Satyananda Ashram Italia

Scuola di Yoga

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  • Silenzio Fisico e Silenzio della Mente 
  • Il Silenzio 
  • La Bhagavad Gita 
  • Imparare come discepolo 
  • Hatha Yoga Pradipika 

Silenzio Fisico e Silenzio della Mente

Di: Swami Shivananda Saraswati. Tratto da: Yoga, Aprile 2006, Shivananda Math, Munger, Bihar, India.

Nel linguaggio comune, sedersi quietamente, senza parlare con nessuno, è silenzio. Se un vostro amico non vi scrive per molto tempo, direte: “Il mio amico non si è fatto più sentire. Non so perché”. Se durante una conferenza appassionante nessuno parla in una grande sala congressi, dite: “Era sceso un silenzio totale quando il filosofo ha tenuto la conferenza”. Quando i bambini fanno chiasso in classe, l’insegnante dice: “Silenzio, per favore”: Tutto questo è silenzio fisico.
Se non permettete agli occhi di vedere degli oggetti e li ritirate da-gli oggetti attraverso la pratica di pratyahara, questo è il silenzio degli occhi. Se non permettete alle orecchie di ascoltare alcun suono, questo è il silenzio di questo senso in particolare. Se osservate un digiuno totale senza neanche prendere un sorso d’acqua, questo è il silenzio della lingua. Se non svolgete alcun lavoro e sedete in padmasana per tre ore, questo è il silenzio dei piedi e delle mani.
Quello che si ricerca realmente è il silenzio della mente irrequieta. Potete osservare un voto del silenzio, ma la mente costruirà immagini. Chitta svilupperà ricordi, immaginazione, ragionamento, riflessione e altri meccanismi della mente si presenteranno. Come potete avere ora pace o silenzio reali? L’intelletto deve cessare di funzionare. Il senso astrale interiore dovrebbe essere in perfetto riposo. Tutte le onde mentali devono placarsi completamente. La mente dovrebbe riposare nell’oceano di silenzio di Bhraman. Solo allora, solo voi potrete godere un reale eterno silenzio.

Mouna o il voto del silenzio

Mouna significa voto di silenzio. Vi sono differenti tipi di silenzio. Il controllo della parola è vang mouna. La completa cessazione delle proprie azioni fisiche è kashtha mouna. Non dovete annuire con la te-sta. Non dovete scrivere niente per esprimere le vostre idee. In en-trambi i casi le modificazioni mentali non sono distrutte. Sushupti mouna è eguaglianza di visione e quiescenza della mente con l’idea che l’universo non è altro che Brahman, dopo aver stabilmente realizzato il carattere illusorio di questo mondo. Brahman è chiamato maha mouna poiché è un’incarnazione di silenzio Maha mouna è il vero silenzio. Il silenzio della parola è solo un aiuto nell’ottenimento di Maha mouna. Il silenzio mentale è di gran lunga superiore al silenzio della parola.

L’organo della parola

La parola è una potente arma di maya per illudere l’individuo e di-strarre la mente. Le persone loquaci non possono godere la pace della mente poiché la mente è sempre estroversa. Liti e dispute sorgono at-traverso il gioco o la malizia di questo senso turbolento. Le parole sono come frecce: feriscono i sentimenti degli altri. La parola è molto maliziosa, fastidiosa, turbolenta e impetuosa. Deve essere controllata costantemente e gradualmente. Quando iniziate a controllarla, cercherà di ripercuotersi su di voi. Siate coraggiosi. Non permettete a nessuna cosa di uscire dalla mente attraverso l’organo della parola. Se osservate mouna, avete escluso una grande fonte di disturbo. Se la parola è controllata, anche gli occhi e le orecchie possono facilmente essere controllati. Se controllate la parola, avete già controllato metà della mente.

Benefici della pratica di mouna

L’energia è sterile nel parlare futile e nel pettegolezzo. Mouna conserva l’energia e voi potete ridurre parecchio del lavoro mentale e fisico. Potete meditare a lungo. Ha una meravigliosa e calmante influenza sul cervello e sui nervi. L’energia della parola è lentamente trasmutata o sublimate in ojas shakti, l’energia spirituale. Mouna sviluppa la volontà, frena gli impulsi della parola e dona pace alla mente.
Mouna è un grande aiuto nella ricerca della verità e nel calmare la rabbia. Le emozioni sono sotto controllo e le tensioni scompaiono. Quando uno è sofferente, osservando il silenzio, darà grande pace alla mente. Chi osserva il silenzio possiede pace, forza e felicità. Nel silenzio c’è saggezza, libertà, equilibrio, gioia e beatitudine.
Come osservare il silenzio

Le persone indaffarate dovrebbero osservare il silenzio quotidiana-mente per un po’ di tempo e la domenica per un periodo più lungo durante il quale i vostri amici e i familiari non dovrebbero disturbarvi sapendo che in quei momenti state osservando il silenzio. Durante questi momenti praticate japa e meditazione. Se il posto non è adatto per osservare il silenzio, andate in un posto solitario, in cui i vostri amici non vi fanno visita.
Se desiderate osservare mouna mantenetevi impegnati in japa, meditazione e mantra. Evitate di mischiarvi con gli altri. L’energia della parola dovrebbe essere sublimata nell’energia spirituale e utilizzata per la meditazione. Solo allora apprezzerete serenità, tranquillità, pace e forza spirituale interiore.
Durante il periodo di mouna non dovete leggere i giornali. La lettura dei giornali porterebbe a un ritorno dei samskara mondani e disturberebbe la pace della vostra mente. Durante mouna non dovreste scrivere troppi biglietti o scrivere sull’avambraccio con le dita per comunicare i vostri pensieri a chi vi è vicino e non dovreste ridere. Queste sono tutte interruzioni di mouna e sono peggiori del parlare.

Alcuni suggerimenti

Quando prendete il voto del silenzio, non imponete mai dall’interno il pensiero “Io non parlerò” perché questo produrrebbe un piccolo calore nel cervello in quanto la mente vuole vendicarsi. Semplicemente, fate una sola risoluzione e allora la mente resterà quieta. Occupatevi di altre faccende. Non continuate a pensare: “Io non parlerò. Io non parlerò”.
All’inizio, quando osservate mouna, scoprirete alcune difficoltà. Ci sarà un duro assalto delle vritti. Differenti tipi di pensieri sorgeranno e vi forzeranno a interrompere il silenzio. Questi sono fantasie inutili e inganni della mente. Tenete la mente pienamente occupata. Il desiderio di parlare e di compagnia morirà e troverete la pace.
La pratica di mouna dovrebbe essere graduale. Se trovate difficile osservare mouna per un periodo prolungato e se non impegnate il tempo in japa e meditazione, interrompetelo immediatamente. Quando l’energia della parola non è controllata e adeguatamente utilizzata in attività spirituali, quando non è perfettamente sublimata, si scatena e si manifesta o esplodendo nella forma del suono “hu-hu-hu”, o esibendo differenti gesti e producendo differenti suoni. C’è più dispersione di energia che parlando normalmente. Sentite che trarrete molti benefici osservando mouna e sperimenterete molta pace, forza interiore e gioia. Solo allora troverete piacevole osservare mouna. Solo allora non tenterete di dire una parola. Praticare mouna semplicemente per imitazione o per obbligo vi renderà irrequieti e tristi. Mouna forzato è solo una lotta con la mente. È uno sforzo. Mouna dovrebbe manifestarsi da sé. Deve essere naturale. Se vivete nella verità, mouna si manifesterà da sé. Solo allora ci sarà pace assoluta.

Disciplina della parola

Provate a diventare una persona di parole misurate. Evitate severa-mente lunghe chiacchere, grandi chiacchere, esagerate chiacchere, tutte le inutili chiacchere, tutti i generi di vani dibattiti e discussioni e, per quanto possibile, ritiratevi dalla società. Questo di per sé è mouna. Fate attenzione a ogni parola. Questa è la più grande disciplina. Le parole sono forze potenti. Usatele con prudenza. Controllate il vostro parlare. Non permettete alla lingua di lasciarsi andare. Controllate le parole prima che escano dalle vostre labbra. Parlate poco. Imparate a essere silenziosi. Parole altisonanti provocano l’esaurimento della lingua. È mero sfinimento del discorso. Usate parole semplici e conservate energia. Dedicate sempre più del vostro tempo a una vita interiore di meditazione e riflessione.
Purificate la mente e meditate. Siate immobili e scoprite che siete Dio. Calmare la mente. Far tacere il brusio dei pensieri accrescendo le emozioni. Immergetevi profondamente nei recessi interiori del vostro cuore e amate il magnanimo silenzio. Misterioso è questo silenzio. Entrate nel silenzio. Conoscete questo silenzio. Divenite il silenzio stesso.

IL SILENZIO

Il silenzio è pace e benedizione.

Silenzio non vuol dire isolamento,
ma totale comunione con tutti gli esseri
e sincera partecipazione ai sentimenti degli altri.

Silenzio non è quando si sopprime o si nega qualcosa,
che, allora, nelle segrete profondità del cuore,
fa ancora più rumore.

Ma silenzio è quando tutto tace
in quei magici istanti
in cui un tenue raggio di sole danza
fra nebbie evanescenti e colori mai visti;
quando si dischiudono le porte dell’Anima
al sussurro dell’Immenso.

Il silenzio è ascolto;
il silenzio è stupore dinanzi all’Eterno.

Il silenzio è un dolce assopirsi di mille parole
quando la mente diviene calma…
e l’inonda la pace suprema,
nella vibrante pienezza dell’Essere.

È dal silenzio che nascono quelle poche,
vere, grandi Parole illuminanti.

Jn. Bhaktimala

La Bhagavad Gita

Tratto da: Swami Niranjanananda Saraswati, Yoga Sadhana Panorama, vol. V, Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India.

Capitoli 13-18

Man mano che vi evolvete e progredite ulteriormente nella bhakti, capirete che la vostra vita è il podere nel quale tutti gli aspetti hanno un ruolo da svolgere. Questo è il tema del tredicesimo capitolo, Kshetra Kshetrajna Vibhaga Yoga. Dio, o la coscienza trascendentale, è il conoscitore, il contenitore di conoscenza. Dio vi ha dato la forza di rendere bello il vostro podere quindi fatelo e non lasciate che rimanga arido.
Ricordatevi che in agricoltura è importante non solo la qualità del terreno e del fertilizzante, ma anche quella del clima. Il clima, la terra e il proprio sforzo sono le tre importanti componenti. Allo stesso modo, in questo podere della vita, vi sono tre importanti componenti: i tre guna che dirigono la struttura e l’esperienza della propria esistenza. Questo è il tema del quattordicesimo capitolo Gunatraya Vibhaga Yoga.
Il terreno è tamas nel quale tutto viene generato. La materia può contenere l’acqua, può assicurare la crescita degli alberi e sostenere l’edificio da voi creato. La materia è l’elemento finale su cui ogni altro elemento può configurarsi in una forma, una sagoma. Tamas è quella materia, quella natura, quell’area del podere che avete ricevuto, il terreno arido che resiste a ogni cambiamento, pieno di massi e di rovi. Quanto profondo dovrete scavare? Non conoscete nemmeno la profondità in cui si trovano le pietre, eppure il lavoro del podere deve essere fatto. Rompete e togliete le pietre che potrebbero trovarsi fino alla profondità di uno o due metri, riempite quello spazio con della buona terra coltivabile e iniziate a produrre. Quando avete tutte le abilità e le capacità perché non farlo? Il terreno rappresenta tamas; il vostro purushartha, o sforzo, rappresenta rajas; la grazia, il tempo, il clima, l’elemento cosmico, rappresentano sattwa. Queste tre componenti controllano ogni livello dell’esistenza e dell’esperienza umana.
Raggiunta la comprensione del ruolo dei tre guna, nel quindicesimo capitolo, Purushottama Yoga, la persona sviluppa una visone universale della vita, vissuta nella prospettiva di una coscienza illuminata. Quello diventa voi, voi diventate Quello. Quando vi tuffate nell’acqua nessuna parte del corpo rimane asciutta. Quando avrete sommerso il vostro sé individuale, la vostra coscienza individuale e, dalle fondamentali tendenze inerenti, avrete sviluppato interiormente un livello di trascendenza, allora sarete una persona diversa, una persona più matura. Proprio come una persona matura dall’infanzia verso l’età adulta e verso la morte, vi è anche la maturità della coscienza.
In questo processo di risveglio, ogni stadio ci porta più vicini al progetto che la coscienza superiore ha per noi, come persona creativa, come suo strumento. Nella creazione tutto ha uno scopo. Anche un pezzo di bambù, quando è vuoto ed è stato forato con sette buchi, se è suonato, è capace di produrre una bella melodia. Perfino una roccia può essere trasformata in un oggetto di adorazione. Tutto, che sia animato o inanimato, ha uno scopo. Come esseri umani abbiamo l’abilità di alterare e di formare il nostro destino, di fare delle scelte che ci innalzano e ci incitano a percorrere un sentiero equilibrato.
Quindi, eguite l’ispirazione di vivere la vita divina. Molte volte Krishna ha detto ad Arjuna: “Diventa uno yogi, o Arjuna. Sei un guerriero; vivi il tuo dharma di essere guerriero”. Arjuna può sempre essere uno yogi vivendo il suo dharma di essere un guerriero. Proprio come voi avete un ruolo da svolgere nella società, nella famiglia, a casa, al circolo, nell’ashram, ecc. allo stesso tempo, mentre svolgete questi ruoli, potete essere uno yogi, una persona che si sforza per ottenere la trasformazione della personalità. Questo è il tema del sedicesimo capitolo, Devasura Sampada Vibhaga Yoga.
Shraddhatraya Vibhaga Yoga è il tema del diciassettesimo capito-lo. Con quella fede e con quella convinzione capite e gestite i livelli dell’esistenza: la vostra mente si dissocia dalle simpatie e dalle antipatie, dalle attrazioni e dalle repulsioni, dalle necessità, dalle ambizioni e dalle debolezze e gestisce tutte queste cose. Esse continuano ad esistere, ma la vostra percezione di come gestirle sta cambiando e sta maturando. Esse non scompaiono perché fino a quando ci sono un corpo e una mente ci sono le attrazioni e le repulsioni tra le coppie degli opposti. Accettate questo e sappiate come gestire la cosa attraverso l’osservazione del vostro comportamento, assicurandovi che esso si regoli secondo i principi seguiti durante questo viaggio descritto dal secondo al diciassettesimo capitolo della Bhagavad Gita.
Poi passate al diciottesimo capitolo, Moksha Sannyasa Yoga: la trascendenza, la rettitudine nel vivere, la rettitudine nel pensiero, la rettitudine nel comportamento e un carattere virtuoso. Atma dipo bhava: siate la luce dentro voi stessi. Siate felici, godetevi la vita, sorridete e amate.

Capitolo 13

Il tredicesimo capitolo della Bhagavad Gita è Kshetra Kshetrajna Vibhaga Yoga, lo yoga della distinzione fra il campo e il conoscitore del campo. Kshetra significa dimensione, kshetrajna significa cono-scitore della dimensione, vibhaga significa divisione e yoga significa unione. Il campo è la dimensione di chetana, la coscienza non manifesta. Nel verso 1 Krishna dice ad Arjuna:

Idam shariiram kaunteya kshetramityabhidhiiryate
Etadyo vetti tam praahuh kshetrajna iti tadvidah.

Il corpo, Arjuna, è chiamato il campo; colui il quale lo conosce è chiamato conoscitore del campo dai saggi che conoscono en-trambe le cose.

Quali sono i campi del corpo? I versi 5 e 6 descrivono il campo e le sue modificazioni:

Mahaabhuutaanyahankaaro buddhiravyajtaneva cha
Indriyaani dashaikam cha pancha chendriyagocharaah.

I grandi elementi, l’egoismo, l’intelletto e anche la natura non manifesta, i dieci sensi e la mente, i cinque oggetti dei sensi, desiderio, odio, piacere, dolore, intelligenza, forza d’animo – così il campo e le sue modificazioni sono stati descritti in breve.

Il corpo con tutti i suoi attributi è il campo in cui vive lo spirito, il conoscitore. Questo è il campo con cui dobbiamo lavorare. Se la vita è un’esperienza combinata di corpo, mente e spirito allora il campo, il nostro podere, diventa il corpo, la mente e lo spirito. Così i dieci sensi: i karmendriya, gli organi d’azione, e i jnanendriya, gli organi di percezione, appartengono al corpo; gli elementi rappresentano il corpo; il desiderio, l’odio, il piacere e il dolore rappresentano le aspirazioni mentali, i successi e le esperienze; l’umiltà, il perdono e la rettitudine rappresentano la forza del carattere umano. Questo è il campo. Dobbiamo riconoscere che la vita nella sua interezza è un campo.
Qui è fornita una mappa della vita. La vita è vista nella forma di un campo e siete voi il possidente. Se volete diventare il conoscitore del campo, dovete purificare voi stessi. Se avete un terreno e desiderate creare un giardino dovete togliere i detriti e le erbacce, piantare dei fiori e degli alberi da frutta, decidere dove dovrà essere il sentiero. È vostro e potete farne ciò che volete: averne cura o trascurarlo. È una vostra decisione e una vostra scelta e deve diventare la vostra ispirazione e la vostra motivazione. Sta a voi decidere come usare quel campo, questo corpo, con tutti i suoi attributi e le sue modificazioni. Sta a voi decidere come sviluppare questo campo di esistenza. Avete la capacità di trasformare la vostra vita in un bellissimo giardino, quindi non permettetele di divenire arida. Disegnate il vostro sentiero, diventate il conoscitore del campo e non soltanto il conoscitore ma anche il padrone del campo della vostra vita. Questa è una mappa della vita. Questa è la vita, queste sono le modificazioni della vostra esistenza, del vostro spirito, della vostra natura. Realizzate queste modificazioni e imparate a gestirle.

Capitolo 14

Il quattordicesimo capitolo è Gunatraya Vibhaga Yoga, lo yoga della divisione dei tre guna. Guna significa “qualità”, traya significa “tre” e vibhaga significa “indipendenza”. I tre guna – sattwa, rajas e tamas – rappresentano tre diverse modificazioni della stessa natura, vi è una qualità indipendente in ognuno di essi. Ogni tradizione afferma che la natura umana è governata da queste tre qualità.
Nel verso 5 Krishna descrive come questo campo, questo corpo, questa esistenza, sia controllato e governato dai tre guna, da tre diffe-renti generi di azioni che hanno come risultato un’esperienza diversa.

Sattvam rajastama iti gunaah prakritisambhavaah
Nibhadnanti mahaabaaho dehe dehinamavyayam.

La purezza, la passione e l’inerzia, queste qualità, nate da Prakriti, la Natura, sono legate stabilmente al corpo, all’incarnato, all’indistruttibile.

La purezza rappresenta sattwa, la passione rappresenta rajas e l’inerzia rappresenta tamas. Queste tre qualità nascono dalla natura, prakriti; sono inerenti alla natura e legano fermamente il corpo. Sono come la colla che tiene insieme il carattere, il corpo, i sensi e la mente. Se i guna dovessero scomparire, tutto si disintegrerebbe.
Da sattwa nasce la conoscenza, da rajas nascono l’avidità e l’illusione e da tamas nascono l’ignoranza e la trascuratezza. Qui Krishna dice ad Arjuna che questo campo del corpo, questo campo dell’esistenza, la dimensione dell’esperienza umana è governata da queste tre qualità. Il nostro obiettivo è diventare puri, ma attualmente siamo in uno stato di condizionamento tamasico e talvolta resistiamo a qualsiasi cambiamento che possa modificare il nostro condizionamento. L’incapacità di lasciar andare, il sentimento della paura e la resistenza a qualunque cambiamento del nostro condizionamento, rappresentano tamas. Siamo abituati al nostro angolo della stanza e non desideriamo lasciarlo. Sentiamo che quello è il nostro luogo di potere e non vogliamo perderlo. Questa è la natura tamasica. Tuttavia, come aspiranti yogici, dobbiamo allontanarci da tamas adoperando la forza di rajas per sperimentare sattwa.
Se sattwa è luce, purezza, allora tamas è oscurità, inerzia. Si fa riferimento a tamas anche come avidya, ignoranza, assenza di conoscenza. Quando siamo esseri incarnati, contenuti in questo corpo, nella natura, nella personalità e nella mente, allora sperimentiamo tamas. Il corpo, la mente e i sentimenti rappresentano tamas, un condizionamento che viviamo, un’identità creata da noi, non soltanto socialmente, ma anche come esseri individuali. Io sono ciò che sono. Non sono ancora diventato “Quello”. I tre guna si manifestano in ogni espressione di questo campo, nelle interazioni, nei pensieri personali. I vostri pensieri possono essere sattwici o positivi, rajasici o passionali, tamasici o distruttivi. Anche l’intensità della vostra emozione è sattwica, rajasica e tamasica e ognuno di essi rappresenta una modificazione. È come una bella statua che è scolpita nella pietra, da una totale inerzia ad una bella forma, da tamas a sattwa. La pietra è ancora la stessa, ma vi è stata una trasformazione, un’alterazione. La persona è ancora la stessa ma ha avuto luogo una modificazione nel pensiero, nel credere, nella comprensione, nelle reazioni, in ogni forma di comportamento. Questo è il movimento da tamas verso sattwa, che diventa l’aspirazione di ogni yoga sadhaka.
Il quattordicesimo capitolo descrive come i guna interagiscono nel mondo materiale. Il cibo può essere sattwico, rajasico e tamasico. Il cibo pesante tamasico priva il corpo di energia e produce inerzia. Il cibo rajasico brucia lo stomaco. Un pasto leggero, sattwico, produce vitalità, regola le funzioni del corpo e aumenta il dinamismo e l’attenzione. Diversi tipi di cibo producono diverse esperienze. È la stessa cosa con le abitudini, con i rapporti interpersonali. Si sviluppa-no vari tipi di dipendenze, vari attaccamenti, e da questi attaccamenti hanno origine determinate aspettative che portano ad un’incapacità di comprendere le necessità degli altri. In questo modo i tre guna regolano e influenzano il nostro comportamento e la nostra vita in ogni modo possibile e immaginabile. Questo è il successivo riconoscimento che deve avere luogo nel processo di trasformazione della personalità umana.

Capitolo 15

Il quindicesimo capitolo è Purushottama Yoga, lo yoga dello spirito trascendentale, il Sé trascendentale. La natura trascendentale è libera dalle influenze del dolore e della sofferenza, dalle euforie del piacere e di ciò che è confortevole, da qualunque dominio delle coppie degli opposti.
Nel verso 11 Krishna afferma:

Yatanto yoginashchainam pashyantyaatmanyavasthitam
Yatanto’pyakritaatmaano nainam pashyantyachetasah.

Gli yogi, nello sforzo verso la perfezione, si identificano con la natura trascendentale che dimore nel Sé; ma coloro che non so-no raffinati, che non sono intelligenti e anche quelli che si sfor-zano verso la perfezione, non Lo vedono.

Quest’affermazione definisce il tema del quindicesimo capitolo poiché si riferisce agli sforzi fatti da entrambi i tipi di persone: l’essere raffinato e accorto e la persona non raffinata ed ignorante. Entrambi stanno facendo uno sforzo ma l’essere raffinato, lo yogi, si identifica con il Sé trascendentale. Questo è il significato di “yoga”. Gradualmente raffinate voi stessi sempre più. Mentre migliorate voi stessi, se vi identificate con quella natura interiore trasformatrice, essa vi porterà con sé, e continuerete a progredire. Cavalcherete semplicemente un’onda dopo l’altra.
Tuttavia, per la persona non raffinata, anche se si sta sforzando, la mente non è presente, è da un’altra parte. Essa desidera le soluzioni semplici e veloci, ma non è disposta a raffinare la sua personalità. Quella persona sta vedendo tutti i canali su un unico schermo televisivo ed è incapace di concentrarsi solo su uno perché ci sono troppe scene che sfrecciano tutte insieme allo stesso tempo. Non vi è nessuna scelta dei canali a causa delle distrazioni e dei disturbi che ci affliggono. In questa affermazione è reso chiaro il fatto che, anche se vi state sforzando, dovete assicurarvi di non essere distratti e disturbati. Dovete raffinarvi e assicurarvi che siete in grado di vedere sullo schermo un’unica immagine.

Capitolo 16

Il sedicesimo capitolo è Devasura Sampada Vibhaga Yoga, lo yoga della divisione fra il divino e il demoniaco. Deva significa “essere divino” e asura significa “demone”. Nel verso 6 Krishna dice ad Ar-juna:

Dvau bhuutasrgau loke’smindaiva aasura eva cha
Daivo vistarashah pronta aasuram paartha me shrinu.

Vi sono due tipi di esseri in questo mondo: quelli divini e quelli demoniaci.

La divina e la demoniaca sono le due principali nature negli esseri umani. Possiamo scegliere di andare lungo la via del divino oppure scegliere la via demoniaca. Queste sono le uniche due opzioni: o vivete una vita divina o una vita demoniaca.
Nei versi da 1 a 3 Krishna descrive ad Arjuna le caratteristiche dell’essere virtuoso, divino:

Abhayam sattvasamshuddhih jnaanayogayavasthitih
Daanam damashcha yajnashcha svaadhyaayastapa aarjavam
Ahimsaa satyamakrodhastyaagah shantirapaishunam
Dayaa bhuuteshvaloluptvam maardavam hriirachaapatam
Tejah kshamaa dhritih shauchamadroho naatimaanitaa
Bhavanti sampadam daiviimabhijaatasya bharata.

L’impavidità, la purezza di cuore, la stabilità nella conoscenza e nello yoga, la generosità, il controllo dei sensi, il sacrificio, lo studio delle scritture, l’austerità, la franchezza, la non violenza nel pensiero, nella parola e nell’azione, la veridicità, l’assenza di rabbia, la rinuncia, la tranquillità, l’assenza di falsità, la compassione, l’assenza di cupidigia, la gentilezza, la modestia, l’assenza di volubilità, il vigore, il perdono, la sopportazione, la purezza, l’assenza di odio, l’assenza d’orgoglio – queste cose appartengono alla persona che nasce per lo stato divino, Oh Arjuna.

Nel verso 7 Krishna descrive il carattere con qualità demoniache:

Pravrittim cha nivrittim cha janaa na viduraasurah
Na shaucham naapi chaachaaro na satyam teshu vidyate.

I demoniaci non sanno cosa fare e da cosa astenersi; in loro non viene trovata né la purezza, né la giusta condotta, né la verità.

Demoniaco significa “confuso”, non cattivo; colui che è caduto da uno stato di grazia, come Satana che una volta fu un angelo. Quando cadiamo dallo stato di grazia, la confusione crea uno stato in cui non sappiamo cosa fare, da cosa astenerci. Né la purezza, né la giusta condotta, né la verità sono qualità che si trovano in un carattere demoniaco. Quindi ci sono due vie da seguire: quella divina o quella demoniaca. Dobbiamo sforzarci di percorrere la via divina in modo che rimaniamo connessi con la verità, con la rettitudine e con la purezza.

Capitolo 17

Il diciassettesimo capitolo è Shraddhatraya Vibhaga Yoga, lo yoga della divisione della triplice fede. Shraddha significa fede. Krishna racconta ad Arjuna che la fede è la forza più grande che si possa avere per affrontare questo viaggio e per portarlo a termine. La fede è l’esito della determinazione, di un’ispirazione positiva, di una motivazione positiva, di un cuore che si identifica con ciò che è virtuoso e positivo. La fede è anche influenzata dai tre guna, come affermato nel verso 2:

Trividhaa bhavati shraddhaa dehinaam saa svabhaavajaa
Saattvikii raajasii chaiva taamasii cheti taam shrinu.

Triplice è la fede degli esseri incarnati, che è inerente alla loro natura: sattwica (pura), rajasica (passionale) tamasica (oscura).

C’è la fede sattwica, la fede tamasica e la fede rajasica. Se avete un modo di pensare e di comportarvi rajasico, la vostra fede sarà rajasica. Se siete tamasici, i vostri pensieri saranno distruttivi, perfino la vostra fede verrà usata per distruggere gli altri o voi stessi. La triplice fede è inerente alla nostra natura.
Krishna continua nel verso 4:

Vajante saatvikaa devaanyaksharakshaamsi raajasaah
Pretaanbhuutaganaamshchaanye yajante taamasaa janaah.

I sattwici, o puri, adorano gli dei, i rajasici, o passionali, adorano gli yaksha e i rakshasa; gli altri, i tamasici o la gente illusa, adorano i fantasmi e le schiere di spiriti della natura.

Una persona sattwica adora le divinità luminose, gli esseri illuminati, i deva. Questo non è un concetto religioso, ma è un concetto che denota la realizzazione di diversi stati di coscienza in cui la persona può esistere come un essere divino, un essere illuminato. Negli stati illuminati dell’esistenza, le azioni, i pensieri, le idee, i concetti e gli stili di vita sono illuminati e innalzano. “Illuminato” significa qualcosa che innalza ed illumina, che toglie l’oscurità.
Una persona rajasica adora gli yaksha e i rakshasa, gli essere ete-rei. “Ti prego di soddisfare il mio desiderio ed io farò questo, ti prego di soddisfare il mio desiderio e io farò quello”. La tendenza rajasica è quella di rivolgersi agli angeli e alle fate come sostegno e guida. Questa è la fede rajasica. Le persone tamasiche, o illuse, adorano fantasmi, le cose oscure. Hanno fede in questo. Se possono credere a Satana, perché non riescono a convertire quella fede nella credenza di Dio? Questo significa che la loro fede è indirizzata male. Questa è la fede tamasica. Così qui è necessario stare attenti e coltivare l’attitudine di drashta, lo spettatore, il testimone, per assicurarvi che la vostra fede sia sattwica. Dovreste avere questa abilità di controllo su voi stessi. Dovreste avere la forza di dirigere qualsiasi squilibrio o deviazione nella vostra vita e ritornare sul giusto sentiero.

Capitolo 18

Il diciottesimo capitolo è Moksha Sannyasa Yoga, lo yoga della libe-razione attraverso la rinuncia. Nel verso 10 Krishna dice:

Na dveshtyakushalam karma kushale naanushajjate
Tyaagee sattwasamaavishto medhaaveii chhinnasamshayah.

La persona rinunciante, dotata di purezza, di intelligenza, che ha sradicato i propri dubbi, che non odia il lavoro sgradevole né è attaccata al lavoro gradevole, è equilibrata.

Questo è moksha, la liberazione, la libertà. È un concetto molto inte-ressante di libertà. Che cosa è la libertà? Tentate di essere liberi da ciò che vi ha legato. Se è una corda che vi lega, liberatevi dalla corda. Se sono delle idee che vi legano, liberatevi da quelle idee. Se sono degli attaccamenti che vi legano, liberatevi da quegli attaccamenti. Se le vostre paure vi legano, liberatevi da quelle paure. Questo significa che per liberarvi da qualcosa dovete reciderlo. Tuttavia, qui il concetto è che accettiate tutto. Mantenete la calma mentale, la pace e l’equilibrio. Chi riesce a mantenere l’equilibrio, chi ha rinunciato al desiderio di essere attirato dalle coppie degli opposti, è un rinunciante.
Noi desideriamo soffrire e quindi soffriamo. Desideriamo speri-mentare la gioia e quindi sperimentiamo la gioia. Desideriamo attra-versare il dolore e attraversiamo il dolore a causa del nostro coinvol-gimento, della nostra partecipazione e dell’attaccamento. Queste cose continueranno a succedere fintanto che viviamo in questo corpo. Qual è la legge del corpo? La digestione avviene da sola, il cuore batte da solo: voi non controllate questi processi. Spesso non riuscite nemmeno a controllare qualcosa di molto più tangibile come il vostro parlare. È l’equilibrio che indica la libertà: realizzare che dovete vivere secondo le regole del corpo, ciò non significa abbandonare qualcosa. Invece di essere attirati dal sentiero gradevole o da quello sgradevole, mantenete dritto il percorso. Allora sarete liberi dalle attrazioni di ciò che è buono e di ciò che è cattivo, di ciò che è corretto e di ciò che è scorretto. Dal momento in cui sarete equilibrati in questa maniera, sarete liberi. Questa è la vera libertà, non tagliando fuori qualcosa.
Nel verso 12 Krishna afferma:

Anishtamishtam mishram cha trividham karmanah phalam
Bhavatyatyaaginaam pretya na tu sannyaasinaam kvachit.

Il triplice frutto dell’azione (il male, il bene e il misto) si accresce dopo la morte per i non rinuncianti; mai per coloro che hanno rinunciato.

I triplici frutti dell’azione sono il male, il bene e il misto. Questi si accumulano in coloro che non riescono ad abbandonare il loro legame con il loro sé negativo e restrittivo, con la loro connessione con i propri attaccamenti e le modificazioni che nascono in questo campo della vita; in coloro che desiderano l’amore, ma non sono in grado di dare amore; in coloro che desiderano il perdono ma non riescono a perdonare. Per tali persone, che non riescono a lasciar andare e si sforzano per la perfezione, i frutti delle azioni si accumulano. Coloro che riescono a lasciar andare e sono liberi dalle attrazioni relative al bene e al male, dalle coppie degli opposti, diventano liberi. Questa libertà è la crescita finale, la fioritura ultima della personalità.
Così, in questi diciotto capitoli Krishna ha dato un chiarissimo modello di libertà. La Bhagavad Gita rappresenta la trasformazione della personalità umana e lo yoga è un aiuto per questa trasformazione

Imparare come Discepolo
Aspetti Pratici della Bhagavad Gita (Parte 2)

Tratto da: Swami Niranjanananda Saraswati, Yoga Sadhana Panorama, vol. 4, Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India.

Conosciamo la storia del Mahabharata. Gli eserciti di Pandava e dei Kaurava si erano radunati sul campo di Kurukshetra. Arjuna, uno dei grandi guerrieri, ispezionava gli eserciti quando cadde in uno stato di depressione a causa dell’illusione e della confusione, moha e dell’attaccamento, asakti. Non riusciva a comprendere perché ci dovesse essere morte e distruzione in famiglia e nella società a causa dei capricci di poche persone. Adunati sul campo di battaglia, vide i membri della sua famiglia, il nonno, lo zio, i fratelli e i parenti, pronti a combattere gli uni contro gli altri e a morire per qualcosa in cui credevano. Qui il punto non era se fosse giusto o ingiusto. Arjuna sentì che tutti i suoi valori personali erano andati in frantumi e cadde in uno stato depressivo in cui c’era confusione nei pensieri, confusione in relazione al dharma e alla giustizia, confusione riguardo alla vita e alle sua associazioni. Non riusciva a pensare chiaramente a quello che era opportuno fare.

Conflitto nel dharma

Sebbene fin dall’inizio Krishna lo esortasse a combattere per la retti-tudine, per il suo dharma, Arjuna, in quello stato depressivo non ascoltò le sue istruzioni e la sua guida, pur sapendo che Krishna era una figura molto potente. Ricordatevi che non stiamo parlando di Krishna come incarnazione di Dio, ma come di una persona che nella sua vita ha ottenuto qualcosa per mezzo delle sue esperienze e dei suoi sforzi. Arjuna sapeva che Krishna era una delle grandi personalità della sua epoca. Quando iniziò a parlare con Krishna a proposito dello stato di illusione in cui si trovava il suo essere e della sua confusione di valori, Krishna tentò di dargli una spiegazione, ma la barriera dell’attaccamento e dell’illusione era tanto grande che le parole di Krishna non fecero breccia nel modo di pensare di Arjuna. Quindi Krishna si tranquillizzò e disse: “Libera i tuoi sentimenti tanto quanto ti serve e, quando ti sarai stancato, forse mi ascolterai”.
Questa non è soltanto l’esperienza di Krishna, ma è anche la nostra. Quando le persone parlano delle loro difficoltà e dei loro problemi, tentiamo di capirle e di dare una risposta con completa compassione. Quando la persona è irretita nei propri problemi, non è pronta né ha voglia di accettare dei suggerimenti; la prima priorità è semplicemente quella di esprimere le emozioni accumulate che hanno frantumato la sua pace. In quel momento, invece di essere un consulente o una guida, dovete diventare un buon ascoltatore. Krishna, allora, mantenne il silenzio fino a quando Arjuna non espresse tutti i suoi sentimenti. Lo stato di illusione e di confusione aveva colpito anche il suo corpo. Vi erano tremori, tremolii, sudori, sensazioni di caldo e di freddo, uno stato di esaurimento nervoso.
Infine Arjuna disse a Krishna (Bhagavad Gita, 2:7):

Kaarpanyadoshopahatah svabhaavah
Prachchhaami tvaam dharmasammuudhachetaah
Yachchhreyah syaannishchitam bruchi tanme
Shishyastellam shaadhi maam tvaam prapannam.

Sono completamente confuso. Non so ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Vi è un conflitto nel dharma. Che cosa dovrebbe fare una persona e che cosa non dovrebbe fare? Come dovrebbe guardare l’attuale situazione, come dovrebbe trattarla, e come dovrebbe comportarsi per stabilire il dharma, la rettitudine? Io sono il tuo discepolo. Ti prego, guidami.

Anche allora Krishna non disse niente fintanto che Arjuna disse: “Ora sono pronto ad ascoltarti. Inchino la testa con rispetto davanti a te. Sono pronto a diventare il tuo discepolo. Ti prego di togliere l’illusione e la confusione dalla mia mente, guidami e accettami come tuo discepolo”.

La svolta psicologica

Questo è il punto di svolta della Bhagavad Gita. Fino a questo punto era Arjuna comandante in capo mentre Krishna svolgeva il ruolo di conducente del carro, suo subordinato. Normalmente, se l’allievo ini-zia a dare lezioni filosofiche e pratiche al maestro questi, a causa dello stato sociale e dell’ego non sarà contento. Ma non fu questo il caso nel rapporto fra Krishna e Arjuna. Non c’era alcun coinvolgimento dell’ego. C’era decisamente una reciproca comprensione. Krishna riuscì a intuire le sofferenze e il dolore, la frustrazione e la depressione che Arjuna sentiva. Tuttavia, per mantenere il decoro, attese fino a quando Arjuna si mise nel ruolo non di un comandante dell’esercito ma di un discepolo desideroso di ricevere guida e istruzioni.
Arriva un momento nella nostra vita in cui sentiamo di non trovare le soluzioni ai nostri problemi attraverso i nostri sforzi. Sentiamo che la nostra intelligenza e la nostra esperienza ci hanno tradito. Non abbiamo nessun fondamento, nessuna base, nessuna esperienza di come gestire la situazione perché essa è totalmente estranea alla nostra natura. In quel momento l’ego personale è distrutto. Vi rendete conto di non essere il padrone di voi stessi, anche se pensavate di esserlo. Quando vi rendete conto di aver vissuto una falsa identità, una falsa consapevolezza, una falsa realtà, sentite che non vi è nessuna sostanza né stabilità nella vostra vita. Quello è il momento di svolta che fa sì che l’arroganza si inchina davanti al maestro, al guru. La persona che riesce ad abbandonare l’ego al maestro è noto come discepolo, shishya.

Diventare un discepolo

Pochissime persone diventano discepoli. Molte diventano studenti, molti possono diventare aspiranti, ma essere uno shishya è l’ultimo stadio dell’abbandono di sé, l’ultimo stadio dell’accettazione. Quando sapete di non avere nessun controllo su voi stessi, di essere incapaci di guidare voi stessi, quando tutti i collegamenti con l’ego sono recisi e vi trovate a dimenarvi in mezzo all’oceano, in quel momento anche un filo d’erba diventa un sostegno. È qui che possiamo vedere il concetto dell’essere discepolo. Questa è un’idea molto importante alla quale dovreste pensare. Molte persone pensano di diventare discepoli quando sono iniziati al mantra. Sbagliato! Molte persone pensano di diventare discepoli quando prendono l’iniziazione a karma sannyasa o jignasu sannyasa. Sbagliato! Molte persone dicono: “Io seguo questo guru o quel guru e seguo alla lettera le istruzioni del guru e quindi sono un discepolo”. Sbagliato!
Quando cominciate un percorso, volete imparare. L’apprendimento avviene attraverso l’intelletto. Questo è il punto di partenza. Aurobindo affermò: “All’inizio l’intelletto fu un aiuto al mio sviluppo ma, alla fine, l’intelletto diventò una barriera della mia crescita”. Cominciamo il nostro percorso, il nostro apprendimento, attraverso l’intervento di buddhi, l’intelletto. Fintanto che utilizziamo l’intelletto per capire il sistema, la sequenza, la procedura, la teoria e la pratica di un argomento, sia esso materiale o spirituale, siamo soltanto studenti.
Potreste essere un sannyasin, il seguace di un guru. Potreste essere un grihastha, una persona di famiglia. Non importa quale sia il ruolo che svolgete, all’inizio sarete soltanto uno studente. Più tardi, può darsi dopo molti anni, quando quello che avrete imparato inizierà a radicarsi nella vostra vita, inizierete a sentire la trasformazione e diventerete un aspirante. Poi il cuore si collega con l’esperienza della trasformazione. Iniziate ad accettare e a capire l’associazione di uno stile di vita con il vostro attuale ambiente e la vostra attuale condizione e voi, come aspirante, tentate di approfondire maggiormente il sentimento, la sensibilità, la compassione e l’amore.
Quando lasciate semplicemente andare il controllo sulla vostra vita, che è l’arresa finale, allora diventate uno shishya. Non fraintendete le parole: “lasciate andare il controllo sulla vostra vita”, perché molte persone si sentono insicure ed impaurite e dicono: “Se mi lascio andare, se arrendo me stesso, che cosa rimarrà? Altre persone potranno manipolarmi. Altre persone potranno raggirarmi. Altre persone potranno mandarmi sulla strada sbagliata”. Sorgono queste insicurezze e queste paure. Ma quando giungerà il momento di essere pronti per diventare un discepolo, avrete sviluppato abbastanza comprensione del processo e un livello di comunicazione con l’insegnante da poter far nascere la fede e la fiducia. Saranno la fede e la fiducia che vi permetteranno di abbandonarvi totalmente. Senza questo l’arresa non avverrà mai. Quando abbiamo abbandonato l’ego, quando la nostra logica è abbandonata, allora vi sarà accettazione ed esperienza, non confusione o discussione. È allora che l’energia spirituale inizia a manifestarsi.

Le illusioni di essere discepolo

Vi sono molti generi di discepoli. Lo yoga dice che un tipo di discepolo è un dhela, una piccola massa d’argilla, che pensa semplicemente di essere diventato un discepolo e continua a pensare di essere un discepolo, ma in lui non vi è nessun cambiamento né trasformazione. Il dhela rimane sempre una piccola massa d’argilla, fino alla fine. Un’altra categoria di discepolo è il thela, un carretto da ambulante. Il thela si muoverà soltanto fintanto che qualcuno lo spinge, perché non è spinto da se stesso. Anche queste persone sono in abbondanza. Dicono: “Io seguirò soltanto il mandato e la guida del mio guru. Se lui mi dice di fare qualcosa, lo farò. Altrimenti il mondo può andare all’inferno, io non mi muovo”. Poi vi è il chela, che molte persone pensano sia il vero discepolo.
C’era una volta un uomo che andò da un guru e disse: “Guruji, ti prego di farmi tuo discepolo”. Il guru gli disse di tornare dopo un mese. L’uomo rispose: “Ma io voglio diventare il tuo discepolo oggi, non tra un mese”. Il guru disse: “Se vuoi diventare il mio discepolo, dovrai darmi il corpo, la mente, i sentimenti, l’ego e lo spirito”. L’aspirante accondiscese e disse: “Da oggi non ho niente che possa dire sia mio. Il mio corpo, la mia mente, i miei sentimenti, il mio ego e il mio spirito sono tutti tuoi”. Quindi il guru accondiscese di accettarlo come discepolo. Mandò l’uomo a casa per occuparsi dei suoi doveri e obblighi familiari dicendogli: “Vieni quando ti chiamo”.
Venne l’estate. Qualcuno disse al guru che il discepolo aveva molti alberi di mango con i migliori manghi del regno. Perché non domandargli trenta o quaranta manghi per i discepoli e i residenti dell’ashram? Il guru fu d’accordo. Quando l’uomo seppe della richie-sta, scrisse: “Caro Guruji, ti ho dato il mio corpo, la mia mente, le mie emozioni, il mio spirito ma non chiedermi i miei manghi”.
Questo è il chela che dice di aver dato tutto ma, quando arriva il momento, troverà sempre una scusa per non dare. Si pone in mezzo l’ego e questo ego sottile crea una barriera nel rapporto che può esistere fra guru e discepolo. Noi siamo dei chela. Abbiamo abbandonato noi stessi ma arriva un punto in cui il guru ci mette alla prova e noi sentiamo: “Oh, questa è una cosa che non ho ancora abbandonato e mi fa male doverla abbandonare”.
L’unione con Dio

La quarta qualità di un discepolo è atmabhava, essere una sola cosa con il guru. Quando diventate una sola cosa con il guru, la qualità più elevata di arresa, allora, qualunque cosa lui possa chiedervi di fare, che siate vicini o lontani, la connessione sarà sempre vibrante. Farete sempre attenzione alle buone qualità che state ricevendo dal guru. Gli insegnamenti che ricevete dal guru, che stanno trasformando la vostra vita, saranno la fonte d’ispirazione.
Successe in Tibet a Milarepa. Quando Milarepa andò dal suo guru, Marpa gli disse: “Non devi partecipare ai miei satsang e alle mie le-zioni, devi soltanto vivere qui e lavorare”. Se foste stati nei panni di Milarepa avreste pensato: “Sono venuto qui per imparare, per la libe-razione spirituale e l’insegnante mi dice di non andare ai suoi satsang e alle sue lezioni ma semplicemente di lavorare come un servo, come uno schiavo. Che razza di uomo è?”. Ma Milarepa accettò. Disse: “Lo farò perché ti ho accettato come mio maestro e non ci sarà nessuna confusione dentro di me. Qualunque sia il tuo mandato, lo seguirò e lo completerò”. Il guru disse: “È così? Allora costruiscimi una casa in cima alla montagna. La cava di pietra è là sotto. Taglia le pietre e portale una per volta in cima alla montagna”.
Per sei mesi Milarepa lavorò giorno e notte, portando pietre sulla schiena su per la montagna per costruire la casa. Quando fu completata, chiamò il guru per ispezionare la casa. Marpa disse: “Non mi piace la collocazione. Preferirei che la casa fosse più in basso. Porta giù le pietre una per volta e con loro costruisci un’altra casa ai piedi della montagna”. Milarepa non si lamentò. Prese le pietre, a una a una e di nuovo cominciò a costruire la casa ai piedi della montagna.
Nel frattempo il guru osservava, quando un giorno disse a Milare-pa: “Sei molto lento. Muoviti velocemente!” e gli dette una spinta. Milarepa era diventato molto debole e cadde giù nel precipizio. Men-tre cadeva il suo unico pensiero era: “Che peccato che io non possa portare a termine il mandato del mio guru!” Poi una mano invisibile lo alzò e lo collocò davanti al guru. Marpa disse a Milarepa: “Da oggi tu sei diventato il mio maestro”. Quale ode per un discepolo! Mai prima di allora un guru aveva mai fatto una tale affermazione a un discepolo. Milarepa aveva superato l’esame finale, atmabhava, in cui l’ego non c’entrava per niente. Fino allo stadio di chela c’entra ma oltre a quello, quando si è stabiliti in atmabhava, l’ego è dissolto. Atmabhava significa essere discepolo, shishyatva.

Krishna guida Arjuna

A questo punto possiamo capire meglio il dialogo fra i due, quando Arjuna dice a Krishna: “Sono tuo discepolo. Ti prego, guidami e istruiscimi” e Krishna risponde: “Ora che ti sei abbandonato, ora che non hai più ego e che sei disposto a seguirmi, ascolta con cura le mie istruzioni e la mia guida. Prima di tutto, per superare la confusione e l’illusione, cerca di ottenere una mente stabile”.
Nello yoga si definiscono quattro stati della mente: mudha, la mente addormentata, kshipta, la mente immatura, vikshipta, la mente dissipata e ekagra, la mente focalizzata. Nello stato di illusione e di attaccamento Arjuna sperimentava lo stato vikshipta o confusione della mente. Così chiese a Krishna di descrivere lo stato focalizzato della mente e come si comporta, agisce, pensa e vive una persona che ha ottenuto quello stato. (Bhagavad Gita, 2:54):

Sthitaprajnanya kaa baashaa smaadhisthasya keshava
Stitadhiih kim prabhaasheta kimaasiita vrajeta kim.

Qual è la definizione di una persona che ha una saggezza equilibrata, che ha la mente ferma e che si è stabilita in una perfetta tranquillità? Come parla, come sta seduta, come cammina?

Sthitaprajna indica la mente ekagra, la mente che non oscilla. Nello yoga vi sono due tipi di mente. La mente pura non oscilla, non è di-sturbata dall’influenza dei sensi e da oggetti sensoriali, desideri, sen-timenti ed emozioni. La mente impura è soggetta all’influenza degli oggetti sensoriali.
Entrambi gli stati possono essere spiegati con un esempio. Se ac-cendete una candela all’aria aperta, la fiamma non sarà molto stabile. Il minimo venticello la farà oscillare. Per rendere stabile la fiamma dovremmo creare una barriera per assicurare che il vento non colpisca la fiamma ardente. Nel momento in cui creiamo una barriera, la fiamma diventa stabile. La mente impura fluttuante è la fiamma instabile quando è sotto l’influenza del flusso d’aria e del vento. Quando riuscite a controllare la mente e a separarla dagli oggetti dell’attaccamento e dall’associazione con i sensi, essa diventa stabile. Questo è lo stato di sthitaprajna. Sthita significa stabile, prajna significa saggezza. Che bel concetto della mente. La saggezza stabile è il condizionamento finale della mente.

La saggezza

Nel corso della vita accumulate una conoscenza che è solo il com-prendere sotto forma di concetti, idee e parole che conservate nella memoria. Fintanto che la conoscenza non è applicata, essa non è sag-gezza. Potreste sapere molte cose e allo stesso tempo essere una per-sona priva di saggezza. La conoscenza applicata equivale alla saggez-za. Lo stato della saggezza significa una persona capace di compren-dere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, buono e cattivo, positivo e negativo, retto e non retto; una persona capace di discernere fra i due poli della vita e restare completamente in equilibrio. Di questo è capace la mente tranquilla, non quella agitata.
Krishna istruisce Arjuna: “Tu conosci molte cose. Io non di darò ora lezioni di dharma. Queste lezioni le hai imparate dai tuoi guru. Ricordati quelle lezioni e applicale. Ora ti senti turbato perché ti stai associando ai tuoi attaccamenti, desideri e sentimenti, alle persone che consideri ti appartengano”.
Egli afferma (Bhagavad Gita, 2:55):

Prajahaati yadaa kaamaan sarvaan partha manogataam
Aatmanyevaatmanaa tushtah sthitaprajnanstadochyate.

Quando una persona lascia completamente tutti i desideri della mente ed è soddisfatta nel sé, allora si dice che abbia una mente stabile e una stabile saggezza.

Kaman significa desiderio, attaccamento, associarsi con. Pra è il pre-fisso che indica qualcosa con cui si è profondamente associati in modo intimo. Siete profondamente associati con i vostri desideri, con le ambizioni e le necessità, con la vostra spinta a sperimentare la realizzazione attraverso delle azioni egoiste. Dissociatevi da questo e troverete la pace.
Arjuna pone la domanda: “Dici di dissociarsi dai desideri e dagli attaccamenti per avere una mente stabile e tranquilla. Ti prego di guidarmi verso l’ottenimento di questa forma di dissociazione”. Poi Krishna dice (Bhagavad Gita, 2:58):

Yadaa samharate chaayam kuurmongaariiva sarvashah
Indriyaaniindriyaarthebhyastasya prajnaa pratishthita.

Quando, come la tartaruga che da ogni lato ritira gli arti nel suo guscio, la persona impara a ritirare i sensi dagli oggetti sensoriali, allora la saggezza diventa stabile.

Questo è il primo riferimento che fa Krishna a pratyahara e lo troviamo nel secondo capitolo. Quando Arjuna domanda: “Come ci si può dissociare?” Krishna risponde: “Pratica pratyahara”; è così semplice. Che cosa è pratyahara? Guardate una tartaruga. Quando una tartaruga ha paura, ritira le membra: una testa, due braccia, due gambe, una coda. Sei organi sono ritirati. Manah shashthanindriyani (Bhagavad Gita, 15:7) – la mente è il sesto organo.
Quando il sé immutabile, il puro spirito trascendentale, giunge nell’area di prakriti, la natura, e riceve un corpo, quello spirito arriva insieme ai cinque organi sensoriali, indriya, e ad una mente. Questi sono i sei organi. La testa della tartaruga è la mente che ha bisogno di essere ritirata dagli oggetti sensoriali. Le due braccia, le due gambe e la coda simboleggiano i cinque karmendriya, i sensi di azione, e i cinque jnanendriya, i sensi di percezione; anche questi devono essere ritirati. Imparate a fare questo.

Il potere dei sensi

Krishna afferma (Bhagavad Gita, 2:60):

Yatato hyapi kaunteya purushasya vipashchitah
Indriyaani pramathiini haranti prasabham manah.

Di natura turbolenti, i sensi portano via con forza perfino la mente di un saggio che sta praticano l’autocontrollo.

Questa è un’affermazione molto importante. Una volta che iniziate a praticare pratyahara, cominciate a ritirare voi stessi. Ma ricordatevi che il ritiro non sarà mai finale perché l’attrazione e la forza gravita-zionale degli oggetti dei sensi sono tanto forti che talvolta perfino i saggi perdono l’equilibrio.
Conoscete la storia di Vishvamitra, uno dei grandi tapasvi (uno che pratica le austerità n.d.t.), il quale si infatuò di Menaka. Potreste mai credere che questo grande tapasvi, che dette al mondo la scienza di Gayatri, fosse infatuato di Menaka? In base all’affermazione di Krishna, ci si può credere. Oppure prendete l’esempio di Narada, una persona con la capacità di vagare nei vari universi, una persona profondamente associata con Dio. Aveva una mente tanto volubile e birichina che non avreste mai creduto che fosse un Brahmarishi. Amava creare litigi fra due persone per poi stare seduto a osservare. Krishna, nella Bhagavad Gita, afferma che i sensi sono tanto potenti nel regno di prakriti, che perfino la mente più stabile può essere fatta oscillare dalla loro forza.

Prakriti

Prakriti è la natura manifesta. Quando diciamo prakriti tutti pensano alla natura, agli elementi, la luna, la terra e gli alberi. Pensano che il creato sia prakriti. Tuttavia il vero significato di prakriti è quando un’azione ha luogo continuamente senza mai fermarsi. La radice san-scrita di prakriti è krit, che significa ‘svolgere, agire, fare’, e pra è il prefisso che significa ‘con forza, intenso’. Dà una forte enfasi all’azione, uno stato in cui predominano il cambiamento e il movi-mento e non la stabilità. Quando i sensi sono soggetti a prakriti, qual è il loro ruolo? Quando i sensi non sono soggetti a prakriti, cessano di esistere. Occorre sempre fare ripetutamente lo sforzo di trovare il punto focale, il centro, l’equilibrio. Questo è lo scopo di pratyahara.
Il concetto di pratyahara implica l’autosservazione. Attraverso l’autosservazione vi muovete verso l’autoanalisi, dall’autoanalisi verso l’autodiscriminazione, attraverso l’autodiscriminazione all’au-tocorrezione, attraverso l’autocorrezione all’autotrasformazione. Questo è il sistema di pratyahara, iniziando dall’autosservazione. Qui Krishna parla dello stato di pratyahara; più tardi parla anche delle pratiche di pratyahara.

Il significato di pratyahara

Secondo lo yoga pratyahara ha due significati. Pratyaya significa se-me, il seme entro la nostra personalità, che diviene la nostra natura quando si manifesta. Se piantate un seme di mango potete aspettarvi un albero di mango e non di guava. Il risultato è sempre contenuto nella causa. Un seme di mango darà frutti di mango. Quando il seme si sviluppa nella nostra personalità, esso creerà un particolare tipo di mentalità e di natura che apparterrà unicamente a noi. Questo è cono-sciuto come pratyaya. Pratyahara è la consapevolezza del seme, del nucleo originario della personalità umana.
Il secondo significato di pratyahara è ahara che desidera, che bra-ma, e prati, interiore, osservazione dei desideri interiori, osservazione del movimento dell’energia sottile, dell’energia della mente.
Lo yoga considera l’energia in due forme. La prima è prana shakti, l’energia che si manifesta nel corpo fisico, nella dimensione fisica, di cui si fa esperienza come vitalità fisica e dinamismo; la si osserva come il movimento fisico dei sensi. La seconda forma di energia è chitta shakti, l’energia sottile responsabile del movimento della mente, la forza mentale. Chitta shakti è il seme di ahara, la bramosia, il desiderio. Il desiderio è generato nella mente e la bramosia è un’esperienza della mente. Quando le bramosie sono potenti e predominanti, è prati più ahara, l’osservazione di desideri personali, l’osservazione dello stato di bramosia. Pratyahara ha questi due significati. L’unico modo per equilibrare la mente turbolenta, sapendo benissimo che questa turbolenza è causata dall’associazione della mente con gli oggetti sensoriali, è attraverso l’osservazione, l’isolamento, il ritiro della mente, ossia entrare nello stato di pratyahara.
Poi Arjuna dice: “Posso capire in teoria ciò che mi stai dicendo, ma ti prego di darmi dei metodi specifici con cui io possa controllare, dirigere e tranquillizzare la mia mente”. La pratica che Krishna insegnò ad Arjuna sul campo di battaglia è l’argomento della nostra prossima discussione.

Hatha Yoga Pradipika

Tratto da: Sw. Muktibhodhananda Saraswati, Hatha Yoga Pradipika, Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India.

Capitolo 1: Asana

Verso 16 (iii) (continuazione)

Lo yama successivo è il perdono o kshama. Effettivamente il perdono indica la capacità di lasciare che le esperienze vadano via dalla mente anziché trattenere i ricordi degli eventi passati. Significa vivere nel presente. Questo yama non è solo per il bene degli altri, è più per il vostro bene. Se potete perdonare, la vita diventa più piacevole e armoniosa. Mentre la vendetta porta rabbia e rimorso e crea karma, il perdono porta felicità e leggerezza al vostro cuore.
In precedenza Swatmarama ha esaminato ‘sopportazione’; egli l’ha chiamata ‘perseveranza’. Le prove e tribolazioni della vita sono spesso ardue e dolorose, ma hanno uno scopo positivo. Se non riuscite a sopportare le esperienze mondane ordinarie, come ve la caverete quando l’atma rivelerà se stesso? Un’esperienza spirituale può presentarsi in ogni momento e noi dobbiamo essere pronti a sostenerla a ogni livello. Non è qualcosa che accade allo spirito e lascia il corpo-mente inalterato.
Bisogna essere sempre allerta e costanti sia nella pratica sia nella aspirazione. Anche se il mondo intero crolla intorno a voi, non importa. Se abbandonate speranza e sforzo, non avrete mai successo. Il potere divino è benevolo con i devoti e si cela in molte forme proprio per verificare la loro devozione e la loro fede. Quando abbandoniamo speranza e fede perché le circostanze sembrano essere contro di noi, abbiamo frainteso la situazione. Secondo i nostri concetti di buono e di cattivo riteniamo che una particolare esperienza sia negativa e reagiamo a essa. Tuttavia, sia che le circostanze sembrino piacevoli o spiacevoli, dobbiamo mantenere la fede e continuare la nostra pratica, solo allora il sadhana produce i suoi frutti.
Compassione è gentilezza verso giovani e vecchi, ricchi e poveri, meritevoli e apparentemente non meritevoli. Siamo tutti di un unico atma. La crudeltà verso gli altri alla fine si rivolge contro di noi. La benevolenza verso gli altri porta la misericordia divina. Se aprite il vostro cuore all’energia divina e riuscite a provare compassione per ogni creatura sulla terra, farete rapidi progressi nella vostra ricerca dell’atma.
In precedenza Swatmarama ha descritto l’umiltà come “modestia”. L’umiltà spontanea arriva con la consapevolezza divina e l’abbandono dell’ego o consapevolezza dell’io. È l’ego che crea il sentimento di separazione dall’atma e ci impedisce di sentire l’essere interiore. Quelli, come Swami Shivananda di Rishikesh e molti altri grandi santi, che hanno trovato unità nell’atma, erano miti come un bambinetto. Umiltà e mitezza indicano semplicità di carattere e di stile di vita. L’anima non ha bisogno di accessori, di cibo o di complimenti sontuosi e quando li cercate vi allontanano dalla vostra vera identità.
“Moderazione nella dieta” significa non mangiare né troppo né troppo poco. Significa mangiare in modo frugale ma riempiendo lo stomaco in modo adeguato, andando incontro alle richieste del corpo. Così, il corpo e la mente rimangono sani ed equilibrati. Un corpo de-bole non può sostenere una mente forte. Un corpo forte e sano riflette la natura della mente. Mangiare troppo e l’ingordigia per il cibo dimostrano una mente incontrollata.
La vostra dieta dovrebbe essere semplice, pura e non troppo pic-cante. Mangiate ciò che è necessario per sostenere le necessità del vostro corpo e scegliete una dieta che contribuisca al massimo al vostro sadhana. Tuttavia, non divenite troppo attenti del cibo.
L’ultimo degli yama è la pulizia in tutto il vostro stile di vita; mantenere il corpo e la mente in uno stato puro. Quando il corpo è pulito e non vi sono blocchi, può diventare un recipiente perfetto per l’energia divina e la pura coscienza. Non dovrebbe essere pulito solo il corpo interno, ma così dovrebbe essere anche l’ambiente nel quale vivete. Per pulire il corpo internamente, l’hatha yoga prescrive le sei tecniche di purificazione – neti, dhauti, nauli, basti, kapalbhati e trataka.
Questi dieci yama sono seguiti dai dieci niyama. Il primo è tapah che significa scaldare e si riferisce anche alle austerità. Ci sono tre tipi di tapas: sharirik, fisico, vachik, vocale, manasic, mentale; questi, a loro volta, possono ancora essere sattwici, rajasici o tamasici.
Anticamente tapas significava rimanere in piedi nell’acqua su di un piede, continuativamente, per ore, o indossare solo un telo intorno ai lombi nel freddo gelido e cose del genere. Tuttavia, questi metodi non sono necessari per l’evoluzione spirituale. In realtà non aiutano le persone di questa epoca ad avvicinarsi alla realizzazione del sé. Causerebbero soltanto disagio fisico e forse malanni, come reumatismi, artriti, ecc. e sfiducia nel sentiero dell’evoluzione del sé. Queste austerità possono aiutare a rinforzare la mente; ma ci sono altri metodi meno rigidi per farlo.
Le austerità per le persone di questa epoca implicano il fare quelle cose che mettono alla prova la vostra forza di volontà e la forza della mente e del corpo. Se siete abituati ad alzarvi alle sette di mattina e cambiate questa abitudine costringendovi ad alzarvi alle quattro, que-sto è tapas. Una volta che vi siete abituati non è più un’austerità. Au-sterità è sbarazzarsi delle comodità e dei lussi come un materasso alto 25 cm, abiti costosi, cibi gustosi, televisione, aria condizionata e riscaldamento, e implica far bagni freddi in inverno, svolgere compiti che non vi piacciono, ecc. Una volta che vi adattate, tali condizioni non sono più austerità per voi. Questi processi plasmano il corpo e la mente in uno stato più puro e più sattwico e aiutano nella crescita spirituale.
Appagamento, o santosha, significa sviluppo del senso di soddisfazione in ogni situazione e con qualunque cosa possa arrivarvi. Se avete molto o nulla, se guadagnate o perdete, dovreste cercare di sentire che avete più che abbastanza. L’opposto di questo è l’insicurezza, che crea irrequietezza e instabilità. Sicuramente, tutti stiamo cercando qualcosa. La maggior parte delle persone trova appagamento nella soddisfazione materiale ma dopo qualche tempo, nasce di nuovo lo scontento. Quando capirete che i desideri non possono mai essere soddisfatti, sarà il momento di cercare la realizzazione nello spirito. Questo è l’unico modo per provare veramente santosha o soddisfazione.
Credere nel supremo, astikyam, è lo stesso concetto di fede. Alcuni chiamano il supremo ‘Dio’. Naturalmente, Dio non è un uomo seduto su un trono, in cielo. La vita e la creazione sono molto sistematiche e scientifiche. Potete chiamare l’energia cosmica Dio, Natura o Coscienza Suprema, ma una forza superiore esiste sicuramente e controlla tutte le esistenze inferiori.
Alcune persone sono state in grado di far esperienza dell’esistenza e dell’operato del Supremo ed è diritto di ciascuno di espandere la propria coscienza sino ad un tale stato. Noi possiamo solo mantenere la fede che un giorno anche noi avremo questa esperienza. Anche un agnostico crede in qualcosa. Forse non è d’accordo con la religione, ma non può dire di non credere in una forza più grande della propria mente e del proprio corpo. Non può negare i fatti di scienza e natura, e benché cercherà sempre di negare l’esistenza di Dio, egli cercherà fatti che comprovino la sua non esistenza o confermino la sua esistenza. Anche lui sta cercando l’esperienza suprema.
Noi tutti siamo come bimbetti nella visione suprema e, proprio come un bimbo crede nella propria madre, anche noi dovremmo avere la stessa fiducia assoluta nella forza suprema. Una madre non ha necessità di spiegare al proprio figlio perché gli sta facendo il bagno o lo sta nutrendo, perché il bambino non capirebbe le spiegazioni. Allo stesso modo, l’energia cosmica non ha alcun bisogno di spiegarci niente. Se avete fede nella volontà e nell’azione del Supremo, questa fede da sola è sufficiente a guidarvi e proteggervi.
Carità, daanam, non significa soltanto fornire cose materiali e aiuto finanziario a poveri e bisognosi. Significa anche aiutare o servire gli altri in qualsiasi modo richiesto, per esempio, offrendo sostegno mentale ed emozionale. Per essere veramente caritatevoli, si deve avere un atteggiamento di donazione, altruista e di condivisione ma, naturalmente, non sino al punto di esaurire le vostre stesse risorse.
Swami Shivananda chiama questa attitudine udara vritti, che significa “avere un grande cuore”. In parole sue: “La carità deve essere spontanea e non forzata. Donare deve diventare abituale. Dovete provare gioia nel dare. Se date, tutta la ricchezza del mondo è vostra. Il denaro vi arriverà. Questa è l’immutabile, inesorabile, inflessibile legge di natura.
Alcune persone fanno la carità e sono ansiose di vedere il proprio nome pubblicato sui giornali. Questa è la forma tamasica di carità. Dovete dare con il giusto atteggiamento mentale e realizzare Dio (la realtà ultima) attraverso le azioni caritatevoli”.
L’adorazione dell’Essere Supremo, Ishwara pujanam, non dovreb-be essere fraintesa come appartenente alla religione. Patanjali la chiama Ishwara pranidhana o abbandono all’Essere Supremo. In India, la maggioranza delle persone fanno la puja rituale alla propria divinità, ma quello non è il significato implicito in questo concetto. La vita esteriore che conduciamo è soltanto la manifestazione del Supremo; è l’interazione di energia e coscienza. Questo dovrebbe essere ricordato costantemente. Tutto è sacro, non soltanto una stanza della puja, ecc.
C’è una storia ben conosciuta di Guru Nanak che illustra questo punto. Egli era in pellegrinaggio verso la Mecca e poco prima di rag-giungerla, si sdraiò a riposare. Un devoto mussulmano si avvicinò e disse: “Non puoi sdraiarti in questo modo, i tuoi piedi sono rivolti verso la Moschea”. Guru Nanak disse al devoto di essere un uomo molto vecchio e stanco e chiese al devoto se gentilmente poteva spostargli i piedi dalla direzione della Moschea. Tuttavia, in qualsiasi direzione il devoto mussulmano spostava i piedi di Nanak, vedeva sempre la Moschea davanti ad essi.
Questo mostra lo stato elevato della coscienza di Nanak. Per lui non c’era alcun luogo che non fosse sacro o che non rappresentasse il Supremo. Analogamente, il culto o puja dovrebbero essere interiori. Qual è lo scopo di passare ore facendo la puja rituale, offrendo fiori, kumkum, riso e incenso, e cantando mantra, se non siete in grado di avere la consapevolezza della realtà suprema nella vostra vita esteriore. La puja esterna si fa per risvegliare la coscienza interiore; ma se ancora litigate con la famiglia e gli amici, imbrogliate gli altri e causate loro dolore e sofferenza, allora la vostra puja non ha alcun significato. Puja significa portare con voi consapevolezza e rispetto della forza sottile (il Supremo) in ogni cosa.
Il sesto niyama è ascoltare discorsi di scritture spirituali, siddhanta o siddhantavakya shravanam. Tradizionalmente, siddhanta è una sezione specifica dei Veda e della filosofia vedanta. Siddhanta è il culmine della conoscenza spirituale raccolta in forma concisa. Ascoltare la conoscenza spirituale e ciò che gli antichi saggi trovarono nella loro ricerca ed esperienza, aiuta a sviluppare la vostra facoltà superiore di conoscenza o gyana. Ci aiuta a comprendere il cammino spirituale e il modo in cui lo spirito si svela.
In India c’è una tradizione in cui le persone si siedono insieme a una persona che ha conoscenza spirituale e discutono dell’anima. Questo è detto satsang. Non è necessario che sia discusso solo il siddhanta. Potete ascoltare qualsiasi argomento spirituale.
La maggior parte delle persone spreca tempo ed energia andando al cinema, ecc. e sviluppano solo la natura mondana. Il satsang preserva l’energia mentale ed emozionale e mantiene la consapevolezza dell’individuo nel regno dell’aspirazione e delle vibrazioni spirituali.
La modestia, hri, è una parte dell’umiltà che è già stata discussa.
Un intelletto che discerne, mati, è essenziale per discernere tra vero e falso. Significa essere capaci di percepire la natura essenziale o la verità alla base di una situazione, indipendentemente dal fatto che la situazione coinvolga altre persone o solo voi. È qualcosa come essere capaci di interpretare il significato di un sogno, cioè capire se era dovuto a squilibrio fisico, purificazione mentale/emozionale, repressione, o se era di importanza spirituale. Anche la vita è simbolica del mondo interiore. Comprendere il suo significato ed essere capaci di analizzare e giudicare correttamente significa avere un intelletto che discerne.
In alcuni testi yogici l’ottava regola è tapo, mentre in altri è japo. Poiché tapaha è già stata citata all’inizio, sembra più probabile che il vocabolo originale sia japo. Anche nell’Hatharatnavali e nello Srimad Devi Bhagavatam hanno elencato japo. Japa significa ripetizione di mantra. Il mantra può essere ripetuto mentalmente, sussurrato, cantato o scritto. Non tutti i suoni possono essere un mantra, né sono mantra i nomi degli dei o le parole sacre. Essi sono vibrazioni sonore formulate appositamente per influenzare gli strati più profondi della mente e della coscienza. Ci sono diversi gradi di mantra, alcuni influenzano il corpo sottile, altri influenzano le vibrazioni praniche e altri sono puramente trascendentali.
Inizialmente, japa è fatto consciamente e meccanicamente, ma do-po qualche tempo, il mantra viene spontaneamente dall’interno della vostra stessa coscienza. Non dovete pensarci, esso continua sempli-cemente da solo. La consapevolezza sarà attratta dal suono e dal pen-siero del mantra come una falena da una luce che brilla nella notte.
Il mantra universale che può essere utilizzato da tutti è il mantra Om, formato dai suoni ‘A’ ‘U’ e ‘M’. È la vibrazione cosmica sia della realtà manifesta che della realtà immanifesta. ‘A’ rappresenta il mondo conscio e la creazione, ‘U’ rappresenta i regni intermedi e subconsci e ‘M’ rappresenta l’immanifesto e l’inconscio. I tre suoni insieme rappresentano l’esistenza della coscienza suprema e della manifestazione. Tutto nella creazione ha la propria particolare frequenza vibrazionale e mantra, ma la combinazione di tutte le frequenze universali e vibrazionale pulsano al ritmo di Om. Non c’è mantra più grande da ripetere.
Sacrificio, hutam, è l’ultimo niyama. Esso non indica la forma ri-tualistica di offrire oblazioni in una cerimonia del fuoco. Significa sacrificio interiore, abbandono dei desideri mondani e resa dell’ego; sacrificio delle esperienze sensuali per le esperienze spirituali. Sacrificio è abbandonare l’idea che la vita sia solo per i piaceri mondani.
Tutti gli yama e niyama qui esposti, costituiscono venti discipline mentali e autolimitazioni che erano originariamente studiate per aiutare un sadhaka a conservare e accumulare la sua riserva di energia pranica e psichica. Benché siano state formulate da esponenti dello yoga, si possono trovare anche in molte religioni. Coloro che ebbero rivelazioni più elevate, ritennero che queste discipline fossero utili per preparare gli aspiranti alle esperienze spirituali. Tuttavia, non dovrebbero essere considerate come semplici pratiche religiose poiché sono una parte della scienza yogica.
Negli Yoga Sutra di Patanjali, sono descritti in modo particolareg-giato solo cinque yama e cinque niyama: non violenza, veridicità, onestà, astinenza, non possessività; pulizia, appagamento, austerità, auto-analisi, abbandono all’Essere Supremo. Però, nell’Hatharatnavali si afferma che ci sono quindici yama e undici niyama: piacere mentale, appagamento, mantenere il silenzio, controllo dei sensi, compassione, cortesia, fede nel Supremo, onestà, perdono, purezza di pensieri/emozioni, non violenza, astinenza, pazienza e tolleranza; fare il bagno, pulizia, verità, ripetizione del mantra, offerte di acqua, austerità, autocontrollo, sopportazione, saluti reverenziali, osservanza dei voti e, digiuno.
Nell’epoca attuale e ai giorni nostri può essere difficile cercare di obbligarvi ad attenervi a queste regole, perciò Swatmarama non enfa-tizza la loro importanza. Tuttavia, esse possono essere coltivate con il sadhana e lo sforzo spirituale. La mente non dovrebbe mai essere obbligata ad accettare qualcosa che percepisce come innaturale. Quando viene spontaneamente, non ci sarà repressione. Se costringete voi stessi a fare qualcosa che va contro la vostra natura, svilupperete ogni genere di complicanze psicologiche. Tenete a mente gli yama e i niyama e lasciate che si sviluppino naturalmente.