Satyananda Ashram Italia

Scuola di Yoga

Satyananda Ashram Italia


  • Ottenere l’Equilibrio Mentale 
  • Approfondire la Conoscenza dello Yoga 
  • Hatha Yoga Pradipika 

Raggiungere l’Equilibrio Mentale
Aspetti Pratici della Bhagavad Gita (Parte 3)

Tratto da: Swami Niranjanananda Saraswati, Yoga Sadhana Panorama, vol. 4, Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India.

Una Pratica di Pratyahara

Sedetevi comodamente con il corpo eretto e diritto, le mani sulle ginocchia o nel grembo, dove è più comodo. Chiudete gli occhi. Per un po’ di tempo divenite mentalmente consapevoli di tutto il corpo. Divenite consapevoli della posizione fisica, della posizione delle gambe, della posizione delle mani e delle braccia, della posizione di tutto il corpo. Osservate mentalmente il corpo. Rilassatelo. (Pausa) Divenite consapevoli dell’immobilità nel corpo. Tutto il corpo è immobile e tranquillo. Completa consapevolezza dell’immobilità fisica. Tutto il corpo è completamente immobile, assolutamente tranquillo. Sentite, sviluppate e sperimentate l’immobilità nel corpo. (Pausa)
Focalizzate la consapevolezza sul flusso del respiro naturale entro le narici. Quando inspirate sentite la sensazione di fresco mentre l’aria passa attraverso le narici verso i polmoni. Quando espirate siate consapevoli del tepore all’interno delle narici mentre il respiro esce. Siate consapevoli di ogni inspirazione ed espirazione continuando a osservare la temperatura del respiro.
Completa consapevolezza del corpo immobile e del respiro. Osservate il respiro. Fate esperienza del respiro. (Lunga pausa)
Ora concentrate l’attenzione sul centro fra le sopracciglia. Davanti agli occhi chiusi visualizzate l’immagine di una fiamma che arde. Vedete l’immagine, il simbolo della fiamma, jyoti, nel centro fra le sopracciglia. Mantenendo l’attenzione fissa sul simbolo di jyoti, diventate consapevoli di tutte le sensazioni fisiche, le sensazioni di caldo e freddo, del vento sul il corpo. Osservate lo stato d’immobilità fisica e le varie sensazioni di cui potete fare esperienza nel corpo. (Pausa)
Se sentite il vento, divenite consapevoli della carezza del vento. Se vi sono delle tensioni o della rigidità, allora diventate consapevoli di quello ma non muovete il corpo. Approfondite la consapevolezza e osservate tutte le sensazioni. (Lunga pausa)
Divenite consapevoli dei suoni. Siate come il microfono di un registratore che coglie ogni singolo suono nel suo raggio. Ma ricordatevi, non siate disturbati dai suoni. Dovete semplicemente riconoscere il fatto che esistono. (Pausa)
Siate in pace con voi stessi. Per sviluppare la consapevolezza della sensazione di pace, concentratevi sulla stabilità fisica, sull’immobilità fisica. Concentratevi sul simbolo della fiamma e riconoscete tutti i suoni che esistono intorno a voi. (Pausa)
Mentre osservate tutti i suoni e l’immobilità del corpo fisico, mantenete la consapevolezza continua e costante della fiamma. (Lunga pausa)
Il simbolo della fiamma, l’immagine davanti agli occhi chiusi, deve essere assolutamente stabile e immobile, come una candela che arde in una stanza priva di correnti d’aria. Là la fiamma della candela è stabile. Sviluppate la stessa sensazione dentro di voi. Siete seduti in una stanza e osservate la fiamma, immobile e stabile. Fuori dalla stanza vi c’è rumore, c’è vento, vi è del movimento. Siate soltanto uno spettatore di tutto ciò che avviene intorno a voi e siate colui che sperimenta l’immobilità e il silenzio interiore. Siate lo spettatore della confusione, del caos intorno a voi. Siate colui che fa esperienza del silenzio e della tranquillità interiore. (Lunga pausa)
Lentamente muovete il corpo. Strofinate i palmi delle mani fra loro e metteteli sugli occhi, poi gentilmente aprite gli occhi.

Hari Om Tat Sat

L’equilibrio interiore

Secondo lo yoga pratyahara è un sistema per ritirare i sensi dall’esterno, per ritirare la consapevolezza dagli oggetti sensoriali e per diventare l’osservatore, il drashta o spettatore di ciò che sta suc-cedendo intorno a voi, pur mantenendo la serenità interiore. Nella breve pratica di concentrazione che abbiamo appena fatto, vi è stato chiesto di diventare lo spettatore, l’osservatore della situazione intorno a voi – il rumore, le sensazioni, le persone, l’ambiente, il tempo, il luogo, ecc. Allo stesso tempo vi è stato chiesto di mantenere la consapevolezza e di sperimentare la serenità interiore. Siete riusciti a osservare entrambi gli stati della mente? Quando eravate concentrati sul simbolo della fiamma e quando vi è stato chiesto di mantenere l’immobilità e la stabilità della fiamma, avrete notato che, nonostante le distrazioni esterne, vi era una sensazione, un sentimento di stabilità interiore, di silenzio interiore, di immobilità interiore, oppure lo si potrebbe anche chiamare un’esperienza di spazio, di spazio interiore. Vi sentivate come se foste seduti in una stanza con quattro pareti di vetro, mentre stavate osservando ciò che avveniva fuori dalle quattro pareti e all’interno vi era una assoluta pace e calma. Questo è lo stato di pratyahara indicato da Krishna.
Krishna ha detto che quando una persona scaccia tutte le bramosie dalla mente ed è soddisfatta nel sé, allora quell’equilibrio interiore, o stato mentale equilibrato, è appunto la mente stabile. La nostra mente è disturbata e influenzata da tre fattori: raga, la passione o attacca-mento, bhaya, la paura o insicurezza e krodha, la rabbia o aggressivi-tà. Questi tre influenzano costantemente la nostra mente e disturbano la sua stabilità.

L’illusione contro il discernimento

Vi è una bellissima descrizione dello stato della psicologia umana nella Bhagawad Gita (2:62-63):

Dhyaayato vishayaanpumsah sangastedhuupajaayate
Sangaat sanjaate kaamah kaamaatkrodhobhijaayate.
Krodhaadbhavati sammohah sammohaatsmritivibhramah
Smritibramshaad buddhinaasho buddhinaashatpranashyati.

Quando una persona pensa agli oggetti, nasce dell’attaccamento per questi; dall’attaccamento nasce il desiderio; dal desiderio nasce la rabbia; dalla rabbia nasce l’illusione; dall’illusione viene la perdita di memoria, dalla perdita di memoria la distruzione del discernimento; dalla distruzione del discernimento, la persona perisce.
In questi sloka Krishna descrive l’intera struttura psicologica di un individuo che è coinvolto ed è influenzato dall’associazione dei sensi con gli oggetti del mondo. Dice che, quando c’è una profonda identi-ficazione con i sensi e l’intera mente è deviata verso l’esperienza di quella identificazione esteriore, nasce asakti, l’attaccamento, e kama, il desiderio, la passione, l’ossessione, la bramosia – sangat sanjayate kamah. Se riuscite a realizzare le vostre aspirazioni, le necessità, le ambizioni e i desideri, allora siete felici e contenti. Ma se non riuscite a farlo, i desideri e le bramosie non realizzate faranno nascere l’ansia e l’aggressività – kamat krodhobhijaayate. Dalla rabbia nasce l’illusione, l’inganno – krodhaadbhavati sammohah. Dall’illusione, dall’inganno nasce la confusione della memoria – sammohatsmritivibhramah. L’illusione, l’inganno, restringerà l’area in cui l’intelletto esprime se stesso. Una volta che l’area della capacità intellettuale, razionale e del discernimento è limitata, allora vi è la perdita della memoria.
La perdita della memoria indica la confusione. La memoria include il ricordo di credenze, azioni e pensieri buoni e cattivi. Nella vita avete fatto delle buone azioni e queste sono incise nella mente in forma di memoria. Vi siete associati a delle azioni sbagliate e anche le impressione delle azioni sbagliate sono incise nella memoria. Avete sperimentato la pace, la felicità e la gioia, la sofferenza, il dolore, il conflitto e la confusione. Tutte queste cose sono state conservate dalla mente sotto forma di memoria.
Nello stato dell’illusione, dell’inganno, moha, in cui vi è soltanto un unico punto focale, un desiderio ossessivo, la capacità di discerne-re, la memoria di ciò che è positivo e di ciò che è negativo, non viene riconosciuta. Così, quando Krishna parla di perdita della memoria in-tende la perdita della chiarezza interiore, la disconnessione dall’esperienza che avete fatto in passato. In quel momento predomina soltanto l’egoismo: “Io desidero, io voglio, perché non lo posso ottenere!!!” Non vi è alcun discernimento. Una volta che viene a mancare ogni discernimento, viveka buddhi, vi è anche la perdita della saggezza. Una volta scomparso il potere del raziocinio, allora tanto vale essere considerati morti.
La facoltà di raziocinio è la qualità essenziale della vita umana. Se non applicate questa qualità a voi stessi e al vostro ambiente, allora non siete un essere umano ma un animale reattivo. Non siete una per-sona pensante. L’umanità e la chiarezza interiore si dissipano, diventate sempre più avvinti e siete risucchiati dalle attrazioni del mondo materiale. Nel momento in cui siete tirati dentro il mondo materiale perdete il senso di equilibrio, di armonia, di equilibrio interiore e di gioia, e iniziate a vivere in uno stato di confusione, frustrazione, ansia e depressione. Perciò, quando questi tre stati mentali – l’attaccamento, l’insicurezza e la rabbia – diventano potenti, non vi è pace mentale né felicità né realizzazione. Lo scopo di pratyahara non è semplicemente quello di ritirare e di dissociare la mente dall’attaccamento agli oggetti, ma anche quello di cancellare le influenze negative del desiderio, della paura e della rabbia. Per lo yoga questo è l’inizio dello stato di pratyahara.
Le persone desiderano la pace e la felicità. Ma dove, in questa se-quenza psicologica descritta da Krishna, possiamo ottenerle? Nella nostra associazione con gli oggetti dei sensi? Non possiamo ottenere appagamento o soddisfazione se vi è raga, il desiderio ossessivo; questo non condurrà mai all’esperienza della pace.
Vi è il detto in hindi, che un forte desiderio prima ancora di nascere è già gravido di un altro desiderio. Il desiderio è gravido di un altro desiderio anche prima che questo si manifesti. Prima di riuscire a soddisfare un desiderio, vi rendete conto che un altro è già nato e, prima di riuscire a soddisfare quello, un terzo e un quarto sono già nati. Questo è il circolo vizioso di vasana, la bramosia ossessiva e il desiderio ossessivo. Questa associazione della mente con gli oggetti sensoriali è continua e costante e non può essere fermata. Anche Krishna disse che non è possibile ottenere la pace nella vita. Allora, che cos’è possibile?

Pratyahara – equilibrare i due sentieri

Torniamo a sanyam, l’autocontrollo. Le nostre energie e i nostri sforzi sono diretti verso l’esterno ma, a causa del nostro ambiente, non riusciamo a cambiare questo stato di cose. Nessuno potrà mai dire: “Da oggi i miei sforzi saranno tutti rivolti soltanto verso la realizzazione spirituale e non verso quella materiale”.
Nell’Aparokshanubhuti Shankaracharya ha chiaramente affermato che un uccello ha bisogno di due ali per volare: non può volare con un’ala soltanto. Allo stesso modo, per ottenere la realizzazione nella vita, gli esseri umani hanno bisogno di un’ala per l’espressione mate-rialistica e di un’altra per l’espressione spirituale. L’espressione materiale e quella spirituale devono essere equilibrate. Non potete ignorare la spiritualità per il bene del guadagno materiale e non potete ignorare il guadagno materiale per il bene della spiritualità.
Questo è un punto dove è emersa una certa confusione nella nostra vita perché abbiamo cominciato a pensare che la vita spirituale è anti-materiale e che la vita materiale è anti-spirituale. Non dovrebbe esistere l’idea che dovete respingere un sentiero per progredire sull’altro sentiero. Se le persone pensano in questo modo è perché non hanno né esperienza, né conoscenza né percezione della tradizione spirituale indiana.
Potreste chiedervi come questo sia possibile poiché i due sentieri sembrano così diversi tra loro. Tuttavia essi coesistono, proprio come l’occhio destro non può vedere senza il sinistro e l’occhio sinistro non può vedere senza quello destro ma coesistono. Se tentate di vedere con un occhio solo percepite soltanto metà della realtà. Al fine di ottenere un quadro completo occorre uno sforzo maggiore, occorre sforzarsi di più. Ma se avete due occhi vi è minore difficoltà e riuscite a vedere più facilmente l’intero quadro.
Talvolta la vita materiale e quella spirituale di un individuo sono in conflitto tra di loro. La vita materiale dice che il primo obiettivo è l’associazione con i sensi e con gli oggetti dei sensi mentre la vita spirituale dice che il primo obiettivo è la dissociazione dai sensi e dagli oggetti dei sensi. Una sottolinea l’attaccamento e l’altra sottolinea il distacco. Le pratiche per la realizzazione spirituale sono finalizzate a trovare un equilibrio tra l’attaccamento e il distacco, tra la passione e l’assenza di passione.

La riscoperta di drashta

Quando la mente è coinvolta nel mondo esteriore, vi è una perdita di chiarezza mentale, una perdita della qualità di equilibrio e di armonia. Quando iniziate a praticare pratyahara riscoprite un aspetto della vostra natura o personalità che può essere distaccato da ciò che sta succedendo all’esterno. È quello l’aspetto della vostra natura che diventa l’osservatore, drashta, lo spettatore, colui che fa l’esperienza.
Nello yoga l’esperienza e colui che fa esperienza sono due cose differenti. Per esempio, sentite di avere fame o sete. La fame o la sete sono una realtà, un’esperienza ma, quando cominciate a mettere quella realtà in relazione a voi stessi, diventate colui che fa l’esperienza, anubhava karta. Quando non siete in relazione con l’esperienza, non sentite la fame e la sete ma, soltanto per il fatto che non avete né fame né sete, non potete negare la loro esistenza. Esse infatti continuano ad esistere in quanto esperienze ma, poiché voi non siete in quel momento colui che le sperimenta, esse non sono l’oggetto della vostra attenzione o consapevolezza. Similmente, in pratyahara vi è l’equilibrio della mente, ma non è il punto focale della vostra consapevolezza. Come possiamo mettere a fuoco quell’equilibrio? Disconnettendo e dissociando la mente dalle sue connessioni esteriori.
Questo è l’intero principio dello yoga che trovate nei primi tre sutra di Patanjali: Atha yoganushasanam – lo yoga è una forma di disciplina interiore. Yogaschitta vritti nirodhah – che conduce alla cessazione o equilibrio o armonia delle modificazioni mentali. Tada drashtuh svaruupe’vasthanam – allora il drashta si stabilisce nella consapevolezza di se stesso. L’armonia di cui fate esperienza dopo che siete capaci di controllare, incanalare e dirigere le attività mentali vi assicurerà di diventare l’osservatore. Aumenterà la vostra consapevolezza di ciò che vi accade e di come potete applicare la vostra saggezza per affrontare le varie situazioni nella vita. Porterà la calma mentale attraverso l’eliminazione dell’attaccamento, della paura e della rabbia.

Il pranayama risveglia pratyahara

Poi Arjuna domanda a Krishna: “Puoi dirmi come si perfeziona pra-tyahara?” e Krishna dice ad Arjuna che bisogna praticare pranayama. Senza la pratica di pranayama non è possibile risvegliare l’energia interiore perché tutte le energie sono dirette verso l’esterno. Krishna afferma (Bhagavad Gita 3:42):

Indriyaaani paraanyaahuh indiyebhyah param manah
Mansastu paraa buddhiryo buddleh paratastu sah.

Si dice che i sensi siano superiori al corpo; superiore ai sensi è la mente; superiore alla mente è l’intelletto e superiore perfino all’intelletto è l’atma, lo spirito interiore.
Quando ci identifichiamo con i sensi, ci stiamo identificando con il livello inferiore della nostra personalità. Il livello superiore della nostra personalità, oltre i sensi, è la mente. Realizzate quella. Superiore alla mente è l’intelletto, viveka buddhi, la facoltà di discernimento. Realizzate quello. Superiore alla capacità discriminatrice è la natura tranquilla e silenziosa del Sé, che è l’atma. Se dovete muovervi dal regno dei sensi verso il regno dello spirito interiore, dovete essere sicuri di riuscire ad armonizzare il corpo, che è l’esperienza dei sensi. Il corpo è controllato dal prana, i sensi sono controllati dal prana, quindi assicuratevi di praticare pranayama.

Prana e i cinque kosha

Lo yoga non considera il corpo fisico come ultimo. Secondo lo yoga dentro il corpo fisico ci sono altri quattro corpi sottili, kosha o involucri. Il corpo fisico è annamaya kosha, la dimensione dell’esperienza fisica. Poi vi è pranamaya kosha, il corpo di energia. Dentro la struttura fisica vi è manomaya kosha, la dimensione dell’esperienza mentale. Poi vi è vijnanamaya kosha, la dimensione della coscienza e dell’energia e, infine, vi è anandamaya kosha, il corpo della beatitudine, della pienezza, della natura completa, integrata.
Il nostro corpo fisico e i sensi sono energizzati da prana shakti. Nella Prashnopanishad vi è un racconto in cui si narra che una volta i vari sensi del corpo ebbero una discussione su chi tra di loro fosse il più importante. Gli occhi dissero: “Noi siamo i più importanti perché attraverso di noi le persone riescono ad osservare e a capire, a creare un’immagine o una forma e a riconoscere quell’immagine e in base a questo, agire”. Le orecchie dissero: “No, siamo noi importanti….” e in questo modo ogni senso del corpo affermò la propria importanza.
Quando Prana seppe questo, pensò tra di sé; “Lasciate che mi ritiri e che stia fermo. Lasciamo che essi finiscano la loro discussione e poi diventerò attivo”. Nel momento in cui Prana si ritirò, tutti gli altri sensi e la mente rimasero privi di energia; non riuscirono a funzionare. Così andarono da Prana e dissero: “Diventa attivo di nuovo, perché senza di te noi non siamo niente”. Questa storia sottolinea il fatto che prana shakti è la forza centrale del corpo fisico, della vita materiale. In assenza di prana shakti questo annamaya sharira, questo corpo fisico, sarebbe morto. Una volta che il corpo fisico muore a causa del ritiro del prana, anche i sensi cessano di esistere e lo spirito individuale, l’atma, si fonde con lo spirito universale, paramatma.
Lo yoga dice che per progredire nella vita spirituale va bene impa-rare a concentrarsi, a meditare e a fare il proprio sadhana ma è neces-sario risvegliare prana shakti al proprio interno. Il risveglio di prana shakti avviene prima del controllo della mente.

Pranayama e ashtanga yoga

Nell’ashtanga yoga di Patanjali ci sono asana, pranayama e poi pra-tyahara. Perché il pranayama viene prima di pratyahara? Qual è lo scopo del pranayama e come è praticato? Secondo Krishna dovremmo praticare escludendo ogni pensiero relativo ai godimenti esterni, mantenendo lo sguardo fisso nello spazio tra le sopracciglia e regolare prana shakti. Poi regolare prana e apana che fluiscono nelle narici nella forma del respiro. Soltanto dopo aver regolato il prana divenite in grado di portare i sensi, la mente e l’intelletto sotto controllo. Krishna afferma nella Bhagavad Gita (5:27-28):

Sparshankritva bahirbaahyamshchakshushchaivantare bhruvoh
Pranaapaanau samau kritvaa naasaabhyantarachaarinau.
Yatendiyamanobuddhirmunirmokshaparaayanah
Vigatechchhaabhayakrodho yah sadaa mukta eva sah.

Escludendo tutti i pensieri dell’ambiente esterno, con lo sguardo fisso sullo spazio tra le sopracciglia, avendo equilibrato le correnti di prana e apana che fluiscono nelle narici, controllato i sensi, la mente e l’intelletto, una tale anima contemplativa, intenta alla liberazione e libera dal desiderio, dalla paura e dalla rabbia, è veramente libera per sempre.

Queste sono le istruzioni che avete seguito praticando la meditazione prima di questa discussione. Avete fissato lo sguardo al centro fra le sopracciglia con l’immagine della fiamma. Altrimenti dove lo fissereste? Se non vi è qualcosa che trattiene l’attenzione, la mente oscillerebbe di nuovo. Avete sperimentato il respiro, il respiro che entra ed esce, la sensazione di fresco e di calore all’interno delle narici, il prana e l’apana, escludendo i sensi, entrando nel compartimento interiore della mente dove la fiamma era mantenuta stabile mentre osservavate l’ambiente caotico intorno a voi. Quando pratyahara è esteso, si diviene liberi dal desiderio, dalla paura e dalla rabbia e si ottiene la liberazione. Krishna afferma nella Bhagavad Gita (5:26):

Kaamakrodhaviryuktaanaam yatiinaam yatachetasaam
Abito brahmanirvanam vartate viditaatnanaam.

La libertà assoluta esiste da ogni parte per quegli asceti che hanno l’autocontrollo e che sono liberi dal desiderio e dalla rabbia, che hanno controllato i pensieri e realizzato il sé.

Il nostro guru, Swami Satyananda, raccontava la storia di un uccello che volava sull’oceano. A metà del suo volo si stancò. Che cosa avrebbe dovuto fare? Per riposarsi non poteva posarsi in mezzo all’oceano, quindi tentò di trovare un pezzo di legno galleggiante op-pure un po’ di terra ferma dove riposarsi. Se non riuscisse a trovare della terra ferma per riposarsi potrebbe sempre ritornare a posarsi sullo stesso pezzo di legno che galleggia e poi intraprendere nuovamente il volo. Anche nello yoga abbiamo bisogno di un adhara, un supporto, un fondamento, una base, un oggetto sul quale riposare, rilassarsi, riprendere le proprie energie per poi continuare. Per perfezionare pratyahara e raggiungere dharana, la concentrazione interiore, il supporto è il pranayama.
Lo yoga ha detto che, all’interno del corpo, vi sono varie espressioni di prana shakti e ha classificato prana shakti nella forma dei cinque sub-prana, in base alla loro funzione. La prima funzione del prana è l’inspirazione, per dare energia alla personalità, al corpo e alla mente. La seconda funzione del prana è l’espirazione, l’eliminazione di tossine, di scorie, del monossido di carbonio dai polmoni. La terza funzione è quella dell’assimilazione, ciò che è introdotto nel corpo è frantumato in particelle di energia e consumato. La quarta funzione è il movimento, l’attività dei sensi e degli organi fisici. La quinta funzione è distribuire equamente l’energia a tutti gli organi.
Il significato letterale della parola pranayama è aumentare la di-mensione di prana shakti: prana, energia, più ayama, espansione. Siete consapevole di voi stessi come persone. Conoscete la vostra capacità e le vostre limitazioni. Lavorate da mattina a sera. Siete coinvolti in un certo ritmo di vita e, in base a questo e all’attività che comporta, sperimentate degli alti e bassi di energia. Se riusciste ad aumentare la lunghezza degli alti attraverso l’espansione della qualità di prana shakti dentro di voi, allora sentireste meno la fatica. Nel momento in cui con il pranayama energizzate voi stessi, vi è l’espansione di prana shakti. L’area di attività pranica aumenta. Espandere prana shakti è uno dei significati di pranayama.
Un altro significato di pranayama è di controllare e guidare il flusso del prana così come si manifesta attraverso i sensi e la mente. Yama significa reggere, ritenere prana shakti. Quando iniziate a rendervi conto che le vostre energie sono sciupate nelle inutili imprese dei sensi, che non vi danno né soddisfazione né felicità, iniziate a ritirare e a focalizzare l’attenzione su qualche altra cosa. Questo significa ritenere, ritirare, limitare l’associazione dei sensi con gli oggetti dei sensi.
Quando ritirate prana shakti i sensi diventano deboli e poi anche la parte corrispondente della mente perde di intensità. Il desiderio ossessivo diventerà più dissipato, non focalizzato; perderà la sua ossessività e diventerà semplicemente un desiderio che potete aggiustare e perfino manipolare.
Negli Yoga Sutra Patanjali parla di tre tipi di pranayama: i) inspirazione, ii) espirarazione e iii) ritenzione del respiro, trattenere il respiro, non respirare. Quando Patanjali dice che il pranayama è inspirare, iniziamo a pensare che sta parlano del processo fisico di respirare. Ma il respiro non è prana; il respiro è shvasa. Inspirare è shvasan kriya, inspirazione ed espirazione. Quando Patanjali dice che pranayama è inspirare, indica uno stadio di perfezione in cui si è in grado di accumulare il prana dentro se stessi. Quando dice che pranayama è espirare, indica uno stadio in cui si è capaci di distribuire prana shakti per la propria crescita mentale e spirituale. Quando dice che pranayama è ritenere il respiro, indica che non vi è alcun movimento del prana, che il prana è diventato stabile.
Come si fa a sviluppare la consapevolezza del prana? Lo yoga dice di cominciare con la consapevolezza del respiro. Gli stati d’animo e della mente sono riflessi nel modo in cui inspiriamo ed espiriamo. Se siamo agitati, nervosi, tesi e arrabbiati, lo schema della respirazione sarà poco profondo. Il respiro sarà breve e resterà nella regione supe-riore del torace. Osservate per esempio la vostra respirazione quando siete molto arrabbiati. Quando siete rilassati, il respiro è molto pro-fondo, lungo e rilassato. Talvolta potreste non notare che state respi-rando, tanto è dolce. Gli yogi adoperano il respiro per regolare e ar-monizzare i sistemi fisici come il sistema nervoso, utilizzano il respiro per tranquillizzare le funzioni della mente.

Jagrat, swapna, nidra e turiya

Lo yoga non ha il concetto delle onde beta, alfa, theta e delta, ma ha i concetti di jagrat, svapna, sushupti e turiya, i quattro stati della mente. C’è un distinto schema di onde mentali in tutti e quattro gli stati. Jagrat descrive la piena attività della mente e del cervello e, in questa piena attività, vi è una dissipazione di energia. La scienza ha recentemente riconosciuto questo. Quando nel cervello sono predominanti le onde beta, c’è dissipazione, attività e distrazione. Non siete rilassati, centrati, equilibrati o focalizzati.
Swapna è tradotto letteralmente come lo stato di sogno ma nello yoga non significa sogno, ma una mente rilassata, contenuta all’interno di se stessa. Essa è consapevole e attenta. Swapna è la mente che guarda verso l’interno. Jagrat descrive la mente che guarda verso l’esterno identificando nome, forma e idea, riconoscendo le varie cose. Questo è jagrat avastha, lo stato di veglia esterno. Ma in swapna, quando la mente guarda verso l’interno, essa vede l’esperienza interiore e non gli oggetti esterni. Quella esperienza è la stessa di quella esteriore di nome, forma, idea e qualità. Nello stato di swapna avastha la stessa cosa che è percepita all’esterno è percepita all’interno. Così iniziamo a sognare. Iniziamo a vedere le immagini che sono incise nella nostra psiche, nella mente, poi questo viene riconosciuto come sogno. Se vi vedo all’esterno in jagrat, vi vedrò all’interno in swapna. Quando vedo tutto questo dentro me stesso, la visione, il quadro, le immagini, significa che i miei sensi sono focalizzati verso l’interno e che l’esperienza della mente è più passiva. L’esperienza delle onde cerebrali alpha è questa esperienza passiva.
Poi arriva nidra, in cui non vi è una ri-creazione nel mondo mentale interno degli oggetti esterni; vi è un assoluto vuoto, profondo rilassamento, onde theta. Quando andate più profondamente verso quello stato di rilassamento e riuscite a sperimentare la tranquillità interiore, quello è lo stato di turiya. L’intensa concentrazione porta allo stato delta, l’identificazione o esperienza di quel profondo rilassamento che vi conduce verso l’armonia, l’equilibrio e la pace.

Il pranayama attiva a tutti i livelli

Il pranayama è l’attivazione di prana shakti in questi stati mentali e nel cervello. Forse avrete spesso notato che, quando vi svegliate la mattina, anche se avete dormito per otto o dieci ore, siete ancora fisi-camente e mentalmente completamente esausti. Questo indica che il sonno non alimenta prana shakti. Il sonno rilassa soltanto il corpo. La sorgente di prana shakti non è il sonno, ma l’attivazione di ida e di pingala nadi e questa attivazione è lo scopo del pranayama.
Pingala, a destra, rappresenta la forza solare, vitale o energia e ida, a sinistra, rappresenta la forza lunare sottile. Gli yogi hanno detto che, per perfezionare il pranayama si dovrebbe: i) adoperare la consapevolezza del respiro per ottenere la tranquillità fisica, ii) attivare ida e pingala nadi, i flussi di prana shakti, attraverso la regolazione del respiro esterno, e iii) concentrarsi sul punto dove le due nadi, i due flussi, si incontrano nel centro fra le sopracciglia.
Se osservate una rappresentazione del sistema dei chakra nello yo-ga, noterete che ci sono sette chakra: muladhara, swadhisthana, mani-pura, anahata, vishuddhi, agya e sahasrara. Muladhara è il centro dal quale emergono le due nadi ida e pingala. Arrivano a swadhisthana, si incrociano e vanno a manipura dove si incrociano nuovamente e vanno verso anahata. Si incrociano di nuovo e vanno verso vishuddhi e nuovamente incrociandosi vanno fino ad agya. Da muladhara ad agya vi sono due flussi, ida e pingala ma oltre agya vi è soltanto un flusso. Oltre agya le due nadi si fondono e diventano un’unica nadi. Questo è il punto in cui la concentrazione deve essere sviluppata.
“Con lo sguardo fisso nello spazio tra le sopracciglia, avendo regolato il respiro di prana e apana che scorre nelle narici, portate i sensi, la mente e l’intelletto sotto controllo”. Questa è la pratica di pranayama che conduce a pratyahara, così come Krishna la insegna ad Arjuna.

Approfondire la Conoscenza dello Yoga
Aspetti Pratici della Bhagavad Gita (Parte 4)

Tratto da: Swami Niranjanananda Saraswati, Yoga Sadhana Panorama, vol. 4, Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India.

Continuiamo con la scoperta delle pratiche di yoga presenti nella Bhagavad Gita come Krishna le insegnò ad Arjuna. Abbiamo parlato del pranayama, della stabilità fisica e mentale e del ritiro dei sensi dall’ambiente esterno. Ora guarderemo le altre componenti dello yoga, così come Krishna le descrisse ad Arjuna.
Nella Bhagavad Gita (5:27-28) Krishna affermò: “Escludendo tutti i pensieri relativi all’ambiente esterno, con lo sguardo fisso sullo spazio fra le sopracciglia, avendo regolato il prana e l’apana che fluiscono all’interno delle narici, controllato i sensi, la mente e l’intelletto, una tale anima contemplativa, dedita alla liberazione e libera dal desiderio, dalla paura e della rabbia, viene liberata”.

Chidakasha vidya

La tecnica di pratyahara che Krishna ha qui indicato è quella di fissare lo sguardo sullo spazio fra le sopracciglia. Lo yoga ha concepito tre spazi diversi nel corpo: lo spazio della testa, lo spazio del cuore e lo spazio delle regioni inferiori. Lo spazio della testa è noto come chidakasha, chit più akasha. Akasha significa spazio, chitta significa mente. Quando portiamo l’attenzione allo spazio fra le sopracciglia e diventiamo consapevoli dello spazio, del vuoto che percepiamo quando chiudiamo gli occhi, questa è l’esperienza di chidakasha. Chidakasha è un argomento trattato nelle pratiche di dharana e di pratyahara. Per calmare la mente chidakasha dharana, o chidakasha vidya, è una delle più importanti pratiche dello yoga che combina la componente di pratyahara con quella di dharana.
Quando osserviamo il mondo attraverso i sensi, questi trattengono le impressioni del mondo come suono, colore, forma e immagine. Queste sono osservate e viste in chidakasha. Di conseguenza, quando chiudiamo gli occhi, non diventiamo istantaneamente consapevoli della mente. Cominciamo piuttosto a osservare le esperienze dei sensi mentre avvengono in chidakasha. Osservate i colori che riuscite a vedere e che si manifestano spontaneamente davanti agli occhi. Osservate le forme e le ombre man mano che si manifestano in chidakasha. In questo modo eliminate l’eccessiva stimolazione dei sensi che è percepita nello spazio dietro la fronte.
Man mano che eliminate la stimolazione in eccesso dei sensi da chidakasha e che riuscite ad approfondire la vostra consapevolezza, ha inizio chidakasha dharana. In chidakasha dharana siete guidati e istruiti a creare delle immagini, a creare dei simboli e a osservarli.

Ishta devata

Osserviamo la fiamma che è simbolo della luce, della luminosità. La natura essenziale degli esseri umani è lo spirito. La natura dello spirito è la luce. Il desiderio di ogni essere umano a un certo stadio della vita è quello di sperimentare Dio, o la natura di Dio. Per natura, Dio è luce, luminosità. Questa luce può prendere una forma, in base al condizionamento psicologico e culturale delle persone.
La forma che si manifesta è nota come ishta devata, l’immagine di una divinità, che sia Rama, Krishna, Shiva o Kali, sia essa una forza femminile o maschile. Fra tutte le varie forme di manifestazione, sarà il grado d’intimità che voi sentite per quella data immagine o forma che ne fa il vostro ishta devata. Quando l’immagine dell’ishta devata si manifesta nell’immagine della luce, voi create una connessione fra il cuore e l’ishta devata.

Hridayakasha vidya

Il secondo livello di pratica, la consapevolezza dello spazio del cuore, è noto come hridayakasha vidya. Hridaya significa cuore, akasha significa spazio. Fisicamente non vi è nessuno spazio ma, quando iniziate a osservare mentalmente voi stessi, riuscite a sentire lo spazio contenuto nel corpo. Quando avviene la connessione con l’ishta devata, vi muovete oltre la mente e verso l’interno dello spazio del cuore, dalla razionalità al sentimento, dai concetti intellettuali all’esperienza di intimità con il vostro ishta, con la luminosità, prakash, la luce. Quando riuscite a connettervi con lo spazio del cuore allora perfino le emozioni e i sentimenti si trasformano. Invece di fluire verso il mondo esterno, iniziano a innalzarvi mentalmente e spiritualmente.

Chitta vritti

Negli Yoga Sutra si parla della mente come di una cosa priva di colore e di forma. Quello che sperimentiamo della mente è soltanto una manifestazione sulla superficie della mente, come delle onde sulla superficie dell’oceano. Le onde che osserviamo sulla superficie dell’oceano sono le vritti, o schemi mentali. Ogni onda è differente. Ogni onda ha una propria forza. Ogni onda è identificata separatamente. Ogni onda è una vritti di chidakasha.
Le persone pensano che chitta vritti sia principalmente il pensiero, che sia fondamentalmente uno stato mentale. Le persone credono che chitta vritti sia soltanto una forma di comportamento psicologico che esprime se stessa, sia nella forma della giusta cognizione, della falsa cognizione, della confusione, della memoria, sia nell’assenza di vritti. Negli Yoga Sutra le vritti sono divise in cinque categorie. Pramana vritti è la facoltà della cognizione e di tutte le esperienze mentali, degli eventi e delle attività mentali che avvengono grazie a qualche forma di cognizione. Guardate un fiore e quel fiore vi piace. Prima ha avuto luogo la cognizione, poi sono seguiti l’associazione e l’attaccamento. A causa di questo attaccamento avete simpatia o antipatia per una cosa. Questo è il ruolo di un vritti. Ma le vritti non sono semplicemente dei processi mentali. Diventano anche dei processi neurologici e nervosi.
Chidakasha vidya ci aiuta a superare le vritti visive che si manife-stano nella mente in forma di immagini, ricordi, colori, forme, fantasie e desideri, ognuna con la propria innata qualità, con la propria attrazione unica. Quindi chidakasha è l’inizio di “chitta vritti nirodhah”. Fissare la mente nello spazio fra le sopracciglia è la prima pratica di pratyahara. Poi, quando riuscite a superare le influenze delle immagini che si manifestano spontaneamente e naturalmente, vi spostate verso le alte aree della mente osservando, incanalando, guidano e fermando i pensieri. Questo è noto come pratyahara.

Antar darshan

I pensieri rappresentano un processo logico e lineare dell’attività mentale ma oltre questo processo sequenziale di pensieri c’è associato un sentimento. Quando approfondiamo la consapevolezza fino al livello delle emozioni e dei sentimenti, che sono associati con i pensieri ma dei quali non siamo normalmente consapevoli, questa osservazione dell’associazione emozionale con il pensiero è nota come pratica di antar darshan.
Quando riusciamo a calmare, stabilizzare, focalizzare e concentrare la mente, allora ci spostiamo nello spazio del cuore. È nello spazio del cuore che si crea una connessione fra l’essere individuale e la sua rappresentazione cosmica. La rappresentazione cosmica di ogni essere individuale è Dio, ishta, e questo è l’inizio del processo meditativo, così come è stato definito e spiegato da Krishna.

Vivere in solitudine – udasinata

Contemporaneamente Krishna parla anche di asana. Egli dice che una persona che desidera ottenere l’equilibrio interiore, che desidera ottenere la realizzazione interiore o la realizzazione di Dio, deve vivere appartata. Che cosa significa? Dove possiamo appartarci in questo mondo? In genere associamo l’essere appartati con la fuga dalla società per andare a vivere fra le montagne, in una caverna, in una foresta, in assoluto isolamento. L’isolamento non è essere appartati.
Nella Bhagavad Gita (6:9) il concetto di essere appartati è espresso con la parola udasina. La parola udasina significa letteralmente non avere affatto interesse. A causa del nostro intelletto molto sviluppato, pensiamo che l’essere appartati sia una cosa esteriore, fisica e sociale. In realtà udasina significa non essere attaccati ai sensi che bramano la soddisfazione. Non riguarda il rifiuto, bensì l’osservazione delle vostre associazioni con la vita.
Immaginate che io sia un vostro amico e che viviamo nella stessa città. Devo partire per un po’ di tempo e così vi chiedo di avere cura dei miei aggeggi elettronici. Voi siete d’accordo. Fintanto che sapete che appartengono a qualcun altro, non sarete possessivi nei loro con-fronti. Questo è udasinata. Nel momento in cui sapete che appartengono a voi, diventerete possessivi. Questo è asakti, attaccamento.
Udasinata, il vivere appartati, significa che svilupperete l’atteggia¬mento di un custode. Quando sentite di essere soltanto un custode di un oggetto, starete attenti di assicurare che sia mantenuto in modo corretto. Se qualcun altro lo utilizza, interverrete e direte loro di non usarlo male, poiché non vi appartiene, ma è stato affidato alle vostre cure. Lo stesso atteggiamento può essere adattato nella vostra vita. Dopotutto, avete un corpo che chiamate vostro e lo utilizzate, ne abusate e lo usate male. Avete una mente che chiamate vostra e la utilizzate, ne abusate e la usate male. Tutta la vostra vita scorre fra l’abuso e il cattivo uso di ciò che avete ricevuto come dono, come regalo.
Siete nati con una mente libera, non con una mente condizionata, eppure, al momento della dipartita restituite una mente malata. Perché non avete mai pensato che ciò che avete ricevuto è un dono che dovete restituire in condizioni migliori di quando vi è stato dato? Udasinata significa che iniziate a guardare voi stessi da un’altra prospettiva e iniziate ad avere cura di voi stessi. Utilizzate al massimo della vostra possibilità ciò che avete, senza abusarne e senza farne un cattivo uso. Se pensate in questo modo al vivere appartati, comincerete a capire la frase che è stata il simbolo degli sforzi e della vita di Swami Satyananda: “Non vi è pace sull’Himalaya e non vi è confusione nel mondo. Tutto questo esiste all’interno della vostra mente”.
Qualunque cosa esista è dentro voi stessi. Se avete una mente squilibrata, non troverete mai la pace sull’Himalaya ma, se avete una mente equilibrata allora perfino il caos e la confusione del mercato di Bombay non vi faranno effetto.
Questo indica che vi è un processo di apprendimento su come uti-lizzare le qualità che avete ricevuto in questa vita umana; questo in-dica come utilizzare e come non utilizzare le vostre qualità. Vivere appartati è un atteggiamento mentale. Non è l’atto fisico di lasciarsi dietro tutto, di isolarsi dalle responsabilità e dalle influenze del cor-po. Vivete nel mondo, siate del mondo, ma mantenete il vostro equi-librio interiore. Questo è il concetto di udasinata. Udasinata non è il rifiuto.

Desha e kala – il luogo e l’ora del sadhana

Inoltre Krishna dice (Bhagavad Gita, 6:11-12):

Shauchau deshe pratishthaapya sthiramaasanamaatmanah
Naatyuchchhritam naatiniicham chailaajinakushattroram.
Tatraikaagram manah kritvaa yatachittendriyakriyah
Upavishyaasane yanjyaadyogamaatmavishuddhyaye.

In un posto che è libero dallo sporco e da altre impurità, stabilite fermamente un posto a sedere fatto di stoffa, di pelle di daino o erba kusha e occupate quel posto. Concentrate la mente e, controllando le funzioni della mente e dei sensi, praticate lo yoga per l’autopurificazione.

Notate che non dice di praticare lo yoga per l’emancipazione ma per l’autopurificazione. Krishna continua (Bhagavad Gita, 6:13):

Samam kaayashirogriivam dhaarayannachalam sthirah
Samprekshya naaskikaagram svam dishashchaanavalakayan.

Tenendo la testa, il collo e il tronco diritti e stabili, restate fermi e fissate lo sguardo sulla punta del naso senza guardare in qua e in là.

È importante decidere il luogo, lo spazio dove fare la pratica. Lo yoga parla di desha e di kala, luogo e ora. Desha è il luogo dove accumulate l’energia. Qui Krishna parla della stessa cosa. Il luogo dove intendete controllare voi stessi dovrebbe essere libero dalla sporcizia e dalle impurità che legano la mente. Vi è un luogo per tutto. Non dormite in cucina né cucinate in camera. Proprio come nella vostra piccola casetta avete identificato certe aree per dormire, per cucinare, per lavare, per socializzare, ecc. allo stesso modo dovete identificare un’area nella quale potete entrare dentro voi stessi perché, quando praticate un sadhana spirituale, state di fatto creando un campo energetico intorno a voi. Quell’aura resta nel luogo in cui fate il sadhana. Ogni volta che praticate il sadhana, quel campo di energia viene costantemente incrementato.
Nell’antica tradizione vedica è detto: “Non pensate mai male di qualcuno in un luogo di adorazione”. Quando andate in un luogo di adorazione, abbiate pensieri, azioni e comportamento pii. Perché? Perché possiate mantenere la vostra connessione con l’energia che vibra in quel luogo. Altrimenti potete andare in un tempio, in un luogo di adorazione, inchinare la testa, eppure la vostra attenzione non è rivolta a ciò che state facendo. La vostra attenzione è fissa sulle scarpe, sperando che nessuno ve le prenda mentre vi inchinate davanti all’immagine. Allora perché chinate la testa davanti all’immagine di Dio? Inchinatevi alle scarpe, laddove è fissa la vostra attenzione. Se le vostre scarpe sono il vostro Dio, fate a loro la puja.
Se andate in un luogo di culto, vivete secondo la santità del luogo. Se nel vostro ambiente, a casa vostra, create un luogo per il sadhana allora anche là dovrete mantenere la santità di quel luogo di sadhana. Non pensate di fare due cose per volta. Non tentate di meditare mentre siete seduti sulla toilet. Fate una cosa per volta. Questo è il concetto di desha e di kala.
C’è un bellissimo esempio nel libro Stalking the Wild Pendulum dello scienziato Itzhak Bentov, che dice che vi è una coscienza ad-dormentata in una pietra che giace lungo la strada. Nel momento in cui raccogliete la pietra, state creando una connessione con essa. Nel momento in cui portate a casa quella pietra e la mettete nel luogo di adorazione, state offrendo la vostra energia e la vostra vibrazione, alla coscienza addormentata all’interno della pietra. Se continuate ad adorare quella pietra, arriverà un momento in cui la coscienza nella pietra si sveglierà, diventerà viva, diventerà vibrante e sarà potente tanto quanto la vostra coscienza.
Questo è il concetto di prana pratishtha. Prana pratishtha è risve-gliare la forza vitale dentro un oggetto attraverso la vostra associazione di fede, credo e azione. Perciò, quando parliamo di desha, di un luogo specifico per i vostri sforzi, ci riferiamo alla creazione di un’energia, di un campo o di un’aura intorno a quel luogo in cui vi applicate nella ricerca interiore.
Poi c’è il tempo, kala. Nella vostra vita seguite una routine specifica: un orario per dormire, per mangiare, per lavorare, un orario in cui essere liberi; la nostra routine si suddivide nel tempo. Perciò, quando si arriva agli sforzi spirituali, perché le persone pensano: “Posso farli in qualsiasi momento, di mattina, di pomeriggio, di sera, di notte, ogni qualvolta sono libero”? Dormite forse ogniqualvolta siete liberi? No, aspetterete il momento opportuno per dormire e passerete il resto del vostro tempo in altro modo. Aspetterete il momento giusto per consumare un pasto; prima di questo, se avete molta fame potreste fare una merenda, ma il pasto sarà preso al momento Similmente, il sadhana che una persona deve fare, deve seguire un orario fisso perché attraverso il condizionamento del corpo, della mente e della psiche riuscite a creare un bioritmo entro voi stessi che contribuisce al vostro sviluppo e alla vostra crescita. In quel momento tutta la vostra perce-zione sarà indirizzata a fare esperienza di ciò che state praticando.

Asana

Poi Sri Krishna dice (Bhagavad Gita, 6:13): “Mantenendo diritti e stabili il tronco, la testa e il collo, rimanete fermi”. Negli Yoga Sutra (2:46) di Patanjali la definizione di asana è Sthiram sukham asanam. Asana è una posizione fisica nella quale siete sthira, fermi, stabili, immobili, nella quale sperimentate sukha, la comodità. Il concetto di asana trasmesso da Patanjali è di avere il controllo sul corpo fisico e assicurarsi che sia comodo e stabile, che non vi sia nessuna distrazio-ne, nessun dolore. Una volta che il corpo è diventato immobile e stabile, è più facile tranquillizzare la mente. L’immobilità del corpo implica semplicemente che anche i sensi siano diventati immobili e quieti. Ma se il corpo si muove, allora anche i sensi si muovono. Quindi nel raja yoga, o dimensione psicologica dello yoga, asana significa riuscire a mantenere una posizione stabile.
Le posizioni stabili utilizzate per l’introspezione, l’introversione, il sadhana e la meditazione sono: sukhasana (la posizione facile), padmasana (la posizione del loto), siddhasana (la posizione dell’adepto), vajrasana (la posizione del fulmine), ecc. Vi sono circa dodici asana che sono utilizzate per la meditazione. Queste asana aiutano anche ad allineare nuovamente il flusso di prana shakti nel corpo.
Talvolta le persone domandano: “Se Patanjali disse che le asana sono sthiram, stabili, immobili, e sukham, comode, allora come sono arrivate nella tradizione dello yoga le posizioni dinamiche come surya namaskara?”. Quelle persone non hanno capito che le asana dinamiche che aiutano a preparare il corpo e a svegliare le energie in preparazione per le asana statiche appartengono all’hatha yoga. Nella tradizione dello yoga è stato detto con molta chiarezza che si deve prima perfezionare l’hatha yoga per disintossicarsi ed eliminare le impurità dal corpo. Le tossine sono i tre dosha o impurità: vata, vento, pitta, acidità, e kapha, flemma. La ragione per iniziare tutta la nostra pratica dello yoga con gli shatkriya dell’hatha yoga è quella di eliminare le tossine e riequilibrare il corpo. Nella nostra natura fisica è sempre predominante uno dei dosha. L’obiettivo dell’hatha yoga è equilibrare questi squilibri che disturbano la pace e la comodità del corpo.

Hatha prepara al raja yoga

L’obiettivo successivo dell’hatha yoga è aprire i canali o condotti della forza pranica. La pulizia delle nadi avviene attraverso la pratica di posizioni dinamiche. Avviene anche attraverso la pratica dei mudra. I blocchi sono rimossi dai centri psichici attraverso la pratica dei bandha. Lo yoga dà le istruzioni per passare alla dimensione successiva dello yoga, che è il raja yoga, soltanto quando è già stato perfezionato l’hatha yoga. Quindi, prima perfezionate l’hatha yoga, poi passate al raja yoga. Allora capirete che dopo le attività coinvolgenti e dinamiche dell’hatha yoga, le pratiche del raja yoga sono statiche e portano ad uno stato di consapevolezza, rilassamento, concentrazione e meditazione.
Prima perfezionate l’hatha yoga. Fate tutte le attività dinamiche che dovete fare. L’hatha yoga rappresenta la dimensione del corpo e il raja yoga rappresenta la dimensione della mente. Pensando che l’aspirante avrebbe completato la pratica dell’hatha yoga prima di arrivare al raja yoga, Patanjali ha semplicemente definito l’asana come una posizione statica in cui il corpo è comodo e stabile.
Una volta adottata quest’asana, Patanjali semplicemente dice che pranayama è inspirazione, espirazione e ritenzione. È così perché è noto che per ottenere questo livello di pratica di pranayama nel raja yoga occorre avere già fatto gli esercizi di respirazione dell’hatha yo-ga come kapalbhati. Anche se identifichiamo kapalbhati come una pratica di pranayama, qui la parola kapalbhati significa la combina-zione delle varie tecniche di pranayama che l’hatha yoga adopera per risvegliare e purificare la forza vitale interiore. Una volta che la forza vitale è purificata e le nadi liberate, i blocchi dei chakra sono eliminati. Quindi, il pranayama finale è semplicemente ricevere l’energia vitale tramite l’inspirazione e l’espirazione della forza vitale e la stabilità della forza vitale stessa nota come kumbhaka. Senza aver ottenuto questo, la meditazione non può iniziare. Patanjali, in soli otto sutra ha completato l’intera definizione di asana e pranayama. Ha dedicato il resto agli stati mentali, alle pratiche di pratyahara, dharana, dhyana e a come sperimentare gli stati più profondi di coscienza nel samadhi.

Kundalini yoga nella Bhagavad Gita

Una volta che avete perfezionato il raja yoga e siete arrivati a un punto in cui la meditazione è spontanea, il terzo livello di perfezione, il terzo livello di sadhana, è il kundalini yoga. La sequenza è: hatha yoga, raja yoga e kundalini yoga, che rappresenta lo yoga completo. Kundalini yoga è il risveglio e l’innalzamento della forza primordiale dal luogo in cui giace addormentata, al fine di trasformare e trascendere gli stati grossolani della coscienza e, infine, sperimentare la Natura che tende a espandersi nel sé, dove la kundalini si unisce con Shiva in sahasrara. Non pensate mai al raja yoga come alla definizione finale dello yoga. Esso è soltanto una delle componenti dello yoga.
Krishna dice (Bhagavad Gita, 6:13): “Mantenete il tronco, la testa e il collo eretti e diritti, restate fermi e stabili e fissate lo sguardo sulla punta del naso, senza guardare da nessun’altra parte”. Qui viene data un’indicazione della pratica di kundalini yoga, perché fissare lo sguardo sulla punta del naso è nasikagra drishti. In kundalini yoga si dice che, concentrandosi sulla punta del naso, si sta risvegliando muladhara chakra.
Vi sono due modi di risvegliare la kundalini shakti. Uno è quello di lavorare al livello di muladhara chakra, con i mantra, gli yantra, i bandha e vari kriya. L’altro metodo usato per assicurarsi che la kundalini si innalzi è nasikagra drishti, fissare lo sguardo sulla punta del naso. Quando gli occhi si concentrano in quel punto, la tensione creata nei nervi stimola e influenza realmente ida e pingala nadi.
Potete fare un esperimento. Sedetevi in posizione eretta e diritta, chiudete gli occhi, rilassate e immobilizzate tutto il corpo. Dopo alcuni minuti di immobilità e di quiete, aprite gli occhi. Non guardatevi in giro. Cercate semplicemente di focalizzare lo sguardo sulla punta del naso, cercate di vedere la punta del naso. Man mano che osservate la punta del naso, sentite anche la pressione che viene generata negli occhi e nei nervi ottici. Continuate pure per alcuni minuti a guardare la punta del naso. Quando gli occhi sono stanchi, chiudeteli.
Osservate lo stato del corpo. Che cosa percepite? Quali sono le vo-stre sensazioni? Noterete che percepite un altro tipo di sensazione. Vi sentirete rilassati. Sentirete le tensioni che lasciano gli occhi e sentirete l’energia che si muove nel corpo. Se, dopo cinque minuti di pratica di nasikagra drishti, potete sentire questo, immaginate cosa succederebbe se praticaste nasikagra drishti quotidianamente per quindici minuti per due o tre mesi. Riuscireste a sperimentare il risveglio di prana shakti nei vostri centri psichici.

Kundalini yoga non è per tutti

Non vi stiamo insegnando come risvegliare la kundalini, perché pen-siamo che la vostra kundalini non dovrebbe essere risvegliata. Perlo-meno, la kundalini non dovrebbe risvegliarsi in quelle persone che sono ancora coinvolte nelle attività mondane, altrimenti vi sarebbe un incidente rilevante. La mente è come una scimmia e, se le dessimo la spada della kundalini, ci ucciderebbe. Quindi è sbagliato insegnare kundalini yoga e kriya yoga alle persone che non hanno equilibrio, che non hanno raggiunto l’armonia interiore. Naturalmente, tutti lo vogliono imparare. Lo studente pensa: “Se risveglio la mia kundalini posso prendere ottimi voti senza dover studiare”. L’uomo d’affari pensa: “Se risveglio la mia kundalini, otterrò dei siddhi (poteri psichici, n.d.t.) e poi potrò ipnotizzare le altre persone e vendere loro il mio prodotto”. Questa è la mentalità ed essa desidera avere il potere della kundalini nelle proprie mani! Non pensate che questa semplice pratica di nasikagra drishti risveglierà la vostra kundalini. Quando guardate la punta del naso, la concentrazione degli occhi e lo stiramento dei nervi ottici vi aiuterà a rilassare l’attività del cervello.
Potete provare il seguente esperimento con una persona iperattiva. Chiedetele di sedersi in un angolo e di guardare semplicemente la punta del naso. Dopo cinque o dieci minuti, in base a quanto i suoi occhi si muovono qua e là, e se è sincera con la pratica, l’iperattività si sarà ridotta. Si sentirà più calma e più rilassata e quindi anche la stimolazione nel cervello sarà rilassata. La stimolazione di ida e di pingala avviene con la pratica di nasikagra drishti. Vi è spandan, la vibrazione spontanea, in muladhara chakra. Così possiamo vedere la progressione graduale dall’hatha yoga verso il raja yoga e poi verso il kundalini yoga.

Gli Yoga Sutra e i Gita Sutra

Che cosa si può dire trovandosi in un campo di battaglia, quando gli eserciti stanno semplicemente aspettando di uccidersi a vicenda? Krishna non farà un discorso filosofico ma dirà delle cose concise e in breve tempo. Per questo parlerà con dei sutra, aforismi. In modo simile Patanjali, nella sua esposizione dello yoga, ci ha dato gli Yoga Sutra. Noi riusciamo a interpretare gli aforismi che ci ha lasciato perché le abbiamo sperimentate nel nostro sadhana personale, attraverso il nostro sforzo personale.
Coloro che pensano che i sutra siano soltanto un concetto intellet-tuale, che credono che siano le dichiarazioni conclusive di Patanjali, o che pensano che i sutra della Bhagavad Gita siano le asserzioni finali di Krishna, devono rendersi conto che i sutra sono degli aforismi che indicano un processo di crescita e una conquista. La sequenza dello sviluppo in quel sentiero comporterà l’utilizzo di varie tecniche e pratiche, di vari atteggiamenti e idee e anche di vari pensieri e stili di vita. Di conseguenza, quando le persone dicono: “Si dice questo negli Yoga Sutra, si dice quell’altro nella Bhagavad Gita”, noi diciamo che forse hanno ragione ma il nostro più profondo desiderio è che, prima di tentare di interpretare intellettualmente i sutra, voi facciate prima esperienza di ciò che dicono praticamente e poi li interpretiate, non prima.

Yama e niyama

Krishna dice poi (Bhagavad Gita, 6:14):

Rashaantaatmaa vigatabhiirbrahmachaarivrate sthitah
Manah samyama machchitto yukta aaseeta matparah.

Fermo nel suo voto di castità, privo di paura, sereno e anche con la mente tenuta sotto controllo, l’aspirante spirituale dovrebbe lasciare assorbire il suo sé in Me.

Qui Krishna si riferisce agli yama e niyama dello yoga. Vi prego di ricordare che, benché Patanjali abbia collocato gli yama e i niyama come primo e secondo stadio dello yoga, nell’odierna società essi non rappresentano il primo e il secondo stadio. Quando Patanjali scrisse gli Yoga Sutra, la società era differente, con una differente cultura del pensiero, una differente cultura del lavoro e un diverso ambiente sociale. Erano diverse le priorità della vita. La nostra priorità nella vita è quella di accumulare tanti oggetti di piacere quanti ci riesce. All’epoca di Patanjali la priorità non era accumulare; era quella di vivere in armonia con la natura e con il cosmo.
Se analizzate la storia del periodo in cui visse Patanjali, capirete l’importanza di mettere gli yama e i niyama come primo e secondo stadio dello yoga. Però, nell’ambiente odierno, asana e pranayama sono il primo e il secondo stadio dello yoga. Pratyahara e dharana sono il terzo e il quarto stadio. Gli yama e i niyama sono il quinto e il sesto stadio. Dopo che si sono perfezionati gli yama e i niyama, allora inizia la meditazione, dhyana, il settimo stadio dello yoga, che conduce al samadhi, l’ottavo stadio. Quindi mettiamo gli yama e i niyama come quinto e sesto anga o membra dello yoga perché se la mente non è equilibrata, come farete a praticarli?
Quante volte ci hanno detto di dire la verità, satya, eppure riusciamo a farlo? Non siamo veritieri nemmeno verso noi stessi quindi come facciamo ad esserlo verso gli altri. Himsa, la violenza, è assente dalla nostra natura? No. Nella nostra personalità prevalgono la cattiva volontà e i pensieri negativi e limitanti. Se non tentiamo di centrare e di concentrare la mente, non possiamo coltivare buone qualità nella vita.
Lo scopo dello yoga non è quello di diventare un guerriero perché nel momento in cui quel pensiero sorge nella mente, pensate in termini di vittoria e disfatta. Nel momento in cui pensate in termini di vittoria e disfatta state comprendendo male tutto il processo del pensiero spirituale perché, nella spiritualità, non vi è alcuna disfatta né vi è alcuna vittoria. Quindi, invece di essere un guerriero, siate un contadino e imparate a nutrire e ad avere cura delle cose. Un contadino pianta un seme e si assicura che l’ambiente sia giusto per la crescita del seme. Questo è ciò che dobbiamo fare. Non dobbiamo preoccuparci dell’esito poiché non abbiamo nessun controllo su di esso. Non abbiamo nessun controllo sulla crescita del seme ma possiamo assicurarci che l’ambiente sia quello giusto. Quindi, siate un contadino, non un guerriero. Imparate a nutrire e ad avere cura delle cose ed iniziate quel processo verso voi stessi, con la vostra personalità e con la vostra mente.

Brahmacharya

Castità è una parola che confonde. Brahmacharya è il quinto yama, dopo satya, ahimsa, asteya e aparigraha. Una persona che ha un qua-dro completo della situazione, che ha intuizione, che comprende le interazioni della vita ed è in grado di dedicare quelle interazioni allo sviluppo di sé, una persona capace di dedicare quelle azioni a Dio, è noto come un brahmachari. Quando diventate un brahmachari, il centro focale è la realtà trascendentale. Quando non siete un brahmachari, il centro focale è l’oggetto dei sensi. Allora cercate la soddisfazione dagli oggetti dei sensi e diventate sempre più coinvolti in essi, disturbando così l’equilibrio della vostra mente, del vostro sé interiore. Brahmacharya è mantenere una visione della realtà trascendentale senza perderla in una realtà personale.

Il drashta

“Essendo fermo nel voto di brahmacharya, privo di paura, mantenen-dosi perfettamente calmo e con la mente tenuta sotto controllo” si riferisce allo yogi attento e vigile, al drashta yogi. Lo yogi attento e vigile è il drashta di Patanjali – Tada drashtuh swaruupe’vasthanam (Yoga Sutra, 1:3). Drashta è la mente che diventa consapevole di se stessa. Non vi è alcuna assenza di consapevolezza: la consapevolezza guida e controlla l’attività dei sensi, l’attività della mente e lo sforzo individuale del sadhaka (chi pratica yoga, n.d.t.) individuale. Drashta, colui che osserva, che vede, lo spettatore, è lo yogi attento e vigile. Non potete permettervi di addormentarvi. Dovete stare tutto il tempo attenti e consapevoli.
L’affermazione finale è (Bhagavad Gita, 6:15):

Yunjannevam sadaa’tmaanam yogii niyatamaanasah
Shaantim nirvaanaparamaam matsmathaamadhigachchahati.

Così, fissando la mente costantemente su di me, la natura trascendentale, lo yogi con una mente disciplinata ottiene l’eterna beatitudine.

Hatha Yoga Pradipika

Tratto da: Sw. Muktibhodhananda Saraswati, Hatha Yoga Pradipika, Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India.

Capitolo 1: Asana

Verso 17

Prima di ogni cosa, si parla di asana come la prima parte dell’hatha yoga. Avendo fatto asana si ottiene stabilità (fermezza) di corpo e mente; assenza di malattia e leggerezza (flessibilità) degli arti.

Asana è la prima parte dell’hatha yoga. In raja yoga, asana si riferisce alla posizione seduta, ma in hatha yoga, significa qualcosa di più. Asana è una specifica posizione del corpo che apre i canali energetici e i centri psichici. Hatha yoga è un procedimento con il quale si purifica e si controlla il corpo, ristrutturando i flussi pranici. Gli hatha yogi scoprirono che, sviluppando il controllo del corpo con la pratica delle asana, si controlla la mente. Dunque, la pratica di asana è più importante in hatha yoga.
Quando praticate asana, si sviluppa stabilità. Il prana si muove liberamente e c’è meno possibilità di avere disturbi. Proprio come l’acqua stagnante è il terreno di coltura di ogni genere di creatura, quando il prana ristagna in una qualunque parte del corpo, ci sono le condizioni perfette perché i batteri prosperino; invece il prana dovrebbe muoversi come acqua che scorre veloce.
Quando il prana scorre liberamente, anche il corpo diventa flessibile. La rigidità del corpo è dovuta a blocchi e accumuli di tossine. Quando il prana inizia a fluire, le tossine vengono eliminate dal sistema e sarete in grado di piegarvi e allungarvi in modo rilassato senza dover fare intensi esercizi di riscaldamento. Quando la riserva di prana aumenta a un livello superiore, il corpo si muoverà da solo. Potrete trovarvi a eseguire spontaneamente asana e varie posizioni del corpo, mudra o persino pranayama. Potete ritrovarvi a eseguire posizioni che non avreste mai potuto fare prima. Questo è dovuto a uno stato rilassato e ad un maggior ritmo vibrazionale del prana.

Verso 18

Continuerò a descrivere alcune delle asana accettate dai muni come Vashishtha e yogi come Matsyendranath.

La tradizione yogica dice che, in tutto, ci sono ottantaquattro milioni di asana, cioè ci sono tante asana quante sono le forme di vita. Nessu-na meraviglia se Swatmarama dice che descriverà solo “alcune” asa-na! Le asana erano praticate per far evolvere la coscienza dallo stato più basso a quello più elevato. Perciò alcune asana imitano la forma dell’arco o della barca, piante come alberi o fiori di loto, rettili, pesci, la forma del feto, uccelli, santi come Vashishtha e dei come Nataraja.
Nei testi yogici il numero massimo di asana descritte è 33. Così Swatmarama descrive quelle essenziali, che erano eseguite dai fonda-tori dell’hatha yoga.
È interessante che Swatmarama racconti delle asana praticate da muni come Vashishtha. È naturale che parli di quelle eseguite da Ma-tsyendranath, poiché egli è il fondatore di questo sistema di hatha yo-ga, ma Vashishtha era un gyana yogi, perciò dovremmo pensare che avrebbe utilizzato principalmente le posizioni sedute e meditative piuttosto che le posizioni più dinamiche. Questo dimostra che anche quelli che si occupavano di contemplazione e saggezza superiore comprendevano la necessità di yogasana. Ciò implica che l’influenza delle asana va oltre il corpo fisico. Se santi come Vashishtha furono capaci di diventare venerati come gyani, le asana devono essere benefiche anche nello sviluppo della saggezza più elevata. Lo sloka sembra implicare che sia se praticate in modo specifico l’hatha yoga o qualsiasi altra forma di yoga, le asana sono importanti e dovrebbero essere incorporate.


Verso 19

SWASTIKASANA (la posizione propizia)

Sistemando entrambe le piante dei piedi sulla parte interna delle co-sce, sedete equilibrati col corpo eretto. Questa è chiamata swastika (asana).

Tecnica
Sedete con le gambe incrociate e portate i piedi tra le cosce e i muscoli del polpaccio.
Sistemate le mani in gyana o chin mudra.

Benché questa sia una posizione seduta stabile, ne è influenzato tutto il corpo. Prana shakti è indirizzata in un modo particolare, adatto alla meditazione. Le nadi all’interno della parte posteriore delle gambe sono stimolate. I punti esatti di stimolazione possono essere individuati premendo lungo i meridiani dell’agopuntura. Quando trovate un punto particolarmente morbido e sensibile, quello è un centro. Queste nadi portano energia ai vari centri della colonna vertebrale e, da lì, l’energia è distribuita. Quando sedete in una qualsiasi posizione meditativa, state stimolando le nadi principali.
In questa posizione il nervo sciatico è massaggiato delicatamente, influenzando in tal modo la regione lombare. Sono influenzati anche i muscoli addominali e la temperatura interna del corpo.
Swatmarama non dimentica di affermare che il corpo dovrebbe es-sere eretto, cioè allineato. Questo è di primaria importanza nella pratica di qualsiasi asana. Per la meditazione è essenziale che la colonna vertebrale sia eretta in modo che gli impulsi nervosi possano passare liberamente al cervello. Inoltre, la nadi principale, sushumna, è situata all’interno del midollo spinale e gli impulsi devono essere in grado di salire direttamente dentro questa nadi quando l’energia vuole risalire. Se siete curvi o inclinati da un lato, o ida o pingala è repressa e l’altra diventa dominante. Lo scopo è attivare sushumna, perciò il corpo deve essere in allineamento e in una posizione equilibrata così che non ci sia alcun blocco nel flusso di prana.
Il simbolo della swastika rappresenta fertilità, creatività e buon auspicio. Perciò quest’asana, essendo così chiamata, induce la stessa capacità nel corpo.

Verso 20

GOMUKASANA (la posizione della faccia della mucca)

Sistemate la caviglia destra accanto al gluteo sinistro e la (caviglia) sinistra accanto al (gluteo) destro. Questa è gomukhasana e assomi-glia al muso della mucca.

Tecnica
Piegate il ginocchio destro, mettete il piede destro in modo che il tallone destro tocchi il lato del gluteo sinistro. Poi piegate la gamba sinistra sopra la coscia destra in modo che il tallone sia sistemato accanto al gluteo destro. Questo dà l’idea del muso di una mucca.
Unite le mani dietro la schiena.
Distendete il braccio sinistro verso l’alto e abbassatelo dietro la testa e la schiena. Allungate il braccio destro verso il basso e fatelo risalire lungo la schiena.
Afferratevi le mani.
In questa posizione la schiena si raddrizza automaticamente. Dopo aver praticato in questo modo per un po’ tempo, cambiate la posizione in modo che la gamba sinistra sia sotto, la gamba destra sopra, il gomito destro rivolto verso l’alto e il sinistro ri-volto verso il basso.
In alternativa, le mani possono poggiare sul ginocchio che sta sopra, una sull’altra.

In questa posizione potete sedere con gli occhi aperti o chiusi, potete praticare shambhavi mudra, che darà alla mente un punto su cui concentrarsi. Benché gomukhasana non sia una posizione meditativa, più a lungo si mantiene meglio è.

Gomukhasana tonifica i muscoli e i nervi intorno alle spalle e il plesso cardiaco. Le nadi nelle gambe sono compresse, sono anche influenzate le nadi connesse con le ghiandole e gli organi riproduttivi, in tal modo regolate le secrezioni ormonali. A livello pranico, gomukhasana influenza vajra nadi ed evita che il prana fluisca verso l’esterno. Il prana è diretto e accumulato in muladhara chakra. Poiché le dita sono intrecciate, il prana non può sfuggire neppure attraverso le mani. Gomukhasana crea un circuito completo di energia che scorre nella regione spinale. In effetti, la posizione delle braccia è molto significativa, poiché le braccia creano la forma del numero 8, l’infinito. Questo rappresenta l’equilibrio completo di prana tra le forze più elevate e quelle più basse e tra gli aspetti positivi e negativi.

Verso 21

VIRASANA (posizione dell’eroe)

Mettere un piede accanto alla coscia (opposta) e l’altro (piede) sotto la (stessa) coscia, è conosciuto come virasana.

Tecnica 1
Sedete sul tallone sinistro, piegate il ginocchio destro e mettete il piede accanto al ginocchio sinistro.
Poggiate il gomito destro sul ginocchio destro e la mano contro la guancia destra.
La mano sinistra dovrebbe essere poggiata sul ginocchio sini-stro.
Chiudete gli occhi e concentratevi sul respiro.
Mantenete la posizione per uno o due minuti.

Tecnica 2
Sedete col piede sinistro dietro il gluteo sinistro, l’alluce sotto il gluteo come in vajrasana.
Poggiate il piede destro sulla coscia sinistra e mantenete le gi-nocchia ben separate.
Mantenete le mani sulle ginocchia, in chin mudra o gyana mu-dra, la colonna vertebrale eretta, la testa dritta.

Ci sono varianti di quest’asana secondo i diversi acharya di hatha yo-ga. Questa è la posizione tradizionale come descritta dai commentatori dei testi di hatha yoga.
Il nome completo di quest’asana è mahavirasana, virasana è un’abbreviazione. Maha significa ‘grande’, vir significa ‘valoroso’ o mostrare forza eroica e la capacità di soggiogare. Mahavir è il nome di Hanuman (il dio scimmia) che era il ‘grande eroe’ del pantheon indù. Questo ci dà una chiara indicazione dei benefici e dello scopo dell’asana.
Virasana stabilizza il flusso di energia verso gli organi riproduttivi e pone in condizione di controllare l’energia sessuale. Aumenta la forza di volontà, rinforza il corpo. Come nelle altre posizioni sedute sono stimolate, nelle gambe, specifiche nadi che sono connesse alle ghiandole sessuali, agli organi sessuali e ai centri cerebrali associati.