Satyananda Ashram Italia

Scuola di Yoga

Satyananda Ashram Italia


  • Dipavali 
  • La Devi – I Parte 
  • Satsang con Swami Satyananda Saraswati 
  • I Dodici Jyotirlingam 
  • Pratica ed Esperienza nello Yoga 
  • Hatha Yoga Pradipika 

Dipavali

Tratto da: Rikhiapeeth Blog del 25 Ottobre 2011 – Satsang con Swami Shivananda.

Dipavali o Divali significa “una fila di luci”. Ricorre negli ultimi due giorni di luna calante di Kartik (ottobre-novembre). Per qualcuno è un festival che dura tre giorni. Inizia con il Dhan-Teras nel tredicesimo giorno di luna calante di Kartik, seguito il giorno dopo da Narak Chaudas, il quattordicesimo giorno, e da Dipavali nel quindicesimo giorno.
Ci sono varie e presunte origini attribuite a questo festival. Alcune persone ritengono che si celebri il matrimonio di Lakshmi con il Signore Vishnu. In Bengala il festival è dedicato all’adorazione di Kali. Commemora anche il giorno benedetto in cui il Signore Rama tornò da trionfatore a Ayodhya dopo aver vinto su Ravana. Fu anche in questo giorno che Sri Krishna uccise il demone Narakasura.
Nel sud dell’India, il mattino, le persone fanno un bagno con l’olio e indossano vestiti nuovi. Mangiano dolci e accendono i fuochi d’artificio che sono considerati come le effigi di Narakasura che fu ucciso in questo giorno. Si salutano chiedendo: “Avete fatto il bagno nel Gange?”, riferendosi quella mattina in particolare al bagno fatto con l’olio, che è considerato purificante come il bagno fatto nel sacro Gange.
Ognuno dimentica e perdona i torti fatti dagli altri. Ovunque vi è aria di libertà, di festa e di amicizia. Questo festival porta all’unità; infonde la carità nei cuori delle persone; ognuno compra vestiti nuovi per la famiglia; anche i datori di lavoro comprano vestiti nuovi per i dipendenti.
Dal punto di vista della salute, della disciplina etica, dell’efficienza lavorativa e dell’avanzamento spirituale alzarsi durante Brahmamuhurta (verso le quattro del mattino) è una grande benedizione. A Dipavali tutti si svegliano presto la mattina. I saggi che diedero vita a questa usanza probabilmente speravano che i loro discendenti ne realizzassero i benefici e ne facessero una regolare abitudine nella loro vita.
Ogni inimicizia è dimenticata e le persone del villaggio, in uno stato d’animo allegro, si muovono liberamente mescolandosi fra loro senza nessuna riserva e si abbracciano con amore. Dipavali è una grande forza unificatrice. Quelli con acute orecchie spirituali interiori sentiranno chiaramente la voce dei saggi: “Oh Figli di Dio! Unitevi e amatevi tutti”. Le vibrazioni prodotte dai saluti fatti con amore riempiono l’atmosfera e sono sufficientemente poderose da portare un cambiamento nel cuore di ogni uomo e di ogni donna nel mondo. Ahimè! Quel cuore si è indurito in modo considerevole e soltanto una continua celebrazione di Dipavali nelle nostre case può riaccendere in noi l’urgente bisogno di allontanarsi dal disastroso sentiero dell’odio.
In questo giorno, i mercanti Indù del Nord dell’India aprono nuovi registri contabili e pregano per il successo e per la prosperità dell’anno a venire. Di giorno puliscono le case e le decorano e di notte le illuminano con lampade a olio fatte di argilla. Si possono vedere le migliori illuminazioni a Bombay e ad Amritsar. Di sera il famoso Tempio d’Oro ad Amritsar è illuminato con migliaia di lampade collocate sui gradini della grande vasca d’acqua. I Vaishnaviti celebrano Govardhan Puja e danno da mangiare ai poveri su larga scala.
Oh Ram! Il Lume dei lumi, il lume interiore che splende della luce propria del Sé, brilla fermamente nello spazio del vostro cuore. Sede-tevi tranquillamente. Chiudete gli occhi. Ritirate i sensi. Fissate la mente su questa luce suprema e provate la gioia autentica di Dipavali attraverso l’illuminazione dell’anima.
Egli, il quale vede tutto ma che nessuno può vedere, che illumina l’intelletto, il sole, la luna, le stelle e l’intero universo, ma che da questi non può essere illuminato, Egli invero è Brahman, Egli è il Sé interiore. Celebrate il vero Dipavali vivendo in Brahman e godete l’eterna beatitudine dell’anima.
Là il sole non splende, né la luna, né le stelle e nemmeno i lampi e tanto meno il fuoco. Tutti i lumi del mondo non possono essere para-gonati nemmeno a un raggio della luce interiore del Sé. Fondetevi con questa luce fra le luci e godete il supremo Dipavali.
Molte feste di Dipavali sono arrivate e sono passate: eppure i cuori della grande maggioranza delle persone sono oscuri quanto una luna nuova. La casa è illuminata con i lumi, ma il cuore è colmo dell’oscu-rità dell’ignoranza. Oh, uomo! Svegliati dal sonno dell’ignoranza. Realizza la costante ed eterna luce dell’Anima, che non sorge e non tramonta, attraverso la meditazione e la ricerca profonda.
Che possiate ottenere la piena illuminazione interiore! Possa la luce suprema fra le luci illuminare la vostra comprensione! Che tutti voi possiate ottenere l’inestinguibile ricchezza del Sé! Che possiate tutti prosperare gloriosamente sui piani materiali così come su quelli spirituali.

La Devi

Tratto da: Rikhiapeeth Blog del 30 Settembre 2011 – I Parte, Satsang con Swami Shivananda.

Preghiera alla Madre

Saluti alla Madre Divina che esiste in ogni essere nella forma dell’intelligenza, della compassione e della bellezza. Saluti, o Dolce Madre, consorte di Shiva. O Madre Parvati! Tu sei Lakshmi. Tu sei Saraswati. Tu sei Kali, Durga e Kundalini. Tu sei l’incarnazione di ogni potenza. Tu sei Para Shakti. Tu sei nella forma di ogni oggetto. Tu sei l’unico rifugio di ognuno. L’intero universo è il gioco dei Tuoi tre guna. Come posso elogiarti? La Tua gloria e il Tuo splendore sono indescrivibili. Proteggimi. Guidami. O Madre Amorevole!

O Madre Compassionevole! A Te mi inchino. Tu sei la mia salvezza. Tu sei la mia meta. Tu sei il mio unico sostegno. Tu sei la mia guida e colei che toglie tutte le afflizioni, i problemi e le infelicità. Tu sei l’incarnazione del buon auspicio. Tu pervadi l’intero universo. Tutto l’universo è da Te permeato. Tu sei la dimora di ogni qualità. Proteggimi. Incessantemente Ti rendo i miei omaggi.

O Gloriosa Madre! Saluti a Te. Tutte le donne sono parte di Te. La mente, l’ego, l’intelletto, il corpo, il prana e i sensi sono tutti Tue forme. Tu sei Para Shakti e Apara Prakriti. Tu sei elettricità, magnetismo, forza, energia, potenza e volontà. Tutte le forme sono soltanto Tue forme. Rivelami il mistero della creazione. Donami la divina conoscenza.

O Amorevole Madre! Tu sei l’energia primordiale. Tu hai due aspetti: quello terribile e quello pacifico. Tu sei la modestia, la gentilezza, la timidezza, la generosità, il coraggio, la resistenza e la pazienza. Tu sei la fede nei cuori dei devoti e la generosità nelle persone magnanime, il coraggio nei guerrieri e la ferocia nelle tigri. Dammi la forza di controllare la mente e i sensi. Rendimi degno di dimorare in Te. Saluti a Te!

O Madre Suprema! Quando otterrò una visione equa e uno stato men-tale pacifico? Quando sarò stabile in ahimsa, satya e brahmacharya? Quando Ti vedrò nella forma cosmica? Quando otterrò una pace pro-fonda e durevole e la gioia perenne? Quando entrerò in una profonda meditazione e in Samadhi?

O Radiosa Madre! Non ho fatto nessun sadhana spirituale né servizio, nessuna carità né japa né meditazione né adorazione. Non ho studiato libri religiosi. Non ho né discernimento né imparzialità. Non ho né purezza né un ardente desiderio per la liberazione. Tu sei il mio unico rifugio. Tu sei il mio unico sostegno. A Te vanno le mie silenziose adorazioni. Rimuovi il velo dell’ignoranza.

O Madre Graziosa! A Te mi inchino. Dove sei? Non mi abbandonare. Io sono Tuo figlio. Portami verso la gioia e l’assenza di paura. Quando vedrò i Tuoi piedi di loto con i miei occhi? Tu sei lo sconfinato oceano della compassione. Come il contatto con la pietra filosofale trasforma il ferro in oro, come il Gange trasforma l’acqua impura in acqua pura, non potresti Tu, o Divina Madre, trasformarmi in un’anima pura? Che le mie labbra possano ripetere sempre il Tuo nome!

****

Devi è la Suprema Shakti, o potenza del Supremo Essere. Essa è la creatrice dell’universo. È la Madre Universale. Durga, Kali, Bhagavati, Bhavani, Amba, Ambika, Jagadamba, Kameshvari, Ganga, Uma, Chandi, Chamunda, Lalita, Gauri, Kundalini, Tara, Rajeshvari, Tripura Sundari, ecc. sono tutte sue forme. Lei è adorata durante Navaratri come Durga, Lakshmi e Saraswati.

Devi o Shakti è la madre di tutti. Il pio e il malvagio, il ricco e il povero, il santo e il peccatore, sono tutti figli suoi. Essa è la madre della Natura. Essa è la Natura stessa. L’intero mondo è il suo corpo. Le montagne sono le sue ossa. I fiumi sono le sue vene. L’oceano è la sua vescica. Il sole e la luna sono i suoi occhi. Il vento è il suo respiro. Agni è la sua bocca. Lei dirige lo spettacolo di questo mondo.

****

Shakti è simbolicamente femminile, ma in realtà non è né maschile né femminile poiché è soltanto una forza che si manifesta in varie forme. La madre è l’aspetto creativo. Lei è simboleggiata come energia cosmica. L’energia è l’origine di tutte le forme di materia e la forza sostenitrice dello spirito. L’energia e lo spirito sono inseparabili e sono essenzialmente una sola cosa. I cinque elementi e le loro combinazioni sono le manifestazioni esteriori della Madre. L’intelligenza, il discernimento, la potenza psichica e la volontà sono le sue manifestazioni interiori. L’umanità è la sua forma visibile.

Lei giace addormentata in muladhara chakra nella forma di kundalini shakti. Lei è al centro della vita dell’universo. Lei è la forza primor-diale della vita alla base di ogni esistenza, vitalizza il corpo attraverso sushumna nadi e i nervi, nutre il corpo con il sangue, vitalizza l’universo attraverso la sua energia. Lei è l’energia nel sole, la fragranza nei fiori, la bellezza nel panorama, Gayatri o la Madre Benedetta nei Veda, il colore nell’arcobaleno, l’intelligenza nella mente, l’efficacia nelle pasticche omeopatiche, la volontà e il pensiero nei saggi, la devozione nei bhakta, sanyam e samadhi negli yogi. La saggezza, la pace, la lussuria, la rabbia, l’avidità, l’egoismo e l’orgoglio sono tutte sue forme. Le sue manifestazioni sono innumerevoli.

****

Il Signore Supremo è rappresentato come Shiva e la sua potenza è rappresentata come sua moglie: Shakti, Durga o Kali. Durga è l’aspetto dell’energia di Shiva. Senza Durga, Shiva non ha nessuna espressione e senza Shiva, Durga non esiste. Shiva è l’anima di Durga. Durga è identica a Shiva. Shiva è soltanto un testimone silenzioso. Egli è immobile, impersonale, inattivo. Non è influenzato dal gioco cosmico. Durga fa tutto. Shiva è onnipotente. Egli è pura coscienza. Shakti è dinamica. La potenza o aspetto attivo del Dio immanente è Shakti. Shakti è l’incarnazione della potenza. Shakti è la potenza che è latente nella pura coscienza.

Shakti è insita in Dio. Proprio come non è possibile separare il calore dal fuoco, così non è possibile separare Shakti da Dio. Shiva e Shakti sono una cosa sola. Shiva è sempre insieme a Shakti. Sono inseparabili. L’adorazione di Durga, di Parvati o di Kali è l’adorazione del Signore Shiva.

****
Dagli albori della civiltà, il simbolo dell’eterna coscienza fu concepito come la Madre Divina. L’adorazione della Madre Divina fu praticata fin dai tempi più remoti, quando l’uomo primitivo viveva in una società matriarcale. Più tardi, man mano che la civiltà progredì, lo schema matriarcale svanì gradualmente e il padre divenne il capo del nucleo familiare. Egli fu trattato come l’autorità alla quale si rivolgevano tutti per ottenere guida e approvazione.

Di conseguenza vi fu un cambiamento nel concetto del Divino e fu fondata la supremazia di Dio, il Padre. Ma nello stesso tempo perdurò anche l’adorazione della Madre poiché come concetto era più comprensibile, più intimo, più emotivamente e familiarmente attraente di quello di un ideale vago, etereo e senza forma. Di conseguenza si sviluppò un’armonia equilibrata fra l’aspetto materno e quello paterno di Dio; Sita e Rama o Radha e Krishna furono venerati insieme.

****

O Adorabile Madre! M’inchino a Te. Senza la Tua grazia nessuno può avere salvezza né successo nel sadhana spirituale. O Madre Compassionevole! Tu sei un oceano di compassione. Benedicimi. Si prosciugherà quell’oceano se ne ricevo una goccia? O mia dolce Madre! Guidami. Proteggimi. Salvami. Sono il Tuo bambino.

****

Devi non appartiene a nessuna religione, setta o culto. Devi è la forza cosciente del Deva. Non si dimentichi mai questo. Le parole Devi, Shakti, ecc. e le idee delle varie espressioni collegate a questi nomi sono delle concessioni fatte alle limitazioni della conoscenza e della comprensione umana.

Sri Krishna nella Bhagavad Gita dice: “Questa è soltanto la Shakti della mia natura inferiore; oltre questa c’è la mia natura superiore, la Shakti originaria, il principio della vita che sostiene l’intero universo”. L’Upanishad dice: “Para Shakti, la suprema forza di Dio, è la natura di Dio che si manifesta come conoscenza, forza e attività”.

In realtà tutti gli esseri nell’universo sono adoratori di Shakti poiché non c’è nessuno che non ami e desideri ardentemente la forza in una forma o l’altra. I fisici e gli scienziati hanno provato che tutto è pura energia imperitura. Questa energia è soltanto una forma della Divina Shakti che è presente in ogni manifestazione dell’esistenza.

Satsang con Swami Satyananda Saraswati

Tratto da: Calendario 2012, Gennaio, Febbraio, Marzo, Shivananda Math, Rikhiapith, India.

Il Significato di Shivalingam

In India il concetto di shivalingam è molto popolare. Questo concetto è spesso frainteso perché lingam è un termine Sanscrito con due significati. Lingam significa “simbolo” e anche “organo maschile”. Così shivalingam è interpretato come l’organo di Shiva. In realtà non significa questo. Shivalingam significa “la suprema coscienza nella sua espressione causale”. Ogni cosa ha tre espressioni: materiale, astrale e causale. Lingam significa il corpo causale, la forma causale di Shiva.
In questo corpo fisico ci sono dodici centri che sono considerati dei punti importanti di concentrazione per il progresso e il risveglio della coscienza. Di questi dodici punti, tre sono molto importanti. Il primo è muladhara chakra alla base della colonna vertebrale; il secondo è ajna chakra, in cima alla colonna vertebrale, dietro il centro tra le sopracciglia, il terzo è sahasrara chakra, la mente cosmica, alla sommità del capo. Questi tre centri sono considerati come essere le forme più importanti di Shiva.
La forma di Shiva in muladhara chakra è quella di una pietra di forma ovale colore grigio fumo, che non è illuminata. Il secondo pun-to dello shivalingam è in ajna chakra ed è di colore nero. Il terzo è in sahasrara chakra, alla sommità del capo, ed è detto lo shivalingam illuminato. Questo concetto di Shiva ha ispirato per migliaia e migliaia di anni gli Indù a seguire il percorso dalla dimensione materiale verso quella sottile, da quella sottile verso quella causale, da quella causale verso quella trascendentale perché Shiva rappresenta il sistema yogico nella vita dell’uomo, non il processo della materia.
La materia ha a sua volta un processo evolutivo ma Shiva rappre-senta l’evoluzione spirituale nell’uomo. Quelli di voi che hanno ap-profondito questa filosofia di Shiva capiranno molto bene che questo è un concetto in relazione non solo al corpo o alla mente ma anche alla coscienza superiore in voi che sta cercando di manifestarsi. Per questo in ogni tempio gli Indù hanno una pietra di forma ovale che è di colore nero, mai bianca. Ci si concentra su questa pietra per risvegliare i dodici centri nel corpo. In breve ciò è l’essenza di questa importantissima filosofia.
In India, il Kashmir è considerato essere la sede storica del culto di Shiva. Inoltre un terzo dell’India del Sud è anche considerato essere il secondo importante luogo di adorazione di Shiva. In Tibet vi è una montagna molto grande, coperta di neve, chiamata Monte Kailash, che ha la forma di shivalingam. Prima che la Cina conquistasse il Tibet, gli Indù usavano andare al Monte Kailash almeno una volta nel corso della loro vita.
Alle pendici del Monte Kailash c’è un grande lago chiamato Manasarovar dove sono andato per due volte. È stato un luogo di grande ispirazione! Non ci sono templi là, niente preti, niente idoli e nessuna abitazione. È tutto selvaggio. Sul lato settentrionale del lago il Monte Kailash si eleva per migliaia di metri sino all’estesa cima innevata e quando voi andate là, potete percepire che è come se qualcuno vi stesse guardando. Non potete vedere nulla, ma avete una chiara sensazione che lì c’è una presenza invisibile, e questo è certo.
È da questo particolare luogo che è scaturito lo yoga di Shiva. Le sessantaquattro scritture sul tantra sono dialoghi tra Shiva e Parvati. Shiva è considerato essere un derelitto, un sannyasin che vive in terre selvagge, senza casa, senza dimora, che rimane sempre nella posizione del loto in samadhi.

Unicità della Relazione di Rama e Shiva

Durante la mia infanzia scelsi Rama quale ideale, ma quando fui ini-ziato a sannyasa passai alla tradizione di Shiva. Così per me fu come essere un uomo che ama due donne contemporaneamente. Quale spo-sare? Il mio guru mi disse di sposarle entrambe. Chiesi come e lui mi consigliò; feci del Signore Rama il mio ishta devata e del Signore Shiva il mio ishta mantra. Da allora ho recitato Om Namah Shivaya e ho meditato sul Signore Rama. La gente pensa che Dio potrebbe esse-re dispiaciuto per questo, ma Egli non si è mai arrabbiato. Quando Shiva mi vide mentre ripetevo il suo nome e meditavo su Rama disse “Molto bene”. E quando il Signore Rama seppe che meditavo su di lui ma ripetevo il mantra del Signore Shiva disse: “Bene, bene”. Vi era una perfetta comprensione fra loro due. Quando due ragazze acconsentono, quale problema può sorgere al ragazzo che le sta sposando entrambe?
Quell’anno decisi che avrei ripetuto questo mantra per molto tem-po, pur non sapendo chi fosse Shiva. È Somnath, Pashupatinath, Bai-dyanath, Vishwanath or Mrityunjaya, il Signore di Trayambakeshwar? Volevo conoscere chi fosse e a chi assomigliasse. Così pensai: “Fammi avere un colloquio con Shiva. Devo avere sakshatkar, la sua visione mistica”. Stavo cercando di scoprire come potesse accadere quando mi venne in mente questo metodo.
Entrambi il Signore Shiva e il Signore Rama sono reciprocamente amici, devoti, bhakta e discepoli. Si ammirano e si amano l’un l’altro e si arrendono l’un l’altro. Rama pensa a Shiva continuamente e Shiva medita su Rama. Shiva pratica japa con il nome di Rama e Rama recita il nome di Shiva. Shiva segue Rama ovunque; partecipò anche al matrimonio di Rama. Shiva era presente quando Rama stava giocando nel cortile del Re Dasharatha e quando Rama nacque. Questo è detto nella storia di Kakabhushundi. Questo è lo stato delle cose tra di loro. Shiva era anche presente alla cerimonia d’incoronazione di Rama.
Shiva è venuto molte volte a visitare Rama, incluso questo Ram Naam Aradhana a Rikhiapith. Abbiamo molti ospiti che vengono in questo luogo da differenti città, villaggi, paesi, stati, da Alakapuri a Indra loka. Ci sono Menaka, Urvashi, Kubera, Varuna, Marut e tutti gli altri ospiti da Indra loka. Così anche Shiva potrebbe venire, ma come attirarlo qui? Potrebbe essere sdraiato da qualche parte sotto l’influsso del bhang. È sempre in uno stato inebriato, per sempre libero dall’ansia e dalle preoccupazioni. Non si preoccupa minimamente di quanti muoiono e di quanti prosperano o sopravvivono. Una volta il figlio di Shiva, Kartikeya, fu travolto da un’inondazione. Kartikeya, con il nome di Skanda, fu il comandante in capo dell’esercito degli Dei. Nell’India del Sud egli fu chiamato Skanda Murugaharohara, Skanda Saravanabhava. La storia narra che il bambino Kartikeya fu travolto da un’inondazione, persino Shiva non ne seppe più nulla e si domandava dove potesse essere andato. Quando gli fu riferito che l’alluvione aveva travolto Skanda, rimase impassibile. Probabilmente pensò, metterò al mondo un altro bambino e un altro ancora. Mettere al mondo un bambino non è un problema; potrebbe esserne nata da lui addirittura una dozzina.
Se voi potete avere una breve apparizione di Shiva in qualsiasi stato, di veglia, di sogno, di dormiveglia, conscio, subconscio, in meditazione o in qualsiasi altro stato, anche solo per una frazione di secondo come un rapido lampo di luce, la vostra vita sarà benedetta e fruttuosa. Dopo questo non importa se morite o se continuate a vivere. La conquista ultima nella vita di un uomo è di avere il darshan di Dio. Chi è Shiva? Qual è la sua forma? Ha un corpo umano? È solo pura coscienza? Alcuni dicono che Shiva è mezzo uomo e mezza donna; è bisessuale, così ha assunto le sembianze di Ardhanarishwara.
La gente ha concettualizzato Shiva come mezzo maschio e mezza femmina, e questa è la sua reale manifestazione. Credo sia la verità su di lui perché tutti siamo mezzo maschio e mezza femmina. Nessun uomo tra voi è un uomo completo, nessuna donna è una donna com-pleta. Noi siamo tutti mezzi maschi e mezze femmine, cinquanta e cinquanta. Questa è ida, quella è pingala; questo è il Gange, quello è il Yamuna; questo è ham, quello è ksham; questo è il simpatico, quello è il parasimpatico. Siamo una combinazione di Prakriti e Purusha, ma stiamo tentando di sbarazzarci di Prakriti e trasformarci appunto nel Purusha risplendente.
Prakriti è maya, azione e reazione. Nella Gita (13:20) si dice:

Kaaryakaaranakartritve hetuh prakritiruchyate.

Prakriti esiste affinché le cose siano fatte.

Prakriti ci fa fare ogni cosa. Agiamo per liberarci dalla morsa di Prakriti, per realizzare la nostra condizione originaria di pura coscienza, per diventare un essere umano completo. Ad eccezione dei mahatma, delle persone sagge e delle anime realizzate, tutti gli altri vivono nella dualità di Prakriti e Purusha.

Shivaratri – Unione di Shiva e Shakti

Vi sono due concetti riguardo all’illuminazione spirituale. In uno Shakti si risveglia, sale in sushumna nadi e si unisce con Shiva in sa-hasrara chakra. Shiva rappresenta la coscienza cosmica superiore e Shakti rappresenta l’evoluzione dell’energia. Kundalini yoga si basa su questo concetto.
Nell’altro concetto la coscienza va a incontrare Shakti, e questo è Shivaratri. Il concetto di Shivaratri è il risveglio della coscienza al livello materiale dell’esistenza e l’unione con Shakti al punto più elevato dell’evoluzione. Perciò la parola utilizzata è ratri, che significa notte buia. Quali sono la notte e il giorno della coscienza? Quando l’individuo fa esperienza dell’esistenza, della realtà oggettiva tutt’attorno a lui, questo è il giorno della coscienza. La notte della coscienza è quando essa è completamente sola e non avviene nessuna esperienza oggettiva. Non sentite, non vedete, non percepite o non conoscete niente. Tempo, spazio e oggettività – le tre qualità della mente – si appiattiscono. Resta solo la coscienza. Questa è la buia notte dell’anima, lo stato subito prima dell’illuminazione. Così Shivaratri è un simbolo dello stato spirituale di samadhi. Ma per noi Shivaratri significa lo stato che precede il samadhi, l’illuminazione.
Secondo la storia Shiva, che viveva nella foresta, andò a sposare Parvati, figlia dell’Himalaya, che viveva sulle vette innevate. Egli era il maestro, il guru e il controllore dei fantasmi e dei demoni, e così essi erano parte del suo corteo matrimoniale. Alcuni avevano un occhio nel retro della testa, alcuni non avevano occhi o li avevano nel loro addome. Alcuni avevano solo un orecchio, altri avevano enormi orecchie d’elefante o solo un foro per udire. Alcuni camminavano su una gamba, altri su tre.
La famiglia di Parvati organizzò una delegazione di accoglienza per accompagnarli alla casa di Parvati, ma quando scorsero Shiva con i suoi strani compagni, tornarono sui loro passi e corsero per salvarsi la vita. A casa di Parvati riferirono terrorizzati quello che avevano visto: “Oh, egli è terribile! Il genero era arrivato cavalcando un toro. Egli era nudo con il corpo cosparso di cenere. Aveva serpenti su tutto il corpo e i suoi compagni erano molto ripugnanti”. Così la madre di Parvati rimase turbata. Come avrebbe potuto accettare un genero così orribile? Ma Parvati rimase calma e risoluta.
Nel momento in cui il corteo del Signore Shiva entrò nel regno Himalayano, lui e i suoi bizzarri amici si trasformarono in abbaglianti esseri divini con bellissimi visi, eleganti abiti, fragranze floreali e via dicendo. I demoni si trasformarono in persone amorevoli. Ogni cosa si trasformò in un batter d’occhio e così si celebrò il matrimonio.
Shiva è simbolo della coscienza. Per l’individuo, la coscienza si eleva sempre più in alto verso Shakti. Si muove insieme agli istinti e alle propensioni animali, con tutto quello che noi siamo. Persino quando praticate yoga, ogni cosa è ancora in voi – paura, rabbia, pas-sioni, preoccupazioni, ansietà – vi state muovendo insieme a tutti i vostri compagni. La vostra anima sta anche evolvendo, progredendo insieme a tutti i vostri compagni. Ma nella vita spirituale si arriva a un punto in cui tutti questi compagni si trasformano e l’istinto stesso diviene intuizione.
Durante il corso dell’evoluzione spirituale voi tentate molte volte ma fallite: andate in chiesa per il matrimonio, ma quando arrivate alla porta scoprite che la sposa non c’è e fate ritorno a casa delusi. Avete ispirazioni, potreste intravedere lo stato superiore, ma in modo incompleto. Quando il momento arriva e la trasformazione avviene, gli sgradevoli compagni si trasformano in servitori divini in abito e cravatta! I raccapriccianti aspetti della vostra personalità divengono i vostri ornamenti, i vostri assistenti.
Parvati simboleggia l’energia suprema. Simboleggia anche la kun-dalini shakti nel tantra. L’unione divina che si realizza quando Shiva incontra Shakti rappresenta l’illuminazione nel buio assoluto.

I Dodici Jyotirlingam

Tratto da: Calendario 2012, Gennaio, Febbraio, Marzo, Shivananda Math, Rikhiapith, India.

Somnatha – Il Re della Luna

Saurashtra, Gujarat

Somnatha ha una storia che si perde nella leggenda e si dice che originariamente fu costruito in oro dallo stesso Dio della Luna. Ancora oggi questo jyotirlingam di pietra risplende maestosamente come se la luminescenza della luna fosse stata eternamente imprigionata in esso. La leggenda di Somnatha spiega come la luna cresce e cala per quindici giorni ogni mese.
Swami Satyananda venne in questo luogo nel suo pellegrinaggio attraverso i siddha tirtha dell’India per riflettere e chintan. Questo jyotirlingam è un posto ideale per l’introspezione e la contemplazione, rispecchiando le qualità della luna.

Mallikarjuna – La Dimora di Shiva e Parvati

Srisaila, A.P.

Mallikarjuna è stato chiamato successivamente Mallika, i fiori di gelsomino che erano offerti nel culto allo Shivalingam. Una storia di questo jyotirlingam narra che la figlia di un Re visse in questo luogo con un pastore, dopo aver rinunciato a tutti i suoi legami mondani. Un giorno notò una particolare e inusuale mucca che aveva l’abitudine di versare il suo latte sempre sulla stessa pietra. Si racconta che allora Shiva andò da lei in sogno e le disse che era presente proprio in quel lingam.
Questo jyotirlingam è unico poiché ciascun devoto può offrire una puja al lingam senza un prete, senza limitazioni di età, sesso, casta o credo di qualsiasi genere. Quest’apertura e accettazione delle persone indipendentemente dal loro vissuto è l’essenza di Shiva. Shiva fa amicizia anche con tutte le creature oscure, cosa che nessun altro farebbe.

Mahakaleshwar – L’Eterno Signore

Ujjain, M.P.

Questo shivalingam è situato nell’eterna e consacrata città di Ujjain, dove il Signore Shiva è Mahakala, il padrone del tempo. Il lingam ne-ro, alto circa novanta cm, è perfettamente posto su una yoni d’argento; qui l’adorazione porta in vita le tradizioni senza tempo di bhakti e shraddha. Prima dell’adorazione a questo jyotirlingam i fedeli portano i loro omaggi al vicino tempio di Bhairava.
Swami Satyananda andò nell’antica città di Ujjain nel Dicembre 1988 ed eseguì bhasma abhishek su Mahakaleshwar, lo swayambhu jyotirlingam del Signore Shiva. Qui Shiva è colui che controlla il tempo e adorandolo in questo luogo si è liberati dalla schiavitù del tempo.

Pratica ed Esperienza nello Yoga

Di Swami Anandananda Saraswati, prima conferenza tenuta durante il Seminario del 7-8-9 Ottobre 2011 “Le Tecniche Meditative del Metodo Satyananda Yoga”, Villa Braida, Mogliano Veneto.

Il principale argomento di questo programma, la conferenza di questa sera, il seminario che seguirà domani e dopodomani, riguarda le tecniche meditative della tradizione Satyananda, quindi è mio compito introdurlo.
Nel 1984 Swami Satyananda è stato qui a Mestre, ha visitato anche Venezia, ma fondamentalmente ha condotto un programma, un seminario nella città di Mestre. Nel 2006 Swami Niranjan ha presenziato il “Festival Internazionale del Satyananda Yoga” al Lido di Venezia. Esclusivamente in seguito a questi due precedenti eventi è stata possibile la nostra presenza qui, in questo luogo, in questo territorio.
Il tema di questo programma è “Le Tecniche Meditative nella Tra-dizione del Satyananda Yoga”; tuttavia, se mi permettete, questa sera vorrei iniziare a parlare dell’ultima parola del titolo che è yoga, non per dirvi che cos’è, ma per dare alcune informazioni. Lo yoga in questi ultimi anni, fra il 1800 e il 1900, in un paio di secoli è uscito dal territorio, dal paese conosciuto come India, ma è importante, è neces-sario che voi sappiate che lo yoga non è “made in India”. Nelle epoche passate, migliaia di anni addietro, sette, otto, novemila anni addietro e ancora di più, lo yoga è stato una conoscenza, una cultura di tutta l’umanità. Tracce che evidenziano la conoscenza del sistema e dei principi della filosofia yoga sono state scoperte ad esempio in documenti delle epoche precolombiane in Sud America, nelle culture e civiltà Maya, Azteca (e altre ancora che poi, nel tempo, sono scomparse), nel Nord Africa, in Egitto, in Scandinavia. Recentemente alcune persone mi hanno informato dell’esistenza di tracce di conoscenza dello yoga anche nella civiltà degli Etruschi.
A causa di conflitti politici, guerre, catastrofi ambientali, geografiche ed ecologiche, nel corso dei secoli e dei millenni l’unico luogo dove è stata mantenuta e preservata la conoscenza dello yoga è stato sulle montagne dell’Himalaya che appartengono all’India. L’India ha il ruolo di aver preservato, conservato, mantenuto integro in ogni sua forma – testi, scritture, pratiche, tecniche – quello che noi conosciamo con il termine di yoga.
Tutto questo è incluso in una parola di quattro lettere: yoga. È un mondo molto ampio. Da lì poi in un certo modo lo yoga si è diffuso nel continente indiano, ma anche le persone che vivevano in India co-noscevano poco tutto il sistema, il metodo, la tradizione, la conoscenza, la scienza dello yoga. Allo stesso tempo vi era la tradizione di Sannyasa, cioè di persone, individui che avevano mantenuto la conoscenza attraverso la trasmissione da una persona all’altra, secondo il rapporto guru-discepolo, e che piano piano hanno iniziato a diffondere alcuni aspetti, alcune pratiche, alcune tecniche di yoga in India. Poi, a un certo punto, verso la fine del 1800, degli eminenti yogi e swami sono usciti fuori dall’India nella persona di Swami Vivekananda, nella persona di Swami Yogananda, successivamente nella persona di Swami Satyananda, e hanno iniziato a offrire, parlare, comunicare, insegnare, spiegare, ispirare allo yoga persone in Europa e in America, Sud America, Australia e in tutto il mondo.
La tradizione del Satyananda Yoga, che prende il nome appunto da Swami Satyananda, trae origine da Swami Shivananda di Rishikesh che è stato un promotore della diffusione dell’insegnamento dello yoga e che ha richiesto a Swami Satyananda di portare lo yoga da porta a porta, da un paese all’altro, da una sponda all’altra. Lo yoga della tradizione di Swami Shivananda è lo yoga di questi tempi, di questa epoca, nella forma di yoga integrale, che non vuol dire spandersi la crusca sulla testa mentre si praticano gli esercizi di yoga, ma è una combinazione, un’integrazione di raja yoga per la gestione della mente, per la manutenzione della mente, per lo sviluppo della mente, per il risveglio del potenziale della mente; hatha yoga per la purificazione, la forza, la salute del corpo fisico, la resistenza, la buona manutenzione, l’equilibrio del corpo fisico; karma yoga, lo yoga dell’azione, della purificazione dei karma attraverso l’azione; bhakti yoga, lo yoga della trasformazione, della canalizzazione delle emozioni; jnana yoga, l’utilizzo della saggezza, l’impiego, l’applicazione, l’espressione della saggezza e la ricerca interiore eseguita con saggezza.
Questa è la formula dello yoga integrale ed è bene ricordarlo e tenerlo a mente, anche perché quello che normalmente si conosce e si pratica di yoga è asana e pranayama, un po’ di respirazione, un po’ di rilassamento. Questo è una parte del Satyananda Yoga, ma non è tutto. Il Satyananda Yoga include, come abbiamo detto, il raja yoga – la dimensione della mente – e l’hatha yoga – la dimensione del corpo fisico, della salute.
Però noi non siamo solo corpo e mente, c’è molto di più, c’è il prana – l’energia – c’è un piano, una dimensione psichica-astrale della nostra personalità, c’è il Sé, ci sono le emozioni, tutto questo insieme costituisce la personalità. In questa personalità inoltre c’è anche un tipo di temperamento. Questo significa che c’è una qualche componente della nostra personalità che predomina. Quindi un individuo può essere dinamico, attivo – fa, fa, fa – attivo fisicamente, attivo mentalmente, attivo e dinamico, non sta fermo se non per cinque minuti, deve fare. Al contrario, c’è la personalità, il temperamento intellettuale. Questo vuol dire che tutte le esperienze della propria vita, tutto quello che incontra nella propria vita, viene filtrato dall’intelletto e viene intellettualizzato. Poi ci sono i temperamenti, le personalità emozionali e le personalità psichiche. La personalità di tipo psichico per esempio, se va a fare yoga o legge libri di yoga, sceglie argomenti di tipo occulto, i chakra, le nadi, i meridiani, yantra, le cose sottili, invisibili.
Il temperamento fa parte della personalità, ciò vuol dire che in un individuo predomina una di queste caratteristiche. Quindi ci può essere un temperamento in cui predomina l’intelletto, il dinamismo, l’emotività o l’aspetto psichico. Per questo motivo Swami Shivananda e Swami Satyananda parlano di yoga integrale, perché è necessario prendersi cura di tutte le componenti della personalità, è necessario sviluppare, attivare, portare all’espressione ottimale tutte le componenti, gli aspetti, gli strati, le dimensioni della personalità, svilupparli insieme, in armonia, integrati uno con l’altro, in modo che la vita venga affrontata non solo intellettualmente o emotivamente, ma venga affrontata con l’intelletto, con le emozioni, con tutte le risorse della personalità, con tutto l’aspetto latente della personalità.
Quello che Swami Shivananda e Swami Satyananda hanno comu-nicato è anche che le parti latenti della personalità sono quelle che hanno maggiore capacità rispetto all’intelletto o al corpo fisico. Le risorse delle aree sottili e profonde della mente e della psiche, della dimensione astrale della personalità sono enormi, ma non sono normalmente espresse. Quindi è a queste persone, a Swami Shivananda e Swami Satyananda e ad altri ancora prima di loro, che dobbiamo la riconoscenza del conoscere lo yoga oggi. In modo particolare Swami Satyananda ha parlato incessantemente di yoga in maniera classica, ma allo stesso tempo semplice, accessibile e comprensibile quando è venuto in contatto e ha visto, ha conosciuto qual è la condizione di vita, qual è la condizione dell’uomo moderno.
Già quando è venuto in Europa negli anni ’60, ha visto che i livelli di tensione e di stress a quell’epoca erano molto alti. E se negli anni ’60 erano molto alti, oggi lo sono ancora di più. Lo yoga è stato espo-sto all’uomo in differenti epoche, in differenti periodi sulla base delle condizioni di vita, dello stile di vita, del tenore di vita, della qualità di vita dell’uomo, per poter soddisfare la richiesta principale, la necessità dell’uomo in quel periodo, in quella situazione, in quella circostanza. Oggi le pratiche di yoga servono principalmente per ridarci la consapevolezza, riprendere consapevolezza, provare a scoprire e utilizzare la consapevolezza.
La consapevolezza è niente altro che “sapere cosa stai facendo” e “sapere che lo sai”. La consapevolezza è lo strumento fondamentale, principale, caratteristico della specie umana. Gli animali mangiano, anche noi mangiamo, gli animali dormono, anche noi dormiamo, gli animali si riproducono, anche noi ci riproduciamo, fino a qua non c’è nessuna differenza. Ma c’è differenza perché l’uomo sa che sta man-giando e sa di sapere che sta mangiando. Il cane corre dietro a un gat-to, il gatto corre dietro al topo, ma non sanno che stanno correndo. È puro istinto. La consapevolezza è ciò che ci permette di dire: io sono e so di sapere che io sono. Mentre uno dice io sono, allo stesso tempo sa che sta dicendo io sono e sa di sapere che sta dicendo io sono. Questa è la consapevolezza! Questa consapevolezza è non solo il nostro fondamentale strumento, ma è quella che a causa di tensioni e stress diminuisce. La consapevolezza è dissipata, la consapevolezza è esaurita, la consapevolezza è al minimo livello e lo sappiamo. Sono rimasto scioccato e sono sicuro che anche voi siete rimasti scioccati per alcune notizie di eventi che si sono verificati negli ultimi mesi: parti in auto per portare un bambino a scuola o da qualche altra parte, esci dall’auto e lo lasci lì, torni nell’auto a prendere dei pacchi e non vedi, non sai chi c’è dentro. Questo è successo per due volte, per quel che si sa. Questo indica che la consapevolezza, che è anche nella forma di attenzione, che è anche nella forma di funzionamento, di buon funzionamento, è ai minimi livelli.
Sono state fatte delle osservazioni, delle ricerche, degli esperimenti sulla consapevolezza. Alcuni scienziati stanno tentando di localizzare nel cervello le cellule, i centri responsabili della sede della consapevolezza. In questi studi hanno fatto delle classificazioni sul livello di consapevolezza dell’uomo moderno in situazioni metropolitane, metropoli come Londra, New York, Roma, Milano, Parigi, Tokyo, ecc. Lo hanno fatto in maniera molto semplice e intelligente: per strada un attore, vestito come un turista, cappellino, macchina fotografica e cartina geografica, finge di essersi perso, ferma un passante, una persona del posto in una via molto frequentata e chiede se per favore gli indica la strada visto che si è perso. I due si mettono uno di fronte all’altro. Mentre il passante inizia a spiegargli il percorso per trovare quella strada, proprio in quel momento, altri due attori passano in mezzo a loro con una lastra di compensato, bloccando la visuale per due o tre secondi, in quei due o tre secondi avviene un cambio di attore, prima era uno basso, con la barba e con il cappello ora invece è alto, rasato e giovane. Così la persona che è stata fermata si trova di nuovo a parlare ma con un altro, e nonostante tutto continua a spiegargli: vai a destra, vai a sinistra, ecc. senza rendersi conto che sta parlando con una persona differente.
Questo esperimento lo hanno fatto centinaia e centinaia di volte e quando hanno chiesto al passante se si fosse accorto che il primo attore era basso, con la barba e con il cappello mentre l’altro era invece alto, giovane e rasato, la risposta è stata negativa. “Non me ne sono accorto” è una delle risposte più frequenti che si possono sentire. “Non me ne sono accorto” indica mancanza di consapevolezza. Ora questo è il punto, la consapevolezza è il punto. Perché parlo di consapevolezza? Perché quelle che chiamiamo pratiche, tecniche meditative sono tecniche, esercizi di consapevolezza, per la consapevolezza. Magari abbiamo comprato o ci è stato regalato qualche libro di yoga o di meditazione. Nel libro si parla di realizzazione del Sé, di illuminazione, di nirvana, di esperienze trascendentali. Allora ci sediamo per praticare la meditazione con l’idea di fare esperienza, di cercare il tra-scendentale. Qui stiamo sbagliando. Scusate se ve lo dico. È come se un filosofo scrivesse un libro oggi e questo libro venisse letto fra cin-quemila anni, quando le condizioni sono completamente diverse e differenti. È vero, il senso dello yoga è l’esperienza del Sé, ma non può essere che il primo, il secondo, il terzo giorno, il primo mese o anche il primo anno che pratichiamo yoga e meditazione, l’intento di quel momento sia avere l’esperienza, ricercare ciò che è trascendentale o il Sé, no! Dovremmo sederci e dovremmo praticare yoga per ottenere prima di tutto lo strumento necessario, che è la consapevolezza.
Se la consapevolezza è ridotta al minimo, se è solamente fisica, se è solo rivolta ai problemi mentali e ai problemi emozionali, con questo tipo di consapevolezza non si può divenire consapevoli di qualcosa di più grande e superiore.
Per vedere dentro e cercare i virus e i batteri nelle varie sostanze, cosa si usa? Il microscopio. Serve lo strumento giusto. Se si devono guardare le stelle, i pianeti, le galassie, cosa serve? Il telescopio. A occhio nudo tutte le stelle sono uguali e sono accese, però per andare a vedere bene e andare oltre serve un telescopio. Se si è sott’acqua a venti, trenta metri di profondità e si vuol vedere che cosa c’è fuori, cosa serve? Il periscopio, altrimenti non si vede niente. Serve lo stru-mento giusto se vuoi vedere attraverso un muro, serve qualcosa, sapete cos’è? La finestra! Per il Sé e altre cose serve lo strumento adeguato e questo strumento è la consapevolezza.
Quando iniziamo a praticare yoga la consapevolezza è dissipata. Viviamo in un momento, in un periodo, in un contesto, in una società che promuove la dissipazione della consapevolezza, fertilizza la dissipazione. A volte entri a casa e c’è il computer acceso, il televisore acceso, la radio accesa, iPod e iPad da qualche parte sono accesi, telefoni che squillano, passi da una cosa all’altra, simultaneamente stai cercando di preparare da mangiare e devi fare i conti delle bollette. Questa è totale dissipazione! Se vai fuori per la strada vedi solo la strada e il traffico? No, devi stare attento a tantissime cose simultaneamente e a molte altre cose che attirano l’attenzione. Spesso, prima di entrare in ufficio o al lavoro, mentre prendiamo un caffè o un cappuccino oppure mentre mangiamo sentiamo le notizie al telegiornale. Sono notizie rassicuranti? Notizie che ci danno un senso di pace e tranquillità? Leggiamo notizie o siamo impressionati da qualcosa che ci dà un senso di soddisfazione, compiacimento, non dico gioia o felicità ma di contentezza? No! Sono impressioni, informazioni di eventi molto grandi, enormi, lontani, distanti e una persona dice: ma io sono qua, cosa posso fare? Niente. Vai in ufficio o al negozio, ovunque sia devi funzionare, devi fare il tuo lavoro, ma la paura e l’insicurezza provocata dalle notizie, il senso d’impotenza che queste notizie suscitano lo mettiamo dentro di noi in qualche parte della nostra mente.
Non posso fare niente per tutte queste cose, mi devo concentrare sul mio lavoro, perché se non lo faccio non mi pagano, se non mi pa-gano non mangio. Però la paura, l’insicurezza, l’insoddisfazione, l’incapacità, l’impotenza e tutte quelle cose sono state trasferite da qualche parte dentro la nostra mente, sono state depositate lì. Metti oggi, metti domani, metti dopodomani, metti un mese, metti un anno, metti due anni, metti dieci anni questo ci porterà a fare sempre più fatica a funzionare per le otto ore di lavoro, inibirà il nostro funzionamento, la nostra espressione e la nostra interazione nell’ambiente domestico, nell’ambiente familiare, dove dovremmo essere rilassati, in pace, tranquilli, al sicuro. Tutto questo, nel suo insieme porta a diminuire sempre più i livelli di consapevolezza.
Le pratiche e le tecniche di tipo meditativo hanno un nome che può far scaturire in noi una qualche idea di tipo mistico, trascendentale. Meditazione non è forse neanche il termine giusto, ma dobbiamo usarlo per capirci, perché è ormai il termine usato abitualmente e non possiamo cambiarlo, ma non dobbiamo prenderlo così sul serio, nel senso che riguarda solo questioni spirituali. No, è molto più semplice.
Swami Satyananda quando è venuto qui e ovunque sia andato nel mondo, ha portato, ha insegnato e ha fatto insegnare queste pratiche, tecniche di natura meditativa, sono esercizi di consapevolezza. Tutti quelli che erano presenti li praticavano. Non c’era nessuna distinzione tra i principianti e gli intermedi. Siamo tutti componenti della specie umana e siamo tutti in un modo o nell’altro soggetti alle tensioni, agli stress, abbiamo tutti le nostre negatività e il nostro piccolo gruzzolo di positività, con i nostri pregi e i nostri difetti e tutti abbiamo bisogno di consapevolezza. Siediti, chiudi gli occhi e fai quello che abbiamo fatto prima da seduti, quello è l’esercizio, quella è la pratica, quella è la tecnica che possiamo chiamare di tipo meditativo, ma che è una pratica, una tecnica di consapevolezza. Cosa avete fatto? Come sono seduto? Come tengo le mani? Come tengo i piedi? Come tengo la testa? Come tengo le labbra? Sono fermo? Sto respirando? Sono qui presente? Siete divenuti consapevoli di cosa? Delle dita dei piedi? Quante volte al giorno, oltre alla mattina quando vi mettete le scarpe e la sera quando le togliete, siete consapevoli di avere dieci dita dei piedi? Raramente. Eppure le abbiamo sempre.
Sono pratiche e tecniche in cui si usa la consapevolezza e chiunque lo può fare e lo dovrebbe fare. Lasciamo perdere i nomi stravaganti, lasciamo perdere l’aspetto classico, filosofico connesso al significato di questo che è diverso da quest’altro, in questa scrittura ha detto così, quel maestro ha detto A, quell’altro ha detto B. Allora io cosa faccio? Questa è intellettualizzazione, lasciatela perdere.
Le pratiche che presentiamo, come per esempio ajapa japa o antar mouna, sono esercizi, pratiche di consapevolezza, dove prima si inizia a lavorare con la consapevolezza esteriore e fisica. Quando dici: le dita dei piedi, le mani, il collo, la gola, le orecchie, devi divenire consapevole di cosa? Del corpo fisico, una consapevolezza fisica. Inizia da lì. Consolida questa. Poi da quella fisica si passa a una un pochino più sottile e ti stabilizzi in questa, poi aggiungi una consapevolezza ancora più sottile. Così, piano piano, la consapevolezza diventa più consolidata, diventa uno strumento che usiamo non solo il martedì e il mercoledì quando andiamo alla lezione di yoga, ma tutto il giorno.
La consapevolezza non è una cosa solo settimanale, l’abbiamo sempre. Come sono seduto? Come sto camminando? Come sono mentre mangio? Come sono mentre parlo? Come sono mentre aspetto la corriera? Come sono quando sto facendo la coda in posta? Come sto tenendo le gambe? Come sono mentre sono seduto e lavoro al computer? Quando andate a lezione di yoga, lì vi ricordiamo che c’è la consapevolezza, ve la facciamo usare per un’ora, ma poi durante le altre ventiquattrore? E allora a che serve? Quello che imparate alle lezioni di yoga è soprattutto essere consapevoli, non vivete tutti i giorni della settimana sdraiati in shavasana o svolgete il vostro lavoro stando su una gamba e il braccio in alto, no? Quell’asana serve per sciogliere, allungare, distendere, rilassare il corpo. Ma in più c’è qualcosa che vi viene detto, che dovrebbe esservi detto: consapevolezza! Sto respirando, com’è il respiro? Respiriamo da quando siamo nati, ventunomila e seicento volte al giorno, ma quante volte al giorno ci accorgiamo di come stiamo respirando? Sto respirando, quindi sono vivo. Quel divenire consapevoli e quell’uso della consapevolezza è responsabile di tutti gli effetti e benefici che vengono dallo yoga.
La consapevolezza, le pratiche, le tecniche meditative sono per le persone e gli uomini di oggi, che vivono nella società moderna, in questa epoca, in queste condizioni. Quindi è necessario sedersi per dieci minuti e fare quello che avete fatto prima. In qualsiasi modo so-no seduto va comunque bene, se puoi stare con le gambe incrociate ok, con una gamba dritta e una piegata ok, tutte e due le gambe dritte ok, come sono le gambe? Come sto tenendo il capo? Se è giù lo tiro su, se è girato a destra o a sinistra lo metto in centro, se tieni un occhio aperto e uno chiuso li chiudi entrambi, se hai la bocca aperta la chiudi, ma senza stringere troppo, rilassa. Come sono il collo e la gola? Come sono le mani, i piedi, le gambe? Senti il peso, lascia andare, consapevolezza. Poi il respiro. Sto respirando ma non sono io che induco il respiro, il respiro c’è; la notte, quando dormiamo, continuiamo a respirare, quindi non serve un’azione cosciente in cui ci diciamo: “Devo respirare, se non respiro muoio” ma accorgiti di respirare, sto respirando. Osserva i differenti schemi di respiro durante il giorno, i differenti tipi di respiro durante vari tipi di stati mentali. Come respiri se sei allegro? Come respiri se sei triste? Come respiri se sei in preda al panico? Come respiri se sei in preda all’aggressività? Come respiri nella depressione? Come respiri nell’eccitazione? Come respiri quando sei rilassato? Come respiri quando ti stai per addormentare? Il respiro è fondamentale non solo per tenerci in vita, ma anche perché indica lo stato interiore, lo stato mentale e lo stato emozionale della personalità.
Decisamente trovo che sia yogico il detto: fai dieci respiri prima di parlare. Questo è yogico. Lo puoi sentire dire da persone che non frequentano i corsi di yoga, magari non sanno nemmeno che esiste lo yoga, ma il detto fai dieci respiri, respira profondamente, vuol dire che il respiro profondo indica uno stato rilassato. Se sei rilassato, il respiro è profondo, se hai paura, panico, eccitazione, tensione, stress, il respiro è come quello dei cani. E può una persona essere rilassata e pacifica e avere il respiro come quello dei cani? No, è impossibile, ed è anche impossibile essere agitati, in preda al panico e alla tensione e avere un respiro profondo. È impossibile: o uno o l’altro. Quindi se sei agitato, teso, stressato, disorientato, confuso, in panico, il respiro è irregolare, corto, e fare dieci respiri lunghi automaticamente ti porta, ti induce, ti dà un pochino di calma. Non ti risolve i problemi che hai, ma ti mette nella condizione di poterli affrontare e gestire rilassatamente. Questo stesso principio vale per quello che c’è dentro; per poter percepire, per poter vedere, poter realizzare, poter conoscere cosa siamo e cosa c’è dentro di noi la mente deve essere pacifica.
Quindi, uno dei nostri obiettivi adesso non è necessariamente quello dell’illuminazione. Scordatevelo! Io non ci penso più, è l’ultima cosa a cui penso. Forse quando avevo venti, diciotto, diciassette anni. Quando ho iniziato pensavo al samadhi, al risveglio della kundalini, ai chakra, adesso no. Questo grazie al fatto che ho trovato Swami Satyananda che mi ha fatto capire queste cose. Adesso l’obiettivo è la pace della mente. Per questo alla fine della lezione diciamo: “Om Shanti Shanti Shanti”. Pace, pace della mente, qui dentro nella mia mente. Pace vuol dire assenza di conflitto, assenza di conflitto vuol dire assenza di tensione. Cos’è la tensione? Una delle poche cose che ho imparato a scuola è la definizione che la fisica dà di tensione: due forze uguali che si muovono in direzioni contrarie e opposte, nel centro c’è il massimo grado di tensione. È come se noi stessimo costantemente in quell’area, quel centro dove ci sono due forze che ci tirano e in quella condizione vogliamo capire tutto. No!
Per capire, per comprendere, per conoscerci serve pace. Lo yoga non è solo per un aspetto esclusivamente mistico o spirituale, perché chiunque ha bisogno, diritto e necessità di avere una mente in pace. Anche un ateo ha bisogno della pace della mente, gli fa comodo ed è utile avere la pace della mente. L’assenza della pace mentale è una forma di sofferenza. Sofferenza è l’assenza di pace mentale, è l’accu-mulo di tensione, l’impossibilità di comprendersi, di comprendere le situazioni, le circostanze, gli eventi, gli accadimenti. Non è una sofferenza fisica, è una sofferenza di tipo interiore, sottile, mentale, è una forma di insoddisfazione, un senso di incompletezza, una sensazione di avere un vuoto, una lacuna nella propria vita, nella propria personalità. Ed è a causa di questa sofferenza che cerchiamo l’opposto, cioè essere liberi da questa sofferenza, che equivale a essere liberi dalla tensione e dallo stress. È proprio nel passaggio dalla sofferenza alla libertà che subentra lo yoga che è stato portato, fornito, consigliato, non per altri motivi. Se prima di tutto non è sistemata quest’area della vita, della personalità, non ci può essere nessun’altra realizzazione di tipo elevato.
Pace della mente è in un certo senso anche la libertà dalla sofferenza ed è per questo motivo che Swami Satyananda ha chiamato gli Yoga Sutra di Patanjali “Quattro Capitoli sulla Libertà”. Libertà da cosa? Non libertà dalla costrizione fisica ma dalla sofferenza, conoscendone la causa prima. È come quando una persona soffre, ha un dolore fisico, sta male fisicamente e per curarsi deve conoscere la causa. Quando conosce la causa e fa la terapia adeguata per quella causa, la malattia finisce. La stessa cosa è per la causa della sofferenza. Allora nel raja yoga Patanjali dice alcune cose sulla sofferenza nella forma di vritti. Qualcun altro dice altre cose a questo proposito. Ma alla fine sono simili. L’intero schema, l’intero senso, l’intero procedimento delle pratiche meditative è un procedimento in cui ci si inizia a muovere da una consapevolezza esteriore, dall’esterno, da una consapevolezza fisica, molto lentamente verso l’interno.
Siamo persone educate, nel senso di educazione scolastica, e quanto tempo è passato dal giorno in cui abbiamo imparato a scrivere A B C D, a fare i puntini, i cerchietti, le righe fino a che abbiamo potuto leggere e studiare argomenti come testi di filosofia o medicina o astronomia o di qualunque altra cosa? Quanto tempo passa dal primo giorno di scuola alla fine dell’università? Non è un giorno, una settimana, un mese. È un procedimento continuo dove parti dalle basi, parti da un punto, parti dall’ignoranza. Prima di andare a scuola non sappiamo, siamo ignoranti, partiamo da lì, poi, piano piano, facciamo dei segni, ma non sappiamo cosa stiamo facendo, poi iniziamo a dare un suono a quei segni, poi l’insieme di quei segni diventa una parola, una parola affiancata ad altre parole diventa una frase. Quanto tempo passa! Adesso non sappiamo in che classe siamo, forse dobbiamo andare alle medie, poi alle superiori. Per procedere nella conoscenza usiamo quello che abbiamo imparato prima.
Nello stesso modo c’è un procedimento, iniziamo dall’esterno, dal circondario: cosa c’è intorno, dove sono, cosa sto facendo, come tengo i piedi e le mani? E non basta farlo una volta o due. Diciamo: “L’ho fatto mercoledì scorso, ora è giovedì devo fare qualcos’altro”. Tante persone vanno a lezione di yoga con quest’idea e tanti insegnanti insegnano con quest’idea. Il primo giorno fanno le aste, il terzo giorno fanno leggere Dante Alighieri. Stanno ancora facendo le aste e gli dai la “Divina Commedia” o Shakespeare? No, prima fai bene le aste, poi dalle aste passa a scrivere la parola, dopo stai tranquillo che non c’è bisogno che ti sia dato da leggere Shakespeare perché te lo vai a cercare da solo. Se vuoi leggere Shakespeare o Dante o quello che vuoi, a quel punto sai che sei in grado di leggere e capire quello che stai leggendo e di arricchire la tua conoscenza. Ed è in questo modo che siamo condizionati dalla società attuale. Qual è il trend oggi? Consumismo! Per cosa andiamo al lavoro, per cosa andiamo a scuola, qual è la finalità dell’educazione? L’educazione è finalizzata al lavoro e al consumo, fine delle trasmissioni, Hari Om Tat Sat!
Questa è la definizione di uomo e lo scopo dell’uomo oggi. Questo è il modo in cui siamo considerati e come ci stiamo abituando a essere considerati, e con questa mentalità tutto, anche lo yoga, deve essere fatto in modo consumistico; ad esempio: “Ho già fatto shavasana, perché la devo fare tutte le volte? Ieri abbiamo fatto la respirazione a narici alternate, oggi voglio svegliare la kundalini perché c’è scritto nel libro di Tizio. Non so dov’è la kundalini, non so cosa significa, non so cosa fa, anzi, ne ho anche paura, però lo voglio”. Il trend è lo voglio, non è che mi chiedo se posso, se sono in grado, se sono capace. No, lo voglio. Questo è consumismo. Vuoi qualcosa? Sì. Hai i soldi? La compri, la consumi e quando stai consumando una cosa stai già pensando alla prossima. Questa è assenza di pace, non è questa l’ottica di Swami Satyananda. Quando è venuto qui e in ogni parte del mondo ha sempre detto di praticare yoga per dieci minuti al giorno, una o due asana, un pranayama e una pratica di tipo meditativo intesa come tecnica di consapevolezza, principalmente in forma di mantra o mantra con il respiro. Sei consapevole che stai respirando e mentre ne sei consapevole unisci anche la ripetizione del mantra.
È stato Swami Satyananda che ha divulgato, spiegato e insegnato l’uso e l’applicazione del mantra. Con le asana e con l’hatha yoga ag-giusti il corpo fisico. Con il raja yoga, con gli esercizi di rilassamento mentale e di concentrazione, gestisci la mente. Con il karma yoga si gestisce un po’ l’aspetto dinamico della personalità, viene messo in equilibrio. Ma per la dimensione psichica, astrale della personalità, cosa si può fare, qual è la pratica? Quello che ha effetto è il mantra. Moltissime persone hanno utilizzato il mantra, una semplice pratica di dieci minuti.
Specificatamente, Swami Satyananda ha detto che mentre si pratica il mantra non si deve cercare di essere concentrati, no. Sei lì seduto con il mala, o senza il mala, e stai ripetendo il mantra, che sia Om o un altro. La mente pensa a b c d e f g, pensa, pensa; lascia stare e continua a praticare il mantra. In questo modo stiamo purificando la mente, perché altrimenti, come ho detto prima, le paure, le tensioni rispetto ai grandi problemi del mondo rimangono tappate dentro la nostra mente. Devono venire fuori, dobbiamo farle venire fuori altrimenti ci ammaliamo. Malattia psico-somatica vuol dire questo. C’è qualcosa di sottile, di invisibile dentro da qualche parte in noi che si trasforma in un tumore, nel diabete, nell’asma o in altre malattie. Che cos’è questa psiche che dal greco vuol dire anima? Di quale mente stiamo parlando? Quella con la quale pensiamo vado a destra o sinistra, devo andare a fare la spesa, devo andare a prendere i bambini? È quella mente, grazie alla quale ci accorgiamo che ci sono le tensioni, le preoccupazioni, come ad esempio devo pagare la bolletta? No, non è quella mente, è più sottile, più profonda. Oltre il subconscio e l’inconscio vi è un’altra dimensione di esistenza, un’altra parte di noi. Quella è la dimensione astrale che non ha nessuna forma e che è presente nella forma di esperienza. Così come fai esperienza e senti che arriva l’aria calda o l’aria fredda, allo stesso modo ci sono altri tipi di esperienza. Questi altri tipi di esperienza provengono dalla dimensione psichica-astrale. E per astrale non intendo necessariamente quello che riguarda i viaggi astrali, no, è ancora più sottile, riguarda le risorse dell’intuizione, cioè avere la conoscenza senza che sia presente un oggetto sensoriale, senza l’uso dei sensi.
Alcune ricerche molto recenti sono arrivate a una conclusione: qualunque cosa vediamo con i nostri occhi, oggetto o persona, è giusta al cento per cento nel primo secondo e mezzo in cui riceviamo l’informazione. Quante volte ci è capitato, spero sia capitato anche a voi, di vedere una cosa, sentire una cosa, ci viene in mente una cosa e dopo pochissimo tempo cambiamo idea, poi ci rendiamo conto che la cosa che abbiamo pensato per prima era la cosa giusta; vi è mai suc-cesso? Hanno provato scientificamente che quello che vedi, quello che ti viene in mente nei primi due secondi è corretto. E sapete da dove è partita questa scoperta? Da una banda di falsari che cercavano di sbolognare la statua di un putto alla fondazione Guggenheim in un museo. Il direttore del museo voleva averla perché ce ne sono solo tre in tutto il mondo, l’ha comprata e dopo l’ha fatta esaminare, metà degli esperti hanno detto che era autentica, l’altra metà, che l’ha solo guardata senza esaminarla, ha detto che era un falso. Alla fine è venuto fuori che era un falso. Allora si sono chiesti come mai alcune persone l’avessero capito ed è iniziata una serie di esperimenti e ricerche.
Da dove viene quella conoscenza? Da dove viene quella capacità di avere la giusta conoscenza, la corretta conoscenza in quei primi due secondi? Viene dalla nostra mente, non dalla mente superficiale, viene dalla nostra mente più sottile, più profonda, che tutti quanti abbiamo. Man mano che ci rilassiamo praticando un po’ di tecniche e di esercizi di yoga di tipo meditativo, questa capacità emerge sempre più. È a nostra disposizione per essere usata e viene da dentro. Da dentro di noi viene anche tutto il resto, qualunque cosa. Se vedete una persona, una scena, un panorama, un quadro, qualcosa di artistico, sentite una musica che vi suscita gioia, da dove viene quella gioia? Dov’è quella gioia? Non è in quella persona, è dentro di me. Se qualcosa mi fa felice, quella felicità da dove proviene? Non viene da un oggetto, una persona, un individuo o una situazione, ma da dentro di noi. Quella persona, quell’oggetto, quella scena, quel panorama non ha fatto altro che catalizzare, far scattare la gioia che è da qualche parte dentro di noi. C’è, serve solo un catalizzatore.
La stessa cosa accade con le emozioni. Se vedi un oggetto, un qualcosa, una persona che fa qualcosa che in quel momento ti fa scattare la rabbia, ha origine questa emozione. Se c’è una situazione o una persona che si comporta in modo tale da tirare fuori, catalizzare, far scattare la gelosia, scatta la gelosia. Dipende da cosa c’è fuori, entri in contatto con qualcosa e quel qualcosa ti catalizza, fa scattare un’emozione. È tutto dentro di noi, quindi il senso della meditazione è quello di sviluppare la consapevolezza iniziando dall’esterno, muovendosi poi verso l’interno. Man mano che ti muovi verso l’interno, a un certo punto, inizi a divenire consapevole di tutti i meccanismi e delle cause e concause delle tensioni e poi le rilassi. E mentre queste vengono rilassate puoi muoverti sempre più verso l’interno. E man mano che vai all’interno permetti alle tensioni accumulate di venire fuori ma fai anche in modo che il potenziale, come l’intuizione, il discernimento, la conoscenza, possa emergere e venire a far parte dell’espressione della tua personalità, soprattutto quella esteriore, così da vivere in modo più rilassato e non causare tensioni. Perché adesso facciamo le pratiche di yoga e di rilassamento per risolvere quello che abbiamo fatto ieri, ma se oggi mi rilasso e domani accumulo il doppio di tensione è inutile. Allora spesso dico: “Ragazzi, è meglio che andate a giocare a biliardo!”. Non ha senso, è come finire una terapia e il giorno dopo bere mezza bottiglia di mercurio, ti avveleni di nuovo. Così risolviamo le tensioni, ma cerchiamo di non accumularne di nuove.

Hari Om Tat Sat

Hatha Yoga Pradipika

Tratto da: Sw. Muktibhodhananda Saraswati, Hatha Yoga Pradipika, Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India.

Verso 25 – Capitolo I

DHANURASANA (posizione dell’arco)

Tenendo gli alluci con le mani, tirateli su verso le orecchie come se tendeste un arco. Questo è chiamato dhanurasana.

Proprio come ci sono diversi stadi per tendere un arco, c’è una pro-gressione per le differenti tecniche di dhanurasana.

Tecnica 1: Saral Dhanurasana (posizione dell’arco facile)
Sdraiatevi sullo stomaco con la fronte poggiata sul pavimento.
Piegate le ginocchia e afferrate entrambe le caviglie.
Separate le ginocchia.
Inspirate mentre sollevate leggermente le ginocchia, la testa e il torace e contemporaneamente tirate i piedi indietro e verso l’alto.
Tutto il corpo dovrebbe muoversi simultaneamente nella posizione.
Espirate abbassando il corpo e rilassatevi sul pavimento.

Tecnica 2: Dhanurasana (posizione dell’arco)
Ripetete lo stesso procedimento della Tecnica 1 ma sollevate le gam-be, la testa e il torace il più possibile.
Mantenete la posizione finale trattenendo il respiro.
Espirando lentamente tornate giù.

Tecnica 3: Purna Dhanurasana (posizione dell’arco completa)
Afferrate le dita di un solo piede e rivolgete il gomito verso l’esterno e verso l’alto. Fate lo stesso con l’altro piede.
Mantenete la posizione finale il più a lungo possibile, respirando nor-malmente.
Espirando lentamente rilassate la posizione. 

La posizione finale di ciascuno stadio può essere mantenuta o con la respirazione normale o con la ritenzione interna del respiro. Il corpo può anche essere gentilmente dondolato avanti e indietro. La concen-trazione dovrebbe essere su vishuddhi chakra, nel retro del collo, o su manipura nell’area addominale, o nel punto centrale dove, si piega la schiena.
Dhanurasana è molto importante per stimolare il plesso solare. Regola gli organi digestivi, escretori e riproduttivi. Massaggia il fegato e il pancreas ed è quindi molto utile per la terapia yogica del diabete. I reni sono stimolati e l’intero canale alimentare è tonificato. Stando sdraiati sul diaframma con le braccia allungate all’indietro, il cuore riceve un gentile massaggio e, poiché il torace in questa posizione è completamente espanso, dhanurasana è utile nella terapia dei vari disturbi toracici. Stimola e regola le ghiandole endocrine, in particolare la tiroide e le ghiandole surrenali, e induce la produzione di cortisone.
L’estensione indietro della colonna vertebrale sistema la colonna vertebrale, raddrizzando la schiena curva e le spalle cadenti. È anche raccomandata per la terapia di alcune tipologie di reumatismo. Dhanurasana aiuta a regolare il ciclo mestruale e anche a correggere la sterilità femminile, quando la causa non è dovuta a una deformità degli organi riproduttivi stessi. 
Verso 26 – Capitolo I

MATSYENDRASANA (posizione di torsione spinale)

Mettete il piede destro alla base della coscia sinistra, il piede sinistro al lato del ginocchio destro. Afferrate il piede sinistro con la mano destra, passate il braccio sinistro dietro la vita e rimanete col corpo in torsione. Quest’asana è descritta da Sri Matsyendranath.

Si suppone che Matsyendranath praticasse quest’asana e così essa ha preso il suo nome. È anche chiamata la torsione spinale. Ci sono delle varianti nella posizione delle braccia e delle mani e nel grado di torsione nella colonna vertebrale.

Tecnica 1: Ardha Matsyendrasana (mezza torsione spinale)
Mantenete il piede destro accanto al gluteo sinistro, la gamba sinistra sopra, col piede davanti al ginocchio destro e il ginocchio sinistro sollevato verso l’alto. (Oppure il piede sinistro può essere sistemato all’esterno del ginocchio destro o della coscia destra).
Inspirate mentre sollevate le braccia all’altezza delle spalle, mante-nendo i gomiti distesi.
Espirando, ruotate verso sinistra, sistemate il braccio destro sul lato esterno del ginocchio sinistro e afferrate la caviglia sinistra con la mano destra.
Portate il braccio sinistro dietro la schiena e poggiate il dorso della mano sinistra sulla parte destra della vita.
Mantenete la posizione.
Praticate su entrambi i lati, cambiando la posizione della gamba e del braccio.

Variante Purna Matsyendrasana

Le posizioni alternative delle braccia sono:
1. Portate il braccio destro intorno alla parte anteriore del ginocchio sinistro, quindi sotto il ginocchio sinistro piegato, e portate il braccio sinistro intorno alla parte posteriore della vita per incontrare la mano destra. Afferrate le mani.
2. Portate il braccio destro intorno al ginocchio sinistro e il palmo della mano destra sulla coscia sinistra, portate il braccio sinistro intorno alla parte posteriore della vita come descritto in precedenza.

Tecnica 2: Purna Matsyendrasana (posizione di torsione spinale completa)
Seduti in padmasana, la posizione del loto, sollevate il ginocchio della gamba in posizione superiore e mettete il piede accanto al lato della coscia su cui stava poggiata.
Utilizzate la stessa posizione del braccio descritta in precedenza.

La posizione finale di ogni stadio dovrebbe essere mantenuta respi-rando naturalmente. Mantenete la posizione sin quando è comoda, concentrandovi su ajna chakra, oppure sul centro tra le due sopracci-glia o sul respiro naturale. Ricordate di praticare su entrambi i lati del corpo: se prima fate la torsione a destra, assicuratevi poi di ruotare a sinistra e mantenere la posizione per lo stesso periodo di tempo.

Verso 27 – Capitolo I

La pratica di questa asana (matsyendrasana) aumenta il fuoco dige-stivo ad una capacità talmente incredibile che è un mezzo per elimi-nare le malattie, risvegliando così il potere del serpente e portando equilibrio in bindu.

Matsyendrasana aiuta a canalizzare il prana in una particolare direzione in modo che avvenga il risveglio nei centri energetici dormienti. Nello specifico stimola manipura chakra, o centro dell’ombelico. Normalmente la frequenza della vibrazione pranica è lenta. Praticare quelle asana che dirigono il prana al centro dell’ombelico è molto importante per il risveglio della kundalini. Il centro dell’ombelico è responsabile per il mantenimento del corpo. Quando esso è ipoattivo o iperattivo, le funzioni del corpo non sono armoniose e se è pigro, si sviluppano malattie in altre aree. Se la capacità di manipura è aumentata sistematicamente, non solo elimina squilibri e malattie, ma può essere risvegliato il potenziale assopito di sushumna nadi.
Manipura è direttamente connesso al sistema digestivo. Digestione e assimilazione adeguate sono la chiave per una buona salute. Molti testi parlano del “fuoco” di manipura, cioè il fuoco digestivo. Si dice che un certo fluido prodotto nei centri cerebrali superiori sia consumato da questo fuoco e che la conseguenza sia vecchiaia, malattia e morte. Questo fluido si riferisce ai neurormoni delle ghiandole pituitaria e pineale che attivano le altre ghiandole endocrine. In yoga si dice che questo fluido viene accumulato in bindu visarga ed è spesso associato allo sperma o all’ovulo. Se si riesce a impedire che questo fluido cada nel fuoco di manipura, si può aumentare la vitalità e coltivare la longevità.
La regione dell’ombelico è potenziata da samana vayu. Samana è responsabile dell’assimilazione dei nutrienti dal cibo e del prana dall’aria. La regione del corpo sopra quella in cui opera samana, è pervasa da prana vayu, e una delle sue funzioni è assorbire prana. Nella regione del corpo sotto l’ombelico, è localizzato apana vayu la cui funzione principale è l’eliminazione. Prana e apana sono le due forze principali e normalmente si muovono in direzione opposta. Uno degli scopi dello yoga è far sì che prana e apana si muovano l’uno verso l’altro per incontrarsi nell’ombelico e fondersi con samana. (continua)