Satyananda Ashram Italia

Scuola di Yoga

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Lo Yoga dell’Equanimità

Tratto da: Rikhiapeeth Blog del 14 Novembre 2011 – Satsang con Swami Shivananda.

“Stabile nello yoga, abbandonando l’attaccamento ed essendo equilibrato in uguale misura nel successo come nel fallimento, Oh Arjuna, compi l’azione. Questa equanimità in ogni situazione è chiamata Yo-ga”. (Bhagavad Gita, 2:48)

Samatvam è l’equanimità della mente e dei punti di vista, l’equilibrio. Significa essere in grado di mantenere la mente stabile ed equilibrata in ogni condizione di vita. È la capacità di essere sempre sereni, appagati, calmi e pieni di pace. Samatvam significa avere forza d’animo quando si incontra il pericolo e avere la presenza di spirito e la resistenza per sopportare le offese, le ingiurie e le persecuzioni. Samatvam significa essere in grado di attraversare la vita tra il frastuono e i clamori del mondo mantenendo la pazienza e la gioia.
Samatvam è lo yoga di cui parla a lungo il Signore Krishna nella Bhagavad Gita. Egli definisce lo yoga come: Samatvam yoga uchyate (2:48). Samatvam è yoga; l’equanimità è yoga.
Il Signore Krishna considera samatvam come quell’equilibrio mentale che è mantenuto da un vero yogi nelle peggiori difficoltà, afflizioni e calamità; come quello stato in cui tutte le modificazioni mentali, le immaginazioni, i capricci, le fantasie, gli umori, gli impulsi, le emozioni e gli istinti sono trascesi. Egli spiega che samatvam è riuscire a mantenere il proprio equilibrio mentale sia nei successi sia nei fallimenti, nei guadagni come nelle perdite, nel piacere e nel dolore, e questa è l’attitudine di un perfetto maestro che resta equilibrato in ogni circostanza. Questo è samatvam, lo yoga dell’equanimità.
La definizione di samatvam va ben oltre la condizione temporanea della quiete mentale di cui parlano le persone quando si ritirano per un breve periodo in un eremo nell’Himalaya o nelle Alpi, o in una tranquilla riserva naturale per un breve riposo quando sono stanchi dopo un lungo viaggio. Samatvam è il raggiungimento della pace assoluta e della tranquillità al più alto livello. È il regno della serenità, dove le preoccupazioni, le ansie e le paure, che tormentano l’anima, non osano entrare. Samatvam è il regno dell’eterno splendore del sole, dove scompare ogni distinzione di casta, credo e colore, nel caldo abbraccio del divino amore e dove i desideri e le bramosie hanno trovato piena sazietà.
Tutti nel mondo sono irrequieti e alla ricerca di qualcosa anche se non sanno precisamente di che cosa. Ogni individuo sente di avere bi-sogno di qualcosa di cui non comprende la natura. Ottiene diplomi, lauree, titoli, onori, potere, nome e fama. Si sposa e fa figli. In breve, ottiene tutto ciò che suppone gli dia la felicità. Una persona può pos-sedere un’immensa ricchezza, ogni genere di comodità e una vita facile e tuttavia non avere nessuna pace mentale perché manca totalmente di armonia interiore. Vi è discordia nel suo cuore a causa d’ingordigia, egoismo, lussuria, orgoglio, paura, odio, rabbia e preoccupazione. Egli sente che la grandezza mondana, anche quando è sicura, è un’illusione, un inganno, e non trova né pace né felicità in essa. L’armonia e la quiete esteriore non possono dare una vera pace mentale.

Lo scopo della vita

Le persone pie, i santi e i saggi, affermano che l’irrequietezza che af-fligge ognuno, lo stato di scontentezza, di disagio, sconforto e insoddisfazione e la sensazione di essere a disagio con se stessi e con il proprio ambiente, è dovuto alla perdita di vicinanza con la propria anima. L’uomo ha dimenticato che lo scopo della vita è il raggiungimento della realizzazione del Sé, o coscienza di Dio. Vi è un unico supremo, immortale principio intelligente, o essenza: Atman, o Brahman, o il Supremo Sé che dimora all’interno del cuore di ognuno. Egli esiste nel passato, nel presente e nel futuro. È l’assoluta esistenza, l’assoluta conoscenza e l’assoluta beatitudine. La gioia e la pace durevoli possono essere ottenute soltanto se l’uomo realizza il proprio Sé attraverso il sadhana spirituale, l’autocontrollo, la purezza e la meditazione. Alla fine deve raggiungere lo yoga dell’equanimità.
Lo yoga dell’equanimità non si può conseguire con l’acquisizione di oggetti esteriori. La ricchezza, i figli, la proprietà e i palazzi non possono dare una pace duratura e l’equilibrio mentale. Per raggiungere le qualità divine di samatvam, l’aspirante deve realizzare la sua unità con quell’unico supremo Sé che dimora nella silenziosa, immobile natura interiore. Quando egli è stabilito in “Quello”, che è un oceano di pace e di felicità, non sarà scosso neanche dal dolore più pesante, dalle perdite e dai fallimenti, dalle vibrazioni sgradevoli e non armoniose. Sarà in grado di attraversare con facilità tutte le difficoltà e le crisi della vita e di trionfare in ogni esperienza. Questa pace è misteriosa! Questa pace è meravigliosa! Attraverso il sadhana yoga realizzate questa pace che trascende ogni comprensione e siate liberi. Galleggiate in quest’oceano di serenità e gioite nella quiete del vostro Sé.
Samatvam è uno stato mentale interiore. Può essere ottenuto senza l’aiuto dei soldi e di circostanze esterne favorevoli. Una persona può avere delle afflizioni e tuttavia sperimentare armonia interiore e stabilità mentale se costantemente riposa in Dio attraverso il ritiro dei sensi, calmando la mente e sradicando le sue impurità. Il Signore Gesù fu perseguitato in vari modi. Fu messo a morte sulla croce eppure che cosa disse? Disse: “Oh Signore, perdonali. Essi non sanno quello che fanno”. Quanto era tranquillo anche quando la sua vita era in gioco! Faceva esperienza della pace interiore. Nessuna tribolazione né calamità potevano toccarlo.

Guardate dentro di voi

È possibile trovare samatvam soltanto dentro di sé. Guardate dentro voi stessi. Cercatelo dentro la quiete della mente attraverso la concentrazione unidirezionale e la meditazione. Se non trovate la pace là, non la troverete da nessun’altra parte. Sedetevi ogni giorno in silenzio in una stanza per mezz’ora o un’ora. Chiudete gli occhi. Rilassate i muscoli e i nervi. Ritirate i sensi e la mente dagli oggetti esteriori. Dimenticate il corpo e il mondo. Concentratevi sullo spazio fra le sopracciglia. Meditate regolarmente nelle prime ore del mattino. Entrate nella grande calma o nel luogo segreto dell’altissimo.
Se desiderate entrare nella grande pace dell’anima, ogni desiderio mondano deve morire. Soltanto chi ha portato i sensi sotto un perfetto controllo e ha acquietato la mente può meditare e dimorare nel Sé e raggiungere l’equilibrio perfetto. La serenità di samatvam dimora molto vicino a chi conosce se stesso e ha una natura e un pensiero soggiogati. Colui il quale è dotato di una fede suprema e ha padronanza sui sensi, raggiunge velocemente lo stato della suprema pace di samatvam. L’equanimità è presente in quella persona che abbia abbandonato il “senso del mio e dell’io”, che abbia abbandonato l’egoismo, le bramosie, i desideri per gli oggetti. Quando questa sete si spegne, si gode la pace di una mente calma e stabile. Si è perfettamente appagati. Sama-tvam può essere sperimentato soltanto da chi non ha attaccamento, da chi ha compreso la grandezza e lo scopo della sofferenza umana e conosce il vero valore della vita sulla terra. Samatvam può essere raggiunto soltanto da chi ha capito la futilità degli oggetti perituri e la transitorietà delle posizioni e dei poteri di questo mondo e non ha nessun desiderio per essi.
Colui che ha trovato il vero scopo della propria nascita in questo mondo, che agogna la liberazione, che ha compreso che a prescindere dai nomi e dalle forme vi è un unico, eterno e imperituro Atman e che pratica l’autodisciplina, soltanto questi può raggiungere lo yoga dell’equanimità. Una persona così è uno yogi dell’ordine più elevato. La vera pace mentale non arriva dall’esterno, è prodotta nella mente stessa quando questa è controllata e i pensieri sono dominati. Bisogna compiere grandi sforzi per dominare le passioni e i desideri. Solo allora l’attitudine all’attività sarà soggiogata e la persona sarà in pace con i pensieri acquietati.

Il sadhana sincero

La persona ordinaria, dalla mentalità mondana, non può né sentire la voce interiore dell’Atman né raggiungere la tranquillità mentale. Tut-tavia è possibile sviluppare l’equilibrio mentale attraverso un regolare e sincero sadhana di japa, di servizio disinteressato, d’indagine interiore del Sé, di satsang, di meditazione, di cibo sattwico leggero, di tapas e di studio di sé. Al mondo vi sono persone con alcune virtù pure come la pazienza, la generosità e il perdono ma un aspirante spirituale deve sforzarsi di sviluppare la propria mente nella sua interezza per acquisire tutte le virtù sattwiche. Tutti i sadhana devono mirare alla purificazione della mente e al raggiungimento dell’equanimità; così una pura e forte determinazione lastricherà la strada verso il raggiungimento di tale stato.
La mente rincorre sempre gli oggetti sensoriali, anche se sperimenta immensa tristezza, dolore e sofferenza. Non abbandona mai le sue vecchie abitudini. L’aspirante dovrà catturare questa mente senza vergogna e portarla verso la sua sorgente, Brahman, attraverso il canto, ripetuto con sentimento, del mantra Om. Lasciate che assaggi il gusto di ananda, l’infinita beatitudine dell’Atman. Soltanto allora troverà il suo riposo in Om, la sua dimora originale di eterna pace.

Viveka e Vairagya

Tratto da: Rikhiapeeth Blog del 16 Novembre 2011 – Satsang con Swami Shivananda.

Viveka – il discernimento

Il primo requisito essenziale per acquisire una mente equilibrata e calma è viveka, il discernimento fra ciò che è reale e ciò che è irreale. Chi ha sviluppato la giusta ragionevolezza è in grado di discernere e di gioire della pace e della beatitudine. Il piacere sensuale è seducente ed eccita la mente. La maggioranza delle persone è influenzata dalle emozioni, dalle passioni e dagli impulsi e così corre selvaggiamente di qua e di là, rincorrendo ogni oggetto con cui entra in contatto. La loro mente si riempie di ansia e di disperazione, non essendo sicuri se avranno o no gli oggetti desiderati. Nel momento in cui possiedono gli oggetti, trovano la soddisfazione dei sensi, che però dura soltanto alcuni secondi e così devono cercare altri piaceri per trovare la pace mentale. Non conoscendo nessun modo per uscire da questo circolo vizioso, rimangono imbrigliati nella loro ricerca del piacere. La loro vita è costantemente un misto di dolore e di ansia per la paura di perdere gli oggetti del piacere. Ovunque vi sia piacere e dolore, allora lì si troveranno anche la rabbia e l’attaccamento.
Caro aspirante, svegliati dalle tue allucinazioni. Cerca la pace mentale! A causa dell’illusione, il dolore appare come piacere e la paura del dolore vi preoccupa. Non vi è né piacere né dolore per una mente che discerne. Imparate a discernere tra ciò che è reale e ciò che è irreale. Lo yoga dell’equanimità può essere sperimentato soltanto da chi ha compreso la futilità degli oggetti perituri. Per un viveki, un uomo di discernimento, il mondo non è nulla. Non s’irretisce per nulla. Il discernimento dà forza interiore e pace mentale.
Può vivere in pace solamente chi ha riscoperto il vero valore di questo mondo, chi desidera ardentemente la liberazione, chi pratica l’autodisciplina, chi ha capito che a prescindere dai nomi e dalle forme c’è un unico, eterno, durevole Atman. Una persona così è il re dei re, non colui il quale è semplicemente trasportato da un po’ di colore, da un tocco o da un po’ di solleticamento. Chi non discerne fra ciò che è eterno e ciò che non è eterno, fra il reale e l’irreale, è sempre infelice a causa della sua mente instabile e passionale.
Quando un desiderio sorge nella mente consultate sempre la vostra forza di discernimento. Vi dirà subito che il desiderio è accompagnato dal dolore, che esso è soltanto una vana tentazione architettata dalla mente e che soltanto il discernimento può condurre alla soddisfazione e alla pace mentale. Vi consiglierà di rinunciare immediatamente al desiderio e di intraprendere lo studio delle Upanishad, la ripetizione di Om e di puntare al samadhi. I desideri saranno estinti con l’accrescersi del discernimento. Quando cessano i desideri, la mente diventa silenziosa e stabile, in perfetto equilibrio.
Un aspirante sincero deve fare ogni sforzo per controllare i desideri nel momento in cui si presentano. Pensate ripetutamente, con profondità, se il nuovo desiderio vi darà maggiore felicità o maggiore crescita spirituale. Viveka vi guiderà verso la vostra volontà e immediatamente spingerà via il desiderio. Sul sentiero di samatvam il discernimento e la forza di volontà sono due armi potenti che aiutano a distruggere le tentazioni e a eliminare gli impedimenti maggiori e minori.
Quando un desiderio nasce nella mente, una persona mondana gli porge il benvenuto e tenta di soddisfarlo, mentre un aspirante sincero vi rinuncia immediatamente attraverso il discernimento. I saggi considerano anche solo una scintilla di desiderio un grande male. Essi sono sempre lieti soltanto nell’Atman. La loro mente diventa stabile. Ogni azione è equilibrata e armoniosa.

Vairagya – il non attaccamento

Da viveka, il discernimento, nasce vairagya, il distacco o non attacca-mento, il secondo requisito spirituale per raggiungere l’equilibrio mentale. È la mente che collega l’uomo con il corpo e, quando l’uomo s’identifica con il corpo, iniziano tutte le sue infelicità. Pensa di essere “io e mio”, che sono i due denti velenosi del serpente della mente. Se questi due denti sono estratti, la mente serpentina sarà domata e non ci sarà più nessun vincolo. Coloro che praticano il non attaccamento sono i veri domatori della mente. Vairagya sfoltisce la mente, agisce come una purga violenta. Il non attaccamento è indifferenza o assenza di passione verso gli oggetti sensoriali. L’attaccamento agli oggetti è universale e nessuno è libero dall’attaccamento, che sia di un tipo o di un altro. L’attaccamento è il primo figlio di maya, l’illusione, e la sua arma più potente che lega la persona all’eterna ruota delle nascite e delle morti.
L’attaccamento è la causa alla base di ogni sofferenza umana, il frutto dell’ignoranza. I semi dell’attaccamento sono radicati nella mente subconscia e devono essere eliminati attraverso il pensiero corretto, l’indagine e la conoscenza spirituale. Tutti questi attaccamenti illusori devono essere recisi con la spada del non attaccamento. Ovunque c’è un forte attaccamento si troveranno l’infatuazione e la paura. La causa della paura è l’attaccamento a questo corpo e alla proprietà. L’attaccamento e la paura distruggono l’equilibrio mentale e causano la selvaggia oscillazione delle emozioni. Quando si è liberi dall’attac-camento degli oggetti esteriori, la mente è in pace.
Il gioco divino del Signore continua per la forza dell’attaccamento alla vita mondana. L’avidità di possedere genera l’egoismo che causa un attaccamento ancora maggiore. Tuttavia il tipo di rinuncia sul sen-tiero verso samatvam non richiede di rinunciare alla vita familiare. L’equilibrio mentale deve essere raggiunto mentre si vive nel mondo, imparando nel mondo, senza esserne irretiti. Il vostro dovere è di mantenere la vostra famiglia senza attaccamento. Solo allora avrete la purezza mentale che vi permetterà di progredire verso la pace eterna.
Le attività della vita quotidiana non portano l’infelicità; sono l’attaccamento e l’identificazione con le persone, i luoghi e gli eventi che portano a ogni sorta di preoccupazioni, afflizioni e infelicità. La-vorate senza alcun attaccamento e alcuna identificazione. Questo at-teggiamento è il segreto del successo nel karma yoga, il servizio disinteressato. Solo allora è possibile avere la vera felicità e la pace mentale, e conseguire la coscienza di Dio. Questo è jnana, il fuoco della saggezza che brucia tutti i frutti delle azioni. Disciplinate attentamente la mente. Quando si presentano le vecchie abitudini, distruggetele alla radice. Conducete una vita di perfetto non attaccamento. Questa è la chiave che apre il regno della serenità mentale e della beatitudine eterna.
La mente causa distruzione e guai. È comunque possibile governare un vasto dominio pur rimanendo distaccati. Guardate ad esempio lo stato mentale elevato di Re Janaka il quale dimorava nella propria natura essenziale divina. Egli disse: “Quandanche tutto di Mithila bruciasse, niente di mio sarà bruciato”. Non aveva il minimo attaccamento alle sue ricchezze e al suo regno. Occorre allenare quotidianamente la mente in ogni suo comportamento e in ogni sua azione. Non attaccatevi alla famiglia e alla proprietà. Il mondo è come una taverna. Le persone vi si riuniscono per un po’ e si separano per un po’. Non dite mai: “Il mio corpo, mio figlio, mia moglie, casa mia”.
L’attaccamento prende varie forme. Restate sempre all’erta per in-dividuare il suo sottile operare. La mente fa di tutto per attaccarsi a qualche forma. La sua natura è di lasciare una forma e di avvinghiarsi immediatamente a un’altra forma. Se il collegamento vincolante della mente è distrutto, è possibile girovagare tranquillamente in qualsiasi parte del mondo, senza attaccamento, come l’acqua su una foglia di loto. Allora nulla vi può legare.
Il non attaccamento è uno stato mentale. La forza spirituale interiore nasce dal non attaccamento. Sviluppate un’intensa assenza di attaccamento interiore attraverso la comprensione della natura illusoria di questo mondo. Rivolgete la mente all’interno, verso Dio, e praticate quotidianamente mantra japa e meditazione. Leggete la vita dei grandi santi e degli yogi e libri su atmajnana, la meditazione e il servizio dell’umanità.
Ricorrete alla compagnia di santi e di devoti. Studiate il Vedanta e il Vairagya Shatakam di Bhartrihari. Conducete una vita di non attac-camento a questo mondo. Vairagya è la vera ricchezza spirituale poi-ché apre la porta all’equilibrio, alla pace eterna e alla beatitudine.

“Oh potente Arjuna, indubbiamente la mente è irrequieta e difficile da controllare, ma con il non attaccamento e la pratica, essa può essere dominata”. (6:35)

Queste sono le parole del Signore Krishna nella Bhagavad Gita. Egli riconosce che lavorare senza attaccamento è indubbiamente un compito difficile, ma diventa possibile per un aspirante che abbia la pazienza e la determinazione di riuscire nel samatvam sadhana.

Satsang con Swami Satyananda Saraswati

Tratto da: Calendario 2012, Luglio, Agosto, Settembre, Shivananda Math, Rikhiapith, India.

Detonatore della Coscienza

Un punto importante è che lo shivalingam non è un Dio. Non ha nulla a che vedere con l’adorazione ritualistica. È una riproduzione molto antica di un evento che risvegliò la coscienza dell’uomo e lo portò dallo stato di uomo scimmia a umano. Nella profondità della coscienza umana, nel centro del cervello, c’è una forza invisibile, un potere o una sostanza invisibile, senza la quale non sareste un uomo. Voi sapete di essere. Voi sapete di sapere di essere. Voi sapete che sapete di sapere di essere. Un cane non sa questo. Un pavone non sa questo. Un piccolo uccello non sa questo. Un canguro non sa questo. Lo sapete, vero?
Milioni di anni fa, tuttavia, voi esistevate ma non lo sapevate. I vostri antenati vissero in grotte come qualsiasi animale. Che cosa gli accadde, diversamente dagli altri animali, quando, una volta saltata la staccionata, iniziarono a ricordare che cosa era successo il giorno pri-ma, a conoscere che cosa sarebbe accaduto il giorno dopo e a conoscere quale relazione ha il presente con il passato e con il futuro? Come saltarono oltre la staccionata? Gli scienziati dicono che è tutto dovuto al processo dell’evoluzione naturale. No! Fino al corpo umano ogni cosa si muove all’interno del dominio dell’evoluzione naturale, ma la consapevolezza non è materia soggetta all’evoluzione naturale.

Lo sphatik lingam

Nello Shivaismo si afferma che l’autentico shivalingam è di cristallo, ma questo shivalingam di cristallo non è disponibile a tutti. In India abbiamo lo shivalingam di cristallo, che in Sanscrito è chiamato sphatik lingam. Siamo molto fortunati ad avere gli sphatik lingam in India. Quando gli invasori arrivarono in India portarono via ogni cosa di valore, ma non rimossero gli shivalingam perché pensarono che fossero degli osceni Dei Indù. Portarono via le corone adornate di pietre, portarono via i pavoni per farli volare in Iran, ma non presero i lingam di cristallo, e questi erano la cosa più preziosa.
Quando vi esponete innanzi a uno sphatik lingam, allora qualcosa inizia ad accadere nel vostro cervello e nella vostra coscienza. Questo è esattamente ciò che avvenne milioni e milioni di anni fa. Quando i nostri antenati si trovarono di fronte alla grande pietra di cristallo la loro coscienza iniziò a esplodere. Questa grande esplosione o risveglio interiore fu dovuto alle immagini psichiche che iniziarono a vedere entro se stessi.
Molte persone che prendono LSD vedono queste immagini. A volte potete vederle a occhi aperti, potete vederle con gli occhi chiusi, potete vederle in meditazione, potete vederle nei sogni e potete vederle quando siete sotto gli effetti di una droga. Quelle immagini che vedete sono in relazione al movimento di una coscienza interiore, non sono in relazione al cervello. I sogni non sono in relazione alla vostra vita quotidiana. I sogni non sono originati attraverso l’esperienza che avete acquisito. I sogni provengono da altre fonti. Per favore, ricordatelo.
Certamente molte volte, quando sognate, vedete pressoché le medesime cose che avvengono durante la giornata. Non sto parlando di questi sogni. L’origine del sogno è qualcosa di cui non avete fatto esperienza. È da qualche parte dove non siete mai stati. L’origine è nel vostro inconscio. È oltre la mente conscia e subconscia. È nell’inconscio, anandamaya kosha, il corpo causale, come è chiamato.
Nella filosofia Samkhya e nel Vedanta, il corpo causale è conosciuto come linga sharira, il corpo linga, che è lì ma che non potete vedere. Quando vedete lo sphatik lingam, questo fa esplodere le immagini dal corpo causale, o l’inconscio, che è in voi e che era anche nei vostri antenati. Quando i vostri antenati da qualche parte nel mondo, al polo nord o al polo sud, o in America, Africa o India, si trovarono faccia a faccia con lo shivalingam di cristallo, in questo modo saltarono la staccionata.
Con questo balzo ebbe inizio l’evoluzione umana. Con questo balzo iniziaste a sapere che stavate esistendo. Per questo motivo la concentrazione e la meditazione sullo shivalingam sono considerate molto importanti, perché possono fare esplodere la fonte interiore della consapevolezza dove si cela un’infinita conoscenza e dove è racchiusa la possibilità della grande evoluzione dell’uomo.
L’uomo non è al livello finale dell’evoluzione. Quello che l’uomo sta sperimentando oggi non è il principio della fine. Non è la fine del principio, ma il principio del principio. Avete appena iniziato, avete iniziato adesso e gradualmente la coscienza evolverà fino a un punto dove ogni uomo diventerà un superuomo.

La Filosofia dello Shivalingam

Ora, la cosa più importante da imparare è che lo shivalingam esteriore è responsabile del risveglio dello shivalingam interiore. Nel tantra, secondo la scienza della kundalini, si afferma che nel corpo fisico ci sono dodici punti in cui è situato lo shivalingam. Lì pure ha la stessa forma. Di questi dodici punti, tre sono considerati molto importanti. Il primo è in muladhara chakra, il secondo è in ajna chakra e il terzo è in sahasrara chakra. È detto che in sahasrara risiede la coscienza più raffinata nella forma di uno shivalingam illuminato.
In futuro, probabilmente, gli scienziati potrebbero scoprire che l’evoluzione dell’uomo, la natura e la trasformazione dell’uomo, la coscienza e il suo risveglio non sono influenzati dagli eventi esterni della società, della religione, della politica, dell’etica e della moralità, ma si manifestano da qualche parte entro voi stessi. Questo è Shiva in voi e così era anche quando i vostri antenati vissero milioni di anni fa. Questa è la materia più raffinata in questo corpo fisico.
Questa materia raffinata era presente anche nell’uomo scimmia, ma egli non ebbe una sostanziale esposizione alla propria consapevolezza. Conosceva solamente frutti. Conosceva solamente l’erba. Conosceva solamente i piccoli insetti. Conosceva solamente che poteva essere ucciso dalle tigri e dai leopardi. Conosceva solamente che un’altra donna scimmia aveva dato alla luce un bambino. Questo è tutto. Egli non sapeva di essere suo marito. Lei non sapeva di essere sua moglie.
La conoscenza delle relazioni, la conoscenza della perpetuazione delle emozioni non era presente in lui. Vi era solamente un’azione controllata dalla natura, non dalla coscienza. Se io ti amo, questo è controllato dalla mente. Se io ti odio, questo è controllato dalla mia coscienza, ma le scimmie non hanno questa coscienza. Esse si uccidevano l’una con l’altra. Si sentivano affamate, si sentivano passionali, ma nulla oltre a questo.
Fino a questo punto l’uomo scimmia fu sotto il dominio della natura, Prakriti, le forze della natura, la legge di Darwin, giusto? E se nulla fosse successo all’atomo più sottile, alla particella più sottile al suo interno, l’uomo scimmia sarebbe rimasto un uomo scimmia fino ai giorni nostri. Similmente, se non accade nulla alle vostre particelle più sottili, rimarrete esattamente quello che siete oggi. Darete alla luce bambini e ci saranno generazioni dopo generazioni. Il linguaggio potrebbe cambiare, l’ideologia politica potrebbe cambiare, l’architettura degli edifici potrebbe cambiare, l’amministrazione potrebbe cambiare, ma voi resterete esattamente gli stessi, con la medesima qualità di coscienza, forse uguale o inferiore, ma non superiore.
Che cosa accadde a quelle persone che si definirono civilizzate 2000-3000 anni fa? Che cosa accadde ai Romani, ai Greci, ai Babilo-nesi, agli Egiziani? Perché tutte queste antiche civiltà furono distrutte? Perché non furono in grado di evolvere entro il regno della coscienza. Essi evolsero nel regno della materia. Invece di viaggiare con un carro trainato dai buoi, successivamente viaggiarono in aereo o in treno. Ma la coscienza restò la stessa, statica.
Come si muove questa coscienza? Il movimento nelle più fini particelle di coscienza avviene quando si manifestano le immagini. Questo svelarsi della coscienza arriva nella forma di esperienza, nella forma di colori, nella forma di suoni, nella forma di musica, nella forma di paure sconosciute, nella forma di molte, molte cose. Questo non è empirico, non è materiale, non è concreto, è più di tutto questo.
Perciò, spesso penso che quei matti che vedono molte più cose di noi sono più evoluti. Forse sono alla soglia di un’esperienza superiore e non possiamo vedere che cosa stanno sperimentando. Noi diciamo solamente che sono matti perché non sono in grado di adeguarsi al livello della nostra coscienza, ma forse i matti siamo noi perché non stiamo sperimentando quello che loro stanno sperimentando.
Vedete, la cosa più importante che vi dovete ricordare è che se vo-lete evolvere dal livello di coscienza in cui vi trovate, allora dovete usare qualche espediente simile che avrà un effetto diretto sulla forza interiore, e questa forza interiore è chiamata Shiva. Questa è la filosofia dello shivalingam.

Corpi dentro corpi

Dovete capire che lingam in questo contesto significa corpo causale. In generale parlando, voi avete tre corpi, che a loro volta possono essere classificati in dieci corpi. Questo non è detto solamente nella filosofia Indù, anche i Rosacrociani e i Massoni dicevano la stessa cosa. Se leggete le antiche tradizioni celtiche in Europa, prima dell’arrivo del Cristianesimo, lo troverete pure lì.
In effetti, in tutte le antiche filosofie troverete impressa quest’idea. L’uomo non è fatto di un solo corpo, ci sono tre corpi chiamati il corpo grossolano o materiale, il corpo sottile o astrale e il corpo causale o di Shiva. Questi tre sono ulteriormente classificati in dieci. Così, attorno a questo corpo c’è un alone, un altro alone, un terzo alone e così avete dieci aloni che rappresentano dieci differenti corpi.
Ora, potete separare questi dieci corpi, oppure potete condurre la coscienza da un corpo all’altro, dal primo al secondo, al terzo, quarto, quinto, sesto, settimo, ottavo, nono e decimo. È oltre il decimo che c’è l’incorporeo Sé. L’Atma, il Sé, l’Assoluto, Brahman, Dio, è oltre questi dieci.
Se volete arrivare a questo punto, se volete sperimentare quello che sta oltre i tre e oltre i dieci, allora è importante sapere che dovete saltare e saltare e saltare e saltare nove volte oltre la staccionata. Ora cosa state facendo? State tentando di saltare. Sapete quale staccionata state tentando di saltare? La prima.

Tantra

Shiva, o Rudra, è venerato nel Tantra. Oggi molte persone colte dell’Oriente e dell’Occidente confondono l’adorazione tantrica con i sentieri del tantra della mano sinistra e della mano destra e con ogni genere di altre cose. Ma questo è qualcosa di diverso, si chiama Tantra Vedico.
Il significato letterale ed etimologico di tantra è tecnica esoterica. È una tecnica che vi conduce all’interno, che vi porta dall’esterno al vostro sé. Quindi questa tecnica si chiama Shiva Abhishek, consacrare Shiva con sedici ingredienti: latte cagliato, latte, miele, burro, olio, acqua e altre cose, accompagnata dal canto di mantra.
Poi c’è il canto dello Yajurveda chiamato Rudri, che significa pre-ghiera a Rudra. Il nome originale di Shiva è Rudra. Rudra significa piangere. Quando perdete la coscienza esteriore ed entrate in un altro stato di coscienza più confacente, una coscienza magnifica, una co-scienza interiore, una diversa dimensione della vostra coscienza, allo-ra, trovandovi fra questi due stati, gridate, piangete. Succede a molti aspiranti.
Ramakrishna e molti altri hanno avuto questa esperienza. Questa coscienza è una coscienza di transizione fra quella esteriore e quella interiore, dall’esterno all’interno. In mezzo c’è un punto chiamato sandhi, che significa il luogo d’incontro dove questa finisce e quella comincia. Questo punto di unione si chiama sandhi. In quel momento prorompe un pianto o un grido, che è definito Rudra. Questo è il Rudra Path. Path significa canto. Il Rudri Path è un canto speciale dello Yajurveda. Inizia con:

Aum Nama Bhagavate Rudraya.
Aum Namaste Rudra manyava utata Ishave namah
Namaste astu dhanvane baahubhyaamuta te namah.

“Aum, m’inchino al Signore Rudra. Aum, oh distruttore del peccato e della sofferenza! Prostrazioni alla tua collera! E poi alla tua freccia e al tuo arco e poi alle tue mani”.

Dovete essere molto fortunati, perché avrete il privilegio di assistere al Rudra Abhishek. Probabilmente prima d’ora non lo avete visto per intero, anche se siete devoti del Signore Shiva. Di solito andate in un tempio affollato, versate acqua sul Signore Shiva e, dopo aver cantato Om Namah Shivaya, vi viene messo un segno tika sulla fronte e quindi ve ne andate. Ma l’adorazione cui state presenziando qui è in accordo con le nostre scritture. Ci porta all’interno da questo mondo materiale. Ci porta da maya, l’illusione, al nostro Sé, dunque godetela con beatitudine e amore. 
La tradizione tantrica e la scienza moderna

L’origine di tutti gli esseri umani, gli animali, gli insetti, le piante e i minerali è una sola ed è la stessa. Qualsiasi cosa è emanata da un solo nucleo. L’intera creazione ha un solo nucleo, non due. Tutto l’universo è come una protomateria, come un uovo. Il polo superiore e il polo inferiore sono due distinte dimensioni di energia. Uno è il polo positivo e l’altro è il polo negativo.
Nel tantra si chiamano Shiva e Shakti e in fisica tempo e spazio. Il tempo è un polo e lo spazio è un altro polo. Il tempo e lo spazio sono due dimensioni separate di energia e devono essere unite. Quando tempo e spazio si incontrano, vengono da direzioni opposte verso il centro e si incontrano nel nucleo. In fisica il nucleo è chiamato il cen-tro della materia, il punto dal quale l’oggetto diviene immanifesto.
È una cosa molto semplice da capire. Come sono nato? Mio padre e mia madre si unirono. Nessuno lo può negare. C’è qualcuno che è nato senza unione? L’unione fra le componenti maschile e femminile, fra le componenti fisiche positiva e negativa, ha portato me all’esistenza, ha portato voi all’esistenza, ha portato tutti all’esistenza. Ogni cane, ogni asino, ogni uomo è nato dall’unione fra i due poli opposti. L’uomo e la donna, il maschio e la femmina rappresentano due poli opposti della natura e dell’energia. Essi non sono uguali. Fisicamente sembrano uguali, tranne che per alcune differenze fondamentali, ma dal punto di vista dell’energia non sono per niente uguali.
Il maschio rappresenta l’energia positiva e la femmina rappresenta l’energia negativa. Perciò essi rappresentano il tempo e lo spazio e, quando si incontrano, nella forma dell’unione sessuale, nella forma dell’unione emozionale, creano una connessione, un contatto fra tem-po e spazio e così ha origine la creazione. Questo accade con ogni cosa al mondo: la creazione è il risultato di un’unione delle forme di energia positiva e negativa.
Quando meditate state creando un’altra unione. A livello cosmico l’unione avviene fra tempo e spazio. A livello umano l’unione avviene fra il maschio e la femmina. In meditazione l’unione avviene fra la mente e il prana, fra la forza mentale e la forza vitale. Queste due forze nel nostro corpo sono rappresentate da pingala e ida nadi, il sole e la luna, Shiva e Shakti. Nel linguaggio cosmico Shiva e Shakti sono responsabili delle miriadi di forme della creazione e ancora, nella vita umana, Shiva è il maschio e Shakti è la femmina. La loro unione ci porta all’esistenza.

I Dodici Jyotirlingam

Tratto da: Calendario 2012, Luglio, Agosto, Settembre, Shivananda Math, Rikhiapith, India.

Rameshvaram – L’Ishta Devata di Rama

Setubandhana, Tamil Nadu

Il jyotirlingam più meridionale fu installato da Sri Rama prima di ri-congiungersi con Sita. È tradizione per i fedeli portare l’acqua del Gange da Gangotri, nel Nord, a Rameshwaram, nel Sud, e offrire quest’acqua sacra a questo jyotirlingam. Si pensa che il darshan di questo jyotirlingam rimuova tutti i peccati, non importa quanto terribili. Questo posto irradia serenità e qui ognuno può facilmente perdere se stesso percependo l’unità o la connessione con Dio.
Fu qui che nel 1953 Swami Satyananda, seduto sulle rive dell’ocea-no, ebbe una chiara visione del suo futuro. Vide milioni di persone nuotare verso di lui; uomini, donne, bambini, che indossavano abiti geru, così come altri indumenti, teste rasate, capelli lunghi, capelli corti, tutti i differenti tipi di persone che andavano verso di lui; e così egli vide quello che sarebbe accaduto.

Nageshwara – Il Signore dei Serpenti

Darukavana, Gujarat

Questo jyotirlingam fu creato dal potere di uno dei devoti di Shiva; purezza, amore e devozione queste sono le qualità che vibrano fortemente in questo luogo. Shiva si manifesta qui come il Signore dei Serpenti, anche conosciuto come il distruttore del maligno. Secondo la leggenda, Shiva apparve qui coperto di serpenti e sconfisse i demoni Daraka e Daruki, che stavano terrorizzando la gente del posto. Si dice che il Signore Shiva sia rimasto qui per proteggere i suoi devoti.
Shiva è famoso per indossare cobra velenosi come decorazioni del corpo, a simboleggiare che ha superato gli aspetti più oscuri della propria natura e così li indossa a piena vista, senza temerli. Questi serpenti rappresentano il controllo interiore degli oscuri recessi della psiche. La presenza di Shiva è intensamente percepita presso questo jyotirlingam, dove si ha la sensazione che il corpo sia accarezzato dal respiro di Shiva.

Vishvanath – il Signore dell’Universo

Varanasi, U. P.

Questo jyotirlingam si trova a Varanasi (Kashi), il luogo più sacro ai devoti di Shiva. Varanasi è conosciuta come la città eterna e si dice sia la città vivente più vecchia al mondo. Secondo il mito, Shiva apparve all’inizio della creazione come un’enorme colonna di fuoco da cui nacque il mondo. Molti credono che il luogo dove il lampo della luce divina si manifestò, dapprima come una colonna di luce, fu a Kashi. Si dice che coloro i cui occhi sono purificati e non offuscati dalle illusioni del mondo, possano ancora vedere il lingam di fuoco in questa città di buon auspicio. Benares è anche nota come il risplendente “terzo occhio” di Shiva. Qui Swami Satyananda ha ricevuto le benedizioni del Signore Vishvanath, ed è divenuto veramente il maestro dell’universo quando ha raggiunto il Maha Samadhi il 5 dicembre 2009.

Pratica ed Esperienza nello Yoga

Di Swami Anandananda Saraswati, terza conferenza tenuta durante il Seminario del 7-8-9 Ottobre 2011 “Le Tecniche Meditative del Metodo Satyananda Yoga”, Villa Braida, Mogliano Veneto.

Una delle pratiche, delle tecniche di natura meditativa caratteristica della tradizione Satyananda, che è stata esposta, divulgata e insegnata da Swami Satyananda è la pratica chiamata Antar Mouna. In un certo senso è quella che si collega con i discorsi di questa mattina poiché permette alla mente di esprimere e manifestare i pensieri e di essere spettatore, osservatore dei pensieri. Questa quindi è Antar Mouna una pratica completa per se stessa. Si sviluppa in sei stadi, fino ad arrivare allo stadio culminante, quello del silenzio della mente. Però, prima di arrivare al silenzio della mente si deve passare e si passa attraverso il rumore della mente e questo rumore è nella forma di pensieri. Antar Mouna è una delle tecniche di yoga classiche, tradizionali, dove si inizia a sviluppare una consapevolezza un po’ più sottile, più raffinata rispetto alla consapevolezza del corpo e dove la consapevolezza dovrebbe rimanere eventualmente rivolta all’interno, senza essere più influenzata dalle percezioni sensoriali nella forma di vista, tatto, gusto, olfatto e udito.
La mente – stamane abbiamo fatto dei riferimenti e parlato della mente – oltre ad essere composta da differenti aspetti, differenti fun-zioni che sono quelle di manas, buddhi, chitta e ahamkara, oltre a essere costituita da questi aspetti, include le forme di conscio, subconscio e inconscio e anche la consapevolezza, perché la consapevolezza fa parte della mente, è un’espressione, una funzione della mente; quindi, in questo caso, per mente intendo tutte queste cose. La mente ha due possibilità: una possibilità di espressione, di funzione è quella dello stato di estroversione, quindi quando la mente è connessa ai cinque sensi, alle informazioni che arrivano dai cinque sensi, è nello stato di estroversione. Considerate che sto parlando di mente, non sto parlando del temperamento o di carattere, di introverso ed estroverso, sto parlando della mente che quando è connessa ai sensi rende l’individuo, rende la persona estroversa. Estroversa nel senso che l’attenzione, la percezione, l’interazione è rivolta verso l’esterno da cui giungono delle informazioni, giungono degli input che sono ricevuti nella mente, e quando questi arrivano causano un’azione o una reazione. Quindi senti che arriva l’aria calda e stai iniziando a sudare; arriva l’aria calda e questa è una cosa che viene riconosciuta attraverso il senso del tatto. Arriva aria calda, ok, aumenta il calore quasi inizi a sudare, allora pensi: “Cosa faccio?”. C’è un’azione, c’è una risposta all’informazione che è arrivata, questo è lo stato di estroversione. Quando arriva qualcosa dall’esterno lo si percepisce, suscita qualche cosa nella forma di azione-reazione. C’è una risposta e qui può ancora esserci un altro ritorno. Questo succede per tutte le informazioni che arrivano attraverso i cinque sensi: la vista, il tatto, il gusto, l’olfatto e l’udito. Oggi come oggi, nelle condizioni di vita dell’uomo moderno, i sensi più sviluppati, più attivi e sviluppati sono: vista, udito, tatto, gusto e olfatto. Il procedimento di estroversione suscita un movimento nella mente, da quel mo-vimento ha origine una risposta, un’azione, una reazione, ma c’è anche qualche altra cosa che succede: c’è l’identificazione della consapevolezza con quell’esperienza. Per esempio, sta arrivando del calore sul mio corpo, dico: “Ho caldo, sono accaldato”. Sto cercando di spiegare che c’è una forma di abitudine molto ben radicata e c’è il coinvolgimento, l’identificazione con la percezione che arriva.
Oggi vi ho fatto l’esempio del guidare l’auto sull’autostrada. Mentre guidi vedi tanti cartelli e tante cose; se stai facendo un viaggio di duecento chilometri e dopo dieci chilometri c’è un cartello con scritto uscita: se esci anche se non è la tua meta, c’è stata un’identificazione, vuol dire che ci si è identificati così tanto da uscire dall’autostrada. Allo stesso modo, stai pensando una cosa, la mente è rivolta in una direzione, arriva una sensazione o qualcosa dai sensi e ci si identifica e si comincia a dire: “Ecco, questo è il caldo, chi ha acceso quello, non ho scelto il posto giusto, dovevo sedermi lì, era meglio se mi mettevo una maglia più leggera, era meglio se mi mettevo una maglia più pesante”. Tutto questo è il processo di identificazione, il coinvolgimento, l’identificazione della propria consapevolezza con un qualche cosa che è arrivata dall’esterno, potrebbe essere un suono, un sapore, qualunque cosa. Così c’è la radicata abitudine e tendenza all’identificazione. Ho fatto anche l’esempio di quando si è seduti con gli occhi chiusi, qualcuno si soffia il naso, quella non è l’esperienza di un suono che c’è stato nell’ambiente e basta, no. Quel suono è il suono di qualcuno che si è soffiato il naso: “Chi è che si è soffiato il naso adesso?”. Capite? C’è un’estensione, c’è un prolungamento, c’è una profondità, quella è l’i-dentificazione. Perché magari si pensa che quando si praticano delle tecniche meditative, le persone per un ora o tre quarti d’ora diventano sorde, no. O che gli si blocchi il senso dell’olfatto, del gusto, del tatto, no. Se una persona sta praticando veramente una tecnica meditativa, le orecchie funzionano, i suoni, se ci sono, entrano, ma è solo un suono che si è verificato e finisce lì. Non c’è un seguito, non si creano altri movimenti nella mente, nella personalità. Ci sono dei movimenti che si verificano quando riceviamo delle informazioni attraverso i canali dei sensi, così rapidi, così veloci che non ne siamo consapevoli. Per esempio, se sentiamo il suono di una zanzara, istintivamente cerchiamo di schiacciarla, non ci fermiamo a chiederci: che cos’è questo suono? C’è un catalogo d’insetti nella mia mente? Vado a cercare nel catalogo? No! È così veloce, è così immediato, così sottile, così invisibile che per noi c’è una reazione istintiva di schiacciarla con la mano. Ma c’è stato tutto un movimento nella mente.
Quindi ci sono due possibilità in relazione alla mente: una è quella dello stato di estroversione, questo è lo stato in cui viviamo costante-mente e principalmente, l’altra è quella che ha luogo durante le ore di sonno, che trascorriamo di notte in quello che è uno stato di totale in-troversione, con totale assenza di consapevolezza. Quando c’è l’estro-versione siamo consapevoli di essere, sono io che sto facendo quest’esperienza, la zanzara dà fastidio a me. Nel sonno profondo non sap-piamo niente, zero totale e assoluto. L’inconscio è come essere morti, non si sa più niente, non sappiamo dove andiamo, non sappiamo cosa succede, non sappiamo chi siamo, dove siamo. Solo la mattina quando suona la sveglia: “Ah, sono Ananda, devo alzarmi, devo andare, devo fare la lezione, devo andare in bagno, ecc”. Si va avanti tutta la giornata nello stato di estroversione e non solo in questo stato, ma anche nel processo di coinvolgimento ed identificazione, e in questo siamo diventati specialisti.
Mi viene sempre in mente la storia di un uomo che un giorno iniziò a dire a tutti i membri della famiglia di avere un gran mal di testa. Andò al lavoro e a tutti quelli che incontrava diceva: “Oggi ho un gran mal di testa!”. Al ristorante: “Che mal di testa che ho!”. A tutte le persone che incontrava diceva che aveva mal di testa. A un certo punto qualcuno gli disse: “Prendi un’aspirina per farti passare il mal di testa”, e così fece. Il giorno dopo, al risveglio, gli chiesero come si sentisse e rispose: “Ah ieri avevo un mal di testa, tutto il giorno un mal di testa che non finiva più!”. Questo è il processo d’identificazione, di coinvolgimento nello stato di estroversione.
Le pratiche di natura meditativa sono quelle che dovrebbero dimi-nuire, rallentare, pacificare, tranquillizzare lo stato di estroversione e gradatamente favorire uno stato d’introversione, di introspezione, perché la mente ha questa possibilità. Noi ne facciamo esperienza solo quando andiamo a dormire di notte: ti metti là tranquillo, ti metti sotto le coperte con il cuscino e aspetti di addormentarti. Ognuno ha il suo modo per addormentarsi. A un certo punto succede che non c’è più l’esperienza della propria camera, non senti più le coperte, il cuscino, caldo o freddo, e si fa esperienza di qualche sogno. Questa è l’espressione, la funzione del subconscio. Dopo un po’ si va più in profondità, nell’inconscio. Si è passati nell’inconscio, a un’esperienza di uno stato d’introversione, d’introspezione. Non si è più connessi con il mondo esterno, con i sensi, ma s’inizia a fare esperienza di qualcosa che proviene dalla mente stessa, da uno strato, da una parte, da un piano della stessa mente che noi chiamiamo subconscio. Questo non vuol dire che c’è qualcuno dentro di noi o che siamo noi là dentro con la mascherina, le bombole e le pinne e facciamo i sub. Questo sub si riferisce ai cinque sensi, questo subconscio fa riferimento al fatto che in quella fase, in quel momento la funzione d’informazione e interazione con i cinque sensi è sospesa.
Questo sarebbe anche l’obiettivo, la destinazione delle pratiche, delle tecniche di meditazione, cioè quello di spostare l’attenzione dallo stato di estroversione e divenire introversi, andare a vedere cosa c’è dentro. Cosa c’è dietro al pensiero? Cosa c’è dietro alle nostre azioni? Cosa c’è dietro alle nostre reazioni, soprattutto reazioni mentali o emozionali? Se ci osserviamo nel corso della vita, ogni volta che ci troviamo in una certa situazione e circostanza, abbiamo la stessa, uguale, precisa reazione; abbiamo la stessa precisa, costante sensazione o emozione. Non cambia. Questo vuol dire che quell’evento catalizza, tira fuori una certa sensazione o emozione. Ma vuol dire anche che dietro quella ce n’è un’altra che porta fuori, che fa scattare quell’emozione, quell’idea di reazione. Dietro c’è ancora qualcos’altro che è responsabile per quel tipo d’espressione o di comportamento, che sia un’azione o una reazione. Penso che riconosciate che nelle stesse situazioni e circostanze della vita abbiamo sempre la medesima reazione. Se c’è qualche cosa, qualche evento che ci fa arrabbiare, allora facciamo sempre la stessa cosa. Quindi, riguardo alle pratiche di natura meditativa – in cui ci si muove verso l’interno, in cui si va dentro senza avere la distrazione o l’attrazione, il coinvolgimento o l’identificazione con lo stato di estroversione – la domanda è: come fare tutto questo? Questo come fare definisce differenti metodi, differenti sistemi, differenti approcci, differenti tecniche di meditazione. Tra queste ce n’è una che è la più intelligente, la più utile, la più importante: Antar Mouna. L’idea, l’intento, l’intenzione è quella di diminuire tutta l’attrazione, tutto il coinvolgimento, tutta l’identificazione con l’esterno, che avviene attraverso i cinque sensi, e divenire introversi. Quindi abbia-mo a che vedere con la gestione delle informazioni che giungono dai canali dei sensi. Allora in pratiche come questa l’approccio è: ascolta i suoni, ascolta, mantieni la consapevolezza sul suono, cerca e senti il gusto, cerca e senti l’olfatto, il tatto, la vista, tieni lì la mente per un po’, dedicagli un po’ di tempo e poi dopo, automaticamente, sponta-neamente o tranquillamente, la consapevolezza può divenire più introversa.
Usiamo il termine mente, diciamo e sappiamo di averne una, ma non la conosciamo. Sappiamo bene che la mente il più delle volte fa esattamente il contrario di quello che una parte di noi vorrebbe farle fare. Se qui entra un bambino o una bambina e gli si dice guarda, fai quello che vuoi ma non toccare quest’armonium, secondo voi cosa fa quel bambino? Lo sappiamo che quella è la sua tendenza, quella è la sua natura, quello è il suo modo di essere, quello è il suo comporta-mento, lo sappiamo. Allora, se lo sappiamo, possiamo benissimo dire al bambino vieni qua, non toccare niente, gioca solo con questo. Che cosa succede? Rimane qui cinque, dieci, venti secondi poi si stufa, vuole andare a cercare altre cose. È vero o non è vero? La nostra mente è così, è esattamente così. Se vogliamo che il senso dell’udito non crei nessun richiamo verso l’esterno, non ci distragga o non ci porti troppe distrazioni e informazioni, proviamo ad ascoltare. Noi invece cosa facciamo? Ci sediamo e nel momento stesso in cui ci sediamo abbiamo la pretesa di divenire immediatamente introversi, yogici, meditativi e concentrati. Ci dimentichiamo che ci sono i cinque sensi, ci dimentichiamo che c’è tutta la mente e vogliamo andare subito all’interno. Quindi un piccolo rumore fuori, qualcuno che si soffia il naso, qualunque cosa, la mente subito corre lì perché è con la mente che ci stiamo imponendo di stare dentro, è con la mente, con una parte della mente. Ma la mente ti dice: “Chi sei tu per dirmi cosa fare? Faccio quello che voglio! Anzi, faccio esattamente il contrario di quello che mi dici”. Se vi dico di non pensare a un elefante cosa succede? Subito pensate all’elefante. Quindi in questo caso dovrei dirvi: ragazzi, guardate l’elefante, è la cosa più bella del mondo. La tiro alle lunghe e continuo fino a quando dite: “Basta Ananda, non ne possiamo più”. Automaticamente la mente vuole andare da un’altra parte e non pensa più all’elefante.
C’è una profondità da raggiungere. È semplice da capire, però non è così facile da fare, per questo serve il tempo e la pratica. Nella pratica del mantra, quando dici: “Ok, adesso lascio che la mente pensi tutto quello che vuole” e rimani fermo, quello è lo stesso atteggiamento presente in antar mouna: essere lo spettatore, essere l’osservatore. Questo atteggiamento può essere adottato in differenti altre pratiche, nella pratica del mantra, in ajapa japa e così via. Questo è molto importante da sapere se si è interessati e si pratica yoga. L’atteggiamento dell’osservatore, dello stato interiore rilassato, dello spettatore senza reagire a tutto, senza coinvolgersi con tutto quello che succede. Questa è la prima, principale, fondamentale difficoltà che s’incontra quando si fanno delle esperienze più sottili, interiori. La prima difficoltà è quella che ci si coinvolge, ci s’identifica con tutto e non c’è lo stato, la condizione, l’atteggiamento di spettatore, di osservatore. Un aiuto al riguardo nella forma di pratiche meditative, è quello che avete praticato prima. Stai seduto, fermo, esplora le sensazioni, esplora, prima ci sono le sensazioni: ok, mi fa male il ginocchio, mi fa prurito la gamba, ho un formicolio da qualche parte, mi fa male qui, ma è leggero, oppure mi sento bello dritto, allineato, simmetrico, stabile, qualunque sia il tipo di sen-sazione.
Poi esplora le sensazioni che provengono dai canali dei sensi. La vista per i primi dieci secondi o un minuto. La vista è il senso più po-tente che c’è rispetto agli altri. Puoi vedere le stelle, la luna, il sole, sono lontani ma puoi vederli. Invece se c’è un suono, qualcuno sulla luna che apre una discoteca, non lo sentiamo. Deve essere molto più vicino, a una distanza ravvicinata e alle condizioni favorevoli per sentirlo. Per sentire un odore serve che ci sia qualcosa non molto lontano. Specialmente oggi come oggi per l’uomo che vive nelle città, nelle metropoli, il senso dell’olfatto è ridotto, solo quando entri in una cucina o in un ristorante o qualcosa del genere puoi sentire un odore. Anche per il gusto devi mettere dentro per forza qualcosa per fare esperienza, perché se lì c’è un piatto di pasta non puoi sentirne il gusto, lo devi proprio mettere dentro il corpo per farne esperienza. La vista è un senso molto potente che usiamo da quando apriamo gli occhi la mattina fino a sera quando li chiudiamo. Poi ci sono i suoni, lo stesso dalla mattina alla sera. È un senso continuamente aperto e attivo ed è anche molto potente. Quando ti siedi per praticare, gli occhi sono chiusi, quindi non ci sono tante immagini che entrano. Sei tranquillo, se non hai una caramella in bocca o un chewing gum non si sente nessun sapore. Se non hai un incenso vicino non si sente nessun odore. Questo vuol dire che i sensi dell’udito e del tatto sono quelli che rimangono più attivi. Per questo basta che qualcuno si soffi il naso o che circoli una zanzara o una mosca che la senti subito e lì vai con la consapevolezza. Non sto dicendo che i sensi sono qualche cosa di inutile, no. Se non ci fossero non potremmo vivere la vita. Sto dicendo che la nostra mente, la nostra personalità ha bisogno anche di uno stato di introversione e di introspezione. Non sempre e solo estroversione. Viviamo tutti i giorni della vita nello stato di estroversione e quando c’è introversione nello stato del sonno non lo possiamo riconoscere e non c’è consapevolezza, perché ci deve essere consapevolezza da qualche parte, e quella consapevolezza è lo spettatore e l’osservatore. Quindi, la pratica meditativa è quel periodo di dieci o quindici minuti che una persona prende durante l’arco della giornata per dare alla mente un po’ di calma e di introversione, per rilassarla dal continuo movimento di estroversione.
Questa continua estroversione è una delle cause dello stress. Uno stress cui ci si abitua, perché l’uomo è abitudinario. Ci si abitua allo stress e per noi può diventare e diventa certe volte lo stato di normalità. Poi, quando invece trovi una persona che è completamente rilassata pensi che sia anormale e lo vorresti chiudere in un manicomio. Pensi: “Cosa sta facendo questo qua?”. Credi che lo stato in cui ti trovi, quello dello stress, sia la normalità. Magari nei corsi e nelle lezioni viene posta un po’ più di enfasi per imparare la pratica, viene preso un pochino più di tempo per favorire l’uso della consapevolezza. Ma questo è nell’ambito del corso, della lezione. Il vero yoga è quello che fai tu tutti i giorni, quella pratica personale che si fa quotidianamente e che dovrebbe essere qualche cosa di molto più rilassato e semplice. Siedi, chiudi gli occhi, stai seduto come puoi, osserva: “Sono fermo, ok, mi fa male quel punto, mi fa prurito lì, sento il formicolio”. Osserva, riconosci tutte quelle cose, esplora. Poi passa alla vista. A volte, quando chiudi gli occhi, si possono vedere come dei bagliori, forse c’è qualche luce che è rimasta impressa sulla retina, osserva cosa stai vedendo adesso; per esempio potrebbe esserci qualche cosa che si muove, ci sono dei bagliori, qualche cosa di chiaro, perché è la luce che rimane impressa sulla retina e quindi vedi qualcosa anche se gli occhi sono chiusi. Poi passa all’olfatto, c’è qualche odore? Dieci secondi, venti secondi. Poi dieci, venti secondi per il gusto: che sapore c’è in bocca? Naturalmente non fatelo con qualcosa in bocca, non bisogna praticare con il chewing gum. Poi il tatto, senti la mano appoggiata sulle ginocchia, senti il calore, il contatto, l’altra mano, il dito indice con il pollice, il labbro superiore con il labbro inferiore, la stoffa dei pantaloni con le gambe, la maglietta con il tronco, con il dorso, il colletto della camicia, i calzini con i piedi, esplora, vai lì per un po’, cosa ci vorrà, trenta secondi, quaranta secondi, poco tempo, ma fallo. Poi l’udito, i suoni. E qui è dove si inizia a fare una cosa importante e interessante. Non stiamo parlando di cosa ha provocato il suono, ad esempio questo è il suono del radiatore, no. C’è questo suono, c’è quest’altro suono, c’è un suono a destra, c’è un suono a sinistra. Se vi trovate in un ambiente come questo dove c’è un suono predominante tipo il radiatore o tac-tac-tac-tac, il pendolo del nonno, c’è l’orologio, c’è una chiesa con le campane. Se c’è un suono forte e predominante ascolta, tieni lì la consapevolezza dieci, venti, trenta secondi, poi cosa fai? Spostala. Lo sapete, quando ci sono questi suoni in casa, magari ci sono persone che hanno questi tac-tac-tac, però parlano, fanno tante cose e a un certo punto non sentono più quel suono, a un certo punto non lo senti più; invece ascoltalo. Poi ci si muove verso gli altri suoni, verso la consapevolezza del respiro. Poi si diviene consapevoli di cosa si sta pensando.
Quello dietro la fronte è lo spazio, lo schermo nel quale facciamo l’esperienza dei pensieri. Dove pensiamo? Qui dietro la fronte. Dove però non deve esserci nessuna censura. Se un pensiero mi dà una buo-na immagine: “Ah, mi piace!” Se un pensiero mi dà una brutta imma-gine: “No, non lo voglio!”. Questa è censura. Non dev’esservi alcun giudizio: “Questo è così, questo è cosà, questo è un buon pensiero, questo è meno buono, però è meglio di quell’altro che era peggio”. No. Il pensiero è pensiero, qualunque e qualsiasi esso sia: “Ho fame, ho sete, ho sonno, non riesco a vedere cosa sto pensando”. È un pensiero. “Cosa sto pensando adesso?”. Come vi ho detto anche oggi, lasciate che i pensieri si muovano come le nuvole col vento, arrivano, li vedi e se ne vanno. Diventate lo spettatore, diventate l’osservatore dei pensieri. Questo può essere fatto in una decina di minuti. Se vi sembra di non riuscire a vedere nessun pensiero, allora domani lo rifate o combinate quest’attitudine con la pratica del mantra, come vi ho detto oggi. Mentre ripetete il mantra – Om Namah Shivaya, Om Namah Shivaya, Om Namah Shivaya – quando arrivano i pensieri, lasciateli venire senza controllarli, dirigerli, soffocarli, censurarli o fargli qualcosa, no. Lasciateli. Capite che cosa sto dicendo? Può essere una pratica a se stante o può essere incorporata, ma il bello è che può anche essere eseguita durante l’arco della giornata. In qualsiasi momento puoi chiederti: “Che cosa sto pensando adesso?”. Non si è più il diretto pensatore o pensatrice, ma si diviene lo spettatore, l’osservatore dei pensieri. Questo è effettivamente tutto ciò con cui lo yoga ha a che fare.
Dove porta l’osservatore, lo spettatore, il drashta? Noi non siamo i pensieri che abbiamo, anche se ci identifichiamo con essi. Oggi è am-piamente dimostrato che abbiamo pensieri che non sono i nostri pen-sieri. È un altro che li sta pensando, qualcuno li ha pensati da qualche altra parte, qualcuno li ha pensati prima. Non tutti i pensieri che ab-biamo dobbiamo dire necessariamente che siano i nostri pensieri. Questo lo facciamo perché siamo in un certo senso possessivi verso essi. Ci sono degli studi che si stanno facendo che riguardano questi aspetti della mente: percezioni, emozioni e pensieri.
Recentemente ho visto un documentario molto interessante con delle persone non vedenti che potevano fare esperienza di emozioni e di immagini che venivano mandate loro direttamente nel cervello. Nel cervello della persona sottoposta all’esperimento venivano inviate immagini di una persona che sorrideva e gli chiedevano come si sentisse. Questo non vedente rispondeva che si sentiva allegro, anche se fisicamente non poteva vedere. Quando l’immagine mandata nel cervello era di una persona triste, il non vedente rispondeva di essere preso dalla tristezza e dalla depressione. E lo stesso per i pensieri, li abbiamo? Li produce la nostra mente? Ma la nostra mente può anche ricevere pensieri che provengono da qualche altra parte o che sono in uno spazio, in un ambiente.
Questo solo per dirvi che non tutti i pensieri che abbiamo debbano necessariamente essere nostri al cento per cento. Anche questi che ab-biamo possiamo decisamente classificarli e considerarli pensieri di cui stiamo facendo esperienza, ma non sono necessariamente nostri. Quindi è necessario avere una sorta di indifferenza, un atteggiamento da spettatore nei confronti dei pensieri, indipendentemente che siano gialli, rossi, verdi, blu, positivi o negativi, perché se mi identifico con il positivo e rifiuto il negativo, se mi convinco di essere positivo e sopprimo il negativo, quel negativo che viene represso non rimane lì tranquillo a subire passivamente la nostra censura, no. In un modo o nell’altro vuole venire fuori e se non esce direttamente, se non ha un riconoscimento, sorgono molti problemi. La nostra problematica principale sta in queste aree, tra il positivo e il negativo, le idee e le convinzioni che abbiamo di positivo e le idee e le convinzioni che abbiamo di negativo. Positivo e negativo non sono due cose assolute. Quello che per uno di voi è negativo forse per me è positivo. Questi sono gli schemi mentali, i condizionamenti, dove ci si fissa, ci si convince, dove si fissano delle cose che non sono vere, non sono reali.
Finisco con una breve storia, molti penso l’abbiano già sentita rac-contata da Swami Satyananda in più occasioni. Abbiate pazienza, la sentirete un’altra volta. Una carovana di cento cammelli viaggia nel deserto. Partono la mattina con il loro carico uno dietro l’altro. Arriva il pomeriggio tardi ed è ora di fermarsi per la notte. Normalmente i cammelli vengono scaricati e sono fatti sedere giù, accucciare giù e con una corda vengono legati a un paletto, un picchetto piantato nella sabbia. I componenti della carovana scaricano tutto quanto, ma a un certo punto c’è una discussione, alcune persone litigano, parlano e si insultano. Il capo carovana chiede: “Che cosa sta succedendo?”. Gli rispondono: “Su cento cammelli hanno portato solo novantanove pa-letti, un cammello è rimasto in piedi, non abbiamo il picchetto per le-garlo, se non lo leghiamo scappa e nessuno vuole stare tutta la notte di guardia, è colpa sua che se lo è dimenticato”. E continuano a litigare. Il capo della carovana dice: “Ok non è un problema, state tranquilli”. Si mette di fronte al cammello, lo fa accucciare, prende la corda, finge di prendere un picchetto, lo fissa lì, si fa dare un martello, fa finta di martellare. Il cammello è davanti a lui che vede. Mette giù il martello, prende la corda e fa il movimento come per legarlo. Quindi dice: “Ok, il cammello è legato, andate a dormire”. E tutti finalmente vanno a dormire: il cammello è legato, la responsabilità è sua. L’indomani mattina si svegliano pronti per partire, ma di nuovo c’è una turbolenza, una discussione. Il capo della carovana va a vedere di cosa si tratta questa volta e chiede: “Che cosa c’è ragazzi?” “Il cammello non vuole alzarsi”. “Per forza non si alza” – dice il capo della carovana -“non lo avete sciolto; lui è convinto di essere legato, quindi bisogna fare i movimenti, le azioni per fargli vedere che lo state sciogliendo, allora sarà convinto di essere sciolto e si alzerà”. Questa storia vuole dire che noi siamo come quel cammello. Siamo convinti di essere legati, siamo convinti di tante cose, ma in realtà è solo una convinzione che ci siamo fatti noi, non è così. In effetti, i maestri, i guru, gli insegnanti hanno sempre detto che ognuno di noi è già a posto. Tutto quello che stai cercando è già dentro di te. La pace dov’è? Dentro di te. Il Sé dov’è? Dentro di te. Tutto quello che vai cercando c’è già, è già lì, solo che sei convinto di non averlo, sei convinto che devi andarlo a cercare, sei convinto che te lo devi andare a comprare. Ci sono tante altre convinzioni che è necessario sciogliere. Le pratiche regolari di meditazione, il sadhana regolare di yoga è un procedimento dove piano piano facciamo capire a questo cammello che in effetti può diventare un miglior cammello e cambiare. Swami Satyananda ha portato differenti modi, differenti metodi, differenti possibilità alle persone. Vuoi fare questo? Fallo. Ti interessano i chakra, fai le pratiche con i chakra. Ti insegno antar mouna, può esserti utile, fai quello. Vuoi fare il mantra? Ok, fallo.
Abbiamo tante possibilità, però a un certo punto dobbiamo pren-derne una e coltivarla. Non possiamo saltare da una possibilità all’al-tra: un giorno faccio kriya yoga, il giorno dopo faccio antar mouna, un altro giorno faccio questo, dopo mi stufo di questo e vado a fare un’altra cosa, poi dopo ritorno a quella di prima, poi ne comincio un’altra, poi lascio andare perché l’insegnante non aveva un vestito di mio piacimento, o lì non c’erano le tendine. A un certo punto si deve arrivare a un qualcosa da fare e farlo regolarmente, tranquillamente, tutti i giorni. Allora inizi a occuparti, gestire, fare qualcosa per la tua mente così come facciamo qualcosa per il nostro corpo. Questo è adesso il senso della pratica meditativa. Non è per l’illuminazione, per il nirvana, per la realizzazione, no. È per il mantenimento della propria mente. Capite mantenimento? Così come mantieni il corpo, lo pettini, gli cambi colore, cambi lo stile, cambi i vestiti, il profumo, il deodorante, anche per la mente si può fare qualcosa. Cosa si può fare? Sedersi dieci minuti al giorno e senza divenire rigido dentro, senza assumere un atteggiamento che non è quello vero, appropriato del momento, fai un esercizio che ha a che vedere con la consapevolezza. Fallo tutti i giorni. Allora mantieni il corpo, mantieni la mente e dopo vivi in maniera più equilibrata, appropriata con le risorse, perché quando togli i picchetti del cammello, esce il potenziale, esce la ricchezza interiore, esce la luce, esce la conoscenza, esce la saggezza che c’è già adesso. Non devi andarla a comprare. È solo che non può uscire perché dentro ci sono tanti, tanti cammelli che sono convinti di essere legati. Man mano che questi divengono liberi cos’è che esce? Quello che stiamo cercando: pace; pace, conoscenza, saggezza. E poi quando c’è la pace, quando c’è la conoscenza, quando c’è la saggezza, puoi chiederti: “Chi sono io?”.

Hari Om Tat Sat 

Hatha Yoga Pradipika

Tratto da: Sw. Muktibhodhananda Saraswati, Hatha Yoga Pradipika, Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India.

Verso 35 – Capitolo I – SIDDHASANA – (posizione dell’adepto)

(continuazione) Quando il mento poggia sul torace, si esegue automa-ticamente una forma semplificata di jalandhara e ujjayi pranayama. Questo regola il ritmo cardiaco, la pressione del sangue e lo schema delle onde cerebrali.
Quando iniziate a praticare meditazione potete utilizzare altre posizioni ma, negli stadi finali, quando la coscienza esterna cala e inizia a diffondersi la coscienza interiore, siddhasana è la posizione migliore perché vi permette di gestire tutti i cambiamenti che avvengono nel corpo durante la meditazione profonda.
Quando cessano le fluttuazioni mentali, sboccia la coscienza inte-riore, la coscienza esteriore si ritira, il metabolismo del corpo si modifica. Le onde cerebrali, la temperatura interna del corpo e la resistenza della pelle subiscono dei cambiamenti enormi e gli effetti sulla coscienza possono essere nocivi se non si fa attenzione.
Siddhasana previene l’insorgere della depressione nervosa durante la meditazione, poiché impedisce alla pressione sanguigna di abbassarsi eccessivamente, regola la produzione del testosterone, l’ormone maschile, e aiuta a mantenere la temperatura interna del corpo. Stabilizza i due centri psichici inferiori: muladhara chakra e swadhisthana chakra, dirigendo il prana verso l’alto in direzione dei centri superiori. Il blocco dell’energia all’interno di questi due centri è responsabile di molti problemi di salute; esso pone anche una barriera che deve essere attraversata nella vita spirituale. Muladhara è il centro originario in cui giace assopita una fonte infinita di energia pranica, mentre swadhisthana è il centro responsabile per il metabolismo sessuale ed emozionale in cui la nostra energia psichica si manifesta più spontaneamente. Quando la nostra vita emozionale non si estende oltre questo piano, la pressione sanguigna e la funzione cardiaca rimangono instabili e il nostro ruolo e scopo nella vita rimangono mal definiti e poco chiari. A livello pranico, siddhasana equilibra l’alternanza dei flussi di ida e pingala nadi, attivando così sushumna.
Molti considerano padmasana la posizione fondamentale per la meditazione, tuttavia, siddhasana è più facile da praticare e mantenere, è meno facile che i piedi si addormentino e il corpo è bloccato saldamente nella posizione. Siddhasana stabilizza anche la funzione cardiaca e, se praticato durante la vita, dona protezione dai danni emozionali e stabilizza le passioni, prevenendo successivi cedimenti cardiaci.
Swami Shivananda ha detto che, in realtà, siddhasana è la pratica migliore per la maggior parte delle persone, anche per quelli con le cosce grosse, ed è essenziale per chi desidera osservare il celibato. Se si ha padronanza di quest’asana si acquisiranno le siddhi.

Verso 38 – Capitolo I

Proprio come una dieta moderata è il più importante degli yama, e la non violenza dei niyama, così i siddha sanno che siddhasana è la più importante delle asana.

Una dieta moderata è la base dell’autocontrollo poiché porta equilibrio al corpo e alla mente e controlla la lussuria. La non violenza è la base del comportamento controllato perché tiene sotto controllo l’espres-sione della mente e le emozioni. Quando le tendenze di base della mente e del prana sono canalizzate, si risvegliano esperienze psichiche e spirituali. Quando vi accadono queste esperienze dovreste essere adeguatamente preparati con siddhasana.

Verso 39 – Capitolo I

Di tutte le ottantaquattro asana, siddhasana dovrebbe essere sempre praticata. Essa purifica le 72.000 nadi.

Anche se non praticate nessun’altra asana, siddhasana deve essere praticata. Benché ci siano altre asana che purificano il complesso cor-po/mente, siddhasana bilancia il livello energetico equilibrando le forze mentali e praniche. Uno stile di vita malsano porta a un accumulo di tossine nel corpo e a pensieri negativi, che si manifestano a livello sottile come blocchi nelle nadi. Se si vuole risvegliare sushumna, le nadi devono essere purificate, così l’energia fluisce liberamente e ida e pingala sono bilanciate. Siddhasana è essenziale per il raggiungimento di questo.
Come può una posizione seduta purificare le nadi? La pressione sul perineo stimola muladhara chakra, il punto in cui originano le tre nadi principali, e mentre si mantiene la posizione, impulsi elettrici e pranici fluiscono costantemente verso l’alto al cervello, purificando le nadi ed eliminando tutti i blocchi. Inoltre, i meridiani dei piedi sono stimolati e sono connessi con gli organi addominali, cioè stomaco, cistifellea, fegato, milza, reni, ecc. e tutti questi organi hanno un ruolo importante da svolgere nella purificazione del sangue.

Verso 40 – Capitolo I

Lo yogi che medita sul sé o atma, assume cibo puro e in quantità mo-derata e pratica siddhasana per dodici anni, ottiene la perfezione o siddhi.

Dodici anni sembrano un lungo tempo per dover praticare una cosa prima di perfezionarla, ma si deve considerare che ci vogliono anche molti anni di studio e pratica per diventare un qualificato professioni-sta di medicina o legge. In confronto col riposo della vita di ciascuno, dodici anni non sono un periodo lungo se culminerà nella perfezione e nel risveglio di uno stato di coscienza superiore. Se le persone possono dedicare una vita intera all’inseguimento di obiettivi materiali, perché non dedicare dodici anni per l’evoluzione di una consapevolezza superiore e lo sviluppo dello spirito?
Ci vogliono molti anni per cambiare il corpo e la mente. Dopo un ciclo di sette anni tutte le cellule del corpo sono state completamente sostituite. Possiamo dire che si ha un corpo nuovo. Tuttavia, serve più tempo per ristrutturare la mente e rimodellare la consapevolezza. Molti shastra dicono che il sadhana impiega dodici anni per dare i frutti. Dodici anni consentono di ristrutturare gradualmente e completamente il corpo, la mente, le emozioni e la psiche. Nella vita spirituale, dodici anni sono un ciclo importante. Probabilmente ci vuole questa durata di tempo per purificare e preparare il corpo pranico e psichico per il risveglio spirituale. Anche nella tradizione guru-discepolo, il discepolo è tenuto a trascorrere dodici anni di formazione con il suo guru.
Qui sono date anche altre due specificazioni: dieta moderata e contemplazione sull’atma. Una dieta pura e moderata aiuta a stabilire l’equilibrio e crea le condizioni che contribuiscono a esperienze superiori. In effetti, la causa alla base della malattia può essere attribuita a una dieta errata. Se le persone facessero più attenzione alla propria dieta, molti problemi fisici e psicologici potrebbero essere evitati.
Yogi Swatmarama raccomanda la meditazione sul sé o atma. Poi-ché tutti gli aspiranti spirituali aspirano all’esperienza dell’atma, è una buona idea prepararsi per quella realizzazione fin dall’inizio. La pratica canalizza l’energia interiore in una direzione positiva, rende la mente focalizzata e mantiene la direzione verso la meta finale.
La mente non è statica; è una massa vibrante di energia cosciente ed è plasmata in qualunque forma voi le diate. Quando una persona vive per i piaceri materiali, la mente diviene assorbita nella realtà materiale. Se è assorbita in cose negative e dissolute, allora diventa in quel modo. Se è assorbita nelle esperienze più sottili, allora può giungere più vicina all’atma. Questo è un processo che implica la ristrutturazione totale dell’intero organismo fino alla più piccola cellula.
Naturalmente, l’idea di meditare sull’atma ha una sfumatura vedantica ed è simile all’idea, nella filosofia Samkhya, che il fine è purusha. Uno shakta avrebbe probabilmente consigliato la meditazione su Shakti. Analogamente, secondo la natura individuale del sadhaka, il guru potrebbe raccomandare un oggetto di meditazione completamente differente e non suggerire la contemplazione sull’atma.
In realtà, qui l’aspetto del guru è stato omesso. Se non avete un gu-ru e rimanete seduti per centododici anni non potrete fare molta strada a meno che non siate già notevolmente illuminati. Solo un uomo con una visione spirituale può guidarvi sul sentiero interiore. Se volete far esperienza di un altro stato mentale oltre questa esperienza sensoriale, la percezione finita deve essere modificata. Come può la mente finita concentrarsi sull’infinito? Swatmarama dice di concentrarsi sull’atma, ma l’atma è senza forma ed è infinita. Qui è dove il guru è essenziale, perché la luce della sua atma illumina la vostra; senza di questa non ci può essere nessuna realizzazione del sé.