutto mantenuto come se Sri Swamiji vivesse lì.
Il 5 gennaio siamo arrivati a Rishikesh, siamo andati a Shivananda Ashram e abbiamo trascorso il pomeriggio nel kutir di Swami Shivanandaji. È stata un’esperienza magnifica e intensa. Era come se Swami Shivananda si stesse occupando di tutto, non c’era nulla da preoccuparsi. Swami Shivananda stava vegliando su tutti noi.
Alle cinque e trenta del mattino del 6 gennaio è stata condotta una puja speciale nel tempio dedicato a Vishwanath, a Shivananda Ashram. In questo tempio Swami Shivananda aveva collocato uno Shivalingam e lui stesso vi conduceva abhisheka. Anche Sri Swamiji aveva qui condotto abhisheka per sei mesi come suo compito quotidiano, ed io e Swami Satsangi vi abbiamo condotto Rudrabhisheka. Alle 9.30 siamo andati al samadhi di Swami Shivanandaji dove abbiamo svolto la guru paduka puja, l’abhisheka dei sandali di legno – khadau – di Swami Shivananda.
Quindi, nell’ashram di Rishikesh si è svolto il bhoj (pranzo) in cui si offre da mangiare ai brahmacharya, swami, ospiti e studenti residenti. A tutti è stato offerto il prasad per conto di Sri Swamiji.
Il 6 gennaio anche a Trayambakeshwar è stato offerto il bhoj a un migliao di sannyasin provenienti dai tredici akhara rappresentati a Nasik e al Panda Committee del tempio insieme ai devoti da Mumbai, Nasik, Aurangabad, Puna e altri luoghi.
Rishikesh e Trayambakeshwar hanno una profonda connessione con la vita di Sri Swamiji. Rishikesh è stato il posto del suo guru, dove è rinato come sannyasin e Trayambakeshwar è stato il posto di Shiva che ha guidato Sri Swamiji in ogni gradino della sua vita e gli ha rivelato il futuro.

Shodashi Anushthan e Shraddhanjali Saptah

Dopo il suo Mahasamadhi, Sri Swamiji ha dato a tutti il suo ultimo darshan il 6 Dicembre. Quel giorno migliaia di persone dai villaggi, ospiti, delegati e discepoli si sono riuniti a Rikhiapith per avere l’ultima visione del loro guru, di un siddha e di un santo. Al momento del godhuli bela, l’ora del tramonto, si è svolto purna abhisheka su Sri Swamiji nell’area del Panchagni Vedi, quindi gli è stato dato il bhu samadhi, è stato sepolto nella terra, in Parna Kutir.
Quindi, dal 7 al 22 dicembre, secondo la tradizione dei sannyasin, a Rikhiapith si è svolto per sedici giorni Shodashi Anushthan. Ogni giorno si svolgevano differenti havan e Rudrabhisheka, la recitazione della Bhagavad Gita, del Ramacharitamanas, di diffe-renti inni e il canto dei kirtan al ritmo delle ammirevoli kanya e dei batuk di Rikhia.
Ogni giorno gli abitanti dei villaggi di Rikhia Panchayat erano invitati per ricevere da mangiare, e ogni giorno più di cinquecento famiglie hanno ricevuto il prasad con le benedizioni di Sri Swamiji. Una speciale puja è stata condotta dalle yogini del Sud dell’India per installare il guru tattwa nel mandala dello Sri Yantra, e uno speciale Rudrabhisheka è stato condotto dai pandit provenienti da Varanasi. È stato anche offerto un pranzo per i rappresentanti dei differenti sampradaya – tradizioni spirituali – e parampara – ordini di sannyasa.
Per tutti questi sedici giorni a migliaia si sono riversati da tutto il mondo a Rikhiapith. Molti arrivavano in lacrime, ma non appena en-travano nell’aura di pace e di silenzio che pervade l’area del samadhi di Sri Swamiji, si poteva vedere che facevano esperienza di un profondo senso di soddisfazione e appagamento, e che sentivano la presenza di Sri Swamiji nel loro cuore.
Dal 24 al 30 dicembre, a Munger, è stata organizzata Shraddhan-jali Saptah, ancora a migliaia sono venuti a portare i loro omaggi ac-compagnati dal canto e dalla recitazione di bhajan, kirtan, stotra e mantra, lo svolgimento di havan e puja. 

Il Completamento del Primo Capitolo della Mia Vita

Tratto da: www.yogavision.net, Living Yoga With Swami Niranjan

Hari Om Tat Sat

Questo è il mio cinquantesimo anno. A questo punto completo il pri-mo capitolo della mia vita che ebbe inizio nel 1960 ed è durato fino al 2009; ora inizio a scrivere il secondo capitolo che ha avuto inizio nel 2010, dopo il Mahasamadhi di Sri Swamiji. Mentre scrivo le righe conclusive del primo capitolo e il prologo al secondo, il mio cuore è colmo di gratitudine verso Sri Swamiji. È stato lui che mi ha donato la mia vita ed è la mia eterna ispirazione. La sua presenza riempie la mia vita in modo travolgente e fa di me ciò che sono oggi.
Anche se nato da genitori che erano discepoli e sostenitori di Sri Swamiji, non mi sono identificato con loro, né allora né oggi. Li ri-spetto per ciò che essi sono, mio padre e mia madre; ma ho sempre desiderato stare con Sri Swamiji che incarnava sia la chiarezza e la fermezza di mio padre, sia la sensibilità e l’amore di mia madre.
Fu dovuto alla grazia e alla chiamata di Sri Swamiji che io nacqui il 14 febbraio 1960 da Sri Satyavrat e Basanti che, più tardi, divennero Swami Satyabratananda Saraswati e Swami Dharmashakti Saraswati, i primi discepoli di Sri Swamiji e i pilastri per la fondazione dell’International Yoga Fellowship Movement.
Quando avevo un mese Sri Swamiji mi prese fra le braccia e mi sussurrò nell’orecchio i sacri ed eterni mantra: “shuddhosi, buddhosi, niranjanosi; sansara maya parivrajitosi”, piantando così il seme del mio destino.
Fu Sri Swamiji che mi permise di gattonare fra i suoi dhoti e kurta, di abbracciarlo e fargli il solletico mentre meditava, mentre teneva delle conferenze o delle lezioni, e nel 1966 esaudì il mio desiderio di stare con lui e di fare di Munger la mia casa.
Fu lui che senza alcuno sforzo mi educò e preparò al mondo e alla vita, mi insegnò yoga nidra e materie come l’arte, le scienze, le lingue, le scritture e tutto ciò che so oggi.
Sri Swamiji mi benedisse e mi dette l’occasione di viaggiare per quarant’anni in ogni parte del mondo insegnando yoga, osservando le diverse società, facendo ricerche sulle antiche e moderne tradizioni spirituali del mondo, assistendo allo sviluppo del Satyananda Yoga, stabilendo e gestendo varie istituzioni e guidando le persone nel loro viaggio spirituale.
È stato puramente attraverso la sua grazia che in ogni parte del mondo persone di ogni etnia, di ogni nazionalità e cultura mi hanno accettato, amato, sostenuto ed assistito in ogni mio impegno.
È stato Sri Swamiji che nel luglio del 2009 mi ha guidato nella conclusione del primo capitolo della mia vita e che mi ha dato la chiara indicazione e il progetto della futura direzione a me destinata.
Durante questo viaggio della mia vita, durato cinquant’anni, ho incontrato molte persone che mi hanno assistito, sostenuto e che sono state dei catalizzatori per la mia crescita e il mio sviluppo. Desidero esprimere la mia gratitudine e il mio rispetto a Rishi Vashishtananda e Rishi Arundhati in Canada, a Swami Pragyamurti in Inghilterra, a Rodrigo e Gloria Nino, Ignacio e Maria Teresa Copete in Colombia, a Rishi Vivekananda e Rishi Hridayananda in Australia, a Siru e Savitri Nainani in Spagna per la loro cura e per il loro ruolo educativo durante i miei primi anni.
Con il cuore desidero esprimere il mio amore e la mia gratitudine per l’aiuto, il contributo e sostegno nella diffusione del messaggio della nostra tradizione di yoga a tutti i simpatizzanti, i sostenitori, gli amici, i sannyasin, i karma sannyasin e i discepoli dell’Europa occidentale e orientale, del sud, centro e nord America, dell’Australia, dell’Asia e dell’Africa, e mando i miei più sentiti auguri con una preghiera per la vostra pace e prosperità nella vita.
Sono troppe le persone con le quali ho interagito durante questo periodo di cinquant’anni per poterle menzionare qui ma desidero ringraziare ognuno per il proprio contributo alla causa dello yoga e per il ruolo di amicizia, di amore e di sostegno nella mia vita. Ognuno ha un posto speciale nella mia memoria e viene ricordato con affetto nelle mie preghiere.
Ho sempre sentito, e ancora oggi continuo a sentire, lo splendore della continua ispirazione di Sri Swamiji che ha abbracciato la mia vita fin dal momento della mia nascita. La sua illuminata presenza nella mia mente e nel mio cuore mi riempie della forza necessaria per iniziare il secondo capitolo e fare il prossimo passo in questo lungo viaggio.
Nella prima fase del viaggio, mentre lavoravo per la diffusione dello yoga, camminavo insieme a migliaia di persone. Oggi esprimo i miei sentimenti di gratitudine a ogni singola persona e aspetto la vostra compagnia ogniqualvolta le nostre strade si incontreranno di nuovo.

Prologo al Secondo Capitolo

L’eredità che ricevo da Sri Swamiji non è quella di una posizione, di una mansione o di potere presso una qualche istituzione o fondazione, ma è quella di sannyasa.
Ora cammino da solo sul sentiero per realizzare l’eredità e la successione al sannyasa così come mi fu dato da Sri Swamiji.
Nel giorno di grande auspicio di Guru Purnima 2010, mi rimetto in linea con la direzione datami dal mio guru Sri Swamiji, ed esprimo i sentimenti:

Satyam è il mantra
Satyam è la divinità
Satyam è adorazione
Satyam è ispirazione
Satyam è la visione
Satyam è il Signore immacolato.

Sri Swamiji mi raccontò una storia quando avevo circa nove anni. In questa storia un viaggiatore di nome Jiva Ram stava viaggiando da un luogo molto lontano verso casa sua, che era a Brahmapuri, la Città Cosmica. Dopo aver viaggiato per molti anni e attraversato lunghe distanze, arrivò in un hotel a cinque stelle chiamato il Grande Universale o Samsara. Là si riposò, mangiò bene, si divertì e fece amicizia con il gestore dell’albergo, il Signor Denaro Ram, e con una moltitudine di bellissime assistenti. Gli fu data la suite reale numero 066 al piano 6, la cui vista dava su dei viali adornati di gioielli, su una piscina, su delle belle nuotatrici dal corpo scoperto, su ristoranti, bar e casinò di questo Grande Hotel Universale. Il viaggiatore inebriato, in compagnia di belle fanciulle chiamate signorina Desiderio, signorina Infatuazione, signorina Incomprensione, signorina Errori (Miss Desire, Miss Infatuation, Miss Understanding, Miss Takes, giochi di parole in inglese, n.d.t.), dimenticò presto se stesso. Le fanciulle intrattennero il viaggiatore tutti i giorni con musiche, danze, vino e donne accompagnate da altri loro amici, il signor Avidità, il signor Rabbia, il signor Gelosia e il signor Ego. Il tempo passò. Il viaggiatore si divertiva in compagnia del personale alberghiero. La sua casa, il suo posto, il destino del suo viaggio divennero un ricordo vago e remoto.
Un giorno un altro strano viaggiatore si prenotò in quell’albergo al Piano Senza Fronzoli 1, camera 08. Era uno strano tipo con la testa rasata, vesti color ocra e, come ornamento, perle di legno intorno al collo. Il suo corpo, avvolto in una maestosa aura mistica, splendeva di luce eterea. Passava la maggior parte del tempo da solo in camera, mangiava da solo a un tavolo in un angolo ed evitava le futili chiacchiere con gli altri ospiti e con il personale dell’albergo. Jiva Ram ne fu attratto e affascinato. Una sera, dopo molte lusinghe, il signor Denaro Ram disse a Jiva Ram che il nuovo ospite dell’albergo era un eccentrico che ogni tanto arrivava all’albergo e che sceglieva sempre la stessa camera. Jiva Ram si domandò chi potesse essere questo silenzioso, solitario, eccentrico viaggiatore e una sera, prendendo coraggio, si recò al Piano 1 e bussò alla porta della camera 08.
La porta si aprì lentamente e Jiva Ram percepì lo sguardo pene-trante. Ebbe paura, come se la sua anima fosse stata messa a nudo – ma soltanto per un istante. Si rese conto che, nello sguardo penetrante non vi era nessun genere di minaccia ma che vi erano compassione e bontà.
“Entra, entra”, sono le parole che uscirono dalla bocca dello stra-niero. Come ipnotizzato Jiva Ram si decise ed entrò nella camera. Lo strano viaggiatore sorrise in silenzio, chiuse la porta e seguì Jiva Ram nella camera.
Jiva Ram disse: “Voglio essere tuo amico. Il mio nome è Jiva Ram. Tu come ti chiami?”. Lo straniero sorrise: “Le persone mi co-noscono come la Guida”. Jiva Ram domandò: “Chi guidi e dove li conduci?”. “Guido i viaggiatori perduti come te e li accompagno a Brahmapuri”, rispose la Guida. Jiva Ram disse: “Veramente? Anch’io ero un viaggiatore che andava verso Brahmapuri. Venni qua per risposarmi e sono qui da molti anni. Questo albergo è diventato casa mia e gli ospiti e il personale alberghiero sono diventati miei amici. Qui tutti mi amano, hanno bisogno di me e mi rispettano”.
“Non ricordi la tua dimora? Non desideri continuare il tuo viag-gio?” domandò la guida con un sorriso. “Certe notti sogno un luogo, una casa e vedo dei volti vagamente familiari, remoti, ma questi sono soltanto dei sogni”, disse Jiva Ram. “Conosco la strada e ti ci posso portare in sicurezza”, disse la Guida. “Quando partiamo?” chiese un eccitato Jiva Ram. “Perché non stanotte, nella frescura del clima. Fa’ le valigie, disdici l’albergo e partiamo” disse serenamente la Guida con uno sguardo onnisciente.
Jiva Ram corse verso la sua camera, fece le valigie e andò verso il ricevimento per saldare i conti. “Hai forse perso la ragione? Il viaggiatore eccentrico ti ha fatto il lavaggio del cervello perché tu partissi?” gridò Denaro Ram da dietro il banco. “Partire di notte per una città che nessuno ha visto, incamminarsi lungo dei sentieri stretti e senza protezione nella giungla infestata da animali selvaggi”. Poi, con voce triste: “Infrangerai il cuore di signorina Desiderio e di signorina Infatuazione che ti amano tanto. Con chi riderò delle barzellette? Con chi berrò e giocherò a poker? Se vai via mi sentirò solo e senza amici”. Poi, afferrando le braccia di Jiva Ram, disse: “Vieni amico mio, beviamo. Non pensare troppo alla Guida poiché egli fuorvia sempre le persone, le deruba e le uccide nella giungla. Qui hai tutto; le comodità, il vino, le donne e il divertimento per aiutarti a dimenticare la tua pazza idea di seguire la Guida. Lui ti farà soltanto soffrire e ti priverà dei tuoi averi. Guarda, signorina Desiderio e signorina Infatuazione stanno aspettando per darti piacere in ogni maniera possibile”.
Allettato dalle parole di Denaro Ram, Jiva Ram abbandonò l’idea di partire e passò tutta la notte in compagnia dei suoi amici e delle fanciulle, festeggiando, bevendo e ballando. Arrivò il mattino e Jiva Ram barcollò fino alla sua camera e crollò in un sonno profondo fra le braccia di signorina Desiderio. La Guida fu dimenticata.
Nel tardo pomeriggio, un Jiva Ram stanco e dagli occhi cisposi, scese al ristorante per una tazza di caffè. Al tavolo in un angolo stava seduta la Guida che guardava Jiva Ram. Jiva Ram evitò il contatto visivo e si mise a sedere ad un tavolo lontano per prendere il caffè. Dopo un po’ di tempo la Guida si alzò e andò verso il tavolo di Jiva Ram dicendo: “Ti ho aspettato ma non sei venuto. Che cos’è successo?”. Jiva Ram disse: “Ho cambiato idea. Non vado da nessuna parte lasciandomi alle spalle i miei amici dal cuore infranto. Essi mi amano e hanno bisogno di me. Moriranno sicuramente se io li lascio. Ora sto programmando di sposare la bellissima e affascinante signorina Desiderio, che non riesce a vivere senza di me”.
“Hai tristemente torto se pensi che le persone di questo albergo siano tue amiche, che ti amino e abbiano bisogno di te. In questo al-bergo nessuno si interessa a nessuno. Tutti sono egoisti e manipolatori”, disse la Guida. “Ciò che dici è sbagliato”, disse Jiva Ram. “Tutti mi amano e mi hanno messo in guardia sul fatto che tu fuorvii le persone. Prova che ciò che dici è vero, poi ci penserò se venire con te”. “Va bene”, disse la Guida. “Stanotte vieni nella mia camera e conoscerai la verità”. Jiva Ram rimase perplesso davanti alla forza delle parole della Guida. Stordito e in uno stato d’animo pensieroso tornò nella sua camera.
Venne la notte. Ignorando l’invito di Denaro Ram di recarsi giù al bar, Jiva Ram si finse stanco e preferì rimanere nella sua stanza per riposare. Dopo mezzanotte, quando l’albergo era chiuso e tutti si erano ritirati nelle loro stanze, Jiva Ram si recò di sotto in punta di piedi e bussò alla porta della Guida. La porta si aprì istantaneamente e la Guida fece cenno a Jiva Ram di seguirlo quietamente e in silenzio. La Guida portò Jiva Ram attraverso lunghi e silenziosi corridoi, verso un’altra parte dell’albergo e si fermò davanti ad una stanza. In silenzio fece cenno a Jiva Ram di ascoltare la conversazione che si stava svolgendo all’interno della stanza.
Jiva Ram ascoltò e udì la dolce voce della signorina Desiderio che diceva all’ospite della camera: “Tu sei il migliore, il mio tutto. Io appartengo a te e a nessun altro. Amami”. Jiva Ram non poteva credere alle sue orecchie. Guardò attraverso il buco della serratura e vide la signorina Desiderio e la signorina Infatuazione in un abbraccio amoroso con l’ospite, mentre sussurravano frasi dolci nelle sue orecchie.
Jiva Ram non poté guardare più a lungo. Con gli occhi pieni di la-crime disse alla Guida: “Portami via subito. Non posso restare qui un minuto di più. I miei occhi si sono aperti”. La Guida disse a Jiva Ram di fare le valigie ma Jiva Ram disse che non occorreva nulla e che se fosse stato necessario, poteva essere acquistato strada facendo.
La Guida portò un Jiva Ram lacrimante e depresso nella sua camera. Jiva Ram si sciolse e disse. “Voglio dimenticare tutto ciò che è successo qui e lasciare questo albergo con la mia mente fissa su Brahmapuri”. Poi la Guida chiese a Jiva Ram di togliere tutti i vestiti e gli ornamenti che aveva acquistato all’albergo. Gli rasò la testa e gli dette un nuovo corredo di vesti color ocra da indossare. Quando Jiva Ram fu pronto, la Guida lasciò il Grande Albergo Universale e si incamminò nella notte buia con Jiva Ram che lo seguiva verso Brahmapuri, la Città Cosmica.
Ho vissuto in questo Grande Albergo Universale e ho visto tutto ciò che vi è da vedere.
È giunta l’ora che io inizi nuovamente il viaggio verso Brahmapuri.
Sotto la luce solare della grazia del nostro Guru e con il vento delle vostre preghiere a mio favore, completerò il mio viaggio.

Hari Om Tat Sat

Impressioni ed Esperienze nell’Ashram
a Rikhia e a Munger

di Sn. Sevamurti

Nel mezzo di un bellissimo paesaggio di campagna indiana, all’improvviso la strada è fiancheggiata da due lunghe mura e da file di alberi alti e diritti come colonne…
Siamo arrivati a Rikhia il 13 Luglio, qualche giorno prima dell’inizio del corso di Nada Yoga.
L’atmosfera dell’Ashram era rilassata e abbiamo avuto tutto il tempo di riprenderci dal lungo viaggio e abituarci ai nuovi ritmi giornalieri.
Con Sw. Anandananda abbiamo iniziato il 15 Luglio il corso di Nada Yoga insieme ad un gruppo molto eterogeneo e variegato: ita-liani, svizzeri, molti dei partecipanti erano indiani ed addirittura 3 persone venivano da Hong Kong!
Povere le orecchie di Sw. Anandananda e di tutti i residenti dell’Ashram quando abbiamo iniziato! Eravamo proprio molto lontani gli uni dagli altri e non solo per le diverse provenienze!
Ma come tutte le pratiche di Yoga anche questa, giorno dopo giorno, ha dato i suoi risultati ed abbiamo sentito tutti come, sia individualmente sia come gruppo, ci siamo progressivamente rilassati e armonizzati gli uni con gli altri e interiormente… le nostre voci, nel ripetere insieme le scale musicali, sono diventate un vero coro!
La pratica in cui Swami Anandananda ci ha condotti è stata Nada-nusandhana, la pratica che prevede la ripetizione delle note con la consapevolezza sui Chakra ed è stato bello sperimentare come l’esperienza che stavamo provando durante il corso si ripercuoteva positivamente anche nel nostro inserimento nella vita dell’Ashram; ognuno di noi era più aperto e socievole, più consapevole nello svol-gere le mansioni di Karma Yoga assegnateci, sempre più concentrato sull’evento a cui presto avremmo partecipato: il programma di Guru Purnima.
Prima di riferire su quei due giorni intensi ed emozionanti, voglio raccontare del primo di una serie di episodi speciali accaduti in que-sto mese di permanenza tra Rikhia e Munger.
Come momento conclusivo del corso di Nada Yoga era previsto un Satsang con Sw. Satsangi e mentre tutti eravamo pronti ad incon-trarla ci viene data la notizia che sarà Sw. Niranjan a parlare con noi al suo posto: che grande gioia e sorpresa! Swami Niranjan era arrivato a Rikhia da qualche giorno e aveva già fatto la grande gentilezza di farsi trovare vicino alla Yajna Shala, dove appunto si tenevano le lezioni del corso, in modo che potessimo salutarlo ed ora ci concedeva anche questo dono!
Ho ancora in mente le sue parole: il Nada è la voce, il suono delle parole con cui si esprime Dio.
Il Satsang si è concluso in modo molto simpatico ed informale… con una bella foto di gruppo!
Finito il corso di Nada Yoga abbiamo capito che se fino a quel momento avevamo “cantato”, ora era proprio il momento di darsi da fare e così, come durante i giorni del Nada Yoga avevo notato un crescente coinvolgimento, ora che si avvicinavano i giorni del pro-gramma tutto l’Ashram ferveva in un crescendo di preparativi: gli arrivi dei partecipanti al programma aumentavano di giorno in giorno, le sistemazioni degli alloggi erano state cambiate e ad ognuno era stato assegnato un Seva preciso.
Il mio in particolare è stato quello di preparare il Prasad per il programma e di preparare l’occorrente per le Diksha che venivano date il giorno di Guru Purnima.
Apro una parentesi per parlare di un aspetto fondamentale dell’Ashram di Rikhia: il luogo del Samadhi di Swami Satyananda.
Bastano pochi passi sui marmi che portano al luogo dove è sepolto Swami Satyananda per percepirne la sacralità; tutto ogni giorno viene pulito con cura, risuona continuamente giorno e notte il Maha Mrityunjaya Mantra ed ancora, ogni giorno ad orari specifici (le 8 del mattino e le 5 del pomeriggio) si celebra la Guru Puja; questi due momenti in particolare, a cui ho avuto la fortuna di assistere giornalmente dall’interno dell’edificio dove svolgevo il Seva, sono veramente speciali: ogni voce si abbassa in segno di rispetto, ogni mansione si ferma o se non è possibile, rallenta, ogni mente ed ogni cuore rivolge il suo pensiero, la sua preghiera, il suo affetto alla memoria di Swami Satyananda. La partecipazione emotiva di ogni persona presente è totale e rende ancora viva e vibrante la presenza di Sw. Satyananda.
Il programma di Guru Purnima inizia e tutto procede senza intop-pi, qualche temporale viene a rinfrescare l’atmosfera che tra Mantra, Kirtan e Satsang di Sw. Satsangi e Sw. Niranjan si è decisamente surriscaldata, le Kanya e i Batuk conducono il programma e ci allietano con intermezzi di danza indiana tradizionale e addirittura con un balletto sulle note di una famosa canzone di Michael Jackson: Sw. Satsangi e Swami Niranjan e tutti noi ci siamo veramente divertiti!!!
Un pomeriggio, prima della fine del programma, siamo stati tutti portati al Tulsi Kutir, nei locali dove viveva Swami Satyananda: sfi-lando davanti ad una finestra abbiamo potuto vedere la stanza del Samadhi di Swami Satyananda; dentro, ai piedi del suo letto, stava accucciato Purna, il suo cane, e in un angolo sedeva in raccoglimento Swami Niranjan. Ho pensato che probabilmente, vista la naturalezza e la serenità che emanava questa scena, erano soliti occupare quei posti quando facevano visita a Swami Satyananda.
Così la domenica, in un clima di gioia, il programma si conclude e giusto il tempo di concederci un buon sonno che la mattina dopo siamo già in viaggio per Munger.
Il paesaggio che accompagna il viaggio tra Rikhia e Munger è veramente formidabile ed eravamo tutti intenti e goderci il panorama quando da un lato della strada, su un prato, abbiamo notato qualcuno che ci salutava: erano Swami Niranjan e Swami Anandananda che si erano presi una piccola pausa dal viaggio!
Non potevamo perdere l’occasione di ricambiare i saluti di Swamiji, subito abbiamo chiesto agli autisti di fermarsi e tutti molto emozionati ci siamo avvicinati, accolti molto cordialmente da Swami Niranjan che ci ha offerto un po’ del suo cibo e ha chiacchierato con noi. Quando siamo risaliti in macchina per continuare il viaggio sorridevamo tutti, felici di quel momento semplice e speciale che ci aveva fatto sentire particolarmente vicini a Swami Niranjan… un altro bel regalo!
Ganga Darshan è una vera oasi di pace e tranquillità e dopo la felice frenesia di Rikhia la routine in cui siamo stati coinvolti a Munger, nei dodici giorni di permanenza, è stata veramente piacevole.
Lo scopo del nostro soggiorno a Ganga Darshan era quello di assistere ai quattro giorni di Satsang di Swami Niranjan e nell’attesa di quell’evento il ritmo delle nostre giornate era più o meno questo: classe di Hatha Yoga al mattino e Yoga Nidra nel primo pomeriggio, condotte da Swami Shaktidhara, turni di Seva e conclusione della giornata con un programma serale di un’ora dove, per ogni giorno della settimana vengono recitati mantra appropriati e kirtan.
Nei giorni della nostra permanenza a Ganga Darshan abbiamo avuto ancora la fortuna di vivere momenti belli e particolari.
Una sera il programma conclusivo della giornata è stato svolto al Paduka Darshan, proprio sulle rive del Gange, dove alla luce di un bellissimo tramonto abbiamo recitato mantra e cantato kirtan alla presenza di Sw. Niranjan.
Un giovedì mattina, dopo esserci trovati tutti nei giardini dell’Akhara per la Guru Puja, Swami Niranjan ci ha concesso di visitare i locali dove pratica il suo Sadhana, un’esperienza veramente incredibile! Entrare in quelle stanze dove nessuno, a parte qualche Swami che se ne occupa è ammesso, è stato come essere accolti da Swamiji nel suo luogo più intimo e mi ha dato l’impressione che mi stesse mostrando il suo cuore.
E ancora, il momento per me più significativo ed intenso, quando un pomeriggio il nostro piccolo gruppo italiano è stato ammesso alla presenza di Swamiji; il nostro atteggiamento era composto e reverenziale ma l’atteggiamento di Swamiji era rilassato e confidenziale, era l’atteggiamento di “un amico” che parla di sé e dei suoi progetti a “degli amici”…. Grazie Swamiji per le tue parole, per i tuoi sguardi seri e sinceri, per il tuo sorriso gentile.
I giorni dei Satsang sono arrivati e l’argomento che Swami Niranjan tratterà sarà la relazione tra Guru e discepolo.
I primi due giorni, il 5 e il 6 Agosto, coincidono con la ricorrenza del Samadhi di Sw. Satyananda e all’interno del programma vengono eseguite due puja in suo onore.
L’argomento dei Satsang è serio e impegnativo, tutti noi presenti sentiamo che quelle parole ci riguardano direttamente e ridimensio-nano in noi le nostre convinzioni di essere “buoni discepoli” ricordandoci quanto in realtà l’impegno sia faticoso. Per fortuna non mancano le battute e le frasi spiritose di Swamiji ad alleggerire la tensione: addirittura ci paragona tutti a “degli alberi di banana”!! E quanto ha ragione! Anche se, metaforicamente, veniamo buttati sul fuoco… non bruciamo neanche un po’!
Siamo costretti a partire un giorno prima della fine dei Satsang con gli auguri di buon viaggio fatti da Swami Niranjan in persona che sorridendo ci dice che ci aspetta, tutti, il prossimo anno…..

Bhakti Yoga

Tratto da: Swami Satyananda Paramahamsa, Calendario 2010 di Rikiapith.

Gennaio

Questo secolo, che si è basato su un eccessivo consumismo e sul piacere dei sensi, sta ora giungendo a un termine. L’era della bhakti sta sorgendo. Bhakti è una forza. Essa influenzerà la civiltà, la cultura e le relazioni dell’umanità. Se studiate la storia, troverete che ci sono state rivoluzioni provocate per promuovere la consapevolezza di bhakti. Questi erano i momenti in cui la società stava attraversando un periodo di transizione e prevaleva ovunque un senso di instabilità, come oggi. Ciò è accaduto in India così come in Europa. Quando una società passa attraverso un periodo di transizione va incontro a un vuoto sociale che la gente comincia a rifiutare.
Accettate quello che avviene nella vostra società oggi? Accettate il modo in cui la gente pensa, agisce e si comporta? Non criticate queste cose? Che cosa significa tutto questo? Significa che non siete soddisfatti dello stato attuale della società. Quando una società diventa insoddisfatta della sua condizione, questa situazione è nota come un vuoto sociale. Questo è già accaduto nella sviluppata società occidentale, ma hanno fallito nel comprenderlo. Perciò si stanno volgendo alla spiritualità, stanno adottando bhakti marga, la via che conduce a Dio. Questa è l’unica via.
Se la vostra mente si stabilizza su una forma umana di Dio, va molto bene, perché è un importante aspetto di bhakti. Come potete sentire Dio se non lo considerate vicino a voi? Il vostro Dio non mangia, non dorme o non parla. Se volete amare Dio, dovete averne un’idea. È un Dio vivente, e un Dio vivente mangia. Supponiamo che abbiate un bambino che non mangia o non parla. Che sorta di bambino sarebbe? Il mio Dio mangia e questo è un concetto particolare. Per esempio, il mio Ganeshji nel Ganesh Kutir cambia abito quattro volte l’anno. In inverno indossa abiti caldi, nel mese di giugno o luglio gli tolgo tutti i vestiti pesanti perché sentirebbe caldo! Sapete, ho una valigia speciale per Ganesh. Ora sente freddo, non dovrei essere sensibile a questo? Non dovrei essere abbastanza sensibile quando il mio Dio ha freddo o soffre per la tosse, il freddo e la febbre? Se non lo sono, allora non c’è connessione fra Lui e me. Questo è il concetto.
La differenza tra voi e Dio deve svanire. C’è una grande differen-za fra me e il Dio trascendentale senza forma. Non posso raggiungerlo e, se io non posso raggiungerlo, nemmeno Lui può raggiungere me! Il Dio immanifesto è così lontano che non può raggiungermi e io non posso raggiungerlo. Deve esserci una connessione, una relazione con Dio, come la relazione che avete con i membri della vostra famiglia. Se mio figlio può ammalarsi, lo può anche il mio Dio. Che Egli si ammali oppure no, almeno io posso sentire che è malato. Se potete credere che Dio dorma e mangi e che dunque bisogni preparargli il cibo, allora questo è il segno della vostra sensibilità. Fino a quando non diventate così sensibili, la sua forma non si materializza in voi. È per questo motivo che il dharma vedico parla del vedere Dio nella forma umana, come Ram, Krishna, Vishnu, Shiva o Devi. Queste forme sono usate per la meditazione e sono anche amate e adorate dal devoto.

Febbraio

Bhakti è un sentimento. Non ha nulla a che fare con la puja o le ceri-monie religiose. Quello è tutto rituale, azioni fisiche, ma non è la definizione di bhakti. I sacerdoti eseguono le puja nei templi, ma ci mettono il cuore, il sentimento, bhavana? NO. Anche se una madre è a casa mentre il marito e i figli magari sono fuori, è sempre consapevole di loro. Ha il sentimento che sta cucinando per i suoi figli e per suo marito e che ciò che sta preparando piacerà loro in questo o in quell’altro modo. Questo ricordarsi è continuamente presente in qualche angolo della sua mente. Questo deve essere il vostro atteggiamento verso Dio mentre eseguite tutti i vostri doveri quotidiani.
Bhakti è come il sentimento che una madre ha verso suo figlio, che un’amante ha verso la persona amata, il sentimento che un nemico ha verso l’altro. Si prova la stessa intensità di sentimento nella bhakti. L’intensità della bhakti è chiamata Para bhakti, la devozione trascendentale. Para bhakti e jnana, la vera conoscenza, sono la stessa cosa. Para bhakti significa devozione suprema. Quando c’è l’intensità non è come un amore appassionato, è così travolgente che nella vostra mente non esiste nient’altro.
Questo tipo di bhakti non dipende dal destino o dagli oroscopi. Non dipende da nessun altro all’infuori di Lui. Se Egli lo vuole, vi darà l’amore intenso. Si può ottenere bhakti solo per grazia di Dio e non dalle scritture o per mezzo di alcuna pratica. Non esiste nessun metodo per ottenere Para bhakti. Potreste andare in pellegrinaggio, visitare templi, digiunare, avere satsang col vostro guru ed eseguire puja. Ciò potrà risvegliare una tenue bhakti e voi comincerete a sen-tirvi bene, ma non si tratterà di Para bhakti.
Para bhakti non è amore ordinario; è una bhakti estremamente in-tensa. È l’amore divino che hanno vissuto Mirabai, Chaitanya Ma-haprabhu e molti altri. Per ventiquattro ore al giorno, sia che man-giassero, bevessero, dormissero o fossero svegli, erano persi in que-sto amore. Questo stato di para bhakti si può ottenere solo per grazia di Dio. Non c’è altro modo indicato negli shastra.
Tutto quello che potete fare per risvegliare la bhakti è frequentare satsang, lavorare sodo, trovare un guru autentico a cui abbandonarvi e da servire. Siate ospitali con le persone e fate japa del nome di Dio. Tuttavia, in para bhakti il bhakta si fonde totalmente e completamente con Dio. Non ha consapevolezza della propria identità. Non pensa più a se stesso come a un bhakta. La sua mente è così immersa in Dio che egli si sente Dio. Diventa uno con Dio.
La bhakti non ha bisogno di essere coltivata o definita. Bhakti è presente in tutti. Bhakti è un’essenza onnipervadente in tutti gli esseri viventi, non solo negli esseri umani.
La bhakti ha a che fare col sentimento. Il sentimento per Dio è bhakti. Il sentimento verso il proprio nemico è la vendetta. Il senti-mento per una ragazza è la passione. Il sentimento per il denaro è l’avidità. Sono tutti sentimenti. Quando i vostri sentimenti si dirigono verso Dio, ciò si chiama bhakti. Lo stesso sentimento che tendeva verso la gelosia, l’ira, l’avidità e la passione deve essere ridiretto e allora diventa bhakti. Nella storia ci sono state tante persone che erano spregevoli, colleriche e dissolute. Ma accadde qualcosa nella loro vita e, in un secondo, in un batter d’occhio, divennero dei grandi bhakta. Non hanno avuto bisogno di sviluppare quell’amore perché era già in loro. Era soltanto male indirizzato e fuorviato.

Marzo

Gli attributi più importanti sul sentiero della bhakti sono la fede e la fiducia. Bhakti è una qualità emozionale. Shraddha, la fede, e vish-was, il credere, fanno parte della vostra personalità psicologica. Questi effetti si possono misurare in termini di radiazioni elettromagnetiche. Qual è l’effetto della fiducia, della fede e del credo sulla pressione sanguigna e sul metabolismo? La fiducia e la fede sono cose personali. Come posso sapere quanta fede e fiducia avete? Possono essere misurate anche se io non riesco a vederle?
Non possiamo vedere la fiducia o la fede, ma io posso sentire la mia e voi potete sentire la vostra. Però non è abbastanza. Bisogna poter dimostrare che ho fede e fiducia e che questo è il risultato, nero su bianco. Bisogna produrre dati oggettivi. Fede e fiducia sono la base della bhakti e non si possono vedere con gli occhi. Qualche volta pensate di credere, ma non credete. Molte volte le vostre credenze sono spezzate, distrutte e impotenti. Ma a volte la fiducia è così potente che può ridare vita ai morti. A volte la fede fa miracoli e a volte fallisce. Che cosa significa? Che cos’è che fallisce?
Che cos’è la fede? È un flusso sanguigno o una corrente di radia-zione elettromagnetica? Qual è la forma di bhavana? Ha un peso? Ha degli impulsi o è un qualche tipo di luce o di vibrazione? Bhavana è una vibrazione o un flusso? Bhavana è un sentimento ed esiste di sicuro, perché quando siamo arrabbiati odiamo. Vorremmo uccidere quella persona a causa di questo sentimento e non riusciamo a dormire la notte. Il sentimento della rabbia disturba il cuore e la pressione sanguigna, non è forse vero? Quando serbate inimicizia perdete l’appetito. Anche il fegato funziona male. In molte persone le preoccupazioni e l’ansia indeboliscono la vista.
Questo significa che l’effetto di bhavana o sentimento sul corpo umano è tangibile. Anche se la fede o la fiducia non si possono vedere, se ne può sentire l’effetto sul corpo. Perciò, si può conoscere la causa attraverso l’effetto. In questo caso conoscete dapprima l’effetto e quindi ipotizzate una causa. Qui l’ipotesi viene dopo. Bhakti yoga può essere il prossimo soggetto della ricerca scientifica. Finora gli scienziati hanno fatto ricerche soltanto sulla materia; non si apprestano a investigare sull’anima o atma perché dicono che non esiste. Dal momento che non credono nella sua esistenza, quali ricerche potranno fare sullo spirito? Ma certamente possono investigare sui sentimenti, sulla fede e la fiducia, perché sappiamo che esistono.
Si sa che il potere incontaminato di bhakti o pura devozione com-pie miracoli, cambia gli eventi, annulla le calamità, fa vedere i ciechi, udire i sordi, camminare gli zoppi e parlare i muti. Nella bhakti non c’è posto per il dubbio. Com’è difficile avere bhakti per qualcosa che non avete mai visto. Bhakti si fonda sulla fede. Fede che quello che non avete visto è proprio vicinissimo a voi e si prende cura di voi ad ogni respiro.

Aprile

In bhakti il primo e più importante passo consiste nel trovare la vo-stra relazione con Dio. Dire semplicemente: “Rama Rama” non fun-ziona. Quando vi rivolgete ad una ragazza dovete prima stabilire una relazione con lei e poi potete andare da lei. Prima capite se è vostra madre, vostra sorella o vostra moglie, poi agite di conseguenza. Allo stesso modo, c’è una specifica relazione con Dio. Scoprite quale sia. Ripetere semplicemente: “Tu sei madre, padre, amico e compagno” non serve a molto. Non esistono altre relazioni oltre a quella con la madre, col padre, con l’amico e il compagno? Ci sono molte altre relazioni al mondo. Si può essere un servo di Dio come Hanuman. Si può essere un idiota, un buono a nulla, una persona del tutto inutile, un peccatore. Si può essere una persona mondana che corre dietro ai piaceri dei sensi, come un maiale corre dietro agli escrementi. Anche tutte queste sono relazioni con Dio. Per ogni persona c’è una specifica relazione con Dio.
Ho compreso che sono un servo di Dio dopo essere venuto a Ri-khia. Prima di allora credevo di essere un bhakta, un devoto di Dio. Prima ancora, credevo di essere un jigyasu sadhaka, un ricercatore spirituale e, prima ancora, un moksha sadhaka, un ricercatore della liberazione. Credevo di avere molte altre relazioni con Dio, ma dopo che sono venuto qua, tutto è cambiato. Ho scoperto quanto mi sono sbagliato per tutto questo tempo. Nessuna di queste relazioni è stata così valida come quella di un servo di un Dio: questa è davvero la relazione migliore. Potete starvene tranquillamente seduti. Quando il padrone dice: “Satyananda, portami del latte dal mercato”, dite: “Subito, padrone” e vi affrettate. Non c’è più bisogno di preoccuparsi delle cose del mondo.
Nella devozione per Dio non c’è bisogno di lottare contro la corrente. Se Dio vi dice di fare japa, lo fate. Se vi dice di meditare, me-ditate. Non importa se volete farlo o no. Se mi dice di andare al terreno della cremazione, ci andrò. Se mi dice di mangiare il letame, lo mangerò. Questa è la relazione di un servo. C’è anche la relazione di un amante con Dio, Madhurya bhava, e c’è la relazione dell’affetto infantile per Dio, Sneha bhava.
Ci sono tante altre relazioni. Ravana aveva con Dio la relazione di un avversario, Vir bhava. Se ne avete il fegato, potete praticare anche questa. Picchiate il Signore con un bastone tutti i giorni. Fin dal mattino presto lanciategli tutte le parole offensive che esistono nel vostro vocabolario. Ravana ne aveva il fegato. Voi non lo avete. Non siete capaci di sedervi al mattino presto a gridargli: “Canaglia, ladro, teppista”. Vir bhava è oltre le vostre capacità.
Ravana raggiunse la salvezza in soli nove giorni per mezzo di vir bhava. Molte persone cantano ripetutamente le lodi del Signore ma, perfino al termine della loro vita, non hanno raggiunto niente. Vir bhava è superiore alla devozione che Radha aveva per Krishna. La bhakti di Radha era spontanea; non dovette lottare per averla. La bhakti si manifestò in tutta la sua gloria in Chaitanya Mahaprabhu, Mirabai e altri santi. Prima trovate la vostra relazione con Dio. Una volta che avrete scoperto questa relazione, la vostra vita spirituale progredirà da sola. Bhakti è il sentiero migliore; in realtà, è l’unico sentiero.

Hatha Yoga Pradipika

Tratto da: Sw. Muktibhodhananda Saraswati, “Hatha Yoga Pradipika”, Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India.

Capitolo 1: Asana

Versi 5-9

Sri Adinath (Shiva), Matsyendra, Shabara, Anandabhairava, Chau-rangi, Mina, Goraksha, Virupaksha, Bileshaya, Manthana, Bhairava, Siddhi, Buddha, Kanthadi, Korantaka, Surananda, Siddhipada, Charapati, Kaneri, Pujyapada, Nityanath, Niranjan, Kapali, Bindunath, Kakachandishvara, Allama, Prabhudeva, Ghodacholi, Tintini, Bhanuki, Naradeva, Khanda, Kapalika. (5-8)

Questi mahasiddha (grandi maestri), avendo sconfitto il tempo (morte) con la pratica dell’hatha yoga, vagano per l’universo. (9)

Questi mahasiddha, avendo raggiunto l’obiettivo dello yoga, hanno liberato la propria personalità dal ciclo di nascita e morte nel mondo fisico. Essendo jivanmukta, liberati mentre sono ancora nei limiti di prakriti, la loro volontà è sufficientemente forte da metterli in condizione di fare qualsiasi cosa, ovunque e in ogni momento. Questo è uno dei vantaggi di essere oltre i limiti di tempo e infine dello spazio.
I mahasiddha sono dei grandi esseri che hanno ottenuto i poteri attraverso la perfezione del sadhana. In sanscrito la parola sadhana significa “praticare”, e perciò il praticante è noto come sadhaka. Quello che pratica è conosciuto come sadhana. L’oggetto della pratica è detto sadhya e quando il sadhana è giunto a compimento, i risultati raggiunti sono conosciuti come siddhi. Spesso la parola siddhi è interpretata come raggiungimento psichico ma, secondo il raja yoga, significa perfezione della mente, e sadhana significa padroneggiare e perfezionare la mente grezza.

Riguardo allo sviluppo delle siddhi, ce ne sono otto principali che un sadhaka deve padroneggiare prima di essere detto siddha:

1. Anima la capacità di diventare piccolo come un atomo,
2. Laghima la capacità di diventare senza peso,
3. Mahima la capacità di diventare grande quanto l’universo,
4. Garima la capacità di diventare pesante,
5. Prapti la capacità di raggiungere qualsiasi luogo,
6. Prakamya la capacità di rimanere sotto l’acqua e mantenere il
corpo e la gioventù,
7. Vashitva il controllo su tutti gli oggetti, organici e inorganici,
8. Ishatva la capacità di creare e distruggere secondo la propria
volontà.

Un mahasiddha diviene onnipresente e onnipotente poiché ha purificato e perfezionato il funzionamento del suo corpo fisico e di quello pranico attraverso la conoscenza approfondita dell’hatha yoga e ha trasceso le normali limitazioni della mente percorrendo il sentiero del raja yoga. Per chi è immerso e coinvolto nella mente ordinaria così come noi la conosciamo, tale concetto di trascendenza delle barriere di tempo e spazio appare impossibile. La mente umana ha le sue limitazioni e non è assolutamente perfetta né infallibile. Tuttavia, come sostengono gli Yoga Sutra di Patanjali, la mente imperfetta può essere resa più perfetta ed efficiente con la pratica di un sadhana.
Al giorno d’oggi gli scienziati riconoscono il fatto che l’uomo utilizza soltanto un decimo della capacità del suo cervello. Se considerate ciò che l’uomo ha raggiunto nei campi della scienza, della tecnologia, ecc. utilizzando solo una piccola percentuale del cervello, potete farvi un’idea di quanto sarebbe possibile con lo sviluppo dei centri silenti del cervello. Quando la mente si espande, aumenta di potenziale e tutte le barriere fisiche vengono trascese.

Verso 10

Per quelli continuamente temprati dal calore di tapa (i tre tipi di dolore – spirituale, ambientale e fisico) hatha è come l’eremo che dà riparo dal calore. Per quelli sempre uniti nello yoga, hatha è la base che agisce come una tartaruga.
Con la pratica di hatha yoga, l’intero essere dell’individuo è reso sano e forte per proteggersi dagli effetti dei dolori che si presentano nella vita. La parola sanscrita tapa ha due significati; uno è “scaldare”, l’altro è “dolore”. Il dolore stesso è un tipo di calore. Esso tempra e riscalda la mente, le emozioni e il corpo fisico. Il dolore è di tre tipi adhyatmik, spirituale, adhidevik, naturale/ambientale e adhybhautik, fisico.
Fino a quando sentiamo la separazione dalla nostra vera identità, soffriremo sempre spiritualmente. Adhyatmik tapa è quello che deriva dal vivere senza la realizzazione dell’essere interiore ed è essenziale affinché ci sforziamo per ottenere un’esperienza più pura. Anche il dolore indotto da circostanze naturali è inevitabile. Il corso della natura porta sempre qualche squilibrio climatico o geologico come alluvioni, siccità, terremoti, venti, tempeste, ecc. che influenzano l’equilibrio delle funzioni corporee e in generale disturbano il normale andamento della vita. È influenzato il commercio, è influenzata la crescita delle colture e molte altre cose. In terzo luogo, c’è la sofferenza fisica. La natura mette continuamente alla prova il corpo, talvolta con un eccesso di batteri, talvolta con incidenti o talvolta con shock mentali ed emozionali. Perciò è essenziale che l’hatha yogi si prepari non solo fisicamente ma anche mentalmente, emozionalmente e psichicamente, in modo tale da poter rimanere impassibile rispetto a questi tre tipi di prove esterne.
Il corpo e la mente devono essere strutturati in modo tale da rimanere indisturbati dalle circostanze ordinarie degli eventi del mondo. In questo il corpo/mente diventa come una tartaruga che può distendere i suoi arti quando e necessario o ritirarsi nella protezione del suo duro guscio quando è minacciata. Gli arti simboleggiano i sensi esterni, che dovrebbero essere esteriorizzati quando è necessario; ma, seguendo il nostro volere, possono essere interiorizzati e resi inalterabili rispetto agli eventi del mondo esterno. Per perfezionare questa condizione, Swatmarama ci consiglia di praticare hatha yoga perché questo attiverà tale forza e controllo del corpo e della mente.
La simbologia della tartaruga è molto significativa. Si dice che la creazione del mondo che noi conosciamo poggi su una tartaruga, che è un emblema della resistenza paziente. Secondo la mitologia Hindu, quando iniziò a verificarsi la dissoluzione dell’universo, la terra perse il suo sostegno e fu minacciata dalla distruzione. Il Signore Vishnu giunse a salvarla e si manifestò nella forma di tartaruga, sostenendo la terra sul suo dorso. In tal modo la terra fu salvata.
Naturalmente, questa leggenda non deve essere presa alla lettera. È la spiegazione di ciò che succede durante il processo di creazione ed evoluzione, sia esternamente sia internamente, e del movimento a ritroso verso il centro dell’essere. Man mano che la coscienza individuale si porta più vicino al vero sé, i sostegni da cui la mente dipende, cioè i sensi e il mondo sensoriale, diventano meno influenti. La coscienza può precipitare in un vuoto se la mente si dissolve completamente senza avere una base su cui ricadere. Ci deve essere una protezione della mente e del corpo quando la coscienza si sposta verso stati superiori. I sensi devono essere condizionati a ritrarsi ed estendersi a piacimento. Il concetto di Vishnu è un aspetto dell’esistenza che connette prana e coscienza al corpo fisico o creazione.
Secondo il Tantraraja Tantra, ci sono quattro tipi di kurma, “tartaruga”, conosciuti come para, deshagata, gramaga e grihaga. Para kurma è quella che sostiene la terra, deshagata sostiene le nazioni, gramaga i villaggi, e grihaga le singole famiglie. Il verso 88 dice: “Colui che fa japa senza conoscere kurmasthiti (la posizione di kurma) non solo non riesce ad ottenerne il frutto ma va incontro alla distruzione”.
Per fare esperienza di uno stato di esistenza più elevato o più puro e tuttavia mantenere il corpo/mente nel regno materiale così che la coscienza possa ritornare, dobbiamo essere preparati. Il corpo ed i sensi devono essere addestrati in modo tale che la coscienza sia capace di ritirarsi e ritornare ancora per continuare le esperienze sensoriali. Hatha yoga è il processo attraverso cui il corpo diventa come una tartaruga così che la forma esterna non sia luogo di riproduzione di malattia e disarmonia, ma piuttosto un riparo protettivo.

Verso 11

Hatha yoga è il più grande segreto degli yogi che desiderano ottene-re la perfezione (siddhi). In verità, per dare i suoi frutti, deve essere tenuto segreto; rivelato diventa inefficace.
Questo sloka è tipico di qualsiasi shastra yogico che espone la cono-scenza più elevata; cioè la scienza deve essere mantenuta per se stessi. Qualunque cosa un sadhaka ottiene o raggiunge durante il periodo del sadhana deve essere una faccenda privata. Ciò può sembrare un po’ fuori contesto poiché il libro stesso sta divulgando tutti i segreti della pratica ma, in effetti, quando imparate sotto la guida di un guru, scoprirete che Swatmarama ha espresso soltanto i fondamenti minimi per le linee guida di asana, ecc. così che la scienza dell’hatha yoga sia preservata per l’umanità.
In origine, guru Gorakhnath, aveva scritto molto riguardo l’hatha yoga nella forma di prosa e poesia. Tradizionalmente, uno shastra deve essere in sanscrito, i dialetti locali non sono accettati come opere autentiche. Perciò, Swatmarama sta continuando il lavoro originario di Gorakhnath. Ciò che viene trasmesso qui è il sistema di hatha yoga senza troppe delucidazioni. È lasciato al praticante scoprire, grazie al suo guru, ciò che esso in realtà implica.
Swatmarama non sostiene la pratica di un sadhana particolare, ha semplicemente messo per iscritto il sistema e delineato i metodi corretti della pratica. Il vostro particolare sadhana riguarda voi e il vostro guru. Quando avrete ottenuto la padronanza sul vostro sadhana, il risultato saranno le siddhi o perfezioni, e qualunque cosa vi siate impegnati a perfezionare è una vostra realizzazione e ciò che il guru vi ha messo in condizione di diventare.
Gorakhnath soleva dire ai suoi discepoli che hatha yoga è la scienza del corpo sottile. È il mezzo col quale si può controllare l’energia del corpo. Egli diceva che hatha è il mezzo per controllare i due principali canali energetici delle correnti positiva/negativa.
Questa natura positiva/negativa dell’energia esiste in ogni parte del nostro essere. Hatha yoga non porta solo un equilibrio nell’energia, ma anche nella dualità della mente e tra la natura inferiore e superiore della mente, tra l’anima individuale e lo spirito universale. Esso coinvolge il vostro sé e l’atma, allora perché aggiungere altro?
Nello Shiva Samhita è detto che il praticante dovrebbe mantenere segreta la propria pratica “proprio come la moglie virtuosa tiene in silenzio i rapporti intimi tra lei stessa e il proprio marito”. Questo sviluppa l’amore tra marito e moglie. Analogamente, se avete rispetto per il vostro amato, il puro atma, qualunque esperienza e potere vi sia donato, è un vostro affare personale e deve essere coltivato privatamente.
Questo è un processo puramente logico e scientifico. Quando di notte c’è una piccola fiamma accesa in una stanza, tutta la stanza è illuminata. Se portate la vostra piccola luce all’esterno, nel grande spazio aperto, la luce è inghiottita dalla notte e assorbita dall’oscurità. Lo stesso principio si applica al potere ottenuto tramite il vostro sadhana. Il potere può illuminare la vostra coscienza, ma mostrato e dissipato nella magnitudine del mondo esterno perde la sua forza.
Il sadhana è come un seme e le siddhi sono come i fiori. Se volete che un seme germogli, dovete lasciarlo nel terreno. Se lo tirate fuori per mostrare ai vostri amici e vicini come sta progredendo, non cre-scerà più, morirà. Allo stesso modo, la siddhi è proprio il punto di germinazione del vostro sadhana. Se state cercando di coltivare una consapevolezza pienamente sbocciata dell’atma, dovete agire adeguatamente. Il sadhana non è una lezione di biologia dove dissotterrate la pianta per esaminare le sue radici. Il sadhana implica la crescita del vostro spirito ed è come il processo della procreazione. Quando un feto sta crescendo nel ventre, non possiamo spiare gli stadi intermedi del suo sviluppo, dobbiamo aspettare il prodotto finale.
Mantenere riservati il sadhana e le siddhi ha un potente effetto psicologico. Se parlate dei vostri risultati e li mostrate, il senso di “io” o ego diventa molto acuto. “Io” ho ottenuto, “io” ho avuto questa esperienza o “io” posso fare questo. Se volete fare esperienza della coscienza cosmica l’ego, o ahamkara, è la più grande barriera. Le siddhi non durano mai a lungo, sono impermanenti. Dopo un certo stadio evolutivo scompaiono. Se vi associate al sentimento: “io” ho perfezionato questo e quello, vi aspetterete di essere capaci di eseguire grandi prodezze e così anche gli altri. Vivrete per soddisfare le aspettative degli altri, altrimenti non penseranno che voi siete grande. Un giorno, quando le siddhi vi lasceranno, come affronterete questa situazione? Nella vita spirituale è molto importante mantenere l’ego sotto controllo.
La maggior parte dei grandi santi e siddha che avevano poteri li mostravano raramente. Solo le persone che vivevano molto vicino a loro ne conoscevano la grandezza. Molti siddha che mostrarono i loro poteri furono perseguitati, come Cristo per esempio. Perciò, per il vostro bene e per il bene degli altri è detto, come ammonizione piuttosto che come semplice consiglio, che il sadhana e le siddhi devono essere mantenuti segreti.

Verso 12

L’hatha yogi dovrebbe vivere da solo in un eremo e praticare in un luogo dell’ampiezza di un arco (un metro e mezzo), dove rocce, fuoco o acqua non rappresentino un pericolo, e che sia in un regno (nazione o città) ben amministrato e virtuoso dove si possano ottenere facilmente buone elemosine.

Qui Yogi Swatmarama ha delineato la situazione ideale per il sadha-na di hatha yoga ed il luogo in cui il sadhaka dovrebbe stabilire il suo eremo. Tuttavia, dobbiamo ricordare che ai tempi di Yogi Swatmarama, l’intera struttura della società e il modo di vivere erano molto differenti da ciò che vediamo ai giorni nostri. È dubbio che al giorno d’oggi esista un paese veramente retto e giusto, poiché pochissimi paesi permettono la crescita dello spirito. Con l’influenza della politica moderna, sono tutti più interessati a fare soldi e ottenere potere e prestigio. Sembra che l’India sia uno dei pochi paesi che si sono occupati di crescita spirituale e hanno continuato la tradizione dell’elargizione di elemosine. Benché i Britannici si siano impegnati fortemente per spazzare via questa tradizione, l’India è ancora la dimora delle anime spiritualmente affamate e spiritualmente illuminate e continua a nutrire i suoi figli.
Nella tradizione dell’antica India, la vita dell’uomo era divisa in quattro diversi stadi chiamati ashrama. Il primo ashrama era il periodo fino all’età di venticinque anni ed era noto come brahmacharya ashrama. In questo ashrama il bambino andava a vivere con un guru in una comunità spirituale, dove riceveva un’educazione su argomenti sia mondani sia spirituali. Poi, dai venticinque ai cinquant’anni, entrava nel grihastha ashrama durante il quale si sposava e viveva una vita familiare. Dai cinquanta ai settantacinque anni attraversava il vanprastha ashrama, dove lui e sua moglie abbandonavano tutti i legami familiari e vivevano da soli nella foresta o nella giungla, isolati dalla società. Dopo i settantacinque anni i due si separavano e intraprendevano la vita di sannyasa.
Nel sannyasa ashrama si era liberi dalla società e indipendenti dalle sue regole e regolamenti. Tuttavia, la società si prendeva cura dei sannyasin e dava loro cibo, abiti e riparo se era necessario. A coloro che già da giovani avevano un’inclinazione naturale verso il sannyasa era permesso lasciare la società se la famiglia era d’accordo, ma non era più permesso loro di rientrare nella struttura della società.
La tradizione ashrama si proponeva di far evolvere sistematica-mente la coscienza dell’uomo e, a quei tempi, la società rispettava coloro che avevano un’inclinazione spirituale e si prendeva cura di loro. Gli ashram erano organizzati in modo che uomini e donne che erano dediti alla vita dello spirito ed i sannyasa potevano vivere in un ambiente che contribuiva a tale inclinazione, separati dalla società. Coloro che non riuscivano a intraprendere tale vita mostravano il loro rispetto offrendo ciò che potevano per mantenere i sannyasin. Perciò era dovere dei capifamiglia dare bhiksha o elemosine quando gli swami chiedevano cibo.
Ora, riferendoci ai chiarimenti di Swatmarama per i tempi moderni, il fattore più importante è l’ambiente. Egli raccomanda che un sadhaka dovrebbe vivere da solo e lontano dagli altri. Siamo pratici per i tempi attuali e suggeriamo che la persona che intende intraprendere un intenso sadhana dovrebbe abitare in un luogo che sia a una discreta distanza dal chiasso e dall’inquinamento dell’industria e dal trambusto di una città affollata. L’atmosfera dovrebbe essere calma, pacifica e pulita, libera da rischi di rocce, fuoco e acqua, frane, vulcani, terremoti, incendi boschivi, allagamenti, paludi, ecc. Le condizioni geologiche e climatiche dovrebbero indurre la salute e il sadhana e il terreno dovrebbe essere adatto per la coltivazione.
(continua)

Un Invito alla Sat Chandi Mahayajna
ed a Yoga Purnima 2010

di Swami Satyasangananda Saraswati

Sat Chandi Mahayajna

L’adorazione della Natura è un fatto primordiale. Fin da tempi immemorabili tutte le culture e tutte le civiltà hanno reso omaggio alla Natura. La natura non consiste soltanto negli alberi, nei fiumi, nelle montagne, negli oceani, nel cielo, nella flora e nella fauna che vediamo intorno a noi. La Natura è cosmica. In questo senso vi è una natura manifesta la cui gloria abbonda tutto intorno a noi, da osservare e da ammirare, e vi è anche una Natura immanifesta.
Questa Natura immanifesta è il seme da cui nasce l’intero creato. Quindi, se desideriamo onorare e adorare la Natura in modo che possa divenire benevola verso di noi e inondarci della sua grazia, allora bisogna invocare il seme o la sorgente.
Oggi si parla molto dell’ecologia e dell’importanza dell’equilibrio ecologico per la sopravvivenza di questo pianeta. Parliamo di piantare più alberi, di ridurre l’uso di prodotti derivati dal petrolio, di eliminare le emissioni di gas risultanti dalla crescita industriale. Certamente questi sono dei passi importanti nella direzione giusta ma purtroppo non sono sufficienti. Per risanare i danni prodotti dalle follie della razza umana dobbiamo tornare alla sorgente della Natura nella sua purezza primordiale e risvegliare la sua benevolenza e la sua grazia. Questo è forse l’unico potere che potrà salvarci, poiché la natura contiene in sé la capacità di risanarsi, di rinnovarsi e di ricaricarsi.
L’uomo, nel suo egoismo e nella sua ignoranza, ha cominciato a pensare di essere più potente della Natura ma vi sono molti aspetti della Natura che sono ancora oltre la sua comprensione e il suo controllo. Uno tsunami o semplicemente un terremoto possono sterminare milioni di persone e, davanti a un tale disastro, l’uomo resta confuso.
A parte l’aspetto esterno dell’ecologia, vi è anche l’ecologia interiore dell’uomo, la sua natura individuale che deve essere migliorata. Spesso i suoi pensieri, le emozioni, i sentimenti, i sogni, le ambizioni, le passioni, le paure, le nevrosi, le psicosi, la depressione, la disillusione e l’ansia crescono oltre misura e lo confondono. Alla fine, la natura interiore dell’uomo, che potrebbe restare suo dominio privato, trabocca nella pubblica arena.
Di conseguenza siamo spesso testimoni di atti di violenza e di gravi disordini laddove un individuo, conosciuto come pacifico, sereno e beneducato, in un giorno può trasformarsi in un selvaggio, uno squilibrato che ammazza tutti gli abitanti del suo villaggio. Nessuno avrebbe potuto immaginare ciò che si stava preparando interiormente poiché esteriormente tutto sembrava assolutamente normale.
L’uomo è composto dagli elementi della Natura cosmica. I guna – sattwa, rajas e tamas – pervadono la sua intera esistenza. Tutto ciò che sente, che percepisce, che dice e che fa è sotto l’influenza degli elementi fondamentali di cui la Natura cosmica lo ha dotato. Egli nasce dall’unione dei suoi genitori terreni, ma la sostanza materiale di cui è fatto viene ereditata dai suoi genitori cosmici: Shiva e Shakti.
Per portare l’equilibrio fra le attività di testa, cuore e mani, e per creare armonia a tutti i livelli, nel regno manifesto così come in quello immanifesto, sul piano individuale così come su quello universale, è l’adorazione della Natura nella sua forma più primordiale che opererà nel modo più efficiente. Questo è ciò che prescrissero gli antichi che lavoravano per la graduale evoluzione dell’umanità.
È così che si è evoluta la tradizione della yajna. Swami Satyanan-da ha detto: “Le yajna annunciano il risveglio della coscienza dell’uomo. Fu quando l’uomo scoprì il fuoco che la sua consapevo-lezza fece un salto quantistico. Il fuoco esisteva anche prima di que-sto ma l’uomo non ne era consapevole, proprio come oggi gli animali sono inconsapevoli del fuoco e di come usarlo. Da quando l’uomo ha scoperto il fuoco e il grano, la sua vita ha cominciato ad evolvere e da allora non ha più guardato indietro”.
Il fuoco risvegliò la coscienza dell’uomo milioni di anni fa por-tandolo all’attuale livello di consapevolezza. Se l’uomo deve evolvere ulteriormente la sua consapevolezza a livelli sublimi, allora dovrà accettare nuovamente l’aiuto del fuoco. I Veda hanno proclamato il fuoco come essere il precursore che mostra la via e illumina il sentiero. Anche la più antica filosofia del tantra, anteriore alla storia, mostrò quanto l’elemento primordiale del fuoco fosse efficace per l’adorazione della Natura cosmica. La Natura, il grande pianificatore, il controllore, il capo esecutivo e direttore di tutto il creato, sia quello manifesto sia quello immanifesto, è la madre che fa nascere, sostiene, nutre, alimenta e infine, per compassione, rimanda il creato là da dove era iniziato, in attesa di una nuova rinascita a suo comando. Così, nel tantra, la Natura è sempre stata vista come la dea suprema, Tripura Sundari, che regna sui tre mondi e anche oltre.
Il tantra, con il suo modo singolare di simboleggiare ogni cosa, dette alla Natura il titolo di Devi; giustamente, poiché la creazione è il dominio del femminile. Se vogliamo rabbonire la Natura e risve-gliare la sua benevolenza in modo che ci inondi della sua intermina-bile grazia, è l’adorazione di Devi che darà i risultati desiderati. È stato con questo obbiettivo in mente e sulle labbra il sankalpa per la pace, l’abbondanza e la prosperità che nel 1995 Sri Swami Satyananda introdusse la tradizione della Sat Chandi Mahayajna a Rikhiapith per il beneficio universale dell’umanità. Questa yajna tantrica, dedicata all’adorazione della Madre Cosmica, è stata svolta per quindici anni alla presenza di Sri Swamiji, a Rikhiapith, da eruditi pandit di Varanasi. Questa yajna faceva parte del suo sadhana e del suo sankalpa di aiutare l’umanità a guadagnarsi il divino intervento per superare le sue sofferenze e le sue disgrazie e per restaurare l’equilibrio e l’armonia nella vita. Durante la Sat Chandi Mahayajna del 2009, durante uno dei suoi ultimi darshan prima del Mahasamadhi, Swami Satyananda ha detto: “Questa Sat Chandi Mahayajna continuerà a Rikhiapith e se mi chiamerete io verrò”.
Quest’anno la Sat Chandi Mahayajna, che si terrà dal 6 al 10 di-cembre 2010, sarà memorabile poiché quest’anno, insieme alla Ma-dre Cosmica immanifesta, sarà invocata anche la forza immanifesta del Guru affinché venga e benedica tutti noi. La dimensione fisica è limitata. La dimensione immanifesta pervade tutto ed è inerente al potere dell’universo, un potere che vede tutto, conosce tutto e fa tutto. Sarà anche di grande auspicio poiché il primo giorno della yajna segna la data del Mahasamadhi di Pujya Gurudev e il primo anniversario del suo antar dhyan e svarga vaas.
Come negli anni passati, nell’ultimo giorno della yajna verrà celebrata Sita Kalynam, l’unione di Sita o jivatman, l’atman individuale, e di Ram, il Paramatman cosmico che tutto pervade, con i tradizionali riti e rituali. Questo evento, che ebbe luogo in India milioni di anni fa durante il Treta Yuga, sarà nuovamente portato in vita a Rikhiapith in modo che anche noi possiamo essere testimoni della gloria e della grandezza di quel sacro evento e ricevere la loro grazia divina.
Noi, a Rikhiapith, invitiamo tutti coloro che hanno conosciuto, amato, ammirato e adorato Pujya Gurudev durante la sua vita a venire e a far parte del suo continuo sankalpa per la pace, l’abbondanza e la prosperità per l’umanità che riprenderà di nuovo quando tornerà su questo pianeta nella sua immensa compassione verso tutti noi.

Yoga Purnima 2010

Nel 2008, dopo il culmine della Rajasuya Yajna, insieme alla Sat Chandi Mahayajna Sri Swami Satyananda introdusse la Mahamrityunjaya Yajna, un’altra importantissima yajna efficace per la salute, il benessere e la protezione dell’umanità. Questa yajna coincide con la nascita di Sri Swamiji avvenuta ottantasette anni fa ad Almora, nell’Himalaya, durante il purnima (la luna piena, n.d.t.) del mese di Marga Shirsha.
Il Mahamrityunjaya mantra è un antichissimo mantra universale che si trova nel Krishna Yajur Veda. Può togliere ogni genere di dif-ficoltà e di afflizione. Fa parte dei sacri inni Rudri che per tradizione vengono recitati durante l’adorazione di Shiva ed è diventato preminente a causa della sua grande efficacia per ottenere la protezione di coloro che lo cantano.
Così questa yajna, chiamata “Yoga Purnima”, è sia un omaggio alla nascita e alla vita del grande yogi Sri Swami Satyananda Saraswati, che ha dato al mondo la chiarezza e la profonda intuizione riguardo a come le pratiche dello yoga possano armonizzare la nostra vita e risvegliare completamente la nostra potenzialità, così come ci ha indicato un modo per risvegliare la forza benevola del padre cosmico, Shiva.
Proprio come il tantra ha scelto Shakti come simbolo dell’energia cosmica o Natura, che è stata rappresentata come yoni, così il simbolo scelto da questa sublime filosofia per indicare la coscienza cosmica è Shiva, che è stato rappresentato come lingam. Yoni significa grembo o santo graal dove germina la vita e lingam significa la sorgente nella quale esiste il seme della vita nella sua originaria purezza. Insieme rappresentano l’intero ciclo dell’esistenza a tutti i livelli. Secondo il tantra non vi è nulla eccetto o oltre Shiva e Shakti.
Shiva e Shakti sono i due eterni principi dai quali nasce tutta la vita. È la forza duale che governa la nostra vita come chetana o consapevolezza e prana o energia vitale. Non potremmo neanche battere un ciglio senza la consapevolezza e senza la vitalità, tanto meno potremmo svolgere il gran numero di compiti che dobbiamo fare nel corso della nostra vita. Così, in un certo modo, attraverso l’adorazione di Shiva e di Shakti, adoriamo la loro presenza in noi stessi e ci risvegliamo al fatto che non siamo essenzialmente separati da essi ma che ne siamo parte integrante. È proprio come, pur avendo un’esistenza separata, siamo parte integrante dei nostri genitori, nati dal loro seme, dall’ovulo, dal sangue, dalle ossa e dal midollo. Allo stesso modo siamo intimamente collegati ai nostri genitori cosmici, Shiva e Shakti, perché nasciamo dai loro costanti ed eterni principi cosmici. Swami Satyananda ci ha mostrato come, attraverso l’adorazione della madre cosmica, Shakti, e del padre cosmico, Shiva, possiamo dedicare la nostra vita a risvegliare il suo vero significato – quello di comprendere noi stessi nel contesto dell’intero creato. Non siamo semplicemente degli individui che vivono per caso su questo pianeta. Abbiamo un ruolo, uno scopo, un destino e un obiettivo e il modo per realizzarli è stato reso chiaro da Sri Swamiji.
Ogni giorno, durante la yajna a Rikhiapith, competenti pandit di Varanasi reciteranno gli inni sacri del Rudri e svolgeranno il Rudra-bhishek verso il divyalingam. Questo divyalingam, portato apposita-mente da Narmadeshwar, è stato consacrato da Sri Swami Satyanan-da nel 2008 durante la prima Yoga Purnima. Da allora a Rikhiapith questo divyalingam viene adorato quotidianamente dai batuk di Ri-khia che, insieme alle kanya, sono diventati esperti di questa adora-zione. Al culmine della yajna, che cade a Marga Shirsha Purnima, la nascita di Sri Swami Satyananda sarà ricordata e celebrata con pre-ghiere e adorazioni dell’anima divina e del mahayogi che è entrato nelle nostre vite illuminandole con la sua immensa grazia e compas-sione in modo che non dovessimo mai essere privi delle sue benedi-zioni.
Si dice che quando uno yogi abbandona il corpo mortale diventa onnipotente poiché è libero dagli ostacoli e dalle limitazioni dell’indi¬vidualità. Egli diventa onnipresente e universale, una sola cosa con Dio. Quelli di noi che hanno conosciuto Sri Swamiji da vicino, che hanno vissuto e lavorato alla sua presenza, hanno il privilegio di poter utilizzare l’esperienza che abbiamo avuto con lui per avvicinarsi ancora di più a Dio.
Anche coloro che non hanno conosciuto Sri Swamiji avranno un’opportunità, attraverso questa yajna, di trarre giovamento dalle sue benedizioni quando egli verrà come divina presenza per inondare tutti noi con la sua abbondante grazia e il suo sguardo di buon auspicio.
Quest’anno Yoga Purnima, che si svolgerà dal 17 al 21 dicembre, sarà molto speciale perché è il primo dopo il Mahasamadhi di Swami Satyananda. Darà l’opportunità ai devoti, ai discepoli, agli ammiratori, agli amici e ai seguaci di unirsi e di offrire la loro gratitudine, l’amore e la devozione a Sri Swamiji e di ripagarlo in minima misura per tutto ciò che ha fatto e continua a fare per noi.
Sarà anche un momento per rimanere connessi con lui in modo che, quando ritornerà, troverà tutti noi così come ci ha lasciati, in ansiosa attesa, così come una persona innamorata aspetta l’amata/o.