Satyananda Ashram Italia

Scuola di Yoga

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La Visione di Sannyasa

Tratto da: www.biharyoga.net, Living Yoga with Swami Niranjan, Satsang di Swami Niranjanananda Saraswati, Rikhiapith, 16 Dicembre 2013.

Stiamo raggiungendo la fase finale di questo bellissimo evento che si è svolto qui a Rikhiapith. Siamo stati testimoni del suo fiorire dal momento della Sat Chandi Mahayagya, quando l’energia di Shakti è entrata in tutti voi e ognuno ha ricevuto la sua grazia. Completata la Sat Chandi Mahayagya, in occasione di Yoga Purnima, ha avuto inizio l’unificante Shivupasana. Anche questo è stato un evento davvero speciale che ha toccato la vita di molti, che ha ispirato molte persone a guardare se stesse e gli altri in una nuova prospettiva. I programmi sono stati grandiosi. Le persone che hanno organizzato e condotto interamente il programma meritano il nostro ringraziamento; si tratta delle kanya e dei batuk di Rikhiapith.
Non sono i bambini del villaggio. Se osservate i bambini che ancora non sono kanya e batuk di questo luogo, noterete una differenza, quindi non chiamerò le kanya e i batuk bambini del villaggio, sebbene siano bambini provenienti da questa zona rurale e tribale, e i loro genitori siano gli indigenti senza nessun aiuto da parte della società. Sono bambini cresciuti sotto l’ala protettiva della grazia di Sri Swamiji, che ne hanno ricevuto l’ispirazione e la determinazione per andare avanti nella vita a testa alta qualsiasi cosa accada.

Sostenere i bambini
Sri Swamiji ha sempre amato i bambini e loro amavano lui. In effetti, potrei dire di me stesso di essere stato il suo primo amore, anche se so che molti altri lo hanno amato e lui ha amato molti altri bambini prima di me. Mi piace dire questo semplicemente perché sono nato durante la sua vita e ho vissuto cinquant’anni con lui, dal giorno della mia nascita al giorno del suo Mahasamadhi. Ho visto che l’amore che mi ha dato durante quei cinquant’anni è uguale a quello condiviso con chiunque, con tutti i bambini che lo hanno incontrato. Ovunque andasse e ovunque dei bambini ricevessero il suo darshan, lui li ha sostenuti, incoraggiati e ispirati, dando loro una nuova prospettiva, una speranza e un sogno da inseguire. Loro lo hanno fatto, ed è questa ispirazione, questa jyoti (luce) che qui si vede vivida. Le kanya e i batuk di Rikhiapith sono i conduttori, i mezzi, nella cui vita il sankalpa di Sri Swamiji è diventato cosa viva, quindi decisamente grazie a loro.
Ricordo anche che alla Sat Chandi Mahayagya alla fine del 2009, Sri Swamiji era seduto sull’erba dell’Akhara e, guardando placidamente i bambini riuniti per la Kanya Pujan e il bhoj, ha detto: “Guardate tutti questi bambini. Qui ce ne sono migliaia ai quali è stata data la speranza, il sostegno, la forza e un sogno da inseguire. Qui si tratta di un solo panchayat, (gruppo di villaggi) ma ce ne sono più di 70.000 in India. In ogni panchayat ci sono molte migliaia di bambini che non hanno speranza, non hanno nessuna opportunità, nessun futuro e che non hanno né istruzione né indumenti: non hanno proprio niente. La società indica i bambini come “il futuro”, ma a che serve chiamarli così se non ci si prende cura di loro, se non gli si forniscono nutrimento e vestiti, se non sono istruiti e non ricevono i giusti samskara? Come potete chiamarli il vostro futuro? Se li chiamate così, il vostro futuro sarà oscuro”.

L’obiettivo di sannyasa
Poi Sri Swamiji ha sottolineato un altro punto, ed è anche una cosa che ha detto frequentemente ai sannyasin a Rikhia. Ha detto che in genere i sannyasin tentano di conseguire la ricchezza, il nome e la fama, ma l’onore legato al dovere del sannyasin è di alleviare l’umanità dalle afflizioni, dal dolore, dalla sofferenza, che siano di carattere sociale, mentale o fisico, in qualunque forma si manifestino. Meta e obiettivo del sannyasa è l’innalzamento della società umana e della coscienza umana, non l’emancipazione. Sri Swamiji viveva questa idea quando diceva: “Non voglio l’emancipazione. Io non desidero un nome e la fama. La mia unica intenzione è di servire. Vivo per servire. Il mio destino è servire. Il mio obiettivo è servire”. Ha ispirato questo pensiero nei sannyasin. Ha detto ai sannyasin: “Invece di tenere degli ashram a Mumbai, Calcutta e Delhi, andate a vivere in un villaggio e lavorate per l’innalzamento e lo sviluppo di chi ci abita, a livello sociale, spirituale, in ogni dimensione e sotto ogni aspetto”.
La vita di sannyasa e Sannyasa Pith
La visione che lui ha dato di Sannyasa Pith riguarda le sue aspirazioni e ne rappresenta la continuazione: portare speranza, luce, felicità e gioia, conducendo una vita nella quale sia possibile essere altruisti, impegnati e sinceri, dotati di fede e di credo. Questa è la vita di sannyasa e chi conduce una tale vita diventa altruista. Le persone che cercano l’emancipazione, il samadhi e l’illuminazione sono egoiste. Perché cercate il samadhi e l’illuminazione? Per la vostra felicità e il vostro appagamento. Non è questo egoismo? In che modo la vostra illuminazione e il vostro samadhi potranno contribuire a eliminare l’infelicità e il dolore dalla vita di un’altra persona dove pure risiede Dio? La sofferenza degli altri viene liquidata dicendo che è il loro karma e che devono farne le spese.
Sri Swamiji ha dato un’altra visione e un’altra prospettiva. Per lui il sannyasa era uno stile di vita sublime. Non si trattava di appartenere a un club. Viveva il suo sannyasa e questo è ciò che vediamo manifestato come una fiamma di luminosità. Quando trasmise l’idea, il concetto, l’ispirazione e il mandato di Sannyasa Pith, lo fece con l’intenzione di preparare i sannyasin a essere altruisti, cioè a essere devoti e dediti, e ad avere la forza, il coraggio e la convinzione per allontanarsi dalla consapevolezza egoista, dalle necessità egoiste e dalla vita egoista.
La linea di confine in quest’ambito è molto sottile perché spesso i sannyasin vivono le proprie ambizioni e i propri desideri facendo mostra di consacrarli e dedicarli al guru. Il guru non riceve mai la Rolls Royce adoperata in occidente dai sannyasin, ma loro dicono: “Abbiamo dedicato questa Rolls Royce al guru”. No. Ognuno vive la propria ambizione in nome del guru; nessuno vive le aspirazioni del guru. Sri Swami Satyananda viveva le aspirazioni del suo maestro. Come sannyasin di Swami Satyananda abbiamo vissuto le aspirazioni del nostro maestro e non le nostre.
Bisogna inquadrare la questione nella prospettiva del sannyasa. Non siete l’unico centro della vostra vita, il centro della vostra vita è qualcos’altro. Siamo troppo concentrati su noi stessi, e questo rappresenta il nostro egoismo. Chi, tra coloro che indossano la veste gheru, ha tentato di migliorare la qualità della propria vita negli ultimi quaranta, trenta, venti, dieci o cinque anni? Chi ha fatto lo sforzo? Se avete fatto lo sforzo, che cosa avete ottenuto? Nessuno riuscirà a dare una risposta a questa domanda poiché nessuno si è impegnato profondamente nella devozione, nella dedizione e nel samarpan, l’offerta di sé.

Il Sannyasa Pith e la re-iniziazione
La Bihar School of Yoga ha compiuto cinquant’anni di vita e Rikhiapith sta raggiungendo ventitré anni di vita. Sannyasa Pith si sta sviluppando seguendo la linea guida indicata da Sri Swamiji, cioè con l’intenzione di dare i giusti samskara ai futuri sannyasin. Sannyasa Pith svolge una propria funzione nella visione complessiva di Sri Swamiji, poiché fa parte del suo mandato ed è una sua creazione.
Molti di voi ricorderanno che nel 1995, durante la Sat Chandi Mahayagya, Sri Swamiji ha annunciato che chi voleva seguire la via del sannyasa doveva rinnovare l’impegno ed essere re-iniziato. Molti lo hanno fatto e molti no. Chi lo ha fatto ha continuato a vivere come sannyasin in qualunque modo possibile, in qualsiasi situazione e circostanza si trovassero Ora sono passati molti anni e per un certo periodo hanno vissuto una vita spirituale. Di nuovo bisogna prendere l’impegno di vivere appieno la vita, e se la scelta è in tal senso positiva, allora avverrà di nuovo la re-iniziazione al sannyasin. Questa re-iniziazione avrà luogo per conto di Sannyasa Pith, ma anche per conto di quelle persone che sono state iniziate. Con il tempo sarà loro affidato il compito di vivere la tradizione e la vita di un sannyasin, poiché sannyasa è sacrificio.
Se volete diventare una luce, portare la luminosità agli altri, allora ricordatevi che siete voi a dover bruciare. Una jyoti brucia se stessa per dare luce agli altri. Un sannyasin deve farsi consumare dal fuoco per dare la luce alle altre persone. Devono essere eliminate le scorie della vita e bisogna vivere i princìpi del sannyasa. Lo stesso odio, la stessa gelosia, la stessa invidia, la stessa aggressività, la stessa insicurezza, le stesse simpatie, le stesse antipatie continuano quotidianamente a perseguitare la vita dei sannyasin proprio come perseguitano la vita di ogni altro individuo nella società. Così si può vedere il tipo di sforzo che si è fatto e se si è corretto o no il corso della propria vita.
Se volete vivere correttamente il vostro sannyasa, dovete essere re-iniziati. Questo è un annuncio che faccio formalmente qui. Potete vivere la vostra vita di sannyasa come volete, non vi è alcuna restrizione. Potete anche vivere come un sannyasin libero. Potete ancora continuare a servire, potete ancora continuare a fare parte di tutta la visione e la missione. Ma questo è un aspetto. L’altro aspetto è quello della perfezione di sannyasa nella propria vita e, per poterlo fare, deve esserci un rinnovamento dell’impegno e del modo di pensare. Se potete fare questo, allora piano piano, le aspirazioni del nostro guru saranno sicuramente realizzate. Le aspirazioni da realizzare sono quelle che il sannyasa e i sannyasin si rivolgano verso tutti coloro che vivono nella società per portare salute, felicità e illuminazione.
I sannyasin dovrebbero rifletterci – sia quelli di vecchia data, sia chi ha vissuto qui, sia chi ha vissuto là, ovunque abbiano vissuto. Riflettete sulla vostra aspirazione, sul vostro impegno, sulla motivazione e la determinazione, perché è giunta l’ora di essere seri, sinceri e impegnati.

La Tradizione del Guru

Tratto da: Rikhiapeeth Blog del 7 Luglio 2014.

Il Guru è colui che splende come la luna piena in una notte oscura. Il Guru è colui che ha trasformato completamente la sua coscienza.
Il Guru rappresenta lo stadio più elevato di illuminazione, verso cui tutti noi tendiamo. Vive in questo mondo ma il suo spirito si libra sempre nella dimensione suprema, oltre lo spazio e il tempo. Avendo completato il suo ciclo evolutivo non gli rimane altro da fare se non contribuire a elevare il livello di coscienza dell’umanità.
Quella dei guru non è una tradizione moderna, anzi, è la più antica. Anche prima dell’arrivo dell’uomo, il guru esisteva nella forma della natura che guidava le stagioni, le piante e gli animali. L’uomo preistorico e dell’età della pietra aveva dei guru; gli animisti, i naturisti, gli idolatri avevano dei guru. Chi praticava i sacrifici animali, chi credeva in Dei astratti, chi voleva imparare la magia, le siddhi e la stregoneria aveva dei guru.
La tradizione dei guru non è limitata solo all’India. La civiltà di Atlantide ha avuto più guru di qualunque altra civiltà. Il Sud America, l’Europa, l’Egitto, la Mesopotamia, il Tibet, la Cina e il Giappone avevano dei guru. La tradizione dei guru è universale, ma con tante guerre e con le ingiurie del tempo è stata gradualmente distrutta in tutto il mondo. A eccezione dell’India, nessun paese è riuscito a conservarla.

Conservare la conoscenza spirituale
Il rapporto fra guru e discepolo è uno degli aspetti più rilevanti dello sviluppo umano. Questo rapporto sta alla base di ogni culto, organizzazione e istituzione, sia spirituale che di altro genere. Quando pensiamo alle grandi culture che sono fiorite nel passato, così come a quelle che esistono oggi, ci rendiamo conto che anch’esse sono basate sullo stesso rapporto vitale. Tutte le tradizioni, le arti e le scienze sono state tramandate da una generazione all’altra, dal guru al discepolo, dal maestro all’apprendista, dal padre al figlio.
Il rapporto fra guru e discepolo è il collegamento dell’uomo con le facoltà superiori, le più ampie dimensioni del suo essere. Senza saremmo perduti, senza speranza, nel mondo esteriore della diversità. È solo la grazia salvifica dei guru e dei maestri che ci guida di nuovo verso la sorgente interiore, dalla quale emanano tutte le nostre potenzialità superiori. È per questo motivo che i grandi insegnanti sono sempre stati considerati le pietre angolari della cultura superiore. Senza la loro conoscenza, la loro ispirazione, le tradizioni non sopravvivrebbero e la cultura non durerebbe.

La cultura superiore
In India, dai tempi antichi fino ai nostri giorni, consideriamo i guru e i rishi come la luce e la forza del nostro retaggio culturale. Non è una vana filosofia quello che hanno insegnato e scritto nei Veda, nelle Upanishad e nei Tantra, ma una completa scienza del vivere. Incoraggiavano le persone a sforzarsi di realizzare la loro vita con l’astinenza, l’auto-controllo, la visione interiore e la conoscenza del sé. Queste qualità hanno una potente influenza su tutta la società. Si può immaginare l’alto livello al quale una cultura s’innalzerebbe se solo tutti le coltivassero.
I nostri guru e i nostri rishi avevano in mente di creare esattamente una tale società. Dopo migliaia di anni di sperimentazioni arrivarono a un sistema per mezzo del quale ogni individuo poteva riorientarsi e aprire le porte della sua percezione: la scienza dello yoga. Proprio come un vasaio cuoce i suoi vasi d’argilla per renderli resistenti, così lo yoga fornisce un “trattamento di calore” per la mente debole, la tempra e la rende sufficientemente forte da resistere agli sconvolgimenti della vita.
Sebbene i guru concepissero una razza umana evoluta e sapessero che una cultura del genere una volta era fiorente in tutto il mondo, non riuscirono effettivamente a introdurre lo yoga nella società della loro epoca a causa delle avverse situazioni politiche. Così rimasero in isolamento e conservarono la conoscenza di questo sistema per il tempo in cui l’umanità sarebbe stata nuovamente pronta a riceverla.
In India, il periodo in cui è arrivata la conoscenza delle Upanishad e del Vedanta, quando le persone facevano le yajna nei villaggi, ha rappresentato l’apice della prosperità e un giorno quella conoscenza ritornerà. Succederà di nuovo in India e allora non sarà più necessario propagare lo yoga. Non andremo di porta in porta, ma sarete voi che verrete alla nostra porta e chiederete dove vive il guru. Direte, come molti di voi già fanno: “Guruji, vogliamo imparare il Tantra”, “Vogliamo imparare le asana”, “Vogliamo imparare lo Yajur Veda”, “Vogliamo fare la yajna. Abbiamo due milioni di rupie”. In questo paese questo momento sta per arrivare.


Guru e Turiya

Hari Om, al Guru come sadhaka,
La cui atma illumina con tutto il suo splendore.
A Lui segue tutta la conoscenza
Dei diversi livelli di coscienza.
Tutti provano gli stati di veglia, sogno e sonno,
Ma pochi sperimentano lo stato di turiya oltre questi tre.
Il Guru è colui che conosce turiya.
Che uno diventi saggio, forte, famoso,
Un siddha, il conoscitore delle scritture, il conquistatore del mondo,
Virtuoso, bramino o kshatriya,
Queste non sono le qualifiche di un Guru illuminato,
Ma le qualifiche di un uomo comune.
Il Guru è l’unico che sperimenta quel turiya
Allo stesso modo in cui noi sperimentiamo gli stati
Di veglia, di sogno e di sonno.
Oggi veneriamo e ricordiamo Lui
Che ha già espanso la sua consapevolezza
In quella dimensione che si trova oltre i reami delle tenebre.
Tutti i santi dovrebbero essere venerati
Perché sono il tramite della divinità risplendente.
Ma lasciatemi dire chiaramente il vero:
Le tenebre prevalgono ancora.
Essi sono ancora nella stessa oscurità
In cui voi e io stiamo inutilmente cercando la luce.
Allora come possono condurci attraverso l’oceano del mondo?
Come un cieco che guida un altro cieco, questa non è la giusta via.
Perciò oggi continuiamo sempre a cercarlo, Colui
Che fa esperienza dei raggi della luna piena,
Il conoscitore del Sé, l’incarnazione della conoscenza,
Un vero amico che ci conduca dal principio alla fine.
Continuiamo a cercare quel Guru illuminato
Fino a quando non Lo troviamo.

Satsang

Tratto da: Calendario 2015, Gennaio, Febbraio, Marzo, Aprile, Maggio, Giugno, Shivananda Math, Rikhiapith, Deoghar, Jharkhand, India.

Gennaio

Makar Sankranti

Saluti al Signore Supremo che ha suddiviso l’anno nelle quattro stagioni. Saluti a Surya, il dio Sole, che nel grande giorno intraprende il suo viaggio verso nord. Il giorno in cui il sole comincia a spostarsi verso nord si chiama Makar Sankranti. Per molte persone Makar Sankranti inaugura l’anno nuovo. Il periodo di sei mesi durante il quale il sole si sposta verso il nord è estremamente favorevole agli aspiranti per il loro cammino verso lo scopo della vita. È come se l’aspirante fluisse facilmente con la corrente verso il Supremo.
Il giorno prima di Makar Sankranti si chiama Bhogi festival. In questo giorno si buttano e si bruciano le vecchie cose logore e sporche. Si puliscono e s’imbiancano le case. Si spazzano per bene le strade e si fanno disegni con farina di riso. Ma nella vita dell’aspirante spirituale, non basterà soltanto partecipare a queste cose esteriori. È più importante ripulire la mente dai suoi sporchi modi di pensare e di sentire. Bruciateli con una saggia e ferma risoluzione di percorrere la via della verità, dell’amore e della purezza da questo giorno santo in poi.
Se lo fate, allora Makar Sankranti ha un significato speciale per voi, perché il sole, che simboleggia la conoscenza, la saggezza e la luce spirituale, ora comincia gioiosamente il suo percorso verso nord. Viene verso di voi per riversare più abbondantemente la sua luce e il suo calore su di voi e per infondere in voi più vita ed energia.
Il sole stesso simboleggia tutto quello che questo giorno rappresenta. Il messaggio del sole è il messaggio della luce, il messaggio dell’unità, dell’imparzialità, della vera assenza di egoismo. Il sole brilla ugualmente su tutti; è il vero benefattore di tutti gli esseri. Senza il sole la vita sulla terra morirebbe.
Swami Shivananda Saraswati
Aradhana

Makar Sankranti segna l’inizio di uttarayana, quando il sole comincia il suo percorso verso nord. È un giorno sacro, in cui tutti i deva e devata si alzano dopo il loro sonno di sei mesi durante dakshinaya. È un momento speciale per impegnarsi nel sadhana yogico, nei vrata, voti od osservanze, e nel tapas, le austerità. Alzatevi presto a Makar Sankranti, prima del sorgere del sole (dalle quattro alle sei del mattino) e, dopo esservi lavati, recitate il sadhana dei mantra quotidiani (Mahamrityunjaya mantra 11 volte, Gayatri mantra 11 volte e i 32 nomi di Durga 3 volte) e fate japa del vostro guru mantra.
Oggi è un buon giorno per prendere una nuova risoluzione e per rinvigorire il vostro sadhana yogico con energia e focalizzazione.
All’alba, rivolti a est, versate le offerte di acqua al sole e recitate i Surya Mantra con Surya Namaskara, seguito dal Surya Gayatri 24 volte. In questo giorno recitate l’Hanuman Chalisa.

Basant Panchami cade nel mese di Magha (gennaio/febbraio). Basant significa la stagione primaverile e questa festività segna il primo giorno di primavera, che è molto adatto per fare un energico sadhana yogico. In questo giorno si adora la Dea Saraswati, che conferisce la conoscenza. La recitazione del Gayatri mantra per 108 volte a Basant Panchami è un modo propizio per onorare Saraswati, poiché lei è la Dea dell’apprendimento e il Gayatri mantra è la chiave per la realizzazione della conoscenza della vita.

Giubileo d’Argento

Vedo la coscienza spirituale sorgere e un motivo di speranza all’orizzonte.
Swami Satyananda Saraswati

L’anno 2015 celebra il Giubileo d’Argento dell’arrivo di Sri Swami Satyananda a Rikhia venticinque anni fa, il 23 settembre 1989. Quest’anno è una celebrazione e un’aradhana continua della realizzazione di Sri Swamiji e dello sviluppo della visione del suo guru, Swami Shivananda, di servire, amare e donare.
L’evoluzione di Rikhiapith è avvenuta in base alle necessità della comunità locale. Per favorirla, le attività del Giubileo d’Argento comprendono campi medici che offrono cure specialistiche per gli abitanti dei villaggi, laboratori e corsi di formazione tecnica e professionale per le kanya e i batuk, invocazioni e adorazione e la Serie di Atmadrishti Satsang. L’anno prevede anche ulteriori progetti di seva per le vedove e i pensionati, la continuazione dell’offerta di prasad agli abitanti dei villaggi e l’espansione dell’Annapurna Kshetram Kanya Kitchen. Il Giubileo d’Argento si concluderà con una grandiosa purnahuti, l’offerta finale, da ottobre a dicembre 2015, che culminerà nella Satchandi Mahayagya e nella Mahamrityunjaya Homa di Yoga Purnima. Le celebrazioni del Giubileo d’Argento fanno parte dell’attuazione dei sankalpa di Sri Swamiji di pace, prosperità e felicità per il pianeta. Discepoli, devoti e sostenitori sono invitati a partecipare a questo grande evento.

Febbraio

Shivaratri

Shivaratri cade il tredicesimo o quattordicesimo giorno di luna calante di Phalgun (febbraio/marzo). Il nome significa “la notte di Shiva”. Le cerimonie avvengono principalmente di notte. Questa è una festività che si osserva in onore del Signore Shiva che in questo giorno si sposò con Parvati. Con grande fervore si cantano inni in lode al Signore Shiva. Le persone ripetono il Panchakshara mantra “Om Namah Shivaya”. Shiva nama (il nome di Shiva) è l’anima stessa di tutti i mantra. Chi pronuncia i nomi di Shiva durante Shivaratri, con perfetta devozione e concentrazione, raggiunge la dimora di Shiva e ci vive felicemente.
Le due grandi forze naturali che affliggono l’uomo sono rajas, la qualità dell’attività passionale, e tamas, quella dell’inerzia. Il vrata di Shivaratri è finalizzato al perfetto controllo di entrambe. L’intera giornata trascorre ai piedi del Signore. La continua adorazione del Signore richiede la presenza costante del devoto nel luogo dell’ado-razione. Mali come lussuria, ira e gelosia, nati da rajas, sono ignorati e soggiogati. Il devoto osserva la veglia per tutta la notte e così vince anche tamas. Attraverso la preghiera e l’adorazione s’impone alla mente una vigilanza costante.
Swami Shivananda

Aradhana

Per Shivaratri gli aspiranti spirituali possono digiunare o prendere frutta e latte. Si può eseguire un anushthana impiegando tutto il giorno o una parte del giorno, facendo japa del proprio guru mantra o di “Om Namah Shivaya” e meditando sul Supremo.
Per Shivaratri recitate il Ramacharitamanas dal “Balkand” doha dal verso 70 al 116, poiché questi versi glorificano il matrimonio di Shiva e Parvati. Per tutto il giorno, cercate di mantenere un costante ricordo del Signore, con un atteggiamento di resa e dedicate tutti i vostri pensieri e le vostre azioni al Divino.
La sera, da soli o in gruppo, recitate lo Shiva Mahimna Stotram e cantate inni e kirtan in adorazione del Signore Shiva. Si può anche ripetere il sacro Panchakshara mantra, “Om Namah Shivaya”, con devozione e consapevolezza. Eseguite una havan o recitate lo Shiva Sahasranamavali, i mille nomi di Shiva.

L’Unione di Shiva e Shakti

Shivaratri è l’unione cosmica di Shiva e Shakti. Quest’unione simboleggia il concetto del kundalini yoga in cui Shiva va ad incontrare Shakti. Rappresenta il risveglio della coscienza al livello materiale di esistenza e l’unione con Shakti al punto massimo dell’evoluzione. Shiva significa coscienza superiore e ratri significa notte, con riferimento alla “buia notte dell’anima”, lo stato che precede l’illuminazione.
In occasione di Shivaratri, la notte più buia dell’anno, Shiva, il Signore degli yogi, si mette in viaggio verso la casa di Parvati, la figlia dell’Himalaya. Shiva è un asceta ricoperto di serpenti. Il suo corteo nuziale di demoni e spettri, che simboleggiano le tendenze istintive e animali sulle quali ha il controllo, è altrettanto spaventoso. Tuttavia, quando Shiva e i suoi compagni entrano nel regno himalayano di Parvati, sono tutti trasformati all’istante in esseri incantevoli con magnifici volti, begli abiti e ornamenti sfolgoranti. L’istinto diventa intuizione. Quindi il matrimonio avviene fra grande ammirazione, gioia e festosità. Poi Shiva e Parvati salgono in cima al Monte Kailash, che simboleggia sahasrara chakra, dove si abbracciano e si uniscono nella beatitudine suprema della coscienza cosmica.
Dopo aver consumato il loro matrimonio, Shiva e Shakti scendono insieme, simboleggiando che ora la coscienza suprema si manifesta sul piano della dualità. Essendo divenuti tutt’uno, ora Shiva e Shakti possono agire nel mondo come due. Questo avvenimento è di grande importanza per l’evoluzione di tutti gli esseri, perché rappresenta anche il processo che avviene in ogni aspirante che vive un risveglio spirituale e poi ritorna con una consapevolezza più elevata per lavorare nel mondo.
Swami Satyananda Saraswati

Marzo

Navaratri & Ramnavami

Navaratri si osserva due volte l’anno, una volta nel mese di Chaitra (aprile/maggio) e poi in Ashwin (settembre/ottobre). Dura nove giorni in onore della nove manifestazioni di Durga. L’inizio dell’estate e l’inizio dell’inverno sono due congiunzioni molto importanti dell’influsso climatico e solare. Questi due periodi sono colti come sacre opportunità per adorare la Madre Divina. Il corpo e la mente delle persone attraversano un cambiamento considerevole a causa dei cambiamenti nella natura. Durante Navaratri si adora la Dea Durga e durante Ramnavami Sri Rama. Ramnavami, il compleanno del signore Rama, cade nel nono giorno. Per noi questa celebrazione è un’occasione per impregnarci dello spirito del Signore Rama. La devozione a Dio è il risultato di un intenso distacco e della purezza del cuore. Dalla devozione sorge la conoscenza, dalla conoscenza viene la realizzazione del puro sé. Sapendolo perfettamente si arriva alla Dimora Suprema e ci si fonde nel Sé Supremo.
Il nome del Signore Rama è un grande purificatore del cuore. È più dolce della più dolce delle cose. È il paradiso della pace. È il purificatore di tutti gli agenti purificanti. Con o senza conoscenza, correttamente o scorrettamente, quando si pronuncia la parola Rama, essa riversa una pioggia di bene sul devoto.
A Ramnavami, dalle quattro del mattino fino a tarda notte, c’è Rama e Rama è ovunque! In questo giorno i ricercatori seri prendono risoluzioni per accelerare il loro progresso spirituale. Noi lo celebreremo se ci sforzeremo onestamente di distruggere il demone del nostro ego e di irradiare pace e amore ovunque andremo.
Swami Shivananda Saraswati

Aradhana

Navaratri significa nove notti. Navaratri è un periodo particolarmente adatto a sadhana, vrata, osservanze e anushthana. Questi nove giorni sono suddivisi in periodi di tre giorni per invocare e adorare Devi in tre forme diverse come Durga, Lakshmi e Saraswati. Nel giorno finale di Chaitra Navaratri si celebra Ramnavami, la nascita di Sri Rama.
Per questi nove giorni alzatevi presto, durante brahmamuhurta (dalle quattro alle sei del mattino) e recitate il sadhana quotidiano di mantra e fate japa del vostro guru mantra.
Per i primi tre giorni di Chaitra Navaratri, cantate il Kali Gayatri mantra 108 volte al giorno. Per i secondi tre giorni cantate il Lakshmi Gayatri mantra 108 volte al giorno. Per gli ultimi tre giorni cantate il Saraswati Gayatri mantra 108 volte al giorno.
Durante questi nove giorni potete anche cantare tutto il Ramacharitamanas o anche fare il sadhana quotidiano della Saundarya Lahari, di Tantroktam Devi Suktam e dei trentadue nomi di Durga nove volte.
Ogni giorno eseguite l’havan con i mantra Aim Hrim Klim Om 108 volte.
“Il giorno finale, Ramnavami, è dedicato all’adorazione di Sri Rama. In questo giorno gli aspiranti prendono la risoluzione di accelerare il loro progresso spirituale”.
Swami Shivananda Saraswati 
Navaratri

La forma di Devi, la Madre Divina, esisteva fin dall’inizio della creazione. L’adorazione di Devi è l’adorazione di shakti. Shakti significa energia, potere, capacità e potenzialità. Devi significa luminoso, illuminato, splendente, la luce che è interiore. Devi, la Dea, è stata adorata da tutte le civiltà, culture, razze e tribù in ogni epoca, con differenti nomi, differenti forme e differenti tradizioni.
Nella tradizione vedica, si dice che il potere divino femminile sia il potere ultimo. Jagatmata, la madre del mondo, è la realtà ultima. Nel tantra, Shakti è l’energia primaria responsabile della creazione. Tutte le culture del mondo antico adoravano i princìpi di Shakti e Shiva.
Nel Devi Suktam sono descritte le differenti forme di Devi, l’energia cosmica, come maya, coscienza, intelligenza, sonno, fame, ombra, energia, desiderio, pazienza, identità, timidezza, pace, reverenza, fulgore, prosperità, vritti, memoria, compassione, appagamento, senso materno e illusione. Il Devi Suktam è molto facile da imparare: Ya devi sarvabhuteshu shantirupena samsthita, namastasyai namastasyai namastasyai namo namaha: “Alla Devi che è presente in tutti gli esseri in forma di pace, offro i miei saluti.” Cambia solo una parola in ogni verso: shakti rupena, shuddha rupena, tushti rupena e così via. Esso può trasformare la nostra vita yogica in potere spirituale.
Dobbiamo connetterci con la Madre. I poteri della Devi mi hanno aiutato durante il mio primo periodo di purascharana, altrimenti i poteri superiori possono lanciare un incantesimo sul sadhana. Poiché il nostro viaggio è dentro di noi, abbiamo bisogno del loro aiuto.

Swami Satyananda Saraswati

Aprile

Akshaya Tritiya

Akshaya Tritiya è il terzo giorno dopo amavasya, il novilunio. Akshaya significa imperituro e tritiya significa terzo. È un giorno molto speciale.
I nostri antenati scoprirono le realtà sulla vita, sull’universo e sulla coscienza superiore. Scoprirono che in questo mondo perituro, in questo tempo e spazio perituri, esiste una connessione con la dimensione imperitura. Questa connessione si rafforza quando le stelle e i pianeti si trovano in una certa posizione e disposizione. Allora le energie sottili della dimensione causale invisibile si connettono con la dimensione materiale e a livello energetico c’è un collegamento diretto tra l’individuo e il cosmo.
Questo momento, quando si è connessi col potere superiore e con la propria natura superiore lungo il ponte di shakti, è un momento per creare cambiamenti qualitativi nella propria vita. Gli yogi prescrissero vari anushthana, sadhana, japa, atteggiamenti e sankalpa che si possono coltivare, sviluppare e osservare in questo giorno per guidare le proprie aspirazioni interiori verso la fioritura.
Per Akshaya Tritiya gli aspiranti spirituali devono impegnarsi in varie attività che permettano loro di uscire dal guscio dell’individualità e dell’egoismo e di connettersi con la natura superiore al livello trascendentale, che esiste all’interno e intorno ad ognuno. Le aradhana di Akshaya Tritiya comprendono servizio, mantra e un cambiamento nelle percezioni della mente.
Per Akshaya Tritiya impegnatevi mentalmente, mantenendo un atteggiamento positivo per tutto il giorno senza un solo pensiero negativo. Osservate se potete raccogliere questa sfida. Se potete raggiungere questo livello di equilibrio (se non per tutto il giorno, almeno per un’ora), siete entrati nello spirito di Akshaya Tritiya.

Swami Niranjanananda Saraswati

Il Giorno della Svolta

Dichiarazione di libertà

Qualsiasi cosa sembri vincolarvi o limitarvi,
dichiaratevene liberi da adesso stesso.
Non c’è niente nel mondo esterno,
nessuna persona, condizione o circostanza
che vi possa portar via la libertà
che è vostra nello spirito.
Invece di desiderare di essere liberi
di vivere diversamente la vostra vita,
accettate la verità che proprio adesso siete liberi.
Liberi di cambiare il vostro modo di pensare,
liberi di cambiare la vostra visione della vita,
liberi di essere tutto quello che anelate essere.
Fate di questo un giorno di libertà, di libertà spirituale.
Dichiarate voi stessi liberi da ansia e paura,
liberi da qualunque credenza nella sorte o limitazione.
Swami Satyananda Saraswati

Alzatevi presto per Akshaya Tritiya (dalle quattro alle sei del mattino), fate japa del vostro guru mantra e il mantra sadhana quotidiano. Recitare tutta la Saundarya Lahari è particolarmente benefico ad Akshaya Tritiya. Se non è possibile, recitate pochi versi con fede e devozione. Akshaya Tritiya è un giorno per allinearsi con gli insegnamenti di Swami Shivananda e Swami Satyananda di servire, amare e donare. Se avete la fortuna di trovare qualcuno nel bisogno, aiutate quella persona.

Oggi è il Giorno

La negatività è diventata un fenomeno globale. Pervade tutti e tutto privandoci della nostra pace mentale. È un’evoluzione della mente attraverso cui dobbiamo passare. Per gestire questa negatività, dobbiamo aumentare la positività. Si chiama pratipaksha bhavana: assumere un modo di sentire opposto a quello che avete. Se provate un’emozione negativa, trovate l’esatto contrario di quella e intensificatelo, aumentatelo in voi stessi. Se siete molto avidi, cercate di sviluppare santosha, l’appagamento; questo è pratipaksha bhavana ed è yoga.
L’altro modo è mantra vidya, la scienza del mantra. Sri Swamiji venne a Rikhia per perfezionare il mantra, per mostrarci una via nel nostro tempo. Egli disse che l’epoca in cui viviamo è un’epoca in cui la bhakti diverrà essenziale, perché senza bhakti non si può superare la paura.
Bhakti non è suonare la campana, andare al tempio o piangere davanti al guru o a Dio. La bhakti è un’onda cerebrale, così come la rabbia è un’onda cerebrale. Qual è quell’onda cerebrale con cui posso provare pace invece di rabbia?
Questo è il sankalpa che dobbiamo prendere per Akshaya Tritiya. Potreste voler prendere un sankalpa per la gratificazione personale, ma è la bhakti che porta miracoli e splendore nella vita. È attraverso la bhakti che la polvere di stelle si diffonde tutt’intorno a voi e cominciate a vedere la magia di questa vita, dell’universo e del vostro ruolo in essi. Quando chiedete la bhakti, in realtà chiedete tutto, dunque, puntate in alto.
In questo giorno la preparazione per svuotare noi stessi delle fesserie che raccogliamo e ci portiamo dietro darà buoni frutti. Oggi, con cuore puro e una mente calma, fiduciosa e positiva, prendete il vostro sankalpa.
Swami Satyasangananda Saraswati

Maggio

Ekadashi (l’undicesimo giorno del ciclo lunare)

Le diverse fasi della luna hanno un grande influsso sulla mente. In certi giorni del mese si dice che determinati influssi scorrano verso la terra favorendo la contemplazione spirituale. Ekadashi, l’undicesimo giorno del ciclo lunare, è uno di questi. Come la luna attraversa diverse fasi, allo stesso modo anche le parti del vostro corpo sottile che sono in relazione con la luna attraversano diversi cicli. Nell’Ekadashi del novilunio e del plenilunio, il sottile tattwa lunare è in parte stabilito fra bhrumadhya e il centro dell’ombelico, contattando influssi superiori e inferiori. Per avvantaggiarsi dei primi e respingere i secondi, digiuno e preghiera si dimostrano di grande aiuto e beneficio.
Lo yoga ha definito il digiuno come una delle dieci austerità che trasformano l’individuo. In Ekadashi quest’austerità assume un significato speciale, poiché agisce come un grande agente purificatore. Rende il corpo leggero, eliminando qualunque traccia di malattia che potrebbe essersi intromessa, e la mente brillante e unidirezionale.
L’obiettivo principale del digiuno è rendere l’organismo calmo, in modo da riuscire a praticare rigorosamente la meditazione durante quel periodo. Durante il digiuno evitate ogni compagnia. State da soli e utilizzate il vostro tempo nel sadhana.
Il canto della Bhagavad Gita durante Ekadashi è molto edificante. In questo Kali Yuga, se siete in grado di immergervi nel ricordo del Signore anche solo durante un Ekadashi, ciò svilupperà in voi le sublimi qualità di shraddha e vishwas.
Swami Shivananda Saraswati

Guru Bhakti Aradhana il 5 e il 6 di ogni mese

Paramahamsa Satyananda entrò in Mahasamadhi a Rikhiapith il 5 dicembre 2009. Per mantenere la santità di questo evento, Pitha-dhishwari Swami Satyasangananda ha dedicato il 5 e il 6 di ogni mese al Guru Bhakti Yoga, lo yoga della commemorazione. È un periodo speciale, dedicato alla connessione, alla rivelazione e alla scoperta dei guru tattwa onnipervadenti. Osservando questi due giorni di Guru Bhakti Yoga, potete sintonizzarvi con Sadguru Swami Satyananda e connettervi con la sua illimitata miniera di energia divina e ricevere gli immensi benefici che derivano da questo yoga propizio e splendido. Il 5 e il 6 tutti gli atti si prefiggono di esaltare il ricordo di Pujya Gurudev Swami Satyananda. È attraverso la commemorazione che si formano i canali per la trasmissione ed egli volge il suo sguardo su di noi e ci benedice.
Il sadhana delineato da Swami Satyasangananda è una combinazione di seva, il servizio, prarthana, la preghiera, e aradhana, l’adorazione. Il 5 e il 6 dicembre chi desidera partecipare a questo sadhana, si alzi presto in brahmamuhurta (dalle 4 alle 6 del mattino), faccia japa del guru mantra e ricordi Paramguru Swami Shivananda e Pujya Gurudev Swami Satyananda cantando Guru Paduka Stotram, seguito da Guru Stotram. Di sera fate japa o eseguite una havan. Il 5 tenete una havan cantando il mantra Om 1008 volte e recitate inni e preghiere dedicati al Signore Shiva. Il 6 tenete una havan cantando il Satyananda Gayatri 108 volte e recitate inni e preghiere dedicati a Devi.
Purnima (il plenilunio)

Tulsidas scrisse il Ramacharitamanas in uno stato di samadhi. Nello stato di samadhi, quando uno yogi ha una visione di Dio, qualunque cosa pronunci è un mantra. Il Ramacharitamanas dovrebbe essere letto ogni giorno in ogni casa. Leggetelo come potete. Leggerlo è di per sé mantra japa.
C’è un bell’episodio nel Ramacharitamanas; quando Parvati chiede a Shiva la storia di Rama, egli dice: “La storia di Sri Rama che mi chiedi di raccontarti è il sacro fiume Gange che purificherà tutti i mondi. Per questo, ti ringrazio”. A Tulsidas fu narrato l’intero Ramacharitamanas dalla bocca del Signore Shiva, che lo narrò alla Dea Parvati. Che lo capiate o no, che vi piaccia o no, che la mente sia sviata, distratta o confusa, come potete mancare la recitazione del Ramacharitamanas? Prendete una risoluzione di recitare quotidianamente almeno un doha, un distico, dal Ramacharitamanas. Impiegate solo dieci o venti minuti. Leggete solo un verso. In ogni casa si può dare questo incarico a una persona. Questa pratica porterà felicità, benessere e salute alla vostra casa.
Recitate il Ramacharitamanas, leggetelo con devozione, intensità e comprensione. Il Dio senza forma si manifesta in una forma riconoscibile. Mentre lo leggete, noterete il ritmo che ha e un certo incanto che non troverete altrove. Leggetelo tutti i giorni per quindici minuti e un giorno avrete un momento così delizioso che dimentiche-rete tutto il resto.
Una volta al mese, nel giorno di luna piena, recitate il “Sundarkand” del Ramacharitamanas. Porterà pace e gioia ed esaudirà tutti i desideri.
Swami Satyananda Saraswati

Giugno

Gayatri Mantra

Il sacro Gayatri Mantra è il più grande e glorioso di tutti i mantra. È l’inespugnabile armatura spirituale, l’autentica fortezza che salvaguarda e protegge colui che vi si vota. Il significato del termine Gayatri è “Ciò che protegge chi lo canta”.
Il Gayatri è il potere divino che trasforma l’umano nel Divino e benedice l’uomo con la fulgida luce della più alta illuminazione spirituale. La ripetizione regolare di alcuni mala di Gayatri japa ogni giorno riverserà sull’individuo incalcolabili benefici e benedizioni. È universalmente valido, essendo semplicemente una fervida preghiera per la luce rivolta all’Onnipotente Spirito Supremo.
La natura del Gayatri mantra è tale che potete ripeterlo mentre meditate su qualunque forma vogliate. Alcune persone pensano che il Gayatri mantra sia presieduto dal sole. In realtà, il sole di cui parla non è quello che brilla su questa terra davanti ai nostri occhi fisici, ma “tat savituh” o quel Sole, il grande Sole che questo sole o questa luna non illumina e che è l’impersonale, assoluto Brahman.
Il Gayatri è il più potente di tutti i mantra. Ogni parola, ogni lettera del Gayatri racchiude in se stesso il più elevato concetto Vedantico della Suprema Verità Assoluta. Fate japa di Gayatri, vi darà il frutto più eccellente, il frutto dell’immortalità.
Swami Shivananda Saraswati

Gayatri Mantra Japa

Om bhur bhuvah svaha
tatsaviturvarenyam
bhargo devasya dhimahi
dhiyo yo nah prachodayat

Meditiamo sulla gloria del Creatore che ha creato l’universo, che è degno di essere adorato, che è la personificazione della conoscenza e della luce, che elimina tutti i peccati e l’ignoranza. Possa Egli illuminare il nostro intelletto.

Cominciate il japa di Gayatri. Ripetetelo come parte del vostro sadhana quotidiano. Continuate senza saltare un solo giorno. I momenti per fare questo japa sono all’alba, di pomeriggio e di sera.

“Il Gayatri mantra è come il sole che sorge all’orizzonte della coscienza umana, illuminando non solo il mondo esterno, ma anche il mondo interiore. Il nostro mondo interiore ha molte cose magnifiche, ma noi non le conosciamo, non possiamo vederle. Non possiamo vederle a meno che non ci sia luce”.
Swami Satyananda Saraswati

L’Adorazione delle Kanya

La spiritualità dovrebbe essere la base della vita. È la prima cosa alla quale i bambini dovrebbero essere esposti. La spiritualità è la pratica che vi insegna a pensare all’impensabile. Dio è impensabile. Spiritualità è pensare e parlare di qualcosa che è impensabile.
L’adorazione delle kanya è una parte importantissima dello Shakti Tantra. Il concetto della kanya è impareggiabile nella filosofia umana. I rishi, i grandi profeti, compresero molto chiaramente che una bambina poteva simboleggiare e rappresentare la Madre Cosmica.
Vi è stata presentata un’idea nuova, secondo cui una bambina può essere una rappresentazione di Devi. La rappresentazione dell’avidità è il denaro; la rappresentazione della passione è una donna; la rappresentazione della paura è una tigre; le rappresentazioni della Devi sono qui. Queste sono le bambine dell’ashram. Noi nutriamo tutti i bambini. Prasad significa felicità, delizia e gioia. L’ashram è onorato di dare il prasad al corpo di Devi.
Il creatore dell’universo vive dentro di noi. Sri Krishna dice nella Bhagavad Gita: “Essendo diventato il fuoco della vita, come Vaishwanara, Io (l’atma) risiedo nel corpo di tutti gli esseri viventi e, unito a prana e apana, sono Io che digerisco e assimilo i quattro tipi di cibo”.
Quando nutrite qualcuno, nutrite Dio. Non abbiate istinto caritatevole, abbiate istinto materno. Io non faccio carità, nutro bambini piccoli. Loro sono i miei figli, dunque, come posso essere caritatevole verso di loro? Siete caritatevoli coi vostri figli? No. Li nutro perché Dio è in loro, nella forma di Vaishwanara.
Swami Satyananda Saraswati 

Yoga Sadhana nella Gita

Tratto da: www.biharyoga.net/living-yoga/message-from-swan/, Living Yoga with Swami Niranjan, 25 Maggio 2012.

Prima parte
Parlerò del sistema del sadhana yogico e del processo per sviluppare le idee yogiche così come sono state definite e insegnate ad Arjuna da Sri Krishna nella Bhagavad Gita. La Gita fu narrata ad Arjuna sul campo di battaglia della guerra del Mahabharata che avvenne circa 5.500 anni fa. Tuttavia, se osserviamo le nostre realtà oggi, possiamo riscontrare che, nel viaggio della nostra vita, attraversiamo lo stesso tipo di esperienze che visse e discusse Arjuna con Sri Krishna sul campo di battaglia. La storia riguarda due gruppi di fratelli, cinque conosciuti come Pandava e cento come Kaurava. I Kaurava svilupparono un intenso disprezzo nei confronti dei Pandava. Col tempo il disprezzo divenne odio e ciò culminò con una guerra tra le due parti. Sul campo di battaglia, da una parte ci sono i cinque fratelli coi loro alleati, i loro sostenitori e gli eserciti, dall’altra parte i cento fratelli Kaurava coi loro amici, alleati ed eserciti, pronti per uccidersi l’un l’altro.
Uno dei Pandava è un grande arciere, conosciuto come Arjuna, e in questo conflitto Sri Krishna diviene il suo auriga. Arjuna dice a Sri Krishna di porre il carro tra i due eserciti per poter vedere le persone arrivate per combattere e uccidersi a vicenda. Sri Krishna pone il carro nel mezzo tra i due eserciti e Arjuna vede i suoi fratelli coi loro alleati schierati davanti a lui in formazione di combattimento e sull’altro lato vede tutti gli altri. I cento fratelli Kaurava, i loro alleati, i loro sostenitori, i membri della famiglia, gli zii, i nonni, i genitori, i nipoti, i figli e le figlie, chiunque sia in grado di combattere è presente.
Vedendo questo, Arjuna sperimenta improvvisamente profonde fitte di dolore e cade in uno stato di sconforto e depressione. La causa del dolore di Arjuna è la vista dei suoi stessi familiari che si preparano a uccidersi l’un l’altro. Come guerriero, Arjuna aveva combattuto in molte guerre e mai aveva provato dolore. La sola differenza è che in questo campo di battaglia vede gli avversari non come nemici ma come suoi parenti – zii, figli, nipoti, genitori, nonni e amici. Queste persone avevano fatto parte della vita dei Pandava dal momento della loro nascita, e Arjuna sente un naturale attaccamento per loro. Questo attaccamento divenne la causa del suo profondo dolore. Ogni ricordo delle relazioni, tutti i ricordi fisici, intellettuali, emozionanti e spensierati, ogni impressione o pratyaya si presentarono nella sua mente e Arjuna non fu in grado di gestirli.
Si sedette sconsolato e disse: “Perché devo combattere? Per che cosa? Forse vinceremo e conquisteremo il regno, ma sarà vuoto, privo di tutti coloro che conosciamo. Quale felicità, piacere o gioia possono derivare se non c’è nessuno che possiamo definire nostro caro? Per chi stiamo conquistando questo regno? Tutti i nostri amici e sostenitori stanno per morire. Ci definiamo intellettuali; formuliamo religioni e leggi, ma per l’avidità e il desiderio siamo pronti a distruggerci l’un l’altro completamente, ben sapendo che questa guerra civile porterà alla morte e alla distruzione di tutte le norme sociali, le strutture e i valori della persona, della famiglia e della società. Ci saranno caos totale, morte, distruzione e povertà. Siamo i leader della società eppure siamo qui riuniti a commettere il crimine più grande di tutti i tempi, coscientemente, volontariamente, togliendo consapevolmente la vita a un’altra persona. Non esiste crimine più grande che uccidere qualcuno”.
Pensando ciò, Arjuna cadde in uno stato di sconforto e depressione. Perdette la lucidità mentale e la volontà di combattere; dimenticò i suoi doveri e i suoi obblighi e si sedette nel carro.
Sri Krishna deve intervenire per risollevare Arjuna da questo stato di abbattimento e cerca di fargli vedere il lato positivo della vita e non il lato oscuro. Sri Krishna spiega ad Arjuna il metodo, il procedimento e il sadhana per farlo uscire da questo stato di sconforto. Le istruzioni che Sri Krishna dà ad Arjuna sono in realtà istruzioni yogiche e sadhana yogici. Sri Krishna sottolinea l’adesione allo yoga nella vita e la perfezione dello yoga a tal punto che è identificato e conosciuto come il maestro o il signore dello yoga, Yogeshwara. Nella storia vi sono solo due persone cui è stato attribuito il titolo di yogeshwara – una è Shiva, il primo esponente dello yoga e l’eroe di tutti gli aspiranti yogi, per questo chiamato Yogishwara, signore degli yogi. Sri Krishna è conosciuto come Yogeshwara, nel senso che egli è il signore o il maestro dello yoga inteso come pratica, come stile di vita, come filosofia e come comprensione.
Per consentire ad Arjuna di superare il suo stato di sconforto, di depressione, di afflizione e di dolore, Sri Krishna ha formulato una serie strutturata di informazioni e di pratiche: queste istruzioni sono riportate nella Bhagavad Gita. La Bhagavad Gita non è un libro religioso o filosofico; è piuttosto un libro che dissipa i dubbi relativi al dharma che si deve vivere nella vita. Secondo i pensieri di base della Gita, il processo di gestione della vita e il coltivare le qualità migliori diventano il centro, il dharma e il viaggio della vita. Lo yoga diviene il mezzo attraverso il quale si è in grado di completare questo viaggio.
Come esseri umani, tutti noi viviamo stati di dolore, ansia, sconforto, frustrazione, e facciamo anche esperienza di stati di euforia, gioia, contentezza e sicurezza. A volte siamo in grado di accettare le situazioni, mentre in altre occasioni siamo incapaci di adattarci a una situazione o a un ambiente. La nostra vita oscilla da un estremo di esperienza sul lato positivo verso l’altro estremo di esperienza sul lato negativo. L’oscillazione di stati d’animo, percezioni, pensieri e idee è qualcosa di cui tutti facciamo esperienza ogni giorno, ma tutto è centrato sulla relazione con gli altri. Ognuno coltiva un rapporto con gli altri a diversi livelli d’intensità e questa relazione crea un mondo a sé. In una casa, la famiglia composta da genitori e figli è il mondo. I parenti sono aggiunti al loro mondo in un secondo livello: nonni, zie, zii e le loro famiglie. Il terzo livello dell’interazione familiare è nell’ambito degli amici e della società – i miei amici, i miei sostenitori, le persone che la pensano come me. Ma il gruppo principale è ancora la famiglia. Per gli amici non c’è lo stesso sentimento che si prova per i propri cari.

L’attaccamento
Il sentimento che ti fa sentire una persona come un tuo caro è l’attaccamento, che è la forza, l’agente attraverso il quale riconosciamo qualcuno come “la mia relazione, il mio sostenitore, il mio amico, la mia famiglia, il mio benefattore”. Siamo toccati da coloro ai quali siamo connessi. Non siamo toccati da felicità, dolore, sofferenza, euforia o azioni di coloro che non conosciamo. Ma quando ci identifichiamo con le persone, quando siamo consapevoli del loro dolore e della loro euforia, quando ne siamo influenzati, in quel momento ne rimaniamo impressionati. Siamo colpiti a causa di quella profonda connessione rappresentata dall’attaccamento. Tutto ciò che accade, tutti i mal di testa e i dolori che ci tormentano nel corso della nostra vita, sia familiare che sociale che professionale che personale, tutto ruota attorno alla famiglia, agli amici, alla società e alle persone che conosciamo.
Il profondo, intricato attaccamento con quelle persone e con l’ambiente porta a uno stato mentale illusorio che viene definito moha – inizio a sentire che appartengo a loro, essi mi appartengono, ho dei diritti su di loro, essi hanno dei diritti su di me. Questo è moha. Il cercare di introdurre e di far rispettare quella connessione e quella relazione è moha. Il desiderio innato che fa naturalmente parte della vita, successivamente alimenta gli attaccamenti, perché i desideri esistono per la continuazione della specie, per la procreazione. Il desiderio innato è quello di trovare benessere e prosperità, sicurezza sociale ed economica, essere considerati e avere amici e sostenitori.
Sri Krishna spiega ad Arjuna: “Stai facendo esperienza del dolore, della depressione, di questo stato illusorio della mente, perché non stai pensando nel modo corretto. Se riuscirai a pensare correttamente, queste condizioni della mente non ti toccheranno”. Arjuna dice: “Che cosa intendi quando dici che non penso nel modo corretto?”. Sri Krishna replica: “Stai dimenticando qual è il tuo principale compito e dovere in quanto parte della società. In guerra un soldato deve combattere, in ospedale un medico deve curare, in un ashram un sadhu deve lavorare per elevare gli altri. In ogni posto esiste un ruolo definito, conosciuto come dharma. Tu stai dimenticando quale sia il ruolo definito per te in questa situazione. Non puoi negare i tuoi karma. Ricorda quali siano i tuoi obblighi, i tuoi doveri e i tuoi karma e dove sono attualmente. Non rinunciare al karma, non dire non farò questo o non farò quello”. Agisci come la situazione richiede, come quando cambia il tempo e indossi i vestiti adatti di conseguenza. In inverno si indossano maglione, sciarpa, cappello, calze e guanti. Quando il freddo dell’inverno aumenta, aumenta anche la quantità di indumenti, mentre quando arriva l’estate, la quantità di indumenti cala. Non si indossano cappello, cappotto, maglione, sciarpa, calze e guanti in estate e non si va in giro svestiti in inverno. C’è una naturale inclinazione a fare la cosa giusta nel modo giusto al momento giusto.

Il controllo dei sensi
Tuttavia, quando entra in campo l’intelletto, spesso non si fa la cosa giusta al momento giusto, ma si capisce dopo. Quando c’è attaccamento, l’intelligenza viene offuscata e si perde la consapevolezza del dharma. In quel momento ci si dovrebbe ricordare dei propri impegni, responsabilità e doveri e occupare i sensi nell’azione appropriata. I sensi devono essere mantenuti sotto controllo, entro limiti e parametri definiti. In questo momento, invece, i sensi stanno andando fuori controllo, senza riuscire a gestirli, stanno guidando la tua attenzione e attrazione e tu stai semplicemente seguendo la loro visione delle cose. I sensi attraggono perché si crede che seguendoli condurranno al piacere. Tutti cercano il piacere sensoriale. Chiunque desidera ardentemente il piacere mentale, fisico ed emozionale; qualcuno ha a cuore il piacere sociale. I sensi attirano l’attenzione verso il piacere, ma l’esperienza del piacere è impermanente. L’esperienza della felicità è impermanente poiché i desideri non permettono a quell’esperienza di rimanere permanente. Se hai uno vuoi due, se hai due vuoi tre, se hai tre vuoi quattro. L’aumento del desiderio, dell’aspettativa e della dipendenza si manifesterà continuamente. Perciò impegnati nel karma fisico e tenendo occupati i sensi, trattienili dal correre selvaggi e dal compiere viaggi fantasiosi, non permettendoti così di soddisfare le esigenze della situazione. Sri Krishna dice: “Non c’è modo di evitare il karma, impegnati nel karma e allo stesso tempo cerca di rendere stabile la tua mente”. Ci sono tre cose che disturbano il comportamento mentale: l’attaccamento, la paura e la rabbia. Attaccamento rappresenta connessione, associazione, relazione. Paura rappresenta insicurezza, sia essa economica, personale, familiare o sociale: “La società non è sicura, la mia famiglia non è sicura, non ho risorse economiche sufficienti per acquistare cibo domani o forse tra un mese, non ho abbastanza denaro per pagare i miei conti questo mese”. Questi pensieri indicano paura e insicurezza. La rabbia è il terzo disturbo della mente – aggressività ed elevato livello di ansia. Incluso nel termine rabbia vi è tutto ciò che stimola e porta a un elevato stato d’ansia la vostra natura e il vostro carattere. L’istruzione che Sri Krishna dà al fine di gestire la mente è quella di ridurre il desiderio e contenere la rabbia, la paura e l’attrazione. Pratica queste quattro indicazioni e la mente diverrà stabile.
Pratyahara (seconda parte)
Sri Krishna dà istruzioni ad Arjuna in merito al processo di pratyahara. Egli dice ad Arjuna: “Per stabilizzare la mente, porta interiormente la mente e i sensi, così come la tartaruga ritira le sue membra all’interno del guscio”. Qui viene definito lo stato di pratyahara. La tartaruga ha sei membra che spuntano dal guscio: due zampe anteriori, due posteriori, la coda e la testa. L’essere umano funziona con i cinque sensi e la mente – sei sensi in totale. La mente rappresenta la testa della tartaruga e questa mente dev’essere ritirata all’interno. I cinque sensi rappresentano le zampe e la coda della tartaruga, ritirateli all’interno. Ritirate i sensi dagli oggetti dei sensi e portateli dentro di voi. Questa è la pratica di pratyahara come definita da Patanjali e come ci è stata insegnata da Sri Swamiji.
Pratyahara inizia acquietando i sensi fisici attraverso kaya sthairyam e regolando la respirazione. Il respiro è lo specchio della mente, le condizioni mentali e gli stati d’animo si riflettono nel respiro. Quando la mente è iperattiva, il respiro è rapido, superficiale e veloce ma se la mente è quieta allora il respiro è lungo, profondo e lento.
Perciò, per gestire la mente, regolate il respiro. Se siete in grado di regolare il respiro e rendere equilibrati inspirazione ed espirazione, attraverso la pratica di nadi shodhana pranayama, allora potrete gestire la mente attraverso il respiro. Per acquietare i sensi fisici praticate kaya sthairyam. Per rendere immobile la mente usate un mezzo fisico, la regolazione della lunghezza del respiro e dopo focalizzate la mente sulla consapevolezza del Sé superiore.
Ma prima di potersi focalizzare sulla consapevolezza del Sé superiore, devono essere attraversati i vari strati della mente. Proprio come per raggiungere il fondo dell’oceano si deve nuotare attraverso molti, molti metri di acqua di mare, allo stesso modo si deve passare attraverso molti strati della mente per realizzare e vedere la presenza interiore della coscienza superiore. Il punto più profondo dell’oceano è profondo seimila metri e si deve nuotare fino in fondo. Allo stesso modo si deve passare attraverso i seimila metri della mente prima di arrivare a realizzare la presenza del Sé supremo dentro se stessi.
(continua)

Hatha Yoga Pradipika

Tratto da: Sw. Muktibhodhananda Saraswati, Hatha Yoga Pradipika, Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India.

Verso 42

MANONMANI (la mente senza pensiero)

Il respiro (prana) che si muove nel passaggio di mezzo rende la mente stabile. Questa stabilità stessa della mente si chiama lo stato di manonmani – assenza di pensiero.

Quando la shakti si muove attraverso pingala viene attivato l’emisfero sinistro del cervello e funzionano solo certe facoltà della mente. Quando fluisce ida, è attivo l’emisfero cerebrale destro e funzionano altre facoltà. Invece, quando l’energia passa attraverso il corpo calloso, da un emisfero all’altro, c’è equilibrio. Quando un flusso stabile di energia o prana si muove attraverso sushumna, la mente diventa stabile. Quando la particolare frequenza dell’energia è tale da suscitare perfetta calma delle attività di pensiero, senza alcuna consapevolezza del mondo esterno o interno, quello è manonmani avastha. Manonmani significa assenza di mente individuale; assenza di fluttuazioni nella coscienza individuale ed assenza degli stati conscio, subconscio e inconscio.
Interrompendo gli stimoli esterni al cervello per un lungo periodo di tempo, le funzioni coscienti del cervello “si spengono” e si fa esperienza di shunya o “vuoto”. Questo stato di shunya o del nulla spesso porta all’esperienza più positiva di manonmani.

Versi 43, 44

Praticando i vari kumbhaka si ottengono meravigliose perfezioni. Chi li conosce pratica i vari kumbhaka per realizzarle.
Gli otto kumbhaka sono suryabheda, ujjayi, sitkari, shitali, bhastrika, bhramari, murchha e plavini.
Ci sono vari modi in cui si può praticare ed utilizzare il pranayama con la ritenzione o kumbhaka. Gli yogi hanno ideato otto tecniche specifiche ed esse sono diventate le pratiche tradizionali di pranayama dell’hatha yoga. L’aspetto più importante del pranayama è il kumbhaka. Anche la maniera in cui inspirate ed espirate è significativa, ma è la ritenzione che deve essere sviluppata. Il kumbhaka risveglia il potenziale insito nelle regioni superiori del cervello e, in realtà, influenza tutto il cervello. Ogni tipo di pranayama può risvegliare una diversa facoltà e funzione fisica.
Ci sono più di otto modi in cui si può praticare il pranayama, ma ci sono solo due modi per eseguire kumbhaka. Il respiro può essere trattenuto solo all’interno o all’esterno. La ritenzione esterna è nota come bahiranga kumbhaka e la ritenzione interna è antaranga kumbhaka. Queste forme di kumbhaka si eseguono entrambe coscientemente col controllo del respiro, ma c’è un’altra forma di kumbhaka che si verifica spontaneamente attraverso la pratica del pranayama. Si chiama kevala kumbhaka.
Quando il pranayama è fatto con uno sforzo e non spontaneamente, è chiamato sahita pranayama. Le otto pratiche di sahita pranayama sono: suryabheda, ujjayi, sitkari, shitali, bhastrika, bhramari, murchha e plavini. Esistono altre forme di pranayama, come nadi shodhana (che è stato precedentemente descritto in questo capitolo), viloma, anuloma viloma, pratiloma e kapalbhati, ma queste non sono tecniche tradizionali di pranayama. Sebbene kapalbhati sia una tecnica di pranayama, tradizionalmente è considerato come uno shatkarma.
Nella pratica di suryabheda pranayama, l’inspirazione si fa dalla narice destra, attivando pingala nadi, e l’espirazione attraverso la sinistra. Ujjayi è una respirazione profonda con la contrazione dell’epiglottide. Sitkari si esegue inspirando lentamente attraverso la bocca e i denti. Shitali si esegue inspirando attraverso la lingua arrotolata. Bhastrika è una respirazione rapida. Bhramari si esegue emettendo un ronzio con l’espirazione. Murchha enfatizza la riten-zione per creare una sensazione di svenimento e plavini si esegue deglutendo aria nello stomaco.
Più recentemente il pranayama è stato classificato in pratiche equilibranti, vitalizzanti e calmanti. Naturalmente gli effetti complessivi di qualunque pranayama sono calmanti, tuttavia, alcuni attivano in particolare il movimento pranico e il sistema nervoso simpatico, mentre altri pacificano o rinfrescano l’organismo. Le pratiche vitalizzanti creano rapidamente calore nei corpi fisico e sottile e queste pratiche sono più adatte per sadhaka medi o avanzati. I principianti dovrebbero sempre cominciare con nadi shodhana per equilibrare il respiro e ida e pingala, o il sistema nervoso simpatico e parasimpatico.
Le pratiche di pranayama calmanti sono quelle che placano il corpo e la mente. Esse simultaneamente aumentano il flusso pranico e risvegliano la consapevolezza della vibrazione sottile dell’energia. Queste forme di pranayama stimolano l’attività del sistema nervoso parasimpatico e centrale. Queste tecniche dovrebbero essere eseguite una volta che il flusso pranico sia equilibrato e pertanto implicano di solito la respirazione attraverso entrambe le narici.

Versi 45, 46

Alla fine dell’inspirazione, si fa jalandhara bandha. Alla fine del kumbhaka e all’inizio dell’espirazione, si fa uddiyana bandha.

Contraendo il perineo, contraendo la gola e portando l’addome verso l’alto, il prana fluisce in brahma nadi.

Il pranayama in realtà implica la pratica del controllo del respiro in associazione coi bandha e i mudra. Senza i bandha il pranayama è incompleto. Si dovrebbero fare i tre bandha, jalandhara, uddiyana e mula o insieme o in varie combinazioni.
Dopo aver completato l’inspirazione, quando si sta per trattenere il respiro, bisogna abbassare la testa in avanti in modo che il mento sia vicino alle clavicole e la gola sia bloccata. Se entrambe le mani sono sulle ginocchia, i gomiti dovrebbero essere distesi e le spalle sollevate. Questo è jalandhara bandha.
Secondo Yogi Svatmarama, si dovrebbe fare uddiyana, la contrazione dell’addome verso l’interno, dopo la ritenzione e all’inizio di rechaka o espirazione. Una volta completata l’espirazione, si dovrebbe fare jalandhara bandha ed utilizzare completamente uddiyana. Uddiyana bandha si pratica solo con la ritenzione esterna o bahiranga kumbhaka; allora lo stomaco e i polmoni sono completamente vuoti e si può facilmente tirare l’addome in dentro e in alto.
Mulabandha, la contrazione dei muscoli del corpo perineale o della cervice, si può fare sia con antaranga che con bahiranga kumbhaka. Dopo l’inspirazione, si praticano insieme jalandhara e mula bandha e, dopo l’espirazione, si eseguono i tre bandha: jalandhara, uddiyana e mula. Quando si praticano i tre bandha in associazione, si chiama maha bandha. Tuttavia, in alcune pratiche di pranayama, i tre bandha non si possono fare insieme. Per esempio, non è appropriato eseguire uddiyana bandha in murchha pranayama.
Sebbene i bandha siano utilizzati nel pranayama, sono considerati come pratiche a parte. I bandha sono pratiche potenti che generano ed accumulano prana in parti specifiche del corpo fisico e sottile; sono essenziali nelle pratiche per il risveglio dei chakra e di sushumna nadi.
Brahma nadi è il centro più intimo di sushumna nadi ed è estremamente significativa nel processo del risveglio spirituale. La superficie esterna della nadi mediana è sushumna; al suo interno c’è vajra nadi, entro questa citrini e proprio al centro brahma nadi. Sushumna rappresenta tamo guna o l’inerzia; vajra nadi rajo guna o il dinamismo; citrini sattwa guna e brahma nadi rappresenta il puro e incondizionato stato di coscienza.
Se si riesce a far penetrare il prana in brahma nadi, ci sarà totale assorbimento della coscienza individuale con la sorgente cosmica. Il prana è la forza vitale dell’individuo e quando torna a fondersi nella sua fonte originaria c’è completa unità di ogni aspetto del vostro essere.

Verso 47

Innalzando l’apana e portando giù il prana dalla gola, lo yogi si libera dalla vecchiaia e sembra avere sedici anni d’età.

Se riuscite a invertire la tendenza di apana vayu a scorrere verso il basso e il movimento verso l’alto di prana vayu, potete invertire il processo dell’invecchiamento. Quando il prana fluisce su e giù c’è una perdita di energia vitale ma, se fluisce all’interno, allora è trattenuto e questo vivifica tutto il corpo.
Se il corpo potesse rimanere nella stessa condizione di quello di un bambino, la vecchiaia non si verificherebbe. È la secrezione di alcuni ormoni e sostanze chimiche da parte della ghiandola pituitaria e del sistema endocrino che causa l’invecchiamento. In questo sloka Svatmarama fa intendere che con l’uso dei tre bandha il corpo è influenzato a tal punto che la degenerazione non avviene più.

Versi 48 – 50

SURYABHEDA PRANAYAMA

(Il respiro che stimola la vitalità)

Seduto comodamente, lo yogi deve divenire stabile nella sua postura ed inspirare lentamente l’aria dalla narice destra.

Quindi la ritenzione deve essere mantenuta fino a quando il respiro si diffonde dalla sommità del capo alla punta delle dita dei piedi. Poi lentamente espirate dalla narice sinistra.

Suryabheda è eccellente per purificare il cranio, per annullare gli squilibri del dosha aria e per eliminare i vermi. Bisognerebbe farlo ripetutamente.

Surya è “il sole” e si riferisce anche a pingala nadi. Bheda ha tre significati: segreto, discernimento e attraversare. In questo pranayama si attiva pingala nadi inspirando attraverso la narice destra. Suryabheda attraversa pingala ed attiva prana shakti in questa nadi. (omissis)
Si può anche praticare suryabheda inspirando ed espirando solo attraverso la narice destra. Tuttavia, quando respirate solo dalla narice destra, questo potrebbe escludere ida nadi e le funzioni della narice sinistra. Espirando dalla narice sinistra liberate energia e qualunque tipo di impurità che rimanga in ida. Inspirando attraverso la narice destra attirate il prana in pingala e, trattenendo il respiro dopo l’inspirazione, mantenete il prana in pingala.
Naturalmente, questo pranayama va fatto solo a stomaco vuoto e solamente seguendo le istruzioni del guru. Se la vostra pingala nadi predomina per natura durante il giorno, non è consigliabile praticare questo pranayama. Quando fluisce pingala, la mente e i sensi sono estroversi, funziona l’emisfero sinistro del cervello, è attivo il sistema nervoso simpatico e il corpo è riscaldato. Non si deve far funzionare eccessivamente pingala; essa dovrebbe essere in armonia col funzionamento di ida.
Diversamente da nadi shodhana pranayama che equilibra il respiro e gli emisferi cerebrali, suryabheda lavora prevalentemente su metà del sistema. Stimola il sistema nervoso simpatico ed attenua le funzioni del parasimpatico.
Svatmarama afferma che suryabheda elimina lo squilibrio del dosha aria, ma equilibra anche gli altri due dosha, il muco e la bile. La stimolazione del sistema nervoso simpatico e di pingala nadi elimina la lentezza dal corpo e dalla mente ed il calore prodotto attraverso la pratica brucia le impurità nel corpo. Il Gheranda Samhita afferma che suryabheda “previene la vecchiaia e la morte, aumenta il calore del corpo e risveglia kundalini”. (5:62, 63)
Se si pratica questo pranayama al contrario, inspirando dalla narice sinistra ed espirando dalla destra, esso attiva ida nadi ed è noto come chandrabheda pranayama. In questo testo non è stato scritto nulla su questo pranayama, perché se ida fosse risvegliata, la mente può divenire completamente introversa e il corpo diverrebbe letargico. È del tutto sicuro attivare pingala nadi mediante suryabheda pranayama, ma può essere pericoloso attivare ida mediante chandrabheda, a meno che il guru non lo abbia specificamente consigliato.